LA DONNA DI PICCHE

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In libreria il 2 maggio. Lo presento al Salone del libro sabato 11, ore 19,30, sala rossa con altri due autori Fanucci (Angelo Marenzana e Corrado Pelagotti) e con il giornalista Fabrizio Fulio-Bragoni.

Nelle dediche e nei ringraziamenti ho scritto questo:

 

Un ringraziamento particolare va al Colonnello della Riserva dell’Arma dei carabinieri Fulvio Maraviglia, prezioso nella fase di revisione del libro.
Poi. A Vercelli il Palazzo Azzurro, il vicolo dei Longobardi, villa Paganica e la chiesa di Sant’Eufemia non esistono. Il resto sì. Guala Bicchieri è noto; Augusto Franzoj, eroe che ispirò Salgari, molto meno (nonostante i bei libri di Felice Pozzo e gli articoli di Massimo Novelli, su La Repubblica). Esiste anche il Tempietto di Saletta, a Costanzana, un posto di leggende e storie maledette.
Sono vere le poche righe sulla Pro Vercelli e il suo calcio totale, negli anni Venti del secolo scorso. Righe che ho scritto ricordando i racconti e i passi contenuti nel libro Pro Vercelli scritto dal giorna- lista Sergio Robutti, che purtroppo non c’è più.
Tutti i personaggi, vercellesi e non, sono stati partoriti dalla mia mente.
Questo libro ha una colonna sonora che accompagna il commissario Dallavita: sono le canzoni di Antonella Parigi; nel primo libro, “La notte del santo”, erano quelle di Luigi Tenco.
Un ringraziamento sincero alla casa editrice Fanucci e alla professionalità della redazione.
Infine. La donna di picche ha tre dediche.
A Vercelli. Non ci sono nato, ma sono cresciuto tra la nebbia, che mi è cara.
A mia madre Nella, che se n’è andata prima che questo libro uscisse. Ciao mamma, e grazie.
A mio figlio, Federico Libero Bassini detto ‘Cico’. Questo libro è speciale, come lui.

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Dopo il funerale

Il senso di vuoto arriva dopo il funerale. Nei giorni che seguono.
Lunedì abbiamo salutato mamma, era vecchia tanto, 91 anni, e negli ultimi tempi non era più lei. Pensavamo quindi di essere pronti, macché. Per mio padre, 91 anni pure lui, mia sorella e me è stata comunque una botta.

Copio e incollo “Il quaderno di mia madre”, che scrissi 12 anni fa.
Buona cose a tutti quelli che passano di qui,

Quando ero piccolo mi terrorizzava, bastava un suo sguardo.
Dovevo essere ordinato e puntualissimo: Se ti ho detto che devi tornare a casa per le sette, devi arrivare almeno con cinque minuti di anticipo.
A volte, questa mia dura madre, era esasperata: e ricorreva al battipanni.
Picchia, le dicevo, fingendo di non aver paura di lei; invece ne avevo, e mi sentivo solo e abbandonato quando non ero protetto dalla complicità di mio padre (ce n’erano anche per lui di rimbrotti).
Ha avuto una vita di inferno mia madre.
Di tanta povertà e di tanta, troppa, sensibilità.
Figlia di mezzadri, da piccola andava a “guardare le pecore”, oppure i maiali. Quando arrivava il momento di far festa, perché si ammazzava il maiale, lei scappava via, e piangeva. Di nascosto, sempre. Perché bisogna essere forti…
Dura, durissima madre.
Leggi e studia, leggi e studia, mi dicevi.
E non ti lamentare, mi dicevi sempre, ché c’è sempre chi sta peggio di noi.
E non ti lamentare se hai mal di pancia, “non fiezzare”, che non serve. Non serve piangere.
Non pianse, lei, quando le morì un figlio, mio fratello Fabrizio. Avevo sei anni. Non un lacrima ma poi, quando vide che la piccola bara bianca veniva ricoperta di terra nera, le gambe cedettero e fu sorretta da mio padre. Solo un attimo, ché si riprese, poi.
E non pianse nemmeno quando, solo due anni fa, perdette un secondo figlio. Nessuna lacrima: mai di fronte agli altri.
E poi ci sono io, vero mamma?, che ti ho fatto piangere tante volte. Anche negli anni scorsi…
Speravo che crescessi, ma non cresci mai, mi dici.
Fortuna che hai avuto Silvia, la mia sorellina. Che ti ha inondato d’affetto.
Tu non hai famiglia, sei uno zingaraccio, mi dicevi, severa e adirata, quando ero piccolo.
(Ricordi quanta paura ti feci prendere quando, a sei anni, scappai di casa per ore e ore? Risento il tuo abbraccio, quando mi rivedesti).
Ora non è più una dura madre. E’ una madre mite.
Sono stata troppo dura con te, mi dice.
Mamma, sai che su un cosa che si chiama blog ho scritto di te, e dei cantastorie.
Non ha detto nulla, mia madre, mentre le dicevo “ho scritto di te”.
Perché ho scritto di lei, allora. Giorni fa mi si era presentata davanti. Con un bloc notes.
Lo sai che io non ho scuole e faccio gli sbagli, mi aveva detto porgendomolo.
Lessi.
C’erano i canti che da ragazza aveva imparato.
Nel tempo che dei guelfi e ghibellini….
E c’erano storie contadine, d’amore e di povertà.
Ha fatto solo la terza elementare mia madre. I suoi genitori, analfabeti, la sgridavano: perché nel quaderno di matematica sprecava carta, c’erano troppi spazi bianchi tra un’operazione e un’altra.
Solo la terza elementare fatta nei giorni pari, perché in quelli dispari c’erano da guardare i maiali, ma, mentre leggevo, constatavo che i congiuntivi erano giusti. Perché mia madre sapeva ascoltare “le belle parole della gente istruita”.
Basta orecchio, a volte.

