RICORDI

Ricordi, in ordine sparso

FRATELLO FRAGILE

Quella che segue è la lettera che scrissi sul giornale di Vercelli, La Sesia (giornale in cui lavoravo) quando, nel 2005, morì mio fratello, Moreno.

Moreno Bassini
«Riposa
in pace
fratello
fragile»

(reb) – Utilizzo questo spazio, riservato ai lettori del giornale, per una testimonianza, lacerante e personale.

La sera di giovedì 18 agosto, in via Dante qualcuno, passando, ha sentito un rumore
sordo, forte: era il corpo di Moreno Bassini, 30 anni e un mese, precipitato dal quarto piano.
Era mio fratello.
E’ volato giù – così mi hanno detto – sotto gli occhi atterriti di una giovane madre. E’ successo mentre tentava di introdursi nell’abitazione dei suoi e miei genitori, lontani da casa, in ferie. L’ingresso del condominio è in via Ara, ma il cortile dove è precipitato il corpo di Moreno dà su via Dante.
Era un gesto che non avrebbe dovuto fare perché quella, da oltre un anno, non era più casa sua. Ed è stato un gesto che gli è stato fatale: sebbene Moreno pesasse poco, per passare da una portafinestra interna al balcone e superare la veranda aveva bisogno di un appoggio per i piedi: cioè i fili della biancheria. Che stavolta non hanno retto il peso. Di Moreno, così, è rimasta solo la traccia del suo “passaggio”: il filo spezzato, le impronte delle mani sulla veranda, nel tentativo disperato di aggrapparsi.
Eppure quel gesto stupido Moreno l’aveva fatto altre volte, addirittura poco prima, quel giorno stesso: così,
quasi per gioco, per dimostrare che, chiavi o non chiavi, lui in quella casa poteva tornare quando voleva.
La ricostruzione dell’accaduto è stata effettuata, per ore e ore, dai carabinieri di Vercelli. Hanno fotografato, ispezionato, verificato. Sono stati loro a contattare me e mia sorella, Silvia.
Al pronto soccorso dell’ospedale Sant’Andrea sono stato io a riconoscere il corpo senza vita di mio fratello. Un’esperienza terribile, vedere un volto che ti è caro ma che non è più quel volto. Che si è addormentato, per sempre, nel peggiore dei modi.
I miei genitori hanno appreso della disgrazia solo l’indomani mattina, venerdì 19 agosto, appena rientrati da due settimane di ferie trascorse a Follonica, nella Maremma toscana (dove anche
Moreno, fino a pochi anni fa, andava).
Moreno Bassini, 30 anni dicevo, e una vita difficile la sua, irrequieta: lavori precari, canne, pomeriggi e serate trascorsi da un bar all’altro, o peggio con le macchinette mangiasoldi. Ore e ore a camminare per Vercelli, spesso con il suo cane, Tobi, oppure chiuso nel suo appartamentino di via Pietro Micca, magari ad ascoltare canzoni (la preferita era Per amore solo per amore mio, ho giocato sempre a strabiliare), o a leggere Quattroruote, perché aveva la «fissa» delle auto di cui era, in effetti, un grande intenditore, o Diabolik, il giornalino a cui è rimasto fedele negli anni, o La Sesia, il giornale «dove lavora mio fratello», diceva orgoglioso. A tutti.
Era una gran testa di cavolo
Moreno, sofferente di una grave malattia: incapacità a vivere, lavorare, relazionarsi con gli altri, anche per via di una timidezza estrema. Fragile e sensibile, era con i cani, con i gatti e con i bambini che diventava un altro: il suo viso cambiava, era di una dolcezza infinita destinata poi a dissolversi, vivendo.
Nei suoi trent’anni ha anche
avuto la fortuna di incontrare persone buone, a cui lui ha voluto bene e dalle quali è stato ricambiato: come Franco, Alessandro, Monica e altri, che ringrazio. Con loro ha vissuto momenti felici, lo so.
Non credo, né mi risulta invece che qualcuno possa dire che fosse un ragazzo cattivo: aveva sempre bisogno di soldi, certo, ma se si ritrovava con un solo euro in tasca e se qualcuno quell’euro glielo avesse chiesto ebbene Moreno glielo avrebbe dato. Senza esitazione, con quel suo sorriso ingenuo, da perdente.
E aveva una grande dote: mai un pettegolezzo, una cattiveria o una volgarità gratuita, su nessuno; anzi, se sentiva «sparlare» lui guardava il vuoto, chiaramente a disagio.
Era strano, era infelice. Se n’è andato lasciando un grande rimpianto nelle persone che gli hanno voluto bene – e in me soprattutto -: che qualcosa in più, per lui, poteva essere fatto.
Era fiero di me, mentre io non lo ero di lui. A trent’anni, gli dicevo, non va bene che tu ti faccia ancora mantenere dai tuoi vecchi (che, disperati, hanno fatto di tutto per aiutarlo e hanno bussato, invano, a tante porte: forze dell’ordine, servizi socio-assistenziali. Niente, chi ha un figlio difficile, oggi in Italia, se lo tiene).
A volte, discutendo con me, Moreno, faceva lo spaccone: Prima o poi ne combino qualcuna delle mie così poi devi scriverlo sul giornale e ti vergogni.
In effetti stavolta l’hai combinata davvero grossa Moreno, ma non mi vergogno di te, giuro che non mi vergogno. Riposa in pace, «fratello fragile».
Remo Bassini
Vercelli, agosto

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ALO’ BARONE

Volli farmi un regalo, quando mi laureai. Un cane.
Mai regalo è stato così azzeccato.
Lo presi a Cortona nell’agosto del 1991. Sopra la mia testa, quando scrivo, c’è l’immagine sua, un segugio impuro di un mese, tra le braccia di mia figlia, Sonia, che allora aveva undici anni.
Non era di razza ma era come se lo fosse: sua madre Lula attaccava i cinghiali, senza timore.

Così, per anni, tra le nebbie di Vercelli, io e questo cane, ribelle e testone, ci siam fatti chilometri. Soprattutto al fiume Sesia. Lui annusava, sembrava un cane da tartufo, oppure nuotava, correva avanti e indietro e io, che avevo sempre da fare, ovvio, cose di giornale, tornei di bowling, poi lettura e scrittura, gli dicevo sempre (in cortonese) Alò Barone.
Andiamo Barone, insomma, che ho cose da fare, io, importanti.
Lui, testardo, se era al guinzaglio, tirava nella direzione opposta alla direzione di casa, se invece eravamo al fiume ed era libero mi abbaiava, come a dire, col cavolo che vengo.
Vado ancora al fiume e, nonostante i miei sforzi, non riesco, mentre ascolto il rumore dell’acqua che passa, a ricordare le cose importanti che avevo da fare. Risento la mia voce, però, Alò Barone.

