Pubblicato da: remo | 28 settembre 2017

Io, il mare e il cane, alle sette del mattino

Mi manca il mare.
Prima però dico altro. Dico che a una stelle cadente chiederei di farmi vivere a Cortona facendo lo scrittore, da mattino a sera.
Torno al discorso sul mare.
Sono due anni che, nel mese di luglio, vado in Maremma, vicino a Scarlino. Vado a Baia dei gabbiani, dove affitto un bungalow. Ci vado perché lì si possono tenere i cani, anche in spiaggia.
A Baia dei gabbiani, io, non vedevo l’ora di svegliarmi, dopo quattro ore di sonno. Mi svegliavo alle sette senza bisogno della sveglia e, subito, andavo a fare un giro nella spiaggia deserta, col cane.
Io e il mare e il cane alle sette del mattino, e qualche pescatore. E una sensazione, mai provata, di benessere. Ho mille acciacchi, sempre. Mal di schiena, mal di testa, colite persistente. Lì stavo bene. E al mattino, dovunque io vada, sono sempre uno straccio. Mi risveglio al terzo caffè. Al mare no, mi sentivo subito… vivo.
Ecco, non so cosa direi a una stella cedente.

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Pubblicato da: remo | 27 settembre 2017

Perché ho scritto: Il quaderno delle voci rubate (1)

Perché ho scritto dei libri? mi è stato chiesto e mi son chiesto.
Parto dal primo, Il quaderno delle voci rubate.
Ho 39 anni, faccio il giornalista e, da giornalista, sono obbligato a scrivere in un certo modo e poi gli argomenti non li scelogo io. Ho 39 anni, mi sono laureato da pochi anni, lavoro da mattina a sera nella redazione del giornale La Sesia, gioco a bowling a livello agonistico e, oramai, il sogno di scrivere – che mi aveva accompagnato sempre – lo sto accantonando. Una sera però ho mal di denti, e, cosa strana, non esco di casa. Esco sempre io, amnche solo per un giretto di dieci minuti. Anche se ho la febbre. Una voce mi dice “raccontami una storia”: cominciai a far scrivere le mie mani. Scrivevo senza sapere cosa avrei scritto due righe dopo. Finii a tarda notte, poi misi via il bloc notes. Già, avevo scritto a mano. L’incipit de Il quaderno delle voci rubate è stato scritto a mano.

Sa di antico il mio piccolo bar: è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comperare i dolci della pasticceria Delrosso. Qui agli inizi del 900 c’era la bottega di un falegname.

Due mesi dopo lo riprendo in mano il bloc notes grande, formato degli a4. Ricordo molto bene. Era un giorno di Pasqua. In fuga da un pranzo familiare, ero solissimo in redazione. Prima di rileggere dico a me stesso: ora rileggi e poi farai come sempre: distruggerai. Hai fatto sempre così, da anni.

Rileggo. E per la prima volta mi piace quel che ho scritto. Mi viene voglia di continuare. Voglio continuare. Perché non ho nessun caporedattore nessun direttore a cui dare spiegazioni.
Il libro fu poi pubblicato dal giornale La Sesia, che lo diede in regalo agli abbonati, che erano circa 1500. O meglio: doveva essere il regalo per gli abbonati.
Poi ci fu un ripensamento. Agli abbonati furono date due opzioni: o il mio libro, o un’agenda con euroconvertitore.
I più scelsero l’agenda.
Il quaderno delle voci rubate, per me, è un libro fantasma. Tant’è che ho proposto, ma invano, ad alcuni editori di ripubblicarlo. Ma torno a ripetere: quando lo scrivevo mi sentivo libero, libero di scrivere come volevo io. Certo, c’era anche la voglia di raccontare storie che avevo dentro, nella testa e nelle mani, da tempo. Ma scrivere fu soprattutto un atto di ribellione.
il quaderno

Il Fatto - Novelli.png

Pubblicato da: remo | 3 settembre 2017

Il mondo antico dei blog

Ho come avuto la sensazione, una sensazione intrisa di dolce nostalgia, di tornare come in un luogo d’infanzia, ricco di segni e ricordi, tornando a leggere cinque, sei, sette blog, e a sfogliarne altri con la ripromessa di riprendere un cammino tralasciato…

Sembra quasi che il passato a cui mi sento legato non voglia fuggire.
Gente che preferisce tornare nelle sale cinematografiche, che sembravano travolte dalle multisale; e libri di carta che vogliono restare di carta
(leggete qui).

Il mondo antico dei blog no, verrà sommerso. Ma non del tutto.
(Ieri mi son detto che se trovo una vecchia Fiat 500 la compro).

