Racconti a 4 mani/16

Zucchero filante

Adoro l’odore dello zucchero filato. Fin da piccolo lo avvertivo da lontano, nascosto fra i mille odori del Luna Park e correvo verso il carretto dove un uomo sorridente riusciva a fare enormi fusi di filo bianco dolce e molliccio, in cui affondavo i denti soddisfatto e mi ritrovavo con la faccia tutta appiccicosa. Il suo profumo penetrava nel naso e diffondeva un senso di abbraccio che mi rilassava. Anche le ciambelle fritte erano una tentazione ma mia madre le vietava per la mia tendenza alla rotondità. Era per mangiare lo zucchero filato che accettavo di andare al Luna Park. Come ora, per mio figlio e per lo zucchero filato. A dire il vero, quando era più piccolo, lo chiamava zucchero filante.
Non ho mai amato il chiasso e la folla. Per non parlare delle mille luci lampeggianti delle varie giostre. Rosso, blu, giallo, rosso, blu, giallo, all’infinito. Mi turbava tutto quel colore pulsante. La ruota panoramica invece era qualcosa di fantastico. Esiste giostra migliore?
L’emozione più forte era restare lassù, seduto dentro il cestello, fermo, con il cuore che batteva forte, a scrutare l’orizzonte e cercare con gli occhi il punto in cui il cielo si fondeva con la terra, un punto così lontano che non ho mai ritrovato. Nella terra dove non si distingueva più nulla, immaginavo mostri da sconfiggere e principesse da salvare.
“Vieni qua, devi stare vicino a noi” ripeteva mio padre quando mi allontanavo per vedere i pesci rossi nuotare in circolo dentro bocce di vetro così piccole da far venire la claustrofobia. Sarebbe, pensavo, come tenere un uomo in una vasca da bagno: non è poi così comoda!
“Angelo, tieni i gettoni per le giostre. Quando sono finiti questi andiamo a casa” diceva mia madre mettendomi una decina di monete di plastica colorata in tasca. Mi chiedevo perché non potessi usare i soldi di carta del monopoli che secondo me valevano di più, e avrei potuto fare più giri. I gettoni, adesso, esistono solo per le giostre dei bambini nei centri commerciali. Se vai nei parchi paghi un ingresso, spesso salato, e accedi a tutte le attrazioni, ora le chiamano così. Mi spiace non ripetere il gesto di porgere il gettoni al giostraio che passava con il barattolo, udire il tintinnare del metallo, come autorizzazione per poter gioire ancora una volta di un volo, di un giro, di due urla di spavento.
Mi piaceva molto osservare mio padre che tentava di vincere il peluche gigante a forma di cane sparando su lattine disposte a triangolo come un castello di carte. Posava il  fucile sulla spalla e, dopo avermi fatto l’occhiolino, sparava nel mucchio. Non aveva mira e quelle non cascavano mai, neppure quando diceva “Hai visto che le ho prese?” e io annuivo per farlo contento.
Non capivo perché i peluche erano sempre di improbabili colori: il cane giallo, l’elefante azzurro, la balena rosa. Giusto la rana era sempre verde, forse per farle un dispetto.
Ora che sono padre è tutto diverso: la ruota panoramica è la giostra più sfigata. “Vuoi mettere le montagne russe?” dice mio figlio per convincermi a fare un giro che in trenta secondi ti permette di vomitare l’intero pasto appena ingerito.
Il missile, le montagne russe, la nuvola, il galeone dei pirati mi scuotono fino dal profondo, risvegliano in me la paura della velocità o dell’altezza e non riesco nemmeno a pensare. Tutto si addensa in pochi secondi, brucia dentro l’adrenalina che esplode. È un viaggio mentale, e ne esco sempre shakerato, come dice mio figlio ridendo soddisfatto. Gli piace l’idea di diventare per qualche secondo più coraggioso e forte di me. Poi entriamo nella sala degli specchi come quando ero piccolo e in alcuni ritrovo la mia immagine tonda e burrosa di quell’epoca, in altri sono così basso da sembrare io il figlio e lui il padre, alto e magro.
“Papà, queste sono giostre antiche” dice facendomi sentire un relitto mentre mi trascina verso la nuovissima attrazione in 3D. Fingere di essere su un carrellino che percorre una miniera sotterranea è divertente. Come pure navigare dentro un fiume con le rapide e il rischio costante che la canoa si ribalti per la corrente vorticosa e le rocce che affiorano dal fondo scuro. Solo quando si riaccendono le luci ricordo che è tutto finto, tutto inesistente e noi ci troviamo nella pianura piatta, arida a volte. Mi piace questo mescolare la realtà dei sensi e scoprire il profondo coinvolgimento della realtà virtuale.
Mia moglie si rifiuta di venire con noi. Dice che è un modo stupido per buttare dei soldi, ma sospetto che voglia lasciarci soli, permettere a noi due di trascorrere del tempo insieme.
Dopo qualche ora di gioco ci fermiamo al carretto dello zucchero filato dove una giovane straniera ci sorride mentre affusola i cristalli di zucchero dopo aver chiesto “Volete bianco, rosa o azzurro?” ne gustiamo uno ciascuno, rigorosamente bianco, e troviamo la complicità che non ho mai avuto con mio padre. Fortuna, almeno lo zucchero filato è rimasto, quasi, quello di una volta.

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Racconti a 4 mani/15

Come fu che Malik perse il suo sogno

La motoretta doveva essere rossa.
Di questo Malik era sicuro. Si sedeva sulla collina, appoggiato a un cespuglio, e voltava le spalle alla città, puntando lo sguardo all’acqua lontana. Chiudeva gli occhi. Chiudere gli occhi era necessario: ingrandiva il rumore del fiume che, affamato di spazio e di caduta, precipitava e rombava portando con sé il terreno secco sfiorato dai suoi palmi, l’aria calda che gli respirava addosso, la camicia strappata e il buco allo stomaco. Così, poteva vederla bene, la sua motoretta, e lucidarne i metalli cromati, facendo splendere con uno sputo deciso e un panno robusto il sedile di cuoio, e riempiendo il serbatoio dietro al grande fanale che avrebbe illuminato loro la strada quando fosse venuto il momento.