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IL QUADERNO DI MIA MADRE

Quando ero piccolo mi terrorizzava, bastava un suo sguardo.
Dovevo essere ordinato e puntualissimo: Se ti ho detto che devi tornare a casa per le sette, devi arrivare almeno con cinque minuti di anticipo.
A volte, questa mia dura madre, era esasperata: e ricorreva al battipanni.
Picchia, le dicevo, fingendo di non aver paura di lei; invece ne avevo, e mi sentivo solo e abbandonato quando non ero protetto dalla complicità di mio padre (ce n’erano anche per lui di rimbrotti).
Ha avuto una vita di inferno mia madre.
Di tanta povertà e di tanta, troppa, sensibilità.
Figlia di mezzadri, da piccola andava a “guardare le pecore”, oppure i maiali. Quando arrivava il momento di far festa, perché si ammazzava il maiale, lei scappava via, e piangeva. Di nascosto, sempre. Perché bisogna essere forti…
Dura, durissima madre.
Leggi e studia, leggi e studia, mi dicevi.
E non ti lamentare, mi dicevi sempre, ché c’è sempre chi sta peggio di noi.
E non ti lamentare se hai mal di pancia, “non fiezzare”, che non serve. Non serve piangere.
Non pianse, lei, quando le morì un figlio, mio fratello Fabrizio. Avevo sei anni. Non un lacrima ma poi, quando vide che la piccola bara bianca veniva ricoperta di terra nera, le gambe cedettero e fu sorretta da mio padre. Solo un attimo, ché si riprese, poi.
E non pianse nemmeno quando, solo due anni fa, perdette un secondo figlio. Nessuna lacrima: mai di fronte agli altri.
E poi ci sono io, vero mamma?, che ti ho fatto piangere tante volte. Anche negli anni scorsi…
Speravo che crescessi, ma non cresci mai, mi dici. Fortuna che hai avuto Silvia, la mia sorellina. Che ti ha inondato d’affetto.
Tu non hai famiglia, sei uno zingaraccio, mi dicevi, severa e adirata, quando ero piccolo.
(Ricordi quanta paura ti feci prendere quando, a sei anni, scappai di casa per ore e ore? Risento il tuo abbraccio, quando mi rivedesti).
Ora non è più una dura madre. E’ un madre mite.
Sono stata troppo dura con te, mi dice.
Mamma, sai che su un cosa che si chiama blog ho scritto di te, e dei cantastorie.
Non ha detto nulla, mia madre, mentre le dicevo “ho scritto di te”.
Giorni fa mi si presenta davanti. Con un bloc notes.
Mi dice: Lo sai che io non ho scuole e faccio gli sbagli.
Leggo.
Ci sono i canti che da ragazza aveva imparato.
Nel tempo che dei guelfi e ghibellini….
E ci sono storie contadine, d’amore e di povertà.
Ha fatto solo la terza elementare mia madre. I suoi genitori, analfabeti, la sgridavano: perché nel quaderno di matematica sprecava carta, c’erano troppi spazi bianchi tra un’operazione e un’altra.
Solo la terza elementare fatta nei giorni pari, perché in quelli dispari c’erano da guardare i maiali, ma, mentre leggo, vedo che i congiuntivi son giusti. Perché mia madre sapeva ascoltare “le belle parole della gente istruita”.
Basta orecchio, a volte.

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E LUCIANA?

Ho cambiato bar, ieri mattina. Desidera? Un caffè ristretto, grazie. Poso un euro, in attesa del caffè, e mi giro verso i clienti, ai tavolini; ci sono sei sette persone, ma conosco nessuno penso, del resto, penso ancora, questo è un bar nuovo. Mi ri-giro, e il caffè è servito. Appena porto la tazzina alle labbra mi sento sfiorare da qualcuno, sulla spalla. Qualcuno che, appena mi volto, sento che mi chiede, “E Luciana?”, dileguandosi. A questo punto il… sogno è finito. Era un sogno. Il bar esiste. Io pure, ho il sospetto di esistere. Chi abbia detto “E Luciana?” non lo so. Nei sogni a me capita spesso di vedere persone senza volto, oppure di ricordare un volto che sembra una foto terribilmente sfuocata. E Luciana? Esiste? Quante ne conosco? Nemmeno una, ho pensato ieri mentre andavo a lavorare. Devo dire la verità: durante il giorno non è che ci ho pensato molto. Prima di arrivare in redazione ho incontrato un avvocato (che non è il mio), poi, a parte due telefonate a due amiche, una che sta in Romagna e una che sta invece nella mia città, non ho fatto altro che lavorare, rispondere al telefono, rispondere alla posta elettronica, il mio solito giorno di lavoro, insomma, che inizia un po’ prima delle 11 di mattina e termina verso le 23 tra menabò, riunioni, titoli da passare. E Luciana?, mi sto domandando ora, da un po’, che è notte fonda e il cane e il gatto, stranamente, stanotte dormono e non fanno avanti indietro dal giardino scambiandomi per il loro portinaio. Forse so chi è Luciana. C’è una Luciana nella mia vita, e forse è anche la donna più importante della mia vita. C’è un ma: ma io, questa Luciana, non l’ho mai vista. Era duro il lavoro nei campi per i mezzadri. Una giovane copia, Franco e Nella, lavorano in podere con viti, ulivi, grano. Si sono appena sposati. E’ il 1955. Nella resta incinta. Ma lavora anche. Ha trent’anni, è da quando aveva sei anni che porta al pascolo maiali o pecore. Ed è una donna forte: sa sollevare da terra una balla di grano da un quintale e se la porta sulle spalle. Roba da uomini: forti. E’ incinta, certo, e un po’ si riguarda, ma deve comunque lavorare. Non mangi se non lavori, quando sei a mezzadria. Sotto il sole o la pioggia. C’è abituata, lei. Una sera, però, si sente male. Franco corre, chiama il dottore che arriva, visita Nella e le fa una visita ginecologica, perché vede che ha perso sangue. No, non ha perso sangue: ha perso la bambina. La chiamarono Luciana, nata morta (e prematura: doveva venire al mondo a gennaio, credo, del 1956). Era l’autunno del 1955 quando sotterrarono il corpicino di Luciana nel cimitero di Sant’Angelo vicino a Cortona. Un anno dopo, settembre 1956, sono nato io. Per caso. Certo tutti nasciamo per un caso. Un incontro tra due persone. L’incontro casuale delle due persone che mi hanno messo al mondo avvenne perché Luciana lo consentì, morendo prima del tempo. Nasciamo tutti per caso. Io per un caso, come tutti, e per Luciana.

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IO E IL SESSANTOTTO

Il mio 68.
A grandi linee, però

Nel 1969 avevo 12 anni.
Di nascosto, partecipai a una manifestazione, ero in prima fila. Poi pensai che se mio padre e, soprattutto, mia madre l’avessero saputo sarebbero stati cavoli; così presi un lembo di una bandiera rossa e me la misi davanti, sperando di non essere riconosciuto dalla caviglie.

Passano gli anni, leggo Marx, bene anche.
So che Marx non prevede(va) il socialismo in un paese unico.
Lo Stato socialista è stata una necessità, prima, un abominio poi.
Ho letto Marx, Lenin, Bordiga, Gramsci, Trotzkj.
Ho letto di Kronstadt (altroché il muro di Berlino).
E’ il 1922.
Un gruppo di comunisti anarchici, o anarco-comunisti, si ribella al potere dei Soviet. Quei marinai, quei rivoltosi, capiscono con anni di anticipo che la rivoluzione russa sta semplicemente sostituendo  il capitalismo e il potere degli zar con il potere di un gruppo di burocrati.
La cristallizzazione della burocrazia al potere, le definirà poi Trotzkj.
La capirono e si ribellarono, e morirono anche, perché stava morendo un sogno.
Come morirono tanti intellettuali, vittime dello stalinismo.

Torno a me, al mio non-sessantotto.
Nel 1973-74 faccio le superiori. Leggo e… lego poco.
La divisa d’ordinanza del 68 non mi piaceva.
Invece dell’eskimo avevo o un giaccone nero di pelle o un impermiabile bianco.
Frequento un po’ di gruppi della sinistra extraparlamentare, ma senza entusiamo. Vedo che tanti hanno il Manifesto o Lotta Continua ma sanno un tubo di Marx o di Hegel.
O del socialismo utopico di Owen.
Poi, non dimentico mai d’essere il figlio di un operaio.
E quando in quegli anni la Montefibre lascia a casa migliaia di lavoratori ci sono anche io alle manifestazioni, agli incontri.
Ora semplifico, e tanto.
In questi incontri, in queste assemblee io vedo, grosso modo, che si fronteggiano due anime.
Quella del vecchio Pci.
Quella della sinistra extraparlamentare.
Quella del vecchio Pci è piana di contraddizioni. Parla Togliatti, Togliatti è vangelo, parla Berlinguer, Berlinguer è vangelo.
Dallo stalinismo il vecchio Pci (adoravo Terracini, però) passa al compromesso storico.
L’altra anima, quella della sinistra extraparlamentare, è l’anima degli intellettuali, degli studenti. Bene, mi accorgo subito che hanno un difetto, schifoso, che adesso è un patrimonio della sinistra italiana: quando parlano hanno la puzza sotto il naso. Hanno sempre ragione loro e gli altri “capiscono un cazzo”.

