PUBBLICATI IN RETE

DICONO CHE FARANNO UNA CITTA’

Dicono che costruiranno una città, tra la collina e il mare, fuori dal tempo.
Faranno case di legno, coi camini.
Ci saranno le auto, ma resteranno fuori, in quattro grandi parcheggi.
Dentro la città solo qualche bus elettrico e tante biciclette.
Non ci saranno computer, in questa città, ma due sale cinematografiche, una con prodotti commerciali, l’altra con vecchi o introvabili film per appassionati, e non ci saranno antenne, perché si ascolterà solo la radio, e non ci saranno telefonini, ma cabine, a ogni angolo, e ci saranno feste tutte le sere, fino a tardi ma non fino a tardissimo, e verranno organizzate però a nord, ché a sud, dove è stato realizzato un parco, ci sarà un posto, un bar con una libreria, per chi, non amando né feste né balli, potrà gustare, così, il silenzio, e pazienza se in lontananza sentirà le note di una fisarmonica o di un violino.
E non ci sarà plastica, in questa città.
La spesa si farà con le borse che si usavano una volta, le penne saranno solo stilografiche, i rasoi con le lamette intercambiabili.
C’è tanta gente che sta chiedendo, di questa città.
Gente che vorrebbe incontrarsi in piazza, e poi decidere cosa fare la sera.
Perché la sera, in questa città, si faranno cose.
Ci saranno circoli di lettura, ma anche sale dove la gente potrà giocherà a carte, o a tombola.
O studiare. O raccontare storie. O pensare alla città.
Nessuno, in questa città, mostrerà i propri muscoli o il proprio sapere agli altri.
Si cercherà, in questa città, di fare come fanno i bambini dei villaggi indiani, che quando hanno contrasti parlano e poi parlano e parlano ancora finché non si son chiariti.
E i vecchi saranno i re di questa città.
Avranno rispetto e compagnia.
Così che gli ultimi capitoli lascino un buon ricordo.

IL GATTO

Per strada un gatto, bianco e rosso.
Accanto a lui, sull’asfalto, una grande macchia, di sangue.
Parrebbe adagiato, come usano fare i gatti quando dormono, ma la testa è eretta, pare staccata, non appartenere al corpo.
Fissa il vuoto, maestoso.
Sembra irreale, scolpito, di pietra.
Aspetta.
Piove, appena appena.

RONDA FASCISTA

Era il tempo delle mele, dei radicali che facevano comizi, dei militari del servizio di leva obbligatorio in libera uscita, delle ronde.
“Occhio la ronda” dissero alcuni militari che, quella sera d’estate di un bel po’ d’anni fa, erano in piazza a sentire un parlamentare radicale che aveva richiamato una alta percentuale di belle ragazze e, quindi, anche di militari.
“Occhio la rondaaaa”, troppo tardi. Uno di loro, mescolato ai manifestanti, non aveva sentito e fu prontamente preso in consegna dal terzetto: reo di non avere il basco in testa. Ché i militari, allora (oggi non so) il berretto dovevano averlo sempre in testa.

Il comizio stava prendendo una brutta piega.
E’ una provocazione fascista, urlò un radicale dal palco, e la piazza rispose con un boato di disapprovazione e uno slogan, poi: ronda fascista, ronda fascista, ronda fascista.
Aveva un che di musicale, quello slogan, pensateci, immaginatevelo: rondafasci(piccola pausa)sta.
Era un comizio radicale, sì, ma i presenti erano tutti di sinistra, anche estrema.
E nacque una manifestazione spontanea: tutti dietro ai tre della ronda (ronda fascista, ronda fascista) con l’obiettivo di liberare il militare beccato senza basco.
Ronda fascista ronda fascista dalla piazza alla caserma, dove il poveraccio fu messo, credo, agli arresti.
Ci asserragliammo davanti alla caserma, la presa della Bastiglia volevamo fare.
A presidiare l’ingresso, così da evitare la presa, furono mandati dei militari, ché prima c’era una guardia sola.
Baionetta in canna, urlò un ufficiale.
No, urlò un altro, aggiungendo, Via le baionette.
Ne intervenne un terzo: Baionetta in canna. E quelli sudati a togliere mettere, mettere togliere.

La folla, che pretendeva giustizia e la liberazione immediata del militare, rispose con uno slogan – creativo -: ronda fascista. Anche i militari mandati a difendere la caserma e il suo onore erano così definiti, dal libero arbitrio di quel movimento spontaneo di un centinaio di persone. Anche loro erano “ronda”.
“Fascista” naturalmente.
Ronda fascista ronda fascista con una sola variante: quando il parlamentare radicale si presentò per dire che aveva ricevuto rassicurazione dalle autorità militari che per il poveretto prelevato dalla ronda (fascista) non ci sarebbero stati provvedimenti disciplinari la folla si ribellò, e – attenzione che c’è la variante – urlò: radicali borghesi, radicali borghesi, radicali borghesi.
(Poco musicale: durò poco).