Le gerbere dovevano essere gialle.
Oppure rosa. Samirah cambiava spesso idea, almeno tante volte quante cambiava il vestito prima di accettare con buona grazia di far visita alla zia Nabilah, che bisognava tener buona e onorare con cortesia, prima che il demonio del pozzo, per punirle dello scarso rispetto, cavasse loro un occhio ciascuna, come alla moglie del mercante e a sua sorella. Per quanto, Samirah pensava a volte che sua sorella si sarebbe meritata di rimanere senza un occhio, visto che le rubava sempre il vestito a fiori e le sandalette bianche con i buchi, che avrebbe messo con la fascia rossa sui capelli e il mazzo di gerbere in grembo. Gerbere gialle, oppure rosa, questo era da vedere.

La casa doveva essere quella ocra, l’ultima dopo la svolta del sentiero che abbandonava il villaggio.
Il tetto appuntito sfociava nel loggiato, per ripararsi dalla luce del giorno, e il cortile era interno, con le palme a svettare spumose, dove trascorrere le serate con i bambini in giochi di biglie di terra seccata. E anche, dovevano esserci i limoni e gli aranci, che fanno succosa abbondanza, e l’ibisco con le sue corolle opulente e i gelsomini a contornare le finestre.
Una casa perfetta per Malik e Samirah, così doveva essere.

Poi Malik è sceso dalla collina dove portava il gregge a racimolare sterpi e ramaglie, ha svuotato le sue tasche e quelle dei fratelli. Il gruzzolo riluceva sulla stuoia al centro della stanza, sotto la luce della lampada di pelle di capra. Non era più tempo di restare, non c’era posto per tutti nella casa del padre. Per lui, Mbatu ha indossato il copricapo e versato sangue di bue, e ha danzato sotto il Grande Albero. Ora Malik è pronto, in tasca la piccola pietra nera di ossidiana a proteggerlo, sulla spalla il fagotto di sua madre e in testa un pensiero per non dimenticare.

Il rumore del fiume è scomparso, e davanti ai suoi occhi si muove pigra la schiena chiara e verde del mare, che è così grande da mangiarsi ogni spazio e ogni possibilità e così fiocamente rumoroso da imporre a tutti il silenzio. C’è il sole, oggi, e la città alle spalle si è già dimenticata di Malik e degli altri che lo spingono, muti, verso la passerella, e sfiorano la sua pelle sudata, urtano sgarbati la schiena rigida, si accomodano accanto a lui sulla panca affollata e stringono i corpi per far posto. Un uomo ha i capelli grigi e racconta piano che quello sarà un buon viaggio, tutti seduti, mare calmo, c’è acqua e un filo di speranza, e un paese dove il palo del mondo tiene alto il cielo e si potrà crescere. Malik vuole sapere se in quel luogo si potranno anche trovare motorette rosse, e se lui potrà portarci Samirah, e se si faranno fotografare seduti sul sedile di cuoio. Lui indosserà un abito con i bottoni e un paio di scarpe robuste, e avrà in mano una sigaretta; lei avrà una fascia rossa in capo e un mazzo di gerbere e le sue sandalette bianche.
Malik vuole sapere, ma non chiede. È un mondo nuovo, quello, e si vergogna. Così tace, e continua a lucidare il suo sogno.

Ben presto la schiena del mare si gonfia, la percorrono crepe gorgoglianti, spinte dal vento che straccia, scuote e spazzola le vesti e le facce silenziose. Ogni viaggiatore guarda avanti nell’angolo visuale improvvisamente ristretto, sempre mutevole, e il fissare diventa l’àncora in un mondo senza confini. Cigolano i legni, piangono la loro lunga esistenza, offrono il ventre screpolato alla ruvida forza del sale. Malik sospinge lo sguardo oltre la prua, dove s’inarca lo scafo e scoppiano boati di madreperla: eccola, ora la vede, come l’aveva sempre immaginata, Nabuch, la Regina delle Acque, avvolta nella sua spuma scintillante, che offre le lunghe braccia, li accarezza sulla cresta dei flutti e li chiede per sé.
Ma più indietro, tanto più indietro, sul patio polveroso, le preghiere di Samirah si alzano forti e precise a spingere avanti la nave sconosciuta, ché arrivi nel mondo nuovo col suo carico scuro e amato.

Nel mondo nuovo ci sono campi di pomodori, rossi come il sangue dei buoi della prateria, frutti succulenti che Malik deve strappare alle piantine prostrate sul terreno e infilare in grandi secchi da svuotare sul carro. Nel mondo nuovo le motorette sono rosse, blu, nere, con i cerchioni cromati e lucenti, i sedili in pelle morbida, e appartengono ai padroni. Malik ogni sera, steso sul vecchio materasso, conta gli spiccioli, monete di troppo poco valore per comprare un sogno. Il sonno arriva e non lascia tempo per guardare la luna o le stelle, così spente e solitarie nel mondo nuovo. L’alba giunge presto, caliginosa e soffocante; non ha colori che incendiano le nuvole e vapori rosati che inarcano il cielo. Con il mattino giungono i distributori di braccia, a portare Malik e gli altri sulle strade polverose che separano le piane, e a pagarli con scarse monete.
E qui l’acqua è lontana, il tempo poco e la fatica troppa, per poter sognare. Malik raccoglie, dorme, raccoglie, impara parole nuove e straniere, raccoglie, ha una maglietta rossa e un nuovo paio di scarpe di pezza. Se passa una motoretta, non si gira più a guardarla.

Più indietro, tanto più indietro, su un patio polveroso, qualcuno vede seduta una ragazza con un vestito a fiori. Che farà Samirah con le sue gerbere?

Racconti a 4 mani/14

Il volo

Il corteo avanza veloce.