Io nel 1975 (avete in mente la canzone di Venditti? compagno di scuola, compagno di niente… o sei entrato in banca pure tu) ho tre possibilità:
fare l’università (e in effetti mi iscrivo a filosofia, alla Statale).
andare a lavorare in banca, per davvero.
andare in fabbrica.
Scelsi la fabbrica.
Scelsi la fabbrica proprio nel momento d’oro del vecchio Pci.
Governava in cinque regioni, mi pare, era pronto al compromesso storico, era nuclearista, era contro la riduzione dell’orario di lavoro.
Per un po’ di tempo frequentai i trotzkisti di Torino (conobbi un gran bravo scrittore giornalista, che non c’è più, Edgardo Pellegrini), ma soprattutto feci del sindacalismo, nella Cisl di Pierre Carniti.
La Cisl e la politica dei cento fiori.
Però riprendo anche a studiare.
La classe operaia, avevano ragione i vecchi leader del vecchio Pci come Amendola, era attratta sempre più dal consumismo, addio vecchi valori, addio battaglie di solidarietà per gli altri.

Oltre a vedere i difetti negli altri ne scoprii uno anche in me: non riuscivo ad entrare in un gruppo.
Certe volte la parola “noi”, che alla fin fine è semplice e composta da tre letterine, mi faceva vomitare.
Come sindacalista comunque lasciai un buon ricordo negli operai e un cattivo ricordo nei miei datori di lavoro: organizzando scioperi, ascoltando i problemi dei  lavoratori meno tutelati (credete che in fabbrica una ragazza madre abbia la solidarietà di tutti? Rispondo io: col cavolo. La fabbrica ha grandi slanci, la fabbrica ha grandi meschinità).

Quella parola “Noi”, a volte sono stato io ad invocarla.
Una volta, ricordo.
La Fiat aveva licenziato una cinquantina di lavoratori.
Sciopero di solidarietà, assemblea sindacale di solidarietà, parole di solidarietà.
Davanti a un centinaio di persone (delegati sindacali) feci una proposta:
Ogni operaio metalmeccanico versi una piccola parte del suo stipendio a un conto di solidarietà, per quei cinquanta lavoratori.
Non piacque. Bisognava cercare altri strumenti (eppure io ricordavo certi slanci a inizi secolo di certe battaglie operaie…).

Il 68, dunque, io l’ho vissuto di riflesso.
Me l’hanno raccontato.
I racconti di fabbrica di mio padre.
I racconti dei miei amici più vecchi che facevano la Statale.

Dico sempre che quando vado a Cortona, il mio paese, io mi sento molto piemontese e che, viceversa, quando sono in Piemonte io mi sento molto toscano.
Faccio così anche col 68.
Lo critico, lo difendo, a seconda del mio interlocutore.
Stessa cosa faccio quando si parla del sindacalismo.
A chi dice – solita frase fatta – che i mali dell’Italia nascono proporio dal sindacato io domando se sanno cos’era la fabbrica prima dello Statuto dei lavoratori; domando se sanno che un datore di lavoro poteva licenziare solo perché tu gli stavi antipatico (o eri comunista); domando se sanno cos’era la voce Malsano in busta paga.
Malsano in busta paga era una voce che equivaleva a 100 lire al giorno in più.
100 lire per lavorare in reparti ad alto rischio, lavorazione di acidi insomma.
Gente che insomma per non morire di fame è comunque morta: ma prima del tempo. I tumori delle fabbriche.
E che dire poi dei reparti dei cornuti? Operai che, guarda caso, lavoravano nello stesso reparto e poi non riuscivano ad avere rapporti sessuali.
Gli si seccavano i coglioni, racconta il mio vecchio.

Il problema del linguaggio che non comunica perché “noi” siamo quelli che sappiamo e gli altri sono coglioni l’ho vissuto anche in fabbrica.
Quando c’erano le elezioni dei delegati sindacali (i vecchi consigli di fabbrica) prendevo sempre più voti di tutti. Parlavo, mi sforzavo di parlare in modo semplice.

Questa l’ho già raccontata, qui, ma ora devo riraccontarla.
Un giorno arriva un sindacalista, parla ai miei compagni di lavoro in assemblea. A un certo punto dice “I rapporti di forza sono mutati”.
Bene.
Una donna, sui quaranta, sposata con un operaio (e che quindi non aveva né il tempo né la voglia di leggere Il Manifesto o l’Unità) mi chiese, quasi vergognandosi: Cosa sono i rapporti di forza?
Feci due cose. La prima: le spiegai. La seconda: andai al sindacato e litigai: Perché quando mi dissero “con che cazzo di gente abbiamo a che fare” io mi inalberai.
Dissi che quella donna, finito il turno di lavoro, ne aveva un altro: con figli e lavatrici.

Ho tralasciato, certo, tante cose, i decreti delegati, il mio impegno antinucleare proprio quando il Pci  non lo era, i racconti che mi fece un mio amico della Russia comunista; lui ci andava, per lavoro, aveva una relazione con una donna comunista, a Mosca; lui, che era di Lotta Continua, divenne anticomunista.
Gli devo tanto: la conoscenza di Vladimir Vysotsky.
Oppure, in ordine di tempo, ho bene in mente i racconti che mi ha fatto invece un giornalista rumeno. Oppositore del governo comunista, lui che era ingegnere finì a lavorare in miniera. Operaio minatore.
Poi addio comunismo, arriva la libertà e con la libertà la fame, la delinquenza, lo sfruttamento della prostituzione. Dal peggio al peggio è passato, questo mio amico.
In Romania, ora, ci son tanti datori di lavoro italiani: han capito che lì si risparmia. E che lì chi ha i soldi vive bene, tanto, e chi non li ha vive male, tanto.
Anche questo mio amico è un marxista: fino a Kronstadt, 1922.
Ora almeno fa il giornalista.

Una volta andammo in un bar di Vercelli. Ordinai un caffè, gli chiesi cosa voleva. Mi disse, quasi con difficoltà, a fatica: un caffè e latte.
Ci sedemmo.
A un tratto mi disse: Oggi per me è una bella giornata.
Non capivo (cazzo dice questo?).
Capì che non capivo: così aggiunse che era una bella giornata di sole e poi avvicinò la tazza del suo caffè e latte alle labbra, socchiudendo gli occhi. Quel cappuccio e un po’ di sole, già.

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LA RAGAZZA DELLA MIA ETA’

L’ho vista che passava di fretta, la ragazza della mia età.
Non m’ha riconosciuto. Colpa anche mia: cuffia e occhiali da sole e barba lunga e sempre più bianca.
Cinquant’anni, elegante, guardava davanti a sè: nulla di buono all’orizzonte.
Avrei voluto dirle, Fermati, avrei volevo dirle, Guarda che oggi è una bella giornata,
avrei voluto dirti…

Ricordi?, era un sabato di tanti anni fa, ed era un giorno uguale uguale a oggi: d’inverno, ma che sa di primavera.
Uscimmo, s’era in cinque.
Fu un bel pomeriggio, tra i viali e le strade di periferia.
Tu e altre due compagne di scuola, ultimo anno delle superiori, a braccetto; dietro a voi e di fianco a voi, io e quel mio amico strano e distratto, che è , quel mio amico, un ricordo grigio, oggi. C’era, sì, era con noi, ma aveva altro per la testa, e non vedeva né voi né il cielo terso: guardando lontano, s’intravvedevano le montagne innevate.
Io quel sabato non lo scorderò mai. Voi tre che camminate; io che parlo con voi; voi che parlate con me; spensierati.
Ecco: spensierati.
Sai, ragazza della mia età, mi riesce sempre meno a essere spensierato.
Stanotte per esempio. Avevo davanti il computer e una pila di libri. E pensavo alle cose che devo o dovrei fare, alla cose che è meglio non fare, perché il tempo – gran bastardo – galoppa, e allora mi son detto: Remo hai due ore davanti, prima del sonno, fai qualcosa che ti va di fare. Ho scansato libri e computer.
E son stato per due ore a guardare, oltre la finestra, la notte. Rilassato, certo, ma spensierato no.
Poi stamattina ho visto te. Avrei voluto dirti, guarda che è sabato, ricordi quel sabato? Eravamo spensierati, costa niente esserlo, ma è un gran casino esserlo. Ricordi? Sforzati a ricordare è importante: guardavamo quelli che spensierati non erano.
Erano insomma quelli che siamo noi, oggi.
Però io credo che almeno provarci dovremmo: che ne dici, ragazza della mia età?, usciamo oggi e andiamo per viali?, la giornata promette primavera.