Pubblicato da: remo | 20 agosto 2017

L’allenatore

Un mio pezzo di sport, su Infovercelli24.
E’ sull’allenatore della Pro Vercelli, Gianluca Grassadonia.

http://www.infovercelli24.it/2017/08/20/leggi-notizia/argomenti/sport-11/articolo/grassadonia-la-scelta-forte.html

Pubblicato da: remo | 18 agosto 2017

Fratello fragile: preghiera in agosto

Copio e incollo quello che scrissi il 18 agosto del 2010.

Ci sono i miei ricordi cortonesi, i miei ricordi degli anni della fabbrica ma, in questo blog, sebbene io racconti di incontri o di scampoli delle mie giornate, in questo blog, dicevo, non parlo quasi mai della mia vita.
Questo blog è soprattutto un piacevole passatempo ed è anche un luogo virtuale che mi ha permesso, poi, di conoscere per davvero persone speciali.
Nacque, questo blog, per scherzo. Dissi a un mio cugino acquisito: Stanno per uscire due miei libri, fammi un sito.
Mi disse, Aspetta, e comincia a vedere come ti trovi con questa cosa qua.
Era il 23 marzo del 2006…
Dicevo, questo blog non è un diario.
Qui scrivo quel che mi passa per la testa…
Io, lo sapete, scrivo: articoli e libri (magari non per molto…).
Il 18 agosto del 2005 morì mio fratello Moreno, aveva trent’anni.
Scrissi una lettera (che prima apparve sul giornale che dirigo*), che per me è una preghiera.
Da rileggere, da condividere, anche.
E’ nella sezione ricordi (il primo) di questo blog, si intitola Fratello fragile.
Questo blog non è un diario ma il 18 di agosto di ogni anno lo è, almeno un po’.
Solo per un giorno.

  • Dal 2014 non dirigo né lavoro più al giornale La Sesia. Chiusa la parentesi politica, mi sono rimesso a scrivere libri (ci provo almeno), curo una rubrica sul blog de Il Fatto, collaboro con InfoVercelli24.

 

Poi. Moreno è morto la sera del 18 agosto di 12 anni fa. Avrebbe 42 anni, oggi. Pochi anni fa è morto anche il suo cane, Tobi, che dopo quella sera divenne in cane mio e di mia moglie Francesca e di mio figlio Libero. Quando portavo Tobi nel cortile di via Dante, Tobi andava subito a coricarsi nel punto esatto in cui mio fratello era precipitato. Lo sentiva ancora, lui.

Pubblicato da: remo | 17 agosto 2017

Citazioni e altro

Le (mie) citazioni preferite (che comprendono una poesia e un verso di una poesia). Ognuna ha un suo perché.

Quel male di trovare ovunque soltanto il desiderio di essere altrove. Emil Cioran

Bisogna essere dei duri senza mai perdere la tenerezza. Ernesto Che Guevara

Amo i solitari, i diversi,
quelli che non incontri mai.
Quelli persi, andati, spiritati, fottuti.
Quelli con l’anima in fiamme.
Charles Bukowski

Urlino tutte le ingiustizie del mondo. Ho-Chi-Minh

Fa che ogni tuo giorno conti. Enrico Possis

La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti
Beppe Fenoglio

Io sono un clown e faccio collezione di attimi. Heinrich Böll

Ogni fiore si sente un po’ rosa
ogni fiume si sente un po’Po.
Ernesto Ragazzoni

Pubblicato da: remo | 15 agosto 2017

Piccoli gatti

E’ notte fonda, la strada che porta ad Alagna, in Val Sesia, in alcuni tratti è poco illuminata. Però li vedo, grazie ai fari della mia auto. Sono in mezza alla strada.
C’è il piccolo gatto morto e, accanto a lui, l’altro piccolo gatto, che lo annusa. E non si cura, né gli importa niente di niente, delle auto che sfrecciano, pericolsamente. L’altro dorme per sempre, lui resta lì, a vegliarlo. Mentre le auto sfrecciano, ché è tempo di ferie, e non possono fermarsi, ché la strada è stretta.

Pubblicato da: remo | 14 agosto 2017

Quando gli occhi accarezzano, ma per davvero

Ritorno alle origini. Sono arrugginito, ma ho intenzione di rimettermi a scrivere pezzi di cronaca: bianca, politica, sport. Per adesso lo faccio in un giornale che è ancora in fase di allestimento.

Avevo quanti, trent’anni?, quando mi mandarono in una casa di risposo; dovevo raccontare la festa per i centocinque anni di una signora.
Non la presi bene bene. Avrei voluto fare il “giro di nera” con un mio collega, oppure andare a vedere un allenamento della Pro Vercelli, ma tant’è: quando inizi, pur di restare, vai anche a comprare le sigarette al caporedattore.