I bambini sono stati lasciati a casa.
“Alla rupe! Alla rupe!” si sente urlare. Di me, parlano. Il loro tormento è il mio nome. Il mare rumoreggia e spuma.
Ora si sente soltanto il rumore dei loro sandali, che, rapidi, si avvicinano alla scogliera.
Io non ho paura. Ho smesso di averne quando mi hanno scelto.
“Alla rupe, alla rupe!” hanno urlato a più riprese. E io a sorridere come fossi stata la regina del mondo nel punto in cui il mondo s’inerpica verso il cielo. In quel momento ho smesso di aver paura. Qualcuno mi ha vista impallidire, ma era stanchezza. Ora stanca non lo sono più
“Barbara”, dicevano, urlando sottovoce. Io pensavo “Eccomi”, e ho poi detto “Eccomi”. Ancora non sapevo che cosa m’attendeva, e ho sorriso. Ancora non avevo capito che avrei smesso di aver paura perché in quel momento la morte era entrata in me. Forse mi hanno scelto proprio perché sapevano che non avrei avuto paura. Non credete che ci sia un destino a determinare il nostro stare al mondo? A misurarne spazi, tempi, luoghi, necessità?
Io sono qui perché devo essere qui.
Hanno facce livide, abbruttite e occhi di fessura. Poi torneranno a casa con la coscienza mondata dei loro peccati, abbracceranno i figli sui quali non ricadranno colpe. Quelle no. Il senso di un qualcosa di irrimediabile, forse.
Questa terra rossa è dura, arida e solcata dal sole quanto le loro menti. Imbattuti i cuori.
Procedono come ciechi privati del cane guida. Sbattono gli uni contro gli altri per la furia di arrivare in cima e la fretta di lasciarsela, poi, alle spalle. La scogliera domina una gola stretta. Il vento fa il suo giro e qui torna a squassare il respiro e i passi. Il calore è un baluginio all’orizzonte, lungo il filo di lama del mare. Il sacrificio si sta per compiere e io non ho paura.
Le donne son cagne, gli uomini duri come sterco lasciato al sole. I loro figli, tutti storpi. È da un anno che i figli di questo popolo nascono storpi. Prima il figlio del macellaio, poi quello del biscazziere. A uno il braccio s’arrestava alla mano, come a limitargli la presa; all’altro mancava l’orecchio.
“È nato senza orecchio!” urlò il cugino, ridendo sguaiato a tavola e brindando alla sua schiava, che gli avrebbe partorito tre giorni dopo il primogenito. “A lei, che quando le mogli son terreni incolti le schiave sono piantagioni!” E giù un boccale a ridere per lei che, tre giorni dopo, il primogenito gliel’avrebbe dato davvero. Nato senza occhi, cuciti come la borsa dell’avaro; e Dio preso a parole di fuoco.
La rupe è adunca come il naso di una vecchia. Era là che in tempi lontani venivano gettati i figli storpi o non voluti; là che fece il suo volo, in una notte di pece, il figlio del biscazziere. Il padre non lo si vide piangere, ma bere; a chi gli chiedeva dov’era finito quel figlio ancora senza nome rispose girandosi piano “Figlio? Quale figlio?”
Io sfioravo la mia pancia, immaginando una sventura di lì a poco condivisa. E invece.
“Barbara!” si dissero al parto le bocche semichiuse e tumide di chi progetta un assassinio.
E non me lo perdonarono. Io, la tessitrice, che attiravo le elemosine di fronte alla chiesa perché sciancata da una caduta, sin da quando ero bambina, partorii una figlia bella, la pelle liscia, i capelli sottili.
Maddalena, l’avrei chiamata. E Maddalena non ha il maleficio di una privazione. Il peso di un marchio di dolore.
Nemmeno il tempo di tagliarle il cordone e le parole volarono di bocca in bocca come sassi a lapidare la nostra sorte. Dalla levatrice alle altre donne e poi agli uomini che tornavano dal mare, le reti a secco e pochi pesci per sfamare.
Poi, una processione. Tutti a vedere. Tutti a stupirsi prima e a sussurrare; poi ingiurie. Le voci montavano come marosi in tempesta. Si fecero più alte. Le cagne diventate lupe assetate di sangue; gli uomini cinghiali. Affilarono i denti e dissero che non era giusto. Era, peggio, un affronto.
Gli uomini si guardarono, capendo che dovevano fare qualcosa. Subito. Per sedare tutta la rabbia di essere così impotenti di fronte alla vita.
“Barbara!” si dissero, le bocche semichiuse e tumide di chi progetta un assassinio.
“Solo una strega poteva interrompere il sortilegio che il fato ci ha riservato!”.
“Strega!”, si dicono ancora su questa rupe.
Sono tutti d’accordo. Non si leva una voce contraria; nessuna compassione. Sono loro, i giudici di questo destino che li ha resi genitori di figli storpi, segnati per sempre nella loro sorte di reietti. Le donne, che hanno sfiancato i loro ventri pur di riuscire a figliare. Le ragazze, che sanno di non avere un futuro perché nessuno le vorrà più, portatrici di una matrice marcia che mina i corpi come una malattia di cui nessuno conosce il rimedio. Gli uomini tutti, grandi e piccoli, che sanno di non avere nulla da offrire se non un seme infetto. Nessuno sa di chi sia la colpa. Ciascuno la sente su di sé con la forza di un peso che non sa sopportare. Che è peggio della fame, del dolore di una ferita di lancia, del travaglio di un parto.
Le donne mi guardano, in attesa; alle loro spalle i cani ringhiano.
Dio intanto ha scelto di prendere una corda e appendersi al ramo della grande quercia, accanto a un burattino di legno messo tempo fa.
Prendete pure la mia vita, penso. Tenetela, penso, e forse lo grido.
“Tenetevela, la vita!”, grido stavolta davvero.
La scogliera è alta. Sotto, gli spuntoni cambiano colore se bagnati dal mare. I cani ringhiano più bassi e minacciosi; le donne mi puntano.
“Tenetevela!” urlo di nuovo. La voce del mare aumenta il proprio clamore.
Maddalena è già lontana, ormai.
Sono sull’orlo del precipizio.
Guardo giù e penso che non ho paura.
Le loro mani non le vedo perché chiudo gli occhi.
Le sento. Sento le loro mani. Prima di darmi la spinta sono colpi violenti contro di me.
Sono pugni. Sento le unghie. Sono graffi. Le loro voci, ormai indistinguibili.
Un urlo collettivo che sale dalle loro viscere e si propaga riecheggiando nella gola sottostante.
Nemmeno il rumore del mare riesce a tacitarlo.
Poi, come ad ubbidire ad un comando che non vedo né sento, le mani tutte mi spingono.
Inizia il mio volo.

