La donna che parlava con i morti – 2

Sempre La donna che parlava con i morti, prime pagine. Continua, insomma, il post precedente

Sono tristi le risaie d’inverno, ma resterò sempre qua, tra queste nebbie che avvolgono i miei ricordi. Sono in treno, ora. Ho le cuffie, così nessuno prova ad attaccar bottone e non sento il casino degli studenti. Sto ascoltando La ballata di Sacco e Vanzetti cantata da Joan Baez.
… resterai sempre un po’ anarchica, vero Anna?
Comunque. Finalmente faccio quello che volevo fare anche se, quello che faccio, non è bello come ti fanno credere certi libri o film.
C’è sempre troppa nebbia attorno alla nostra vita. Troppo dolore.
Ho appena risolto un caso e oggi è una giornataccia.
Uno schifo di caso: una giovane madre che, dopo aver scoperto ed essersi data al sesso estremo con il vicino di casa pervertito, ha deciso di gettarsi giù dal sesto piano, vorrei non pensarci ma devo vedere suo padre, il cliente insomma, ho appuntamento alle undici, merda. Devo dirgli la verità – per questo è una giornataccia – altrimenti quello continua a sospettare che sia il genero la causa della morte della figlia, e anche se il genero è un senzapalle che non sa da che parte è girato e che vive per andare allo stadio la domenica, è giusto che la bambina resti a lui.
Mi sto specializzando nelle morti misteriose e nella ricerca di persone scomparse.
La sveglia da anteguerra, ora, mi butta giù dal letto alle sette di mattina. Da due anni. Vado in stazione, prendo un caffè e poi, aspettando il treno che, in un quarto d’ora, venti minuti, mi porterà a lavorare fumo la seconda sigaretta della giornata.
Risaie e ricordi, risaie e ricordi, risaie e ricordi, arrivo, frenata, si scende, caffè al bar della stazione, poi terza sigaretta e via a piedi e in fretta in ufficio.
Ho preferito diventare una pendolare che trasferirmi. Sono troppo attaccata alla mia città. Alla casa che mi ha lasciato mio padre.
La titolare dell’agenzia, mi trovo bene con lei, ha cinquantadue anni ben portati, è specializzata, lei, in corna e spionaggi industriali, mi ha proposto di diventare sua socia; accetterò.
Mi lascia poco tempo libero questo lavoro. E un po’ mi ha cambiata. Sono meno sboccata, ad alcuni clienti dava fastidio; e quando sono distratta non devo gettare per terra i pacchetti di sigarette vuoti e poi cerco di vestirmi in modo decente. Mi arrangio al mercato, comunque, sono mica una figalessa da boutique, io.
A volte, quando mi sento sporca (e vado in crisi) perché lavoro per clienti senza scrupoli, o mi intrometto nella vita degli altri, nei loro tradimenti (in caso di necessità pure io mi occupo di corna) e nelle loro debolezze, rimpiango il lavoro in libreria.
Oggi lo preferirei: perché quando dirò a quel vecchio chi era sua figlia, lo so, mi odierà, mi maledirà; poi mi pagherà; poi, quando me ne sarò andata, bestemmierà, immaginerà la sua bambina che si fa legare a un letto, nuda, che si fa frustare; e poi piangerà, si ricorderà di lei quand’era piccola mentre io passerò il resto della giornata a pensare che sarebbe stato meglio essere in libreria piuttosto che ferire, in modo così atroce, un uomo.
Spero mi creda, spero proprio non mi costringa a mostrargli le foto che mi son fatta dare dal vicino di casa pervertito (l’ho costretto, altrimenti lo denunciavo).
No, no, non devo rimpiangere il mio passato. Vado, racconto, incasso. Ma ricorderò sempre chi ero.
…. due anni fa, giorni che non potrai dimenticare mai, vero Anna?