(Sai, io oggi racconto storie. Vere o inventate. Ne avrei una, da raccontarti. Vera. Ricordi quel sabato?, s’era in cinque. Voi tre spensierate. Io – stranamente – pure. Chè mi avevate contagiato. Poi c’era un amico mio. La sua storia, ecco, è bella come un libro triste: senza mai un giorno, un pomeriggio spensierato da ricordare).

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IL RICORDO CHE
VIENE DA LONTANO

Ne I quarantanove racconti di  Hemingway ho trovato un pezzo della mia vita che viene da lontano.
Ce l’ho qui, accanto a me, sul divano, è insieme a un pacchetto di Camel Light, un portacenere di un bel vetro, dai colori sgargianti, la solita bottiglietta di acqua minerale gasata.
E’ qui, ora.

Sto riordinando la libreria. Nell’altra stanza, la mia stanza, piccola come una cella ma dà sul giardino e non c’è niente che non sia mio, nell’altra stanza, dicevo, tanti libri son per terra.
Son riuscito a dividere i classici, gli italiani da un lato e gli stranieri dall’altro, poi ho fatto il blocco dedicato al giallo, quello alla poesia, quello alla psicanalisi, quello dedicato al teatro.
Poi mi son detto: Fatti un ripiano degli stranieri che piacciono a te.
Ho fatto in fretta: Oz, Boll, Montalban, Steinbeck, Remarque.
Ci verrà del tempo, comunque. A sistemare (tra i gialli ho visto che l’87° distretto è vicino Danila Comastri Montanari) e a scegliere cosa buttare e cosa no (Impara a suonare la chitarra facilmente, acquistato inutilmente quando avevo quindici anni lo butto o le tengo? E Come si fa una tesi di laurea di Eco?… infondo mi è servito).

Comunque.
Spostando i libri degli “americani” vedo che dai quarantanove racconti di Hemingway cade qualcosa.
Un vecchio biglietto d’autobus.
Io non prendo l’autobus, ho pensato, e questo libro, lo ricordo bene, lo acquistai nuovo nuovo, ché mi piaceva Hemingway quand’ero ragazzo.
Ragazzo?, mi son detto guardando il biglietto d’autobus.
Tac, ecco il flash back, mi sono rivisto.
L’autobus che porta in fabbrica. Impiegava lo stesso tempo che ci avrei messo andando in bicicletta, ma alle cinque del mattino, con la nebbia e il freddo era meglio l’autobus.
Dormire non potevo, c’era un cicalar ininterrotto di donne, così fumavo (allora si fumava dappertutto) e leggevo anche solo dieci minuti, ecco che mi son ricordato…

IL BIGLIETTO E’ PERSONALE E NON CEDIBILE.
VA CONSERVATO FINO ALLA DISCESA A TERRA,
eccetera, fino a
IL VIAGGIATORE SPROVVISTO, CON BIGLIETTO NON REGOLARMENTE OBLITERATO O SCADUTO IN ORARIO, SARA’ SOGGETTO A SANZIONE AMMINISTRATIVA DI L: 10.000 (L.R. 6-4-78 n. 16 art. 7).
Era il 1981.
Avevo 25 anni e prima di alzarmi salutavo mia figlia Sonia, che dormiva e che allora di anni ne aveva uno.
Il biglietto, color pesca, è rimasto per 28 anni nei 49 racconti.
Vado a metterlo nel cassetto dei ricordi, ora; badando a non inciampare sui libri.

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UNA GIORNATA PIENA

In quanto tifoso della Fiorentina, da ragazzo vedevo sempre la Domenica sportiva. Aspettavo il momento dei servizi sul calcio, poi la moviola. E, mentre aspettavo, o fingevo di studiare per far contenta mia madre, oppure leggevo qualche libro che non era di scuola ma che spacciavo come tale: e lei, per farmi contento, faceva finta di credermi.
(Finché una volta mi disse, Pensi che son fessa?).
Comunque.
Una volta, attendendo il calcio, sentii il conduttore che parlava di un personaggio sportivo fuori dal comune.
Dunque, se non sbaglio, il personaggio in questione aveva giocato una partita di rugby al mattino, una di calcio il pomeriggio e poi, per chiudere in bellezza, aveva combattuto in un incontro di boxe la sera.
Lo invidiai.
Pensai che dovevo collezionare tante giornate piene anche io.

Ve ne propongo una: che non merita un monumeto ma che, a tutti quelli che mi dicono che dormo poco e non mi riposo mai, spiega qualcosa. Forse.
Allora, sì è vero, io vado di fretta.
(e mi piace la celebre citazione di CélineScrivo come posso, quando posso, dove posso. Scrivo in fretta e furia, come ho sempre vissuto)ma mi piace fare in fretta per poi ritagliarmi del tempo per del sano cazzeggio, specie di notte.
Di notte mi ricarico, insomma.
Allora.
Una quindicina di anni fa, all’incirca.
E’ domenica. La sveglia suona prestissimo, mentre la città dorme devo fare il biglietto e salire sul treno, per lavoro. Da Vercelli a Milano, poi a Milano, dopo un caffè alla stazione Centrale, prendo la coincienza per Firenze. Arriverò attorno alle 11, ho pure un libro dietro (sto preparando l’esame di letteratura). Mangerò un boccone e poi altro treno, per Pontedera: dove è in programma, nel pomeriggio, la partita di serie C2 Pontedera-Pro Vercelli. Insomma: la partita che devo seguire per il mio giornale.
I treni, quella domenica, non ebbero ritardi. Sicché (il sicché è d’obbligo, qui) mi ritrovai a Santa Maria Novella (Firenze) che erano passate da poco le undici. Un caffè, un bombolone (era d’obbligo), una sigaretta e poi, vedendo la chiesa di Santa Maria Novella, pensai: Son qui, quasi quasi entro.
C’era messa. Era iniziata, ne sentii una parte. Contento d’essere entrato in quella chiesa.
Poi, finita la funzione, andai in un bar per un panino e un bicchiere di vino, e poi di nuovo in stazione: dove avrei preso la coincidenza per Pontedera.
Dissi, magari mi faccio una dormitina, bastan dieci, quindici minuti. E invece fui svegliato: da due ragazzi, meno di vent’anni, che, vigliacchi (mio padre dice sempre così: Vigliacchi, quest’anno i pomodori mi fan penare), vigliacchi dicevo, avevano scelto proprio il mio scompartimento. E se la contavano e ridevano, e quanto si divertivano. Allora li avrei strozzati, oggi se ci ripenso penso a quanto siano differenti i ragazzi toscani da quelli piemontesi: quei due, giuro, si divertivano parlando dei piedi di lui, che candidamente ammetteva di averli sì, puzzolenti, ma di esser anche un gran figliolo pieno di altre qualià (nessuna volgarità, comunque, solo allusioni… volgari).
(I ragazzi piemontesi non è che facciano discorsi culturali e basta; ma non hanno l’abitudine di raccontare i cavoli loro a tonalità così alte. Poi è vero, ci son toscani e toscani; quelli della costa, per me, berciano di più di quelli dell’interno).
Allora.
Il resto della giornata, così la faccio breve.
Arrivo a Pontedera, chiedo dov’è lo stadio, mi presento con l’accredito, vado in tribuna stampa accerchiato da giornalisti-tifosi del Pontedera, seguo la partita, che finì zero a zero, e presi gli appunti per poi scrivere la cronaca. Quindi, finita la partita, mi precipitai nello spogliatorio a intervistare: allenatore della Pro Vercelli (Giuliano Zoratti) e allenatore del Pontedera (non ricordo chi fosse).
Il ritorno lo feci in pullman, coi giocatori della Pro Vercelli.
Facendo finta di studiare.
Appena arrivato a casa, andai in redazione e, in fretta e furia, scrissi: cronaca della partita, commento alla giornata di C2, pagelle dei giocatori, articolo con le interviste.
Andai di fretta a scrivere perché sapevo che se facevo in tempo c’era un film che mi interessava. E così, dopo aver scritto (allora a macchina) e riletto andai di corsa a casa dove mangiai: di nuovo in fretta. E alle 22, puntuale, ero al cinema.

