il costume segreto di mamma

In primavera questa casa sembra una casa fatta apposta per la primavera e per nessun’altra stagione. Appena entrati, dopo due metri, volendo, e in primavera certo che si vuole, anziché proseguire verso il corridoio si può, e si deve in primavera, aprire un portafinestra, sulla sinistra, che dà in un terrazzo né grande né piccino.
Non so dirvi i metriquadri, io, ho in uggia i numeri: mi ricordano mio padre, che faceva il contabile e che si vantava di saper fare complicate moltiplicazioni a mente.
So dirvi che sotto una tettoia c’è un tavolo per quattro persone e uno sdraio, quindi più avanti, verso la ringhiera, c’è ancora spazio, lì la tettoria non arriva, ci potrebbero stare un altro tavolo da quattro persone e altre seggiole o sdrai. Lì la mamma stendeva un asciugamani e in primavera e in estate e anche a settembre, perché a settembre certi giorni sembrano primavera, prendeva il sole.
Se avessi imparato da mia madre, ma ho preso solo i difetti di mio padre e di mia madre conservo solo i ricordi e le foto e alcune sue lettere, se avessi imparato da mia madre, dicevo, io, nel terrazzo, avrei piante con fiori colorati di cui non so né ricordo il nome. Ricordo che profumavano alcuni, ricordo i fiori piccoli e dal colore viola, ricordi i meno belli, che la mamma diceva servivano a tener lontane le zanzare, cioè i gerani. Nient’altro.
Se non fossi pigro mi sarei ingegnato, avrei cercato su internet, oppure mi sarei procurato un manuale di giardinaggio ma vedete, vedete: non è solo una questione di pigrizia. E’ che quei fiori, io, li voglio lasciare sul terrazzo di mia madre, ricordando com’erano, mamma fiori e terrazzo, trent’anni fa.
E se non avessi paura dei pipistrelli io in questo balcone ci dormirei nelle notti d’estate, perché l’appartamento è troppo piccolo, perché sto all’ultimo piano e non ho i soldi né la voglia di comprare un condizionatore, perché la città è caldissima a luglio, agosto, settembre.
E comunque: io voglio continuare ad avere paura dei pipistrelli. Non accetto che mio padre, mi pare di risentilo, mi dica che faccio ridere se mi spavento per un banale pipistrello.
Resterò fedele a quella paura, io, almeno a quella.