Racconti a 4 mani/13

Lo strappo

(…) Perché la calma mortale di quelle strade, in quella non ora,
in quella non-stagione, poteva davvero uccidere. (…)
Jonathan Frenzen, Le correzioni, Einaudi, Milano, 2002

(…) Ma il mio volto non cambia per questo. E i miei battiti restano gli stessi.
Non mi muovo neppure, anche se dentro mi sento straziare. (…)

Roberto Bolaño, Il Terzo Reich, Adelphi, Milano, 2010

L’aria era ferma, sembrava quasi di riuscire a stringerla tra le dita. Zoe afferrò un fagiolino e strappò le estremità con tagli secchi, decisi. La busta di carta paglia era umida di frigo e si stava lacerando sul fondo. Quello strappo, quel lento disfacimento lanciava una eco di dolore, una ferita che assecondava l’agonia dei fagiolini.
– Hai finito? Guarda che sono per cena… –
Zoe non rispose, accennò un sorriso sbeccato, la bocca allungata e le finestrelle dei denti in vista, poi con lentezza afferrò un altro fagiolino.
La morbidezza delle colline le ricordava i seni della mamma arrossati dal sole, un sole sfinito che stava per annegare tra filari e girasoli, case abbandonate e ulivi.
Zoe buttò un occhio alla bicicletta pensando che se la gomma non si fosse forata quel pomeriggio avrebbe potuto fare un salto dall’Agnese per poi arrivare fino all’orto ad aspettare il buio, quello vero, e poi di corsa a casa, i pedali impazziti, il fiato corto. Quell’estate dei suoi nove anni le giornate si srotolavano come gomitoli senza fine: sale, onde leggere, e poi stoppie bruciate e corse in bici, raspi d’uva e sabbia nelle scarpe.
L’ultimo fagiolino tintinnò nella terrina. Sua madre la vide allontanarsi di corsa, una sagoma di carta, a due dimensioni.
Dopo la discesa, la strada che portava a casa dell’Agnese era sterrata. Il profumo dell’eucalipto le suggerì di riprendere fiato prima di affrontare la salita, di respirare a polmoni aperti. Le giornate si stavano irrimediabilmente accorciando, i primi lampioni cominciavano a rischiarare l’asfalto della statale in cima alla collina.
L’Agnese non se la finiva mai di parlare. Zoe, invece, non riusciva a farsi uscire le parole di bocca, rimanevano intrappolate sotto la lingua come se ci fosse qualcuno a tirarle in basso, in gola. La Gina, sua madre, era convinta che prima o poi sarebbero arrivate come un fiume in piena, gli argini rotti e tutto un tracimare. Suo padre invece aveva perso speranza. A settembre niente scuola, le aveva detto ben sapendo di mentire. Ma Zoe quella notte aveva pianto aggrappata al lenzuolo in un silenzio umido e cattivo.
La Gina pulì il tavolo con un panno bagnato, poi accompagnò i residui dei fagiolini al compost canticchiando un motivetto che aveva sentito quella mattina in radio. In lontananza vide passare una macchina grigia e pensò che la vicina ne aveva trovato un altro, quell’ubriacona. Si strusciò le mani sul grembiale pensando che in fondo non le sarebbe dispiaciuto fare quella vita lì. Ma poi ritornò ai fagiolini. Ciabattando, raggiunse la cucina dove li abbandonò al loro destino di bollori.
La macchina grigia tirata a lucido sputava pietre al suo passaggio, sembrava appena uscita da un autolavaggio. Questo pensò Zoe e pensò anche a suo padre Ottavio che proprio quello faceva di mestiere, lavare macchine, dentro e fuori, i rulli e tutto quel rumore, acqua, spazzole e sapone. Quando era piccina le piaceva da matti restare accovacciata sul sedile posteriore a guardare l’acqua sui finestrini, si sentiva protetta, a casa.
La macchina grigia frenò di colpo, proprio come le spazzole a fine lavaggio.
Non l’aveva mai visto prima. Forse voleva un’informazione. Questo pensò Zoe mentre l’uomo abbassava il finestrino, mentre lei arrossiva perché sapeva che la voce proprio non le sarebbe uscita e immaginava che lui, come tutti, avrebbe letto nel suo silenzio una sfida o una sgarberia, o una madre troppo severa che le aveva proibito di parlare con gli sconosciuti. Pensieri claudicanti, come i suoi passi corti e affaticati dalla salita: il fiatone, il cuore a stantuffo, le ginocchia molli.
– Come ti chiami? –
Zoe avrebbe voluto rispondere ma ancora non era arrivato il momento giusto.
Nessuno la capiva. Sua madre era riuscita a intuire pur non avendo concretizzato una risposta. La voce era annidata nel petto, sotto l’abbozzo di seno sinistro, e pulsava ogni notte più forte. Zoe si sdraiava, appoggiava il palmo per ascoltare e cercare di capire quando sarebbe affiorata, come una di quelle boe del lago che sembrano affondate poi, un bel giorno, saltano fuori pulite e scrostate dalle alghe. Non si sa come, ma vengono su e galleggiano bianche come cigni. Peccato che non si decidesse a farlo ora, l’uomo sembrava simpatico e sarebbe stato divertente ritornare a casa canticchiando garrula come se niente fosse. Ma non era ancora tempo. Provò ad appoggiare la mano sotto l’abbozzo di seno e sentì le pulsazioni, erano forti ma non abbastanza.
A lei nessuno aveva mai raccomandato di non dare confidenza. Si vergognava, scappava se a qualcuno saltava in testa di rivolgerle parola.
– Ti hanno detto che non devi dare retta, che gli sconosciuti sono pericolosi. Ma io non sono pericoloso. Sai dove abitano i Fabbri? Li conosci, vero? Lui è alto, porta un cappello… lei invece è molto giovane e… ma sei straniera? –
Mentre si affannava per convincerla a parlare, aveva fatto scattare la serratura, aperto la portiera, e si sporgeva verso di lei con un sorriso grande così.
– Sei proprio carina, sai? Mi porti dai Fabbri o mi indichi la strada, per favore? –
L’uomo allungò il braccio abbronzato. Dal polsino della camicia verdina spuntò un orologio pesante, d’acciaio con il quadrante nero. Sotto l’ascella, un alone di sudore, come quello che dava tanto fastidio a sua madre. Un uomo sudato che chiedeva informazioni sui Fabbri. Non era cognome di quelle parti, lei conosceva tutti. Forse aveva sbagliato strada al primo incrocio, ma lei non poteva dirglielo. Si spostò di lato e indicò la strada.
– Indietro? Che ne dici di accompagnarmi? Altrimenti mi perdo di nuovo, ho molta fretta, sai? questi Fabbri sono parenti lontani e abbiamo anche un mezzo affare… dai, sali, forza… –
Si sporse ancora, le sue dita la sfiorarono e fu allora che la mano scattò, a tenaglia. Afferrò il polso e tirò avanti, verso la macchina. L’alone di sudore puzzava, il sorriso era scomparso. Zoe sbatté contro la portiera, il ginocchio sinistro iniziò a sanguinare. La mano dell’uomo allentò per un momento la presa e Zoe cominciò a scappare. Iniziò a correre nell’unica direzione possibile: doveva andare via. Lo sentì arrancare per riprenderla ma non si fermò. Gambe, piedi, gambe, piedi, gambe, piedi. Correre e basta, senza trascinare i passi. E accelerare il respiro per non crollare subito. Il sapone e le spazzole di Ottavio riapparvero nella sua mente, ma li cancellò subito e ancora gambe e piedi, gambe e piedi.
Qualcosa le agganciò la spalla. Era la sua mano. Una scrollata, e avanti, il fiato corto e il cuore che batteva. Forte. Più forte.
– Aiuto! –
Da principio non capì chi avesse urlato. Una voce nuova, da giovane donna bambina, le spaccò le orecchie. Sotto il seno, la pulsazione piena, a onde, come un grumo di sangue da sputare, era scoppiata.
– Aiuto! –
Quando si gettò sulla porta di casa si accorse che l’uomo non c’era più. E neanche la macchina sulla strada. Entrò e crollò sul pavimento.
Quando raccontò per la decima volta la sua storia, solo la Gina volle crederle. Lei sì, lei quella macchina l’aveva proprio vista.
Era l’uomo che aveva fatto parlare Zoe. E così fu ricordato.