L’estate in cui Mia Martini cantava Minuetto

A volte ci ripenso. Una mattina di circa dieci anni fa, o magari dodici, o magari otto. Esco, vado non so dove. Su un manifesto funebre leggo il nome di una donna.

Avevo sedici anni, lei quindici. La conobbi l’estate in cui Mia Martini cantava Minuetto. La conobbi insieme ad altri ragazzi, erano gli anni delle “compagnie”, passavamo il tempo sulle panchine, nei bar, al cinema. Piaceva a tutti i ragazzi, della mia “compagnia” quella ragazza. Tutti che le morivano dietro, Io no. Ma per timidezza. E lei scelse me. La ragazza del primo bacio. Il ricordo di un’estate.

Poi ci incrociavamo, ci salutavamo, a volte parlavamo, poi più nemmeno un saluto, poi di lei sentti dire cose poco belle. Ma non è questo il punto. Il punto è che quel mattino, leggendo il manifesto funebre, ripensai a Mia Martini che cantava Minuetto.

Nel 1982, Pascoli

1982 mi iscrivo a Lettere. Frequento. Studio in treno, in fabbrica (quando vado in bagno, nella mezz’ora di pausa pasto).
Il lunedì seguo i corsi di geografia storica, che non mi entusiasmano, e quelli di Storia della letteratura moderna e contemporanea, con Stefano Jacomuzzi, che invece sì, mi entusiasmano.
Jacomuzzi ci fa studiare tanto Fogazzaro, un po’ di Carducci, tantissimo Pascoli.
Myricae, in particolare.
Scopro così che Pascoli è un grande poeta e un grande innovatore.
Il sogno è l’infinita ombra del vero (Alexandros).
E Novembre, va a sapere perché, la ricordo ancora adesso.

 

La bontà

Il 5 novembre del 2014 sul mio profilo facebook scrivevo questa cosa qua.

Tra un po’ il giornale La Sesia celebrerà i premi di Bontà. La gente segnala altra gente, poi una commsssione decide. Nel 2005 mi arriva una segnalazione. Ho un cancro (e credo che non mi rimanga molto da vivere, direttore, ma questo lei non lo scriva). Purtroppo sono sola e bloccata a letto, non posso quindi fare la spesa, non posso andare a gettare la spazzatura, non posso andare in farnacia… Adesso, però, tutto è risolto. Ho la fortuna di avere due angeli custodi che vivono accanto a me. Sono due ragazzi di colore, che parlano a mala pena l’Italiano. Non hanno lavoro. Ma passano da me tutti i giorni e mi fanno la spesa e mi gettano via la spazzatura… Gli unici a offrirsi in tutto il palazzo sono stati loro.

Quella donna è morta, ma il ricordo della sua lettera l’ho portato con me. E ricordo anche quando i due “angeli custodi dalla pelle nera” vennero a trovarmi in redazione. Uno di loro pianse per la commozione. Avrebbe ricevuto un premio di bontà.

Divagazioni sulla politica e sullo scrivere (ma va bene anche leggere)

Si può fare politica senza una tessera di partito. E non è indispensabile candidarsi. E non è nemmeno necessario credere in qualcosa. In un ideale o, peggio, in un leader.

Fare politica significa scegliere ma, soprattutto, significa amare (o difendere, va bene lo stesso) il proprio territorio.

Si può e si deve fare politica alzando anche solo la voce.

Per quasi tre anni ho fatto anche io politica – quella vera, quella seria -: candidato sindaco, consigliere comunale, segretario per un paio di mesi di sel, poi assessore all’ambiente per 14 mesi.

Non sono fatto per la politica vera e seria, io.

Ma posso e continuerò a fare politica scrivendo.

La mia vita non è stata sempre facile. Spesso i casini me li sono andato a cercare io (sembra la mia specialità). Ma quando avevo dodici anni e leggevo Tex e leggevo Salgari, e quando ne avevo quindici e leggeva Remaque, Steinbeck e Pratolini a chi mi chiedeva cosa avrei voluto fare da grande rispondevo: scrivere.

Scrivere – ma anche leggere – è un po’ come pregare. Fa bene allo spirito.

Franco Berrino, recentemente a Vercelli, ha raccontato l’aneddoto dell’uomo occidentale che al vecchio saggio orientale domanda: ma come fai a stare bene?

Il vecchio risponde: Perché quando mangio, mangio; quando lavoro, lavoro; quando dormo, dormo.

L’altro replica: Ma anche io.

Il vecchio: No, tu quando mangi magari guardi la televisione e quando dormi ti porti dietro le tue preoccupazioni.

Io quando scrivo, scrivo, e quando leggo, leggo. E almeno in questi momenti sto meglio.

Sono quasi le due di notte, vado a leggere ora.

Luigi Bernardi: siamo in tanti a dovergli dire grazie

Ho conservato le sue mail, molte sono amare: «E’ un bastardo posto l’editoria» mi scrisse; e ho conservato il ricordo delle sue telefonate.
Mi tirava giù dal letto verso le otto del mattino, a volte anche prima. Era talmente contento di sentirlo che non gli ho mai detto che a quell’ora, io, sono nella fase conclusiva del mio dormire, dal momento che vado sempre a letto verso le 4, a volte anche le 5.
Ho scritto, questo, oggi di Luigi Bernardi.

Leggi qua.

Siamo in tanti che gli dobbiamo dire grazie.
E comunque: lunga vita a “L’intruso”, l’ultima sua fatica letteraria.