Ricordo che la mamma prendeva il sole, stesa sul terrazzo. Lo faceva solo quando papà non c’era, lui era geloso ed era follemente innamorato della mamma: ma follemente sta per folle per davvero.
Tu ami soltanto me?, diceva in mia presenza, con la mamma che, a testa china, assentiva, ma si vergognava.
Mamma, ma perché non andiamo mai al fiume a prendere il sole? le domandai una volta. Tacque, perché c’era anche papà; quando lui se ne andò mi disse “non vuole che io metta il costume da bagno”. E mamma un costume da bagno ce l’aveva, un due pezzi rosso. Teneva la mutandina nel cassetto con le altre mutandine di pizzo, e il reggiseno con gli altri reggiseni: evidentemente sapeva e sperava che papà non se ne accorgesse.
Però la mamma sapeva che poteva fidarsi di me, e quando papà non c’era prendeva il sole e parlava con Giulio, il portinaio, che (io lo so, non so se lo sapevo allora o se poi l’ho saputo dopo, crescendo e quindi pensandoci, che mamma e Giulio si mettevano d’accordo) arrivava, si appoggiava alla ringhiera, fumava in continuazione delle sigarette puzzolenti, e con gli occhi divorava la mamma, che era una gran bella donna.
Mamma sapeva che io non avrei mai raccontato a papà né che lei prendeva il sole né che quando lo prendeva parlava con Giulio.
Nel palazzo, sapevano tutti che Giulio aveva una moglie che lo riempiva di corna. Col letturista del gas, col dentista del secondo piano, col postino no, ci aveva litigato, col signor A.G., che era ricco e la portava a Milano alla Scala, diceva la panettiera a mia madre.
Ma chi sparlava tanto di Giulio era papà. Sparlava ridendo.
E io sono contento, o se lo sono, che mamma lo abbia cornificato con Giulio. Non so se l’ho capito allora, quando mia mamma cominciò a dirmi che potevo uscire “proprio” quando lei prendeva il sole (con Giulio lì, che si fumava le sue sigarette, e gli tremavano le mani), o se l’ho capito poi.
Però una sera, mentre papà ridendo diceva che Giulio era sicuramente un grande cornuto perché gli avevano detto che aveva preso in bocca il coso del prete (ero maggiorenne, papà dal giorno del mio diciottesimo compleanno disse che ero cresciuto e quindi potevo capire certe cose e si poteva anche dire cazzo, in casa nostra), ecco quella sera dicevo: io e la mamma ci guardammo e ridemmo anche noi, e papà ci guardò incazzato, e noi smettemmo perché papà aveva un brutto carattere, permaloso e vendicativo, sapevamo, io e mamma, che si sarebbe vendicato con lei.
Quando Giulio morì la mamma pianse più della moglie di Giulio, ne sono certo.
Io no, non piansi, ma non piansi nemmeno quando morì papà, era un uomo meschino, a suo modo violento: non alzava mai le mani ma di fronte agli estranei pretendeva che io e mamma gli dessimo sempre ragione.
Quando morì mamma piansi senza farmi vedere.
Piansi dopo, in questa casa, andai a frugare dappertutto, mi sarebbe piaciuto ritrovare quel costume rosso, macché, e piasi e in questo terrazzo dove la rivedo che sorseggia il suo caffé e dove la risento che canta, sorridendomi
I found my love in Portofino perché nei sogni credo ancor

 

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Così è (da queste parti)

L’io narrante di questa storia son’io, io con la minuscola, maschile o femminile unn’importa: io.

E’ piccino qui, ci si conosce, tutti sanno se uno vota comunista, se ha tanti soldi in banca, se avea lo zio coi vizi strani, tipo pecore o cavalle. Quel che si sa è importante: perché è quel che si sa che conta. Quel ch’è vero ma un si sa – uno vota fascita ma un lo dice, ha i debiti ma spende e spande, c’ha l’amante, ma sta a Perugia – unn’importa. Qui sopravvivono, e bene, quelli che un fanno sape’. Quel che si sa è ‘na cicatrice. Brutta. Stampata in faccia. Evviva quelle stampate sul didietro: un si vedono manco spiando dal buco della serratura del bagno (e alla bisogna sparano: puzze).

Scusate ora l’anonimato e il mio linguaggio: umile e maccheronico (si dice così?). E poi. In questa storia ci sono pur’io: potrei essere il prete o il maresciallo o il farmacista o il vicensidaco del paese o tutti e quattro insieme; o magari sono un vecchio analfabeta che sta dettando alla nipote, studentessa universitaria a Firenze.  Chi vien da fuori non creda, se leggerà, di leggere cose tipo jack lo squartatore. Un ci sono morti. Macché.