 Alla riapertura della libreria mancava un giorno. A settembre mancavano invece dieci minuti. Esatti. Guardando l’ora, Anna ipotizzò un brindisi di mezzanotte, come si usa a capodanno. Ci ripensò: era un’idea cogliona.
… di una stupida, inutile commessa di libreria, pensasti. Ti sentivi così. Si è sempre quel che ci si sente. Ma dentro dentro, nelle viscere.
Si alzò dallo sdraio, sistemato al confine tra balcone e camera da letto, spense la radio che trasmetteva un concerto jazz, ma non era serata, quella, per chiudere gli occhi e rilassarsi, ripose in una mensola un vecchio giallo di Georges Simenon, da due ore imprigionato tra la sua mano ed il ventre. E con una birra per salutare l’arrivo del nuovo mese, «sono una stupida commessa, ma di fantasia», disse stappandola (da un po’ di tempo parlava da sola), trascinando lo sdraio uscì sul balcone. A lasciarsi avvolgere dalla noia e dal fumo. Una sigaretta dopo l’altra, scacciando zanzare e bevendo birra, con gli occhi distratti sulla strada: sui fari delle macchine; su due gatti che si rincorrevano; su uomini e donne che rincasavano.
Settembre, senza brindisi e senza farsene accorgere, era arrivato; e, con lui, la notte che si confonde al mattino: con altri uomini e donne assonnati che, dopo il primo caffè, uscendo di casa, per poco non s’incrociavano coi tiratardi.
L’ultima cicca di sigaretta finì sulla strada. Era brava, Anna, a far leva tra pollice e indice e lanciare il mozzicone, che diveniva un piccolo razzo luminoso.
Non restava che coricarsi, aspettare l’arrivo del sonno, svogliatamente, con l’abat jour e il vecchio computer accesi, tanto chissenefrega.
Un’altra notte senza guardare se in cielo ci fossero luna e stelle. Un’altra notte a maledirsi e maledire Fabrizio, la sua fuga.
Non poteva sapere, lei, che la maledizione veniva da lontano, da molto lontano.