Appena entrato, non trovai nessuno, quindi mi misi a cercare dove fossero festa e festeggiata. Vidi una vecchietta, le chiesi. Mi disse che mi avrebbe accompagnato lei, e che lo sapeva bene, lei, dov’era la festa. E’ mia mamma che compie gli anni, mi spiegò, con la faccia rabbuiata, aggiungendo, in dialetto vercellese, “la sta semp ben”, sta sempre bene. Tra le dueì, lo capii poi, non correva buon sangue.
La centocinquenne, appena mi vide mi indicò una sedia, accanto a lei. Ci mancava pure questa, pensai, la vecchietta, però, appena mi accomodai mi fece ridere: “a mi am piasu i giovni”, a me piacciono i giovani, mi disse facendomi l’occhiolino.
E poi, sollecitata, dai parenti, “racconta, racconta nonna” mi disse della sua vita da mondina, dei suoi due mariti fino ad arrivare alla casa di riposo. “Sto bene qui, ieri sera ho mangiato peperoni e acciughe”.
Accanto a lei c’era un infermiere, un omone con la barba. Ogni tanto l’accarezzava. La festa fu veloce. Alla fine l’infermiere mi venne vicino e mi disse: “La sera quando la metto a letto mi dice, ma perché non muio? Sono stanca”.
La guardai, capii che mi piaceva guardarla e, soprattutto, mi piaceva guardare come lei guardava il mondo accanto a sé. Con dolcezza e disincanto?
(Nel pezzo che scrissi, scrissi tutto, omettendo solo la frase sulla morte e quel che pensai dei suoi occhi).
Non la rividi più.
Morì alcuni anni dopo, tre, quattro, non ricordo. Ma ripenso spesso ai suo occhi. Erano sereni e dolci. Credo sia vissuta e sia morta bene, grazie ai suoi occhi. La frase “accarezzare con lo sguardo” è inflazionata, solo alcuni – pochi – hanno questo dono.

 

 

Pubblicato da: remo | 14 agosto 2017

Ci sono stati giorni di blog (e un vecchio post)

Son tanti che questo blog vive. Dal 2003, mi pare. Poi è arrivato facebook, e da allora questo blog vive male.
Ho passato due sere a rivedere come funziona il sistema editoriale, a controllare link, concellare quelli che rimandavano a pagine diventate inesistenti.
Per alcuni anni anche il blog era la mia vita. Lo usavo per parlare di tutto. Facevo così: mi mettevo a scrivere la prima coa che mi veniva in mente.
A volte nemmeno, perché la mente era vuota come una campana arrugginita. Mettevo giù una frase, lasciavo che fossero le mani a scrivere (sembra una minchiata ma così non è). Uno dei miei post – migliori credo – nacque proprio così. Una frase, poi un’altra, poi arrivò Luciana alle mia mani che scrivevano.

Copioincollo la parte iniziale

Ho cambiato bar, ieri mattina. Desidera? Un caffè ristretto, grazie. Poso un euro, in attesa del caffè, e mi giro verso i clienti, ai tavolini; ci sono sei sette persone, ma conosco nessuno penso, del resto, penso ancora, questo è un bar nuovo. Mi ri-giro, e il caffè è servito. Appena porto la tazzina alle labbra mi sento sfiorare da qualcuno, sulla spalla. Qualcuno che, appena mi volto, sento che mi chiede, “E Luciana?”, dileguandosi. A questo punto il… sogno è finito.

Giuro: mentre scrivevo le prime frasi – Ho cambiato bar, ieri mattina. Desidera? Un caffè ristretto, grazie. Poso un euro – non sapevo cosa sarebbe arrivato. A volte arriva il buio, così uno cancella, e arrivederci e grazie. Oppure arriva, arrivò Luciana.

Il resto del post eccolo qua.