Sfiga volle che ci fosse il pienone: così mi guardai Orchidea selvaggia, con Mickey Rourke, al fondo della sala e in piedi. Non mi piacque un granchè quel film.
Però ora ricordo che (mentre guardavo Orchidea Selvaggia) ricordavo: quel pezzo di mattinata fiorentina, e non mi sembrava vero.
Ed ero contento di ricordarla, d’essere entrato a Santa Maria Novella.
A mezzanotte tornai in redazione. C’era nessuno. Sempre il libro dietro. Provai a studiare ma la voglia era poca. Così mi rassegnai e feci tardi in una birreria, che ora han chiuso. Andai a dormire verso le tre, credo, era il mio orario allora.
Era stata una giornata piena.
Ne ho collezionate un po’, credo una ventina.
E comunque: per quanto mi piaccia leggere e scrivere se passo una giornata intera a leggere e scrivere quella no, non è una giornata piena.
Ci vuole  ben altro.

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FACEVAMO SEMPRE TROPPO TARDI

Restano solo i ricordi, ho scritto in Vicolo del precipizio.

Ne ho di nuovi.
Piove, e ai giardini siamo rimasti solo io e Federico Libero detto Cico. (Se qualcuno gli chiede come si chiama, risponde: Federicoliberodettocico).
Mamme, nonni e bambini sono andati via, tutti; io metto Cico sull’altalena e lo riparo con con l’ombrello rosso.
Sempre ai giardini, stavolta è una bella giornata di sole, arriva un tipo su un calesse trainato da un pony; le mamme lo guardano e magari pensano, questo è pazzo; io invece mi avvicino, prendo Cico in braccio, salgo sul calesse; il tipo fa trottare il pony veloce veloce sull’asfalto del campo di basket, dove non c’è nessuno. Un po’ mi pento, sta andando troppo forte, magari questo è un pazzo penso anche io. Cico però dice, Ancora ancora. Dopo qualche minuto rallenta (e io sospiro) e si ferma. Gli allungo due euro, gli chiedo, Bastano? Mi fa, anche troppo. Cico, mentre scendiamo, dice, Ancora ancora (per la verità dice: ancoa, ancoa).
Ne ho di vecchi.
Parigi, 1989.
Tutte le mattine al risveglio, in un bar dopo un indecente caffè francese, gioco a flipper con una bambina, Sonia; ha nove anni, è mia figlia, è abituata ad avere un babbo bambino. Giochiamo in silenzio. Io col pulsante sinistro, lei con quello destro del flipper. Eravamo bravini.
Al mattino, nei mesi in cui devo portarla a scuola, Sonia sa che le farò fare tardi perché ho fatto le ore piccole (a studiare, o leggere; o anche solo ad ascoltar la radio…). Ha imparato a farmi il caffè, a prepararsi da sola. Mi porta il caffè, poi mi dice, Babbo dormi ancora cinque minuti ma poi andiamo, sennò facciamo tardi. Intanto si carica la cartella sulle spalle.
Babbo, ancora cinque minuti e poi andiamo…

Facevamo sempre tardi.

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BOTTE E POVERTA’

Sono cresciuto in mezzo ai figli – come me – degli operai della grande industrializzazione, ora defunta. Negli anni Sessanta, mi raccontano, Vercelli dava il suo benvenuto, Lavoro per tutti, Case per tutti, a meridionali (terun), veneti (ruigo o rovigo), sardo e toscani e calabresi.
Montefibre, Montecatini, Pettinatura Lane, Faini: era una fabbrica di sirene, Vercelli, allora.
Ora spente.
Tanti di quei figli di operai crescevano tra la merda – magari una sola stanza umida dove viveva un unico nucleo familiare – e gli schiaffoni.
Le case popolari erano poche, o in costruzione, e i più poveri vivevano in vecchie case, nel centro della città, ora diverso da allora, rifatto e restaurato.
Era così, allora.
Questo per dire: sono cresciuto in un ambiente violeno che mi fece diventare violento.
Facevo a botte tutti i giorni o quasi, l’importante era che mia mamma non lo sapesse. Il motto della mamma era: Se torni a casa e mi dici che hai preso delle botte te lo do col battipanni; se so che hai picchiato qualcuno… te le do col battipanni.
Già ne prendevo col battipanni: per via delle note, per via dei brutti voti.
(In prima elementare avevo un maestro che, così, per dimostrarsi “aperto” verso i figli della grande industrializzazione parlava spesso in dialetto vercellese).

Avrò avuto sei, sette anni, la prima volta che feci il mio primo incontro con la violenza che ti fa piangere, perché non la capisci.
Dove oggi a Verecelli c’è la Camera di Commercio, negli anni Sessanta c’era un cantiere abbandonato. Avevano scavato per costruire le fondamenta di qualcosa, e avevano lasciato “la buca”, così noi ragazzini, figli di operai, ma c’erano anche figli di prostitute e figli di gente per bene, ci davamo appuntamento lì.
Quella sera avevamo appena fatto un funerale a un gatto. Trovato morto.
Gianna (nome di fantasia), che era figlia della buona borghesia, lo avvolse in una coperta, facemmo un piccolo corteo, qualcuno lo sotterrò, ci facemmo il segno della croce.
Gianna era l’unica bambina. Parlava poco, e noi avevamo una certa soggezione di lei. Ma forse solo perché parlava poco.
Giorni prima, il fratello di Gianna, ci aveva invitati a vederle la patatina, ma a pagamento. Per cinque lire lei si alzava la gonnellina, senza mutandine. Qualcuno – i più arditi, i più grandicelli – oltre a guardare si sbottonavano e si toccavano.
Insomma, giorni prima il mio vocabolario si era arricchito di una parola nuova, perché qualcuno diceva “che bello, mi faccio una sega” prima dell’esibizione di Gianna.
Torniamo al funerale. Alla fine giochiamo, chi al fazzoletto, chi a far la lotta. Io, che dovevo rientrare, guardo un ragazzo più grande di me, incuriosito. Non avrei dovuto.
Cazzo hai da guardare, e arrivò il primo ceffone, forte, in faccia. Cercai di non piangere, ma non ci riuscii. Accadde però che arrivò un vendicatore solitario. Un ragazzo ancora più grande di noi, che non conoscevo. Lavorava già. Al funerale non c’era, lui. Quando vide che mi ero beccato uno schiaffo venne in mio soccorso: mollò un calcio al mio aggressore, e poi mi consolò con una caramellone verde che aveva dentro… il suo fazzoletto. Un fazzolettone che pulito, certo, non era.
Mi rivedo che piango e mangiò il caramellone.