Racconti a 4 mani/12

smoke on the water

E se adesso mi chiede di salire, che gli dico? Gli dico di no, no e poi no.
Non ho dei peli, sulle gambe, ho delle lame shogun. Se mi passa una mano sulle cosce può chiedere l’invalidità perenne.
E poi mi sono messa le mutande della sloggi, quelle con l’elasticone per farci le fionde. Pure stinte.
Diomadonna, fa che non me lo chieda, fa che non me lo chieda.
– Ti va di salire? Beviamo una cosa, guardiamo un pezzo del live che ti dicevo, quello dei Deep Purple nel ’72…

Crocifiggetemi.
NAU.

È che a dir di no non sono capace. E poi, se dico di no, pensa di non piacermi. Ma se dico di sì, pensa che sono una facile. Se poi sto zitta ancora un attimo, pensa che sono scema.
No, ti prego, gli occhi da cocker no. Neanche quelli del gatto di Shreck, no. Non salgo, ti ho detto che non salgo. Se tu sapessi cosa si nasconde sotto questi pantaloni leggeri di lino, mai mi avresti proposto di salire, mai.
Cerco nella borsa tabacco e cartine.
Rollando una sigaretta come si deve posso ancora prendere tempo, posso ancora inventarmi qualcosa.

– Bella macchina.
Agli uomini piace parlare di auto, vero? Allora raccontami di ‘sto catorcio che quando passa lo sentirebbe pure la zia Elvira, che è così sorda che persino all’Amplifon hanno gettato la spugna. Dimmi tutto delle lampadine al led che hai montato sul terzo stop, quelle che non si bruciano mai, ma che se le compri su e-bay ti durano tre giorni al massimo. E illuminami anche sui distanziali, vai amico, non fermarti: abbiamo tutta la notte!

Buffo eh? Fino a due minuti fa mi sembravi un bel mix tra Richard Gere in “Ufficiale gentiluomo” e George Clooney nei panni del dottor Ross e ora, sarà la luce gialla del lampione e l’entusiasmo con cui parli di marmitte, vai a sapere, mi ricordi Corrado, il figlio dell’elettricista in via Filzi.

Devo prenderlo per stanchezza. E mai, mai varcare quel portone.
Ma adesso che fa? Perché mi tocca le dita? Questo s’è arrapato a parlar di pistoni e cromature. Cool down, baby, cool down. Qui bisogna trovare qualcosa per smosciargli il sentimento. SUBITO.

– Ti ho raccontato di quando sono stata male in macchina della mia amica Claudia?
– Mmm… no, direi di no.
– Questa la devi sentire, fa spisciare! Aspetta, sediamoci qui sullo scalino che ti racconto.
– Ma non puoi raccontarmela su, la storia?
– No, dai, stiamo ancora un po’ fuori, è una bella serata…
– Ok.