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i miei libri: il punto

E’ confermato, dunque: il 9 novembre esce il mio sesto romanzo, Vicolo del precipizio, con Perdisa. Sono contento di uscire di nuovo con Peridisa (a cui sono approdato grazie a Luigi Bernardi),  meglio un piccolo editore serio che uno medio grande ma menefreghista. Mai avuto, io, la fregola di pubblicare con l’editoria nota e potente (quella più distribuita, quella che ti fa guadagnare di più, quella che ti fa ottenere qualche recensione in più).
L’editore più grande con cui ho pubblicato è stato Newton Compton. Mi contattarono loro, avevo scritto Lo scommettitore (che, pubblicato da Fernandel, era diventato il libro del mese a Fahrenheit nell’agosto 2006 e che fu anche finalista per il libro dell’anno Fahrenheit) e sul mio blog avevo annunciato che stavo scrivendo un altro libro, La donna che parlava con i morti.
La Newton mi chiese la sinossi e un capitolo, dopodiché mi proposero un contratto. Dissi di sì a loro e ignorai altre possibilità: la Newton era stata la prima a farsi avanti e io diedi la precedenza alla casa editrice di Raffaello Avanzini.
(Non solo: La donna che parlava con i morti io l’avevo già proposta agli editori con cui avevo già pubblicato, cioè Mursia e Fernandel, appunto perché non vado alla ricerca spasmodica della grande editoria; dallo sguardo “a entusiasmo zero” dei miei interlocutori avevo però capito che era meglio battere ad altre porte).
A novembre, quindi, esce Vicolo del precipizio, il prossimo anno, invece, dovrebbe uscire un’antologia della Marcos y marcos con otto racconti noir (e uno degli otto è il mio) ambientati a Milano e dai quali verranno tratti dei cortometraggi. E con i racconti Marcos y marcos proporrà il cd dei cortometraggi (forse un cofanetto), che prima verrà trasmesso da Sky.
Il progetto è partito da alcuni giovani registi milanesi.
Intanto devo scrivere due racconti per due antologie e procedere con un altro romanzo, il settimo.
La situazioni dei miei libri è comunque questa.
Il quaderno delle voci rubate, che fu pubblicato nel 2002 dal giornale La Sesia (allora ero giornalista, ora lo dirigo) è fuori commercio. Il romanzo, che ebbe una diffusione solo locale, è in lettura da alcuni editori, per una ristampa.
So che la mia agente lo ha proposto anche ad editori stranieri. Vedremo.
Lo scommettitore, pubblicato da Fernandel nel 2006, si trova ancora: basta scrivere alla casa editrice.
Dicono di Clelia, Mursia 2006, stessa cosa; credo che Dicono di Clelia sia il mio libro andato peggio. Poche recensioni, poche vendite. E’ in vebndita su Ibs.
La donna che parlava con i morti, Newton Cmpton 2007, è fuori catalogo e io sono rientrato in possesso dei diritti del libro. Per ora è al vaglio di Perdisa per una eventuale ristampa nel 2012.
Tamarri, raccolta di racconti (molti dei quali già comparsi in rete) pubblicati da Historica è ancora in vendita su Ibs.
Bastardo posto, Perdisa Pop 2010, è ancora in circolazione; in libreria si trova poco, la casa editrice comunque ha ancora copie; e a luglio farò un’altra presentazione, a Torino.
Il monastero della risaia, racconto lungo pubblicato da SenzaPatria, è ancora reperibile: in qualche libreria, su Ibs.
E adesso è quasi tempo di editing per Vicolo del precipizio, libro strano, questo. Il protagonista è un editor che lavora per un agente letterario e che insegue i ricordi suoi e della sua famiglia, in quel di Cortona, che è il mio paese. Alcuni ricordi sono boccacceschi, i richiami all’editoria, invece, hanno il sapore dell’invettiva. In pratica: il mio protagonista dice dell’editoria quello che ho sempre pensato e detto, in questo blog.
Ma il punto di partenza vero è stato il quaderno di mia madre.

pubblicare: prostituendosi

 