Imparai a darle. Se le dai ti rispettano. Pugni, testate, morsi. A volte esagerai, credo.
Una volta feci a botte contro un’intera squadra di calcio. Io e i miei amici dell’oratorio (ma mica eravamo amici) avevamo perso, punteggio umiliante: dieci a zero. Ci sta. Ma non ci sta che alla fine ti prendan per il culo. Feci a botte contro undici, prima da solo e poi in due contro undici, perché uno della mia squadra, almeno uno (era quello che aveva arricchito il mio vocabolario della parola “sega”), venne in mio soccorso. Che strani che sono i ricordi, però: non ricordo affatto se quelle botte facevano male.

Dieci anni dopo.
E’ una bella sera d’estate, vado a cercare gli amici dell’oratorio. Non li trovo. A un certo punto sono investito da un getto d’acqua, forte, e, subito dopo, sento delle risate, sguaiate. Tre ragazzi che conoscevo si erano introdotti in una villa, approfittando dell’assenza del proprietario, e con la gomme che serviva per innaffiare il giardino avevano innaffiato me, protetti da una cancellata.
Non mi piacque quello scherzo. Li insultai, volevano fare a botte con tutti e tre. Macché: più li insultavo e più ridevano.
Due di loro erano siciliani. per cui sapevo bene come farli uscire allo scoperto: dicendo male della loro mamma.
Figli di troia, dissi io.
Cazzo credi di fare paura, dissero loro.
Mi ritrovai a fare a botte con tutti e tre, e andava bene così: le prendevo e le davo, le davo e le prendevo. La zuffa però degenera: perché vedo che sanguino, perché sento che mi hanno strappato la camicia, la camicia nuova, a righe sottili verdi, appena comperata da mia mamma alla Upim, cazzo.
Divenni una furia. Mentre due continuavano a mordermi e tirare calci, io, con il braccio sinistro affrerrai la testa del più grande, e con la mano destra, gli diedi dei pugni, che non erano solo pugni: perché per fare male – erano cose che facevamo – il mio pugno chiuso comprendeva anche una pietra.
Furono cazzi amari quando tornai a casa.
Ma soprattutto: per la prima volta capii che dovevo avere paura di me stesso.
Fu l’ultima volta che feci a botte.
Nei giorni successivi, la mamma del ragazzo tempestato dai miei pugni rafforzati da una pietra disse a mia madre che a suo figlio erano pure caduti i capelli.

Lo vedo ogni tanto, quel ragazzo. Andiamo a prendere un caffè insieme, parliamo o di Vercelli o dei vecchi tempi. Uno di quei ragazzi che quella sera d’estate mi aveva annaffiato ero suo fratello, che è morto pochi anni fa. Io e A. abbiamo in comune quindi tante cose: le botte che ci siamo dati, due fratelli più giovani di noi morti, i ricordi.
Non gli ho mai detto che se ho imparato a controllarmi, che se non ho più fatto a botte lo devo a lui (però appena lo incontro, è più forte di me, gli guardo i capelli: è stempiato, ma ne ha, ne ha…).

Erano brutte la case a ringhiera, non c’era che un cesso per più famiglie, fuori, erano umide.
Io sono cresciuto in un bel condominio, certo la casa era piccina perché i miei erano portinai, ma avevo la vasca da bagno (anche se l’acqua calda c’era solo la domenica, costava troppo averla tutti i giorni).
Mesi fa è venuto a trovarmi un ragazzo di quegli anni. Viveva in uno stanzone con la madre, prostituta, la nonna, i fratelli.
Lui scappò via da Vercelli. E’ diventato qualcuno. Tornò, quando sua madre si ammalò. Gli ho comperato una casa, è morta serena, mi ha detto.
Pure lui, ricordo, faceva spesso a botte. Ora si interessa di”cose artistiche”, a volte so che è anche in televisione, solo che io la televisione non la guardo.
Mica erano belli quegli anni. C’erano maestri che ci crescevano a calci in culo, c’erano gli ospizi, c’era tanta povertà.

Il ricordo più brutto è l’ospizio dei poveri. Ci andavo la sera, a prendere un mio amico, lo caricavo in bici e poi saremmo andati all’allenamento della squadra di calcio.
Vedeo i più piccoli, bimbi tra i sei e i dieci anni: per mano, che facevano il giro del cortile prima di andare a letto. Se penso alla parola “triste”, io, rivedo i loro volti.

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RICORDI SBIADITI DI FABBRICA

Sono pochi purtroppo i libri di fabbrica, ambientati tra i rumori e i fumi della fabbrica.
E io vorrei tornare indietro, potessi, perché, sì certo, sette anni di fabbrica il segno la lasciano ma i ricordi no, specie se uno è disattento, come lo ero allora.
Anche allora, a vent’anni, volevo scrivere; ma pigramente, senza badare ai particolari.

Mi rivedo il primo giorno.
Cazzo, son contento. A scuola io, elementari, medie, superiori, sono sempre stato in classi di soli maschi.
Mi ritrovo a lavorare fianco a fianco con gente giovane e con donne, dai venti ai cinquanta.
Però devo fare attenzione, io.
Mentre gli altri hanno la “divisa della fabbrica”, giubbotto blu gli uomini, grembiale azzurro le donne, io indosso i miei jeans e la mia maglietta. Avrò diritto a quel giubbotto anche io solo se supero i dodici giorni di prova: e i dodici giorni di prova non li superano tutti.

Al secondo o terzo giorno vedo un uomo che, saranno le dieci del mattino, pure lui è come me, è senza “divisa” (ma è entrato in fabbrica tre, quattro giorni prima di me), viene avvicinato dal direttore del personale.
Ci sono le macchine, non si sente: il direttore, uno grassotello, era un uomo pacifico, non cattivo, ha la faccia di uno che ti sta facendo le condoglianze. E in effetti gli sta dicendo che non ha superato il periodo di prova.
Io, che sto guardando la scena e mi sto dimenticando di lavorare, sento una gomitata: è di un operaio, anziano (si chiamava e si chiama Beppe. Io arrivavo: Ciao Beppe. Lui niente,non mi sentiva e non mi vedeva. Parlava tanto con le macchine, Beppe, in dialetto vercellese, quanti diu bastard diceva in un giorno, fumando ininterrotamente nazionali senza filtro).
Vuoi farti cacciare anche tu?, mi dice Beppe (in dialetto: Ad voli che i dago an pe’ ntal cul anca a ti?, o qualcosa del genere).
Travaja, fa’ nen al piciu.
Mi passò davanti quell’uomo senza divisa, avrà avuto quarant’anni.
Al mattino avevamo preso il caffè insieme agli altri, scherzando, ora piangeva come un bambino, senza pudore.
Doveva tornare a casa, raccontare a sua moglie che lo avevano scartato.
Ebbi paura anche io in quel momento: di non farcela. Di lasciare un ambiente che mi piaceva.
Mi piaceva l’ambiente della fabbrica, anche le cose negative mi piacevano.

Un mese dopo son contento anche quando devo fare il primo turno, che significa svegliarsi alle 5 di mattina per essere lì a timbrare, almeno un minuto prima delle sei o alle sei in punto (se timbri alle sei e un minuto non ti pagano un quarto d’ora, se timbri per tre volte in ritardo ti arriva la lettera di ammaonizione, se prendi tre ammonizioni sei licenziato).
Faceva un freddo bestia alle 5 e 55 del mattino, davanti alla macchinetta del caffè.
Tenevo le mano vicine alla sigaretta, come se la sigaretta accesa potesse scaldarmi. Un’ora dopo ero tutto sudato.
Io spesso ero più infreddolito degli altri: quando la mia Prinz, pagata 500mila lire, faceva le bizze, e questo succedeva almeno una volta al mese, io mi facevo sette chilometri, anche con la pioggia, in bicicletta.
Una volta oltre alla pioggia c’era un vento forte forte: che mi fece volare via l’ombrello.
Qualche mio collega, passando in macchina, mi vide e poi, per rallegrare l’ambiente, raccontò a tutti del mio ombrello volante.  E così, quando arrivai, oltre ad avere anche le mutande marce mi dovetti sorbire le risate sguaiate degli altri, pure di Beppe.