Ma vado al sodo, ora. Ai tre protagonisti.
Sono: Loretta, la moglie del macellaio. Il macellaio., che di nome fa Alfredo Eppoi Giuseppe, che, diciamolo subito, un’è né normale né anormale. Allora lui ora è sui quaranta, sembran cinquanta e più, ma quaranta sono. Vent’anni fa arrivarono in paese le prime orde di turisti: americani e tedeschi e nordici. Ora successe che americane, tedesche e nordiche, andando in giro pel paese coi loro vestitini avari di stoffa, poppe sballonzolanti e i culi semoventi, belle e abbronzate davano sollievo agli occhi, che s’aguzzavano, dei nostri vecchi seduti, all’ombra di case e taverne. Ma c’è da dì che davano anche scandalo: all’indignata popolazione femminile e pretesca. Po’ c’era lui, Giuseppe che – qui è bene ch’io vada avanti sennò me dimentico – di donne un ne aveva avute mai. Ma mai. E’ piccino, ciccio, ghoffo, strabico e balbetta e parla gnente. Di bono c’ha che si lava, un puzza e si veste con decoro. Pantalonacci di velluto e camicie colorate, Rosso o blu. Ama la tinta unita, Giuseppe.
Lui tanto ben diddio femmineo un l’aea mai visto. Così capitò questo capitò: che na volta, in mezzo a tutti, Giuseppe un ci vide più: e afferrò na turististina più svestita del’altre, era seduta sulla scalinata della chiesa, il panorama che offrivan le su gambe aperte era ridente, d’ampio respiro direi, sicché (lo capiscon tutti sicché?) lui la stese, lei impaurita si lasciò stendere, lui si calò brache e mutande tutt’uno con l’arnese in bella vista, e mentre lei urlava, la gente urlava, mentre il vigile correva, mentre le amiche della ragazza lo pigliavan a calci come un cane, lui, comunque, ebbe il su’ piacere (i calci che prese gli facero, è proprio il caso di dirlo, nemmen na sega).
Gli bastò il contatto con l’aria, che qui è bona, e si vede e, nel caso suo, si sente (o si sentì). Dissero poi che dovettero usare tre cenci per togliere quel lago, schifoso, di colata giuseppinesca.
Poi però si redense. L’anno dopo, in piscina (e i maldicenti tutti a dì: «Guarda Giuseppe, un tiene più») quando vide due francesine tuffarsi in topless si limitò prima ad applaudire e poi («Va a tirarsi un raspone» i soliti maldicenti) e poi, dicevo, stupendo tutti, andò non in bagno, ad “eseguire”, ma a pigliare un gelato fragola e cioccolato.  Che si fosse chetato, però, era solo un’impressione.