Sono brava a raccontare storie, ne racconto di lunghissime senza perdere il filo. Chi mi ascolta non capisce dove voglio andare a parare ma mi segue come ipnotizzato.
Inizio a raccontargli di quella volta che con Claudia siamo andate a Rimini in discoteca con la Ritmo carta da zucchero di suo padre. Parto dagli Ittiti, anzi, dal brodo primordiale: gli dico che nonna Gladis e nonno Nunzio avevano una casa lì, proprio dietro a Viale Regina Elena, vicino al parco. I miei nonni erano gelatai e nel ’52 avevano aperto un chiosco sul lungomare. Facevano i sorbetti, anzi, ad essere precisi, facevano solo il sorbetto al limone, il migliore della riviera. I limoni li facevano arrivare da Cetara, vicino a Salerno. Nonno era di Ravello e aveva conosciuto nonna a Rimini, in una balera…

Sono passati quindici minuti, io e Claudia ci siamo appena conosciute alla materna, è l’inizio della nostra grande amicizia e il sosia di Corrado ha appena deglutito uno sbadiglio.
Sono a cavallo: forse il vello è salvo.

– Ma ‘sta Claudia qui, è bona?
– Scusa, in che senso?
– Per il mio amico. Il Gianni. Usciamo in quattro la prossima volta.
Oddio, no. Questo è uno di quelli. La confraternita dell’appuntamento doppio, quello che uno rimorchia e per l’altro porta l’amica. È un prendi due paghi uno, in cui quello omaggio  andrebbe rottamato senza incentivo, solo con un calcio in culo ben assestato.
Il ragazzo qui ha delle pretese: il mio vello e anche quello di Claudia!

È riuscito a zittirmi per ben quarantasette, cinquanta secondi.
Mi riprendo, abbasso lo sguardo e con una voce piena di pathos dico:
– Sai, il nome Claudia deriva dal latino claudus, che significa claudicante, zoppo. A Claudia manca una gamba, o meglio, ne ha una finta, che si sfila quando va a dormire…
Corrado apre gli occhi come dovesse farcirli. Forse l’ho sparata troppo grossa, penso.
E invece no.
– Dici davvero? È la donna del Gianni! È la sua!
– Scusa, in che senso?
Dimmi che non è quello che penso.

Dimmi
che non è
quello.

Lo è.

– Ma sì, il Gianni! Il mio amico! Al Gianni manca un braccio, l’ha perso alla pressa, in fabbrica. Claudia è la donna che fa per lui!
Mi sibila un orecchio, suppongo sia il mio nervo acustico che si è impiccato con la tromba di Eustachio dopo aver udito una tale bestialità.
Mi domando per quali oscuri sentieri brancoli la mente di questo frenastenico.
A’mbecille! Meno più meno dà sempre meno! Non è che se li mettiamo insieme, a quei due gli ricrescono gli arti!
Ma diobono.
Non si può, non si può.
Mi rollo un’altra sigaretta, se ho fortuna mi parte un embolo e bona lì, son salva.

Lo diceva sempre nonna Gladis che non si rimorchia nei bar, che le ragazze serie vanno a messa e poi via a casa, gli occhi bassi. Ma soprattutto ha ragione Claudia quando dice che la ceretta devi farla ogni quaranta giorni, estate e inverno, perché l’uomo giusto e pure quello sbagliato sono appena fuori dalla porta e se li incontri devi essere pronta.
E se io fossi stata pronta, a quest’ora starei già a pecora con le mutande – quelle della festa – alle caviglie e non saprei che il Corrado qui è un cretino patentato.
Starei bene per quel po’ e alle tre, via di corsa a casa. Perché è così che si fa: se non lo sai finisci su un gradino, ad amputare gambe alle amiche e a meditare una fuga degna di Mennea.

– Te lo devo dire. Tu mi piaci e tutto, ma io, guarda, non posso. Ho fatto un voto a San Rocco. Sai, niente sesso prima del matrimonio.
Spalanca la bocca e strabuzza gli occhi: un luccio preso all’amo. Questa non se l’è bevuta, questa non se l’è bevuta.
– PAZZESCO! Quante cose abbiamo in comune? Anch’io sono devotissimo a San Rocco. Ma ci puoi credere?

Preferisco di no.