Cinque anni dopo mi sono iscritto a lettere, mattino università, pomeriggio fabbrica: turno fisso, dalle 14 alle 22.
Lavoro in magazzino. Alzo pesi, manovro il muletto, bevo la birra che mi regalano i camionisti tedeschi.
Quando arriva un camion la fabbrica, che col passare degli anni diventa come una grande cella di rumori e di fumi, mi fa vedere, da un grande portone che si spalanca per consentire l’ingresso del camion, i colri di un prato, fuori, e, oltre il prato, di pioppi non lontani.
E dal momento che uno, quando si iscrive a lettere, pensa di aver dimestichezza con i versi, un giorno scrissi, sul retro di una bolla di accompagnamento (ma ora che ci penso, questi brutti versi, non li scrisse uno studentello; li scrisse un operaio).
L’invalicabile portone beffardamente per un attimo s’apre a colori vivaci, di primavera.
Ma se la vita è bella non è vita aspettare da dentro che di fuori tristemente sia già sera.

Quando ero entrato in fabbrica, anni prima, mi piaceva, la sera quando suonava la sirena, pulirmi le mani con la pasta lavamani, sembrava magica. Già, lo era: raschiava la pelle.
Cinque anni dopo sento che fa male e che per quanto io sfreghi un po’ di unto nella pelle resta sempre, pare un marchio.

Ora mi spiace avere dei ricordi vaghi: ché uno che vuole scrivere deve fare attenzione a tutto, mica solo a questo.

Questa è una foto di una manifestazione di metalmeccanici a Vercelli. Deve essere il 1979. Quelli di cui si vedono i volti sono i miei compagni di fabbrica; io son quello girato, sulla destra, mani in tasca e barba lunga, incolta.

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IL BAR DELLA DOMENICA MATTINA

Quando ero ragazzo, sui 17, 18 anni, avevo un rituale la domenica mattina. Mi svegliavo verso le 9 e poi, con un libro, andavo nel bar dove ero solito incontrare alcuni amici.
C’era una salettina con 15, 16 sedie, un paio di tavolini, un telefono a gettone, la luce soffusa e, in fondo, un juke boxe.
C’è un po’ di pioggia e il cielo è grigio nel ricordo di quelle mattine.
E c’è il mio bicchiere di latte tiepido accanto alle mie sigarette (Ms o Gitanes).
E c’ero solo io, lì dentro, a sognare, tra una pagina e l’altra
E c’è una canzone, colonna sonora del ricordo

bella, col fermaglio tra i capelli a forma di stella
gli anni, sono quelli che ci fregano dentro sono gli anni
che ci lasciano soltanto e solo dei ricordi
che ci lasciano qualcosa che non tornerà
sei sempre bella, passa il tempo….

Non entrò mai nessuna ragazza col fermaglio a forma di stella, al bar delle mie domeniche mattino.

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Un pianoforte da 18 tasti

21 ottobre 2011

Questo blog ha conosciuto giorni migliori. Magari un post al giorno, a volte tanti commenti (specie se si parla di editoria e di invio di manoscritti), tanti visitatori. Seicento, poi quattrocento, poi duecentocinquanta.
Questo blog da 21 mesi circa langue: dal giorno in cui nacque Federico Libero, detto Cico.
Langue perché Federico Libero scandisce la mia giornata, e quindi ho ben poco da raccontare. Quando facciamo colazione, lui pretende di inzuppare il suo biscotte nel mio tè. Poi io vado davanti al pc, per controllare la posta elettronica. Devo essere velocissimo, perché arriva lui, vuole essere preso in braccio, vuole vedere su yuotube o “puto”, che sarebbe poi il cartoon di Pluto, o “catta”, cioé Volta la carta di de André, che lui chiama amichevolemente Dende.
Poi corro, perché son sempre in ritardo, in redazione.
La sera, dopo cena e dopo la passeggiata col cane, Federico Libero o fa un piccolo concerto assordando i vicini – con la mano sinistra picchia i tasti di un piccolo pianoforte con la destra o un tamburo o l’armonica a bocca – o mi chiede di ascoltare musica. Giuro: ci son canzoni come La vecchia fattoria o Bella ciao di cui ho quasi la nausea e che non reggo più.
Quando se ne va a letto, verso le 11, mi restano le mie solite quattro ore, a volte cinque di pausa notturna. Di silenzi interrotti da un treno in lontananza, o dalle urla – che sembrano urla umane – di gatti in calore. Leggo, scrivo (di questi tempi sto scrivendo: racconti noir), rispondo alla posta elettronica, faccio un salto su facebbok e un salto qui, su questo vecchio blog.
Oddio: leggo, scrivo si fa per dire. A volte cazzeggio, perché son troppo stanco e comunque al silenzio della notte, sonno o non sonno, non voglio rinunciare.
A Federico Libero una volta ho detto: Da quando ci sei tu non leggo più e non scrivo più… per la verità ho detto anche una parolaccia, e lui si illumina quando sente una parolaccia, la ripete subito (occa-uttana), e Francesca mi ha tirato il culo (poi quando all’asilo verrà ripreso dalle maestre ti dirà grazie).
Ma va bene così.
Da quando c’è lui m’incazzo di meno.
Quando nacque, per esempio, con la Newton Compton fu rottura: saltò la pubblicazione (che loro avevano annunciato e sbandierato addirittura nel catalogo del quarantennale) di Bastardo posto.
Va bene Perdisa, dissi a Federico Libero, mentre armeggiavamo con un carillon.

Scrivere comporta saper convivere col maldipancia. Si rischia la depressione, si rischia. Io più di tanti, dal momento che son soggetto a periodi bui, dal momento che poi convivo quotidianamente con i casini che comporta l’essere direttore di un giornale (lamentele, scontri, lettere anonime, querele, a volte minacce).

Comunque: sta per uscire Vicolo del precipizio.
Saranno, come sempre, più maldipancia che altro. Fanculo.
Maldipancia attutiti, però, da un piccolo pianoforte con diciotto tasti.

 

VICOLO CANNERY

Ci sono oggetti a cui siamo legati, solitamente son ricordi.
Tra gli oggetti a cui son legato io c’è un libro, Vicolo Cannery, di Steinbeck.
Mi riporta a una mattina, di 27 anni fa. Sto studiando, devo dare un esame e il tempo è poco: anche perché il pomeriggio dovrò andare a lavorare.
Non solo. Sto studiando e devo pure fare da baby sitter a una bimba, Sonia, che ha due anni. Per mio fortuna è bravissima, ogni tanto canta, ma lo posso sopportare. Mentre studio, però, mi accorgo che è troppo buona, troppo silenziosa. Mi giro verso di lei: in effetti è indaffaratissima. Sta succhiando un mio libro, Vicolo Cannery di Steinbeck.
Sulla copertina, in alto, dove ci dovrebbe essere scritto il nome dell’autore, c’è la sua impronta: dei denti da latte.

Vicolo Cannery, comunque, inizia così.

Il vicolo Cannery a Monterey in California è un poema, un fetore, un rumore irritante, una qualità di luce, un tono, un’abitudine, una nostalgia, un sogno.

 

 

Responses

  1. che bello remo, è una benedizione avere avuto genitori poco istruiti, ne so qualcosa. quelli che ti dicevano leggi e studia e anche non lamentarti perchè c’è chi sta peggio. e poi anche, devi andare bene a scuola che è il tuo lavoro.

    a proposito, fiezzare, sarebbe, credo, in pisano “fare i fii” cioè piagnucolare e lamentarsi per niente…

  2. Queste parole sono uno – strano, inaspettato – specchio per me, nonostante io abiti un’altra generazione.
    Il battipanni, la conta dei secondi, la corazza, il macigno del passato. Vederla quasi indifesa, oggi, mi fa rimpiangere quella durezza che non capivo e che si è trasformata nella mia più radicata ricchezza.