Vengo ora ai tre. Parto da Loretta. E’ piccina, ha quarant’anni ma ne mette trenta, ha du’ occhi vogliosi ma la voce del paese diceva che, inspiegabilmente, l’era fedele al marito, Alfredo, cinquantré ben portati ma cinquantatré sono. Alfredo e Loretta un ch’hanno figli. Ma hanno una macelleria che è il fiore all’occhiello del posto. Ci fai la coda ma la carne è bona, come si dice da noi (non mi scoprirete certo se dico è bona, ché lo si dice tutti in tutti i paesi del granducato di Lorena). La carne è bona perché son bestie dell’allevamento di Alfredo, che in campagna le alleva e le macella, le macella e le alleva, mentre Loretta, senza aiutanti – un po’ tiratelli di soldi lo sono – serve. Le voglion bene tutti: omini (ma sì, lascio, qua diciamo tutti così) e donne: ché è una dabbene, lei.
Ora succede, è successo questo. A Loretta un le piaceva di lavà il pavimento. Sicché (sicché: termine lorenico) di concerto (fine eh: di concerto: concertan tutti in Italia. E inciuciano) col suo marito un sei sette mesi fa decise di piglia’ Giuseppe, che campa co’ la mamma ma un s’è mai capito come fanno a campà, a fa’ pulito. Alle otto, all’apertura, Giuseppe, dentro, ha belle finito. Così Loretta e Alfredo lo chiamano, «oh Giuseppeeeee», e tutti e tre van poi al bar Signoroni, lì di fronte. Vanno, si seggono, piglian cappuccini e bomboloni, e parlano. Macché parlano: Loretta parla e gli altri due, che volete uno è un po’ coglione l’altro capisce solo di vacche a maiali, ascoltano. E Loretta a Giuseppe ha cominciato a di’ ‘na cosa che – pensate male di me ma io ne son convinto – a lui gli ha eccitato l’arnese. Come fece la turistina. Lei ha cominciato a digli: «Io voglio bene a teee, a teee», col su marito che ridacchiava. Io voglio bene a teee un giorno e va bene, due e va bene, tre, cinque, dieci, sessanta, ma al centoduesimo, complice un’influenza di Alfredo che quel mattino restò a letto, Giuseppe, fece questo fece. Apri la serranda, e invece d’uscire per caffè e bombolone al Signoroni, quando Loretta arrivò, «Giuuseppe, si va?», l’afferrò, richiuse, cavalcò Loretta.
Ora, che sia successo di preciso un si sa, si sa certo che la Loretta strillò, e certo che strillò, ma i maldicenti dicon prima dal piacere e poi dalla paura (del marito), e poi si sa, da indiscrezioni maresciallesche, che ci fu penetrazione e che, insomma, Giuseppe, ora in attesa di processo, unn’è più vergine. A quaranta e passa se l’è presa a soddisfazione. Ma un si vede più in giro. Loro manco (traduzione: nemmeno). Manco a messa. Tutti e tre scomparsi. Il maniaco, la zoccola, il becco. Un se ne salva uno. Lui, Giuseppe, si dice, avrebbe traforato altre donne, zitte di vergogna e forse di piacere. Lei Loretta, si dice, di sicuro c’ha la coscienza sporca, perché una donna maritata non va senza mutande, anche questa indiscrezione è maresciallesca (con conferma pretesca. quindi), Alfredo, invece, poraccio, si dice che oltreché becco c’avrebbe pure una brutta malattia (ma io un ci credo: son corni e basta). Vanno in negozio, ora, Loretta e Alfredo, ma a testa bassa, e gli affari van male. Van bene al non lontano macello Rivaldini, anche se si dice che sia lui l’estensore (è giusto?, poi controllo sul vocabolario: estensore) di certe letteracce anonime contro Loretta, contro il maresciallo, contro il prete che avrebbe violato il segreto del sacramento. Anche questa lettera è anonima, signori compaesani (e turisti). Ci son dentro pur’io. Mi son citato. Scervellatevi. Che magari ho parlato male di me, per depistare (depistare: bello è?). O magari son Giuseppe, o l’amante del prete, chissà. Chiamatemi Pirandello, e se un sapete chi l’era informatevi. Vostro Pirandello.

Racconto maccheronico (pubblicato da La Tribuna).

la curva

Il dolore alla coscia era forte, tremendo. Pensò: Le pugnalate saranno così.
Poi pensò: Certo che Giulio Cesare…
Poi rise e disse: l’importante è saper ridere sempre…
Ma, prima, un attimo fa, aveva avuto voglia di bestemmiare.
Il dolore alla coscia destra era fortissimo, la testa non poteva che fargli male, era scomodo, era bloccato, era sottosopra.
Il braccio destro non lo sentiva più, e comunque era imprigionato; quello sinistro invece sì, ma gli serviva: così da puntarlo sul tettuccio della macchina, e diminuire, per qualche attimo, premendo forte, la pressione sulla sua povera testa.
A destra e a sinistra, per quel che po’ che poteva vedere, c’era solo il buio.
S’immaginò la scena: la sua auto con le ruote all’aria, in aperta campagna.
Tutta colpa della fretta, tutta colpa di Ilaria.

Sveglia alle 5 del mattino. In fretta all’aereoporto. Telefonata al socio, Arriverò verso le 11, telefonata a un cliente, ci vediamo per pranzo, ma alle 14 e 47 minuti ho il check-in.
Telefonata prima di salire in areo: Mamma mi spiace, lo so che papà ci teneva, però ascolta…
Telefonata dall’aereo, prima del decollo: Ascolta, pure oggi devi farmi delle paranoie? Domenica starò tutto il giorno con voi…
Telefonata, appena dopo l’atterraggio. Stasera sono da te verso le undici, preparami un boccone e poi (sussurrando) ti faccio vedere le stelle.