Racconti a 4 mani/11

Una vita lunga

A. fa le valigie e parte da sola, senza un soldo, per un posto qualunque, all’estero. Un’emigrante 2.0. Lavora nella fabbrica dell’assistenza informatica. Otto ore con turni a partire dalle 6, dal lunedì al venerdì, sabato e domenica liberi e la libertà di spendere tutto lo stipendio il quindici del mese.
Per ogni chiamata che riceve, deve fare un report. Un ticket, lo chiamano. Così la multinazionale dell’assistenza prende i milioni di euro e lei lo stipendio e la libertà di circondarsi di cose. Poi impara a scrivere in inglese mentre parla in francese e tutto questo mentre è collegata al pc di un cliente a cercare di risolvere i suoi problemi. 8 ore di fila, 5 giorni la settimana, più gli straordinari e nessuna vacanza. Certo, non è come scaricare cassette al mercato. Certo non è come piantar chiodi nei bancali. Per 8 ore, 5 giorni la settimana, quasi 12 mesi di fila, per 4 anni e altri a venire.
Quando esce dal lavoro, A. prende la bici e va al caffè in centro, quello gestito dalla gente del suo paese, con cui può scambiare una parola in dialetto. Come stai. Bene e tu. Prendi qualcosa. Sì, questo o quello. Ciao, alla prossima.
Un giorno incontra un uomo con le stampelle, un friulano come lei.
Un sessantenne che parla e parla e parla.
“Secondo me, mi vuole ipnotizzare” pensa.
L’uomo con le stampelle parlava ormai da un’ora quasi, senza  che A. potesse trovare lo spazio e la forza di interromperlo. In fondo, era affascinante ascoltare uno del suo paese che era emigrato prima di lei, uno che ci aveva fatto fortuna con questi tedeschi. E come. “Hai un processo? Scordati che i Richter ti diano ragione, appena vedono il tuo cognome italiano. E tu sai come mi sono fatto rispettare? Con la pistola. Tu Richter non mi dai ragione? E io ti ammazzo. Ti faccio paura? Anche ai miei figli faccio paura, mi dicono che sono esagerato, ma io così mi sono sempre fatto rispettare, sai. Con la pistola. Scordati la scalata sociale, qui. Non ti faranno mai entrare in certe cerchie, perché non sei tedesca. Se sei inglese forse sì, ma se sei italiano sei poco più di uno zingaro. E quest’idea che siamo zingari, chi gliel’ha data? Quegli stupidi, quegli imbecilli dei registi neorealisti. Ladri di biciclette, figuriamoci. I danni che hanno creato, i danni! Questo in Europa volevano sentirsi dire, che la nostra cultura italiana è cosa da poveracci. E ancora ci credono. Finché non scendono a Milano o a Firenze o a Roma e si sentono gente di provincia”.
A. ascolta senza batter ciglio. Cosa le importava dell’Arte, in fondo, lei creava ticket e viveva di ticket, mica di arte. “Il popolo è ingenuo, beve tutto quello che gli viene detto. Ad esempio, il pacifismo. Che razza di ideale è? Mica si rendono conto che è un imbroglio che serve ad ammansire. Tutti a credere che fosse un santo, quell’impostore con il lenzuolo…come si chiamava?”
“Gandhi?” “Sì, Gandhi, giusto. E tutti gli indiani ad ascoltarlo, a credere nella non-rivolta, nella pace che è in realtà un “non tocchiamo il padrone”. Bravi. E non si sono accorti che gliel’ha messa in quel posto, Gandhi. Poi guarda che fine ha fatto.”
Gli aceri davanti alla Thomaskirche  vibravano, mentre l’aria andava oscurandosi velocemente.
“Forse è meglio che vada”.
“No, aspetta! Fammi vedere le mani”.
“?”
“Le mani. So leggere le mani, io: ho antenate balcaniche.”
A. non ama queste cose, ma le pare brutto sottrarsi a quel vecchio impomatato, con le stampelle: non saprebbe cosa dirgli. Stende la destra. “Dammi anche l’altra”. “Ohoho! Vedo una bella linea della vita, ben marcata: sarà lunga. E guarda quest’altra. Vedi qui? Qui è adesso: non sei felice, non hai un buon lavoro…Ma guarda poco dopo: si distende, si allunga, arriva fino in alto: è la linea del destino. Prenderai delle iniziative importanti, fra non molto, deciderai di dare una svolta decisiva alla tua esistenza, non appena ti capiterà l’occasione giusta e sarà fra breve”. A. vorrebbe chiedergli dell’amore, ma teme di apparire la solita sciocca sentimentale, e poi, come fare ad inserirsi in quel fiume in piena? Ma lui la precede: “Qui, più sulla mano sinistra che sulla destra (la sinistra è la mano dalla parte del cuore, tieni presente) la linea dell’amore è nitida e profonda: passionale, eh, signorina?”. A. questa volta sottrae le mani, provando  quasi una scarica elettrica: “Con una scusa o l’altra la buttano sempre sull’intimo. Ma chi ti conosce”. Sorride, abbozza: “Ora devo proprio andare, tra l’altro il tempo sta mettendo al brutto. Alla prossima!” Inforca la bici e mentre dà le prime pedalate sente l’uomo gridarle: “Sarai fortunata, vedrai…un buon lavoro, un amore…una vita lunga, molto lunga”. Nonostante il fastidio che il tipo le aveva provocato: “Bel tipo di fascistone, pieno di pregiudizi: che cazzo sono stata là a sorbirmi come una scema le sue tirate sulla crisi mondiale, la giustizia, i tedeschi…persino Gandhi…ma come si fa a parlare male di Gandhi?”, era più forte di lei: non riusciva a non provare un certo compiacimento schifato. Le aveva predetto una vita lunga e dei cambiamenti interessanti, persino l’amore! E a breve. Lasciò Augustusplatz, passando davanti alla Gewandhaus e all’Oper Leipzig. Mandò un bacio ai due palazzi, pensando al concerto dell’indomani e a quello della settimana successiva. L’unica cosa che amava veramente era la musica, l’unica cosa per cui valeva vivere, si disse. Stava soffiando un vento contrario che la faceva faticare sui pedali e lampi e tuoni cominciavano a susseguirsi più  ravvicinati. Imboccò il Georgiring per dirigersi a Johannisplatz. “Ma pensa se mi riesce di mollare quel lavoro di merda, se accolgono almeno una delle domande che ho fatto! Sarebbe una botta di culo! Gli pago da bere, una cena, tutto quello che vuole se va come ha detto, a… coso…lì…”. Non  ricordava il nome. Per far presto salì sulle rotaie del tram con la bicicletta, diretta all’attraversamento pedonale. Slittò leggermente, stava cadendo qualche goccia di pioggia. Slittò ancora, mise istintivamente giù un piede. La ballerina le scivolò via. Scese per riprenderla, in velocità, impacciata dalla tracolla, mentre le gocce aumentavano trasformandosi, in pochi secondi, in un temporale. “Non è esattamente il posto migliore al mondo…”. Sentì lo scampanellio, vide anche i fari e subito dopo udì un altro scampanellio e altri fari. La prima ad essere colpita fu la bicicletta che emise un frastuono come di armi che cozzano improvvise, i pezzi furono lanciati oltre il tetto del tram. In una frazione di secondo diventò un ammasso di abiti, carne, tendini, grasso, pelle, vertebre. La testa si assottigliò schizzando lontano da sé gli occhi, che rotolarono nel binario liberato dalla furia del metallo, a guardare un destino luminoso, una vita lunga, lassù, tra le stelle.