  3. Ciao. Sono andata da F.B. a cercare notizie su di te perchè non capivo a quale “tuo giornale” ti riferivi.
    Ho trovato questo tuo sito ( o è un blog? non capisco mai la differenza) che è veramente bellissimo. Bellissimo è il modo in cui parli dei tuoi, del tempo, della povertà, del lavoro, di una Italia che non vediamo più ma ci portiamo addosso e dentro, di sentimenti profondi, radicali.
    Spero che il tuo lavoro ora ti soddisfi intellettualmente ed economicamente.
    Buon proseguimento di vita!

  4. un suo libro avuto per caso(una signora anziana lo stava buttando in discarica e mio marito che ci lavora me lo ha recuperato:La donna che parlava con i morti). L’ho letto quasi senza pause. Basti dire che e’ la prima volta che vado sul blog di uno scrittore (e di chiunque altro) e perdipiu’ scrivo un commento! Intrigante avvolgente. Inoltre, Genova,la mia citta’,e’ raccontata negli angoli che io amo di piu’.Nell’ordine:vicoli,porto,mare.Ringrazio il caso che mi ha fatto conoscere lei un po’ del suo lavoro e del suo mondo. Ps:anche mia mamma e’sempre stata dura e per molti aspetti non ha avuto una vita facile.

  5. Ho letto Fratello fragile e ho le lacrime che mi rigano il viso. Conosco questo tipo di sofferenza, la conosco troppo bene. E non bastano mille lacrime per ricacciarla indietro. Ma perché poi ricacciarla? Fa parte della vita e forse è una fortuna averne un ricordo così bello, così intimo, così profondo. Una cosa che niente e nessuno potrà mai toglierti. Un tesoro. Sì, la morte di una persona cara è un tesoro, un inno alla nostra e alla sua vita. Un inno alla vita insieme, nel bene e nel male.
    La semplicità della morte è sconvolgente. Tutti pensiamo alla morte come ad un evento e invece un attimo sei vivo e un attimo dopo non respiri più. Te ne puoi andare con un tonfo o te ne puoi andare in silenzio, in punta di piedi, lasciando stupore e sgomento.
    Cosa ci sarebbe stato da dire che non fosse già stato detto? Quale amore si sarebbe potuto recuperare che non fosse già stato vissuto?
    A me stanno succedendo cose strane. Una mia parte profonda riconosce in alcuni piccoli eventi quotidiani, come ascoltare una canzone alla radio, incontrare una persona che ha il suo stesso nome, un tentativo di comunicazione da parte di mio marito (bada bene che io sono atea, non credo agli angeli, ai fantasmi, o chissà ché). E’ come se mi dicesse (ma forse sono io che vorrei sentirmelo dire):
    Vai avanti così, stati facendo le cose giuste, io ci sarò sempre per te, ma vivi, ama, non perdere un attimo, perché hai toccato con mano quanto può essere breve la vita. Ma se piango è perché lui è stato tanto sfortunato e la sua grande voglia di vivere è stata inesorabilmente tarpata.
    Moreno non ti ha mai fatto sapere, a proposito della sua morte: Hai visto che cazzata che ho fatto? Io mi sento di assomigliare un po’ a questo tuo fratello fragile, forse perché ho passato i primi quattro anni della mia vita sola con i gatti, senza bambini e senza adulti -contadini, troppo impegnati a lavorare, e poi non c’era la mentalità di occuparsi dei figli, dovevano crescere da soli (mio padre mi diceva ancora a vent’anni: I figli bisogna tirarli su come le piante, con un bastone di sostegno e poi, una volta cresciuti, slegarli e lasciarli andare, aveva applicato le regole che aveva imparato e con cui lui stesso era stato educato, ma non aveva calcolato che sarei stata timida, insicura e fragile, una volta tolto il bastone di sostegno, forse perché un po’ lo era anche lui e andava bene). Ma sono stata fortunata, ho sofferto, mi sono sudata la libertà fisica e mentale e ho potuto allevare una figlia in maniera completamente diversa: la mia missione penso di averla compiuta. E ne vado fiera.
    Ho detto che sono stata fortunata. Perché ho incrociato, nella vita, credo casualmente, le condizioni giuste affinché potessi crescere e irrobustirmi.
    Da quel poco che ho letto di Moreno ho la sensazione che lui, invece, sia stato molto sfortunato.Forse, con ironia, aveva accettato la sua sfortuna? Al punto da sfidare la sorte, sorreggendosi sui fili della biancheria?
    Il senso di colpa è duro a morire. Ogni giorno, dopo la morte anche per malattia di una persona cara, ci chiediamo: ho fatto tutto quello che avrei potuto fare? Avrei potuto fare di più… se soltanto… avessi detto… avessi fatto…?
    Cinque anni di terapia non mi avevano fatto capire una cosa semplicissima che mi ha spiegato il mio agopuntore, pure psicologo e psichiatra, che ho conosciuto un mese fa: il senso di colpa nasce in noi dall’educazione che ci impartiscono i nostri genitori quando ci inculcano il senso del dovere, quando non ci fanno mai sentire all’altezza, quando ci dicono o ci fanno intendere che siamo incapaci di fare le cose bene e si supera quando questo senso di colpa lo si elabora e lo si trasforma in senso di responsabilità.
    Non avere più lo sguardo triste Remo, goditi la tua famiglia, sii sereno. Moreno devi lasciarlo andare. La sua strada non è la tua. Cosa mai avresti potuto fare per lui?
    Soltanto lui, da solo, avrebbe potuto farcela. Ma lui ha scelto di no. E ha pagato fino in fondo.
    Mi accorgo che ho detto cose che forse non hanno nessun senso (non ci conosciamo nemmeno) e non so se avrei dovuto cancellare tutto. Diciamo che mi assumo la responsabilità di avere scazzato tutto.
    Ciao. Angela

  6. Ciao Remo, ho letto ieri “Fratello fragile”e ho ancora il groppo in gola! Di Moreno hai tracciato un’immagine delicata e poetica, ma così intensa, da farcelo
    sentire “parente affettuoso” anche a noi che leggiamo.
    Grazie di aver condiviso questo importante ricordo.
    Sei stato per Moreno un grande fratello, come lui, credo sia stato per te.
    Ciao, un abbraccio Isabella

  7. fratelli fragili
    figli fragili
    a volte ti senti più fragile di loro quando ti accorgi che puoi fare poco per aiutarli ad uscirne fuori.
    Grazie anche per tutte le altre storie di vita.
    Marchetti Fausto

  8. leggo tanto, un po’ perchè è il mio mestiere, un po’ perchè leggere è il mio passatempo e il lenitivo per la mia ansia. ti posso dire una cosa per certo: sono poche le parole che arrivano al cuore. parlo di quelle parole che non sono pensate, che fluiscono direttamente dal cuore e che veicolano emozioni di prima mano. tua madre è come se la conoscessi adesso. il dolore per tuo fratello lo provo anch’io. e tutto questo solo grazie alle tue parole che li hanno saputi raccontare. ti abbraccio e ti ringrazio.
    Ina

  9. Le tue parole viziano i sensi di emozioni profonde. Il mio cuore gioisce, Io ti ringrazio.
    Mirta

  10. Che dirti Remo? Lo sai che ti preferisco così, ma capisco anche che non è possibile esporsi sempre. Erano secoli che non venivo a leggerti ed è stato bello farlo.
    Sei bravo, e sei una brava persona.

  11. Buongiorno Remo ho letto “fratello fragile” è sento il bisogno di comunicarti ,che nella nostra vita cè un momento in cui si sente il bisogno di raccontare di se e tu lo stai facendo in modo assertivo raccontanto di te e dei tuoi cari ci stupisci sempre con il tuo raccontare,perche arrivi nel cuore di ognuno di noi regalandoci infiniti emozioni ,ancora grazie Remo


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