Sta rivendo(si).
Ora 19, dal suo avvocato. Cosa?, stamattina eri a Roma?
Tra le 19 e 45. e le 19 e 50 (meno di un’ora) dodici telefonate in taxi.
Ore 20, a casa per una doccia e il vestito nuovo.
Ore 21 e 43, di nuovo in taxi. Mi porti a….
Ore 22 e 14, di nuovo a casa. Finalmente può salire in auto, andare da Gianna, suo marito, a casa non c’è.
E’ brava come cuoca, fa dei primi a base di pesce che sono eccezionali, è brava a letto, è fantastica a letto, eccessiva, ti sfianca, ma ne vale la pena.
Ore 22 e 29, sono in anticipo, pensa, poi sbadiglia, poi vede quel boschetto: lui e Ilaria, che ha perso di vista, che ogni tanto si ripromette di cercare, L’unica donna brava a farmi ridere
la prima donna in un bosco, vent’anni fa, impauriti…
chissà cosa c’è in quel bosco, chissà se c’è ancora lo spiazzo in cui…

La curva presa male, ha piovuto, oggi, mentre lui telefonava, correva, stringeva mani, cadeva anche la pioggia su un prato, Chissà cosa ci coltivano?, daranno dei diserbanti, occristo che male la testa, perdo sangue ne sono sicuro, chissà che fine ha fatto Ilaria, cazzo il cellulare squilla, ma dov’è, chi sarà, Gianna andrà a dormire, ma domattina… domenica prendo i ragazzi e vengo qui, giuro, non è male qui, e magari vengo qui anche lunedì, chi cazzo me lo fa fare di andare a Tunisi?, certo Gianna dirà che sbaglio,  ha ragione Gianna, sbaglio, è tutto sbagliato… com’era bello, qui, vent’anni fa con Ilaria, venivamo in bicicletta, lo è ancora, cosa darei per fare due passi…

chi sono?

Si svegliò e, aprendo gli occhi, c choncluse che – a volte capita, no? –  non ricordava che giorno fosse.
Si alzò, si sentì strano, sentiva che c’era qualcosa di strano attorno a lui, o forse no, non attorno.
Mentre scostava la tenda per guardare che tempo faceva – ed era un tempo che “non faceva” – poteva essere primavera, autunno, ma anche inverno mite o estate uggiosa…, occristo, esclamò: Ma che mese è?, (no,m questo no: non capita), e poi, poi, fastidiosa come una puttana di una zanzara, sentì l’eco di una canzone nota
che giorno è, che anno è, questo è il tempo di vivere con te…
Occristo, disse e pensò, Ma, ma… Io come cazzo mi chiamooooo???
Quell’urlo arrivò perché, mentre si stava rendendo conto d’aver perso la memoria (aveva voglia di caffè; sì, ma questa caffettiera elettrica come funziona? e lo zucchero dov’è? ma io lo prendo dolce o amaro il caffè?), fu sfiorato – percezione o realtà – da un’ombra furtiva ai suoi piedi, che gli aveva provocato una scarica di battiti cardiaci per lo spavento: era una cosa vera. era un gatto, era solo un gatto, ma – e gli venne da piangere – lui non ricordava di averne uno… era maschio?, femmina?, era….?
Ma io sono sposato?, che lavoro faccio?
Che giorno è, che anno è, questo è il tempo di vivere con te…
Vaffanculo Battisti…
Evviva: aveva ricordato qualcosa.
Mogol, Battisti…
Senza pensare qualcosa arrivava.
Più si sforzava di ricordare e più calava il sipario: su tutto.
Chiuse gli occhi, disse, Sto sognando. Li riaprì, stropicciandoli, e poi si diede un pizzicotto forte, da livido, Ahi, cazzo, cazzo, cazzo, e pianse.
Pianse mentre dalla cucina tornava in camera da letto…
Ora il gatto non gli faceva paura, piuttosto: lo infastidiva con i suoi continui miagolii, Aspetta, cazzo.
Guardò il letto: matrimoniale.
Ho una moglie, disse.
Il lato del letto della moglie però non era disfatto come il lato suo, sicché aprì i comodini: nel suo trovò una rivista pornografica, dei