Racconti a 4 mani/10

La duecentesima rosa

“Non ti amo per chi sei tu, ma per chi sono io quando sto con te”

Il professore usciva tutte le mattine alle otto. Due giri di chiave, un giro di tacchi sullo zerbino ed era fuori. La strada era la stessa da trentasei anni: un vialetto ombroso d’estate e brullo d’inverno, ma sempre lungo quattrocentoventidue passi.
Le case, in tutto quel tempo durato un battito d’ali di colibrì, avevano cambiato colore, forma e intenzione, ma non si erano mai spostate: gli era quindi sembrato assurdo incappare in quel roseto al trecentododicesimo passo. Una panchina verniciata di un verde acceso, circondata da cespugli di rose colorate, faceva da preludio ad una minuscola villetta bianca, che a quanto sembrava, era sempre stata là, in attesa del suo passo numero trecentododici e del suo naso all’insù.
Perplesso, aveva proseguito e raggiunto il bar, per il solito caffè con due zollette.
“Sei vecchio” – gli avevano detto – “La villetta dei conti Corinzi c’è da una vita.”
Lui aveva sperato che nessuno avesse notato le sue nocche farsi bianche dallo sforzo per trattenere la rabbia. Non aveva mai visto quel roseto. Non aveva mai visto quella casa.
Era stato come, all’improvviso, aprire la porta dell’armadio e scoprirci un’intera stanza nuova.
“Vecchio.” – pensava – “Forse hanno ragione” – ma voleva controllare, avere la prova del nove, come in ogni buona operazione matematica. “Alla fine i conti devono tornare. Sempre.” – borbottava lungo la via del ritorno.
Sembrava proprio che i Conti fossero tornati, alla fine, e si fossero ripresi la casa.
Le parole si prendono certe libertà che i numeri non osano, e il professore questo lo sapeva: ecco perché aveva sempre cercato rifugio nella sicurezza di conteggi, elenchi e formule. Tutto – diceva – può essere ridotto ad una formula.
Tutto? Sì, non potevano esserci dubbi, solo errori di calcolo.
Eccolo quindi di nuovo lì, il mattino dopo, a rifare daccapo l’operazione.
I passi erano giusti, trecentododici, ma quelle rose, quelle rose non avevano ragione di esistere, né di essere lì.
Ortensia era comparsa dopo poco, tra la conta dei mattoni e quella delle auto blu.
Il professore era trasalito: bellissima, almeno quanto i suoi detestabili fiori. Una rosa di capelli argentati trattenuti da uno spillone da zingara. Due occhi scuri e curiosi, quasi libertini nel suo fissare senza remore lo sconosciuto che rallentava il passo osservando in tralice la sua casa.
Lui non aveva resistito: il complimento avrebbe nascosto il desiderio di parlarle, di sapere.
“Signora, le sue sono le rose più belle del quartiere.”
Lei aveva sorriso sghemba, con le braccia ai fianchi. “E lei che ne sa?”
“Prego?”
“Tutti i giorni non va oltre al bar. Non sembra uno che viaggia parecchio ma, se crede, si sieda e mi racconti delle rose che ha visto. O perlomeno delle mie. Mi piacciono i complimenti. E sono sicura che piacciano anche a loro.”
“E lei come sa quel che faccio io tutti i giorni?” – il professore aveva girato velocemente i tacchi e per la prima volta era ritornato a casa senza andare al bar.
Mi racconti. Che vuole che le racconti? – pensava.
Prima di entrare si era voltato, ad assicurarsi di non essere seguito, e aveva dato un veloce sguardo al suo cortile di mattoni. Nessuna rosa. – aveva pensato, sorridendo.
I giorni passavano, ma lui si fermava sempre lì, dopo trecentoundici passi, come bloccato da un’equazione troppo difficile da risolvere.
“Sicuro che al bar non saranno preoccupati?”
Era così preso dal contare, da non sentire la domanda.
“Ogni giorno spunta un nuovo bocciolo, com’è possibile?”
“Ma lei conta tutto ciò che vede?”
“Certo che no, che domande!” Diamine sì, che domande! – avrebbe dovuto e voluto rispondere. “Ma si nota ad occhio, che aumentano.”
“Ha una mente troppo logica, è questo che si nota ad occhio. Insegnerà mica Matematica?”
Un altro errore nel sistema. Come poteva quella donna, senza prove né sperimenti, trarre conclusioni così precise? Le sue certezze iniziavano a scricchiolare. Ma quando la vita di una persona è scandita dai calcoli, la cosa migliore non è forse mischiare qualche fattore alle somme, togliere o aggiungere qualche cifra? Magari può bastare un piccolo cambiamento al giorno, grande quanto un bocciolo di rosa.

“Ho quasi passato l’intera estate qui, tra le tue rose” – le aveva detto durante una delle ultime visite. Lei aveva sorriso, gli occhi socchiusi al sole.
“Vero. E i boccioli da allora sono aumentati e fioriti.” – dolcemente aveva abbassato lo sguardo sui petali – “Manca poco alla duecentesima rosa, e quando spunterà non potremo più vederci.”
Non poteva finire così. Grazie a lei e alle sue rose aveva smesso di contare: i passi, gli uccelli, le auto, il bar: non contava più niente. Contava solo Ortensia, alla fine aveva dovuto dirglielo.
“Mi sono innamorato di te.”
Ortensia aveva smesso di sorridere.
“Lo so.”
Avrebbe strappato l’intero roseto a mani nude. Per farla tornare alla realtà, per risvegliarla da quella favola così assurda e illogica, e tornare ad una quotidianità serena insieme. Ma in realtà l’avrebbe strappato per diminuire il numero delle rose, perché in cuor suo sapeva che era vero, e avrebbe ritardato l’arrivo di quel momento con qualsiasi mezzo.
Alla fine non aveva potuto far altro che andarsene a casa a rimuginare su quanto lei si fosse rivelata imperfetta nel suo credere ciecamente ad una stupida conta da zingari. Quando aveva letto che l’ortensia è il fiore di chi fugge, tutto gli era chiaro.
La mattina dopo era uscito prima del solito, poiché l’amore non si può misurare, o contare, e neppure scrivere in tutti i libri che il professore aveva in casa. L’amore si deve vivere.
Nonostante la corsa e i salti di marciapiede, di Ortensia non c’era più traccia. La casa era in vendita, rose comprese.
Seduto sulla panchina, aveva iniziato a contarle finché si era accorto che erano centonovantanove. La profezia era sbagliata, lei se n’era andata di sua volontà.
Pochi metri dopo, però, aveva calpestato qualcosa: un bocciolo di rosa, dal colore intenso e vibrante quanto il dubbio.