L’estate in cui Mia Martini cantava Minuetto

A volte ci ripenso. Una mattina di circa dieci anni fa, o magari dodici, o magari otto. Esco, vado non so dove. Su un manifesto funebre leggo il nome di una donna.

Avevo sedici anni, lei quindici. La conobbi l’estate in cui Mia Martini cantava Minuetto. La conobbi insieme ad altri ragazzi, erano gli anni delle “compagnie”, passavamo il tempo sulle panchine, nei bar, al cinema. Piaceva a tutti i ragazzi, della mia “compagnia” quella ragazza. Tutti che le morivano dietro, Io no. Ma per timidezza. E lei scelse me. La ragazza del primo bacio. Il ricordo di un’estate.

Poi ci incrociavamo, ci salutavamo, a volte parlavamo, poi più nemmeno un saluto, poi di lei sentti dire cose poco belle. Ma non è questo il punto. Il punto è che quel mattino, leggendo il manifesto funebre, ripensai a Mia Martini che cantava Minuetto.

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Nel 1982, Pascoli

1982 mi iscrivo a Lettere. Frequento. Studio in treno, in fabbrica (quando vado in bagno, nella mezz’ora di pausa pasto).
Il lunedì seguo i corsi di geografia storica, che non mi entusiasmano, e quelli di Storia della letteratura moderna e contemporanea, con Stefano Jacomuzzi, che invece sì, mi entusiasmano.
Jacomuzzi ci fa studiare tanto Fogazzaro, un po’ di Carducci, tantissimo Pascoli.
Myricae, in particolare.
Scopro così che Pascoli è un grande poeta e un grande innovatore.
Il sogno è l’infinita ombra del vero (Alexandros).
E Novembre, va a sapere perché, la ricordo ancora adesso.

 

La bontà

Il 5 novembre del 2014 sul mio profilo facebook scrivevo questa cosa qua.

Tra un po’ il giornale La Sesia celebrerà i premi di Bontà. La gente segnala altra gente, poi una commsssione decide. Nel 2005 mi arriva una segnalazione. Ho un cancro (e credo che non mi rimanga molto da vivere, direttore, ma questo lei non lo scriva). Purtroppo sono sola e bloccata a letto, non posso quindi fare la spesa, non posso andare a gettare la spazzatura, non posso andare in farnacia… Adesso, però, tutto è risolto. Ho la fortuna di avere due angeli custodi che vivono accanto a me. Sono due ragazzi di colore, che parlano a mala pena l’Italiano. Non hanno lavoro. Ma passano da me tutti i giorni e mi fanno la spesa e mi gettano via la spazzatura… Gli unici a offrirsi in tutto il palazzo sono stati loro.

Quella donna è morta, ma il ricordo della sua lettera l’ho portato con me. E ricordo anche quando i due “angeli custodi dalla pelle nera” vennero a trovarmi in redazione. Uno di loro pianse per la commozione. Avrebbe ricevuto un premio di bontà.

Divagazioni sulla politica e sullo scrivere (ma va bene anche leggere)

Si può fare politica senza una tessera di partito. E non è indispensabile candidarsi. E non è nemmeno necessario credere in qualcosa. In un ideale o, peggio, in un leader.

Fare politica significa scegliere ma, soprattutto, significa amare (o difendere, va bene lo stesso) il proprio territorio.

Si può e si deve fare politica alzando anche solo la voce.

Per quasi tre anni ho fatto anche io politica – quella vera, quella seria -: candidato sindaco, consigliere comunale, segretario per un paio di mesi di sel, poi assessore all’ambiente per 14 mesi.

Non sono fatto per la politica vera e seria, io.

Ma posso e continuerò a fare politica scrivendo.

La mia vita non è stata sempre facile. Spesso i casini me li sono andato a cercare io (sembra la mia specialità). Ma quando avevo dodici anni e leggevo Tex e leggevo Salgari, e quando ne avevo quindici e leggeva Remaque, Steinbeck e Pratolini a chi mi chiedeva cosa avrei voluto fare da grande rispondevo: scrivere.