C’ero anch’io.
Davanti, ma non urlavo. Però c’ero.
Non urlavo perché ero dispiaciuto. Perché tra i militari che, baionetta in canna, facevano la guardia e avevano il compito di difendere la caserma c’era un amico mio. Un romanaccio, lontano parente di Venditti, mi aveva detto.
(Proprio quel giorno c’eravamo divertiti. Mi aveva raccontato di una lettera che un altro militare aveva scritto alla sua assicurazione, dopo un incidente. Iniziava così: Cara assicurazione, io sto bene e così spero di te).
Quando qualcuno gli gridava, magari sputacchiandogli in faccia, ronda fascista, lui mi guardava come a dirmi: chemminchia c’entro io, che son pure comunista?
Io con la testa gli rispondevo con un gesto come a dire, chemminchia ci posso fare io?
Comunque.
Dopo due ore ecco che dalla macchina della questura, lì a controllare, scendono quattro tipi che vanno a presidiare pure loro la caserma.
E io ero sempre in prima fila insieme agli anarchici e a un mio amico (che è adesso fa il medico, è un diesse, ha sposato una di forza italia, medico pure lei, e, a quel che mi dicono, son tutti e due un po’ stronzi).
Ronda fascista anche per i poliziotti della questura: ormai lo slogan era quello.
Tra i poliziotti, però, ce n’era uno che, ora ripensandoci, penso e dico che aveva parecchie cose in comune con schwarzenegger.
L’altezza, per esempio. E i muscoli. A un certo punto questo tipo comincia a menare cazzottoni e calci a vuoto, all’aria insomma. Minchia: una cosa che faceva paura. Altroché Bruce Lee.
Io e l’amico mio (ora medico, pare stronzo) però siam duri e puri e restiamo fermi.
L’altro amico mio, il militare messo di guardia, però mi fa: Girati.
Mi giro.
La folla è scomparsa.
Anarchici, radicali, marxisti leninisti, democristiani che non sapevano cosa fare: tutti, ma tutti tutti, al solo vedere schwarzenegger che menava calci e pugni al vento erano diventati centometristi. Ed erano spariti.
A schwarzenegger, che si stava dirigendo verso di noi con un’espressione punto carina, io e l’amico mio (ex amico, ora medico, pare stronzo) dicemmo: Adesso andiamo.
(Lo dicemmo con una certa educazione. E rispetto).
E in fretta, disse lui, annuendo.
Forse era anche il tempo del film Per grazia ricevuta, non ricordo bene bene.

 

NOVECENTO
(Pubblicato su Beautiful) Mi piacerebbe scrivere una storia, ma se accadrà ci vorrà del tempo, diversa, come contenuti, da quel che ho scritto a fino a oggi: niente più, quindi, un’ambientazione contemporanea ma, piuttosto, che riguardi il passato.
E il passato che interessa a me non credo sia cosa appetibile, da un punto di vista editoriale: tanto è già stato scritto, infatti, sugli inizi del 1900.
Eppure mi sento attratto verso quegli anni che mi sono abituato a pensare, chissà perché (il cinema?, le vecchie foto?) in bianco e nero.In fondo non è poi così lontano il 1900: mio padre e mia madre sarebbero nati 27 anni dopo, mio nonno paterno, invece, aveva vent’anni nel 1900.

E a Vercelli, nella terra in cui son cresciuto, ci sono le nipoti delle mondine, e le mondine, nel 1906, proprio nel vercellese, ottennero, dopo scioperi e scontri an che con i carabinieri a cavallo, dopo processi, dopo essersi stese sui binari della stazione, ottennere il primo contratto per le otto ore lavorative: prima, in risaia, si lavorava dall’alba al tramonto (oddio: anche poi, che i contratti non furono rispettati e ci volle tempo).

La vita tipo di una mondina era questa: sveglia alle 4 del mattino. A piedi raggiungevano la strada principale dove, in determinate ore, passava un carro, che le avrebbe portate sul luogo di lavoro.
Dalla monda alla raccolta del riso: piegate, nell’acqua della risaia, tra umidità e zanzare e, dietro di loro, lo sguardo attento della “capa”, che controllava (e che magari riusciva a far lavorare un minuto in più cinquanta mondine: erano cinquanta minuti, avrebbe ricevuto il premio dal padrone).
Poi la sera, quando si faceva buio, tornavano a casa le mondine. Quel che restava del giorno era dedicato a far da mangiare, badare ai figli, assolvere ai doveri coniungali.
Che poi: quando arrivava il periodo della monda c’era anche le mondine che arrivavano da lontano; e che rubavano, certo poche notti, poi sarebbe tornata la normalità, i mariti alle mondine del vercellese.