Ho visto un film italiano, Colpo d’occhio, e non è che si mi sia piaciuto molto. Film di Sergio Rubini, genere giallo, leggo nella scheda.
Come giallo mi è parso forzato, specie nel finale ma non solo nel finale. Bravo comunque Rubini a recitare il ruolo del critico d’arte che tutto può.
Può imporre all’attenzione di tutti un artista, così che tutti, poi, a questo artista renderanno omaggi. Anche immeritati (vedendo il film mi sono chiesto: D’Orrico potrebbe?).
Oppure, se vuole, può distruggerlo, o come minimo fare in modo che venga ignorato.
Un film insomma che non è all’altezza di due splendidi film italiani visti l’anno scorso (La ragazza del lago e La giusta distanza) ma comunque interessante: perché da un punto di vista psicologico si sofferma sull’artista, che nel film (interpretato da Scamarcio) è uno scultore.
E si sofferma, in particolare, sull’aspetto peggiore di chi vuole imporsi come artista: la prostituzione.
La frase: Debbo farlo perché è importante per la mia carriera, per il mio futuro, pronunciata dall’artista protagonista va tradotta con: Debbo prostituirmi, non ho alternative, altrimenti non sfondo.
Eppure gli artisti e gli scrittori in genere dicono tutti d’essere liberi come il vento, e di non aver mai accettato compromessi, o altro.
Nessuno che si inchina a editori o critici.
Nessuno che farebbe carte false pur di pubblicare con una grande casa editrice.
Comunque.
E’ chiaro che vedendo il film io mi sono interrogato: su me stesso.
Una volta un’agente letterario (molto brava, di un amico scrittore) mi disse: Voi scrittori, pur di pubblicare vendereste vostra madre.
Mi disse questa frase perché io, pur di pubblicare, ho sempre firmato contratti senza mai contrattare l’aspetto economico o le varie opzioni.
Quando hai lavorato per un anno, due anni, tre anni a un libro solitamente sei disposto a tutto, o quasi.
Anche a pubblicare a pagamento.
Anche a far sorrisi e inchini a chi ti può presentare a un agente, una casa editrice.
Dico subito: io, forse per fortuna, questi due aspetti li ho bypassati.
Ho spedito due manoscritti nella forma tradizionale e per due volte (con Mursia e Fernandel) sono stato pubblicato.
Con la Newton è andata ancora meglio: mi contattarono e mi proposero un contratto mentre stavo scrivendo un libro (naturalmente chiedendomi una sinossi e qualche capitolo, anche se in forma di bozza).
Di sicuro, per pubblicare, c’entra anche il fattore fortuna.Che io ho avuto.
Di sicuro, io, prima, non avevo mai preso in considerazione l’idea di pubblicare a pagamento.
Di sicuro, oggi, ho un altro vantaggio (dico, pensando alla prostituzione): che non mi importa, non sbavo insomma (e qualcuno mi dice: bravo scemo) per pubblicare con i più grandi editori italiani.
Scriverò ancora, certo. Anzi sto scrivendo. E proporrò le “mie cose” come ho sempre fatto. Mettiamo che mi dicano di no.
Farei così, farei. Mi farei stampare un po’ di copie da uno stampatore, così da rivenderle al prezzo di costo, e allo stesso tempo metterei in rete quanto ho scritto.
Dovessi prostituirmi non me lo perdonerei mai.
E son contento di aver conosciuto gente che non si è prostituita.
E gente che se ne impippa abbastanza: Colfavoredellenebbie, per esempio, è una scrittrice che ha scelto la rete, eppure un libro, bello, di cui mi ha detto, e che ha già stampato nella sua testa, sarebbe bell’e che pronto. E sarebbe un gran bel libro, credetemi.
Io no, ci tengo sempre, invece, alla pubblicazione su carta: è il mio obiettivo.
Però m’interrogo, sempre: sulla prostituzione. Ha un bel sorriso, ammaliante.
Poi subentra anche il famoso ritornello che dice “così fan tutti” e quindi…
No, non tutti.
Un anno fa, alla fine della presentazione di un mio libro mi si è avvicinato un uomo, che conosco. Sui sessanta, ha lavorato in una casa editrice per anni. E’ uno che legge, che viaggia. Fa sport. Mi si avvicina e mi dice: Se riuscissi a pubblicare un libro sarei l’uomo più felice di questo mondo.
Gli ho sorriso, non c’era tempo.
Ma andate al salone del libro, a maggio. Ci saranno, tra gli altri, centinaia di scrittori che saranno lì a controllare, dieci o cinquanta volte al giorno, i loro libri, esposti, che magari nessuno compra.
E che avranno vita breve. Perché dopo tre mesi, quattro mesi, un anno in certi casi, un libro viene sommerso: dall’oblio e da altri libri. Usa e getta. Getta, soprattutto.
Il sogno, spesso, diventa frustrazione.
Buona giornata
PS C’è anche da dire che per tanti scrittori le frequentazioni che possono servire non sono prostituzione. Penso allo scapigliato Giovanni Faldella che, scrittore affermato, rimprovera(va) l’amico, scrittore scapigliato ma non affermato, dicendogli: prima di lamentarti, comincia a frequentare gli aperitivi letterari…
E ancora. La messa dell’uomo disarmato di Luisito Bianchi ha proprio bisogno d’essere consacrata dalla grande editoria?, domando.
E comunque: segnalare un buon libro a una casa editrice ritengo che sia un dovere, quando è possibile.
Segnalazione.
Sul blog di Serino, oggi, si parla del libro di Rosella Postorino. Scrittrice e persona che stimo.