Scrivere – ma anche leggere – è un po’ come pregare. Fa bene allo spirito.

Franco Berrino, recentemente a Vercelli, ha raccontato l’aneddoto dell’uomo occidentale che al vecchio saggio orientale domanda: ma come fai a stare bene?

Il vecchio risponde: Perché quando mangio, mangio; quando lavoro, lavoro; quando dormo, dormo.

L’altro replica: Ma anche io.

Il vecchio: No, tu quando mangi magari guardi la televisione e quando dormi ti porti dietro le tue preoccupazioni.

Io quando scrivo, scrivo, e quando leggo, leggo. E almeno in questi momenti sto meglio.

Sono quasi le due di notte, vado a leggere ora.

Luigi Bernardi: siamo in tanti a dovergli dire grazie

Ho conservato le sue mail, molte sono amare: «E’ un bastardo posto l’editoria» mi scrisse; e ho conservato il ricordo delle sue telefonate.
Mi tirava giù dal letto verso le otto del mattino, a volte anche prima. Era talmente contento di sentirlo che non gli ho mai detto che a quell’ora, io, sono nella fase conclusiva del mio dormire, dal momento che vado sempre a letto verso le 4, a volte anche le 5.
Ho scritto, questo, oggi di Luigi Bernardi.

Leggi qua.

Siamo in tanti che gli dobbiamo dire grazie.
E comunque: lunga vita a “L’intruso”, l’ultima sua fatica letteraria.

 

Tornare ai ricordi

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Sul sito della Rai ci sono dei film. Ho appena visto “Il segreto dei suoi occhi”, film argentino del 2010. E’ nella categoria dei thriller. In realtà è un libro di ricordi, di amori perduti e di vicende di polizia, un giallo, insomma. Ma prima vengono ricordi e amori perduti. Penso che il mio libro La notte del santo sia un po’ così.

Il commissario Pietro Dallavita ricorda soprattutto, mentre vive.
Tanti miei libri – non tutti – viaggiano sul filo dei ricordi.

Dalla sceneggiatura di un altro film, Treno di notte per Lisbona, tratto dall’omonimo romanzo di Pascal Mercier:
Lasciamo sempre qualcosa di noi quando ce ne andiamo da un posto. Rimaniamo lì anche una volta andati via.
E ci sono cose di noi che possiamo ritrovare solamente tornando in quei luoghi…

 

Pubblicare un libro

Ho appena riletto una vecchia intervista, che rilasciai nel 2010.

LEGGI QUI

A marzo del prossimo anno dovrebbe uscire un mio nuovo libro. La donna di picche. Un giallo. Il mio dodicesimo libro. Un libro a cui tengo molto, per tanti ragioni. Perché penso sia il mio miglior giallo, non ci dormivo la notte nel pensare e ripensare alla trama, perché alla protonista, La donna di picche, io, anche se non esiste, voglio un gran bene.
E quindi, certo, non vedo l’ora che esca, che venga letto.
Ma non è come pensavo barra sognavo da ragazzo.
I libri, oggi, “resistono” poco. Quanto ne restaranno di questi anni?

Nel 2006 dopo aver presentato un mio libro fui avvincinato da un signore, avrà avuto una decina d’anni più di me. Aveva lavorato in una casa editrice, quindi conosceva i meccanismi del mondo editoriale e che, anche per i libri, siamo in piena epoca di “usa e getta”. Eppure quel signore mi disse: Vorrei tanto scrivere un libro, ci terrei tantissimo.

Ci penso spesso a quell’uomo e alle sue parole. So che non ha pubblicato nessun libro (non so se ne aveva una nel cassetto). Anche se io non sogno più, a sognare si fa sempre bene. Che forse, alla fin fine, sono i sogni e i ricordi le cose più belle della vita.