Era un sogno. Il bar esiste. Io pure, ho il sospetto di esistere. Chi abbia detto “E Luciana?” non lo so. Nei sogni a me capita spesso di vedere persone senza volto, oppure di ricordare un volto che sembra una foto terribilmente sfuocata. E Luciana? Esiste? Quante ne conosco? Nemmeno una, ho pensato ieri mentre andavo a lavorare. Devo dire la verità: durante il giorno non è che ci ho pensato molto. Prima di arrivare in redazione ho incontrato un avvocato (che non è il mio), poi, a parte due telefonate a due amiche, una che sta in Romagna e una che sta invece nella mia città, non ho fatto altro che lavorare, rispondere al telefono, rispondere alla posta elettronica, il mio solito giorno di lavoro, insomma, che inizia un po’ prima delle 11 di mattina e termina verso le 23 tra menabò, riunioni, titoli da passare. E Luciana?, mi sto domandando ora, da un po’, che è notte fonda e il cane e il gatto, stranamente, stanotte dormono e non fanno avanti indietro dal giardino scambiandomi per il loro portinaio. Forse so chi è Luciana. C’è una Luciana nella mia vita, e forse è anche la donna più importante della mia vita. C’è un ma: ma io, questa Luciana, non l’ho mai vista. Era duro il lavoro nei campi per i mezzadri. Una giovane copia, Franco e Nella, lavorano in podere con viti, ulivi, grano. Si sono appena sposati. E’ il 1955. Nella resta incinta. Ma lavora anche. Ha trent’anni, è da quando aveva sei anni che porta al pascolo maiali o pecore. Ed è una donna forte: sa sollevare da terra una balla di grano da un quintale e se la porta sulle spalle. Roba da uomini: forti. E’ incinta, certo, e un po’ si riguarda, ma deve comunque lavorare. Non mangi se non lavori, quando sei a mezzadria. Sotto il sole o la pioggia. C’è abituata, lei. Una sera, però, si sente male. Franco corre, chiama il dottore che arriva, visita Nella e le fa una visita ginecologica, perché vede che ha perso sangue. No, non ha perso sangue: ha perso la bambina. La chiamarono Luciana, nata morta (e prematura: doveva venire al mondo a gennaio, credo, del 1956). Era l’autunno del 1955 quando sotterrarono il corpicino di Luciana nel cimitero di Sant’Angelo vicino a Cortona. Un anno dopo, settembre 1956, sono nato io. Per caso. Certo tutti nasciamo per un caso. Un incontro tra due persone. L’incontro casuale delle due persone che mi hanno messo al mondo avvenne perché Luciana lo consentì, morendo prima del tempo. Nasciamo tutti per caso. Io per un caso, come tutti, e per Luciana.

Spero di riuscire ancora. Mettermi a scrivere per poi leggere cosa le mia mani hanno scritto.

 

 

Pubblicato da: remo | 13 agosto 2017

Proposte editoriali in miniatura, su Il Fatto

Prosegue la mia rubrica sul Fatto con proposte editoriali. Sono arrivato alla sesta di Quattro mezze cartelle.

Ecco qua
http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/13/quattro-mezze-cartelle6-1968/3784940/

Pubblicato da: remo | 26 luglio 2017

La notte del santo, tre recensioni

Recensione su Notizia Oggi, settimanale di Vercelli e dintorni, il pdf qui a sinistra

 

 

Poi. Recensione su La Poesia e lo spirito de La notte del santo

https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2017/07/25/remo-bassini/


Recensione sul blog Sonnenbarke

https://sonnenbarke.wordpress.com/?s=Remo+Bassini


 

Pubblicato da: remo | 20 luglio 2017

Presentazione – intervista de La notte del santo

Prima presentazione a Vercelli, del mio giallo pubblicato da Fanucci (Time crime).
Presentazione con domande e risposte.

Ecco il link dell’articolo

http://www.infovercelli24.it/2017/07/13/leggi-notizia/argomenti/arte-e-cultura/articolo/intervista-a-remo-bassini-su-la-notte-del-santo.html

Pubblicato da: remo | 13 luglio 2017

Presentazione libro con intervista al sottoscritto

 

Prima presentazione del mio libro La notte del santo.
Con domande e risposte qui riportate

http://www.infovercelli24.it/2017/07/13/leggi-notizia/argomenti/arte-e-cultura/articolo/intervista-a-remo-bassini-su-la-notte-del-santo.html

Pubblicato da: remo | 3 luglio 2017

La notte del santo, un piccolo estratto

Piccolo brano tratto dal mio ultimo libro, La notte del santo. Time crime edizioni.

Giuliano Amadei vide il corpo senza vita di suo figlio pochi
minuti prima che arrivasse la polizia. Marco era seduto in auto, sul lato guidatore, bloccato dalla cintura di sicurezza. Con la testa penzoloni, quasi staccata dal corpo. La bocca incerottata. E sangue sul sedile, sui tappetini, sul vetro interno.
Non furono rilevate tracce di cocaina o di altre droghe, ma che il ragazzo fosse un assuntore e anche un piccolo spacciatore era noto, sebbene l’avesse sempre fatta franca (il padre era convinto che il figlio si fosse fermato alle canne).
E comunque, era rincasato da bravo figlio.
«È tornato perché mia moglie, proprio oggi, va sotto i ferri»
disse in lacrime il padre.
L’ispettore Tavoletti, entrando in casa Amadei, notò un grande poster appeso nell’ingresso: era una fotografia di una ventina d’anni addietro, di una manifestazione a Torino, con tante bandiere rosse e del sindacato. Giuliano Amadei, guardando l’obiettivo del fotografo, sorrideva orgoglioso di essere lì con un bel bimbo che stava portando sulle spalle.

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