Mi fermo. Mi sto documentando. Come parlavano, nel 1900, le mondine? Sicuramente in dialetto, ma non solo.
E i loro mariti?
Presumo parlassero, anzi son quasi certo, solo ed esclusivamente in dialetto.
Come si vestivano lo so: stracci, ci son le vecchie fotografie.
Ma cosa pensavano le mondine della loro vita, allora?
Cosa pensava, allora, un panettiere, un rigattiere, un muratore, un garzone?
Eppure i giornali di allora traboccavano di pensieri.
Erano più i pensieri che i fatti.

Quando arriva il 1900 in Italia si discute: ma il 1900 fa parte del vecchio secolo (dal momento che niente inizia con lo zero) o è già il nuovo secolo (dal momento che è… novecento)?

Ci si fa una cultura, leggendo i giornali dell’anno del signore 1900: la cultura di chi allora comandava.
Si finiva in manicomio per cretinismo, epilessia, per aver dato in escandescenze, si finiva in manicomio anche “per eccesso di studio”.
La stragrande maggior parte di chi finiva in manicomio era o contadino o operaio, però. Magari i due rinchiusi per “eccesso di studio”… no. Ma il resoconto giornalistico non aveva dubbi: il professore che gestiva il manicomio lo faceva con spirito caritatevole e grazie all’arte di studi approfonditi…

La cronaca nera di allora, poi, è bellissima da leggere.
Una signora di 51 anni va dal signor carabiniere e racconta che due giovinastri, di 19 e di 21 anni (non ancora compiuti), l’hanno caricata sul loro carretto, hanno scaricato su di lei le loro voglie, (a turno però), poi alla fine le ridanno la borsetta, nella quale borsetta, però, la signora vede che mancano quattro banconote da una lira.

Va così da signor brigadiere il quale, insieme al solerte vice brigadiere (che però non merita il “signor”: è il vicebrigadiere e basta), sulla base di una sommaria ricostruzione indentificano i due giovinastri e li consegnano al procuratore del re.
Ecco, fa invidia il 1900: era sempre tutto così chiaro.

Una donna del popolo che dopo aver partorito uccide la sua creatura viene condannata a 5 anni, 6 mesi e 10 giorni, e va bene, anzi, per essere che siamo nel 1900 la pena inflitta non sembra nemmeno così pesante.
Il giornalismo, allotra, era un giornalismo pensante, come dicevo prima, e quindi, oltre al fatto, insinuava commenti: se una donna del popolo uccide la sua creatura lo fa perché si vergogna della propria amoralità.
Insomma, con eleganza fan capire, scrivendo, che la dava a tutti.
Scrivevano con eleganza, i giornalisti del 1900.

Servi come o peggio della capa che controllava, dall’argine, le mondine.

Se un valente professore nonché chirurgo nonché cavaliere del regno fa partorire una donna nana con un cesareo, il giornale (il mio giornale, quello che dirigo io, ma eran tutti così, allora) gli tributa un pezzo e tanti complimenti. Nel pezzo si legge che la donna nana versa in gravissime condizioni. Punto. Sul numero successivo nessuno si peritò di scrivere se fosse o meno viva, la donna nana.

Qualcosa comunque è abbstanza chiaro. Dove lo trovarono il coraggio le mondine negli scioperi durissimi del 1906.
Non ci vuole nessun punto interrogativo.

Responses

  1. L’immagine della città che ho sempre sognato. Per quanto abbia conosciuto il tuo blog soltanto adesso, sono innamorato di quello che scrivi, e del come lo scrivi.

    Grazie.

  2. grazie a te Giovanni

  3. Mi consolo, scoprendo di non essere la sola ad aver scoperto Remo (e il suo blog) da poco…

  4. Curioso.
    Giro per il web in cerca. Di cosa? Non lo so, esattamente. Ma, come talvolta accade, mi fermo e colgo una coincidenza, un “segno” che mi fa sorridere: 23. Un numero per me da sempre simbolo di positività.
    E una affinità: il piacere di scrivere.
    Adesso curioserò un po’ per il resto del tuo blog.
    Posso?
    Un sorriso.
    Susanna

  5. I Compagni , quelli veri, schwarnenegger se lo bevono.
    Con 2 gocce d’angostura.
    Saluti.

  6. Belli, leggero presto i tuoi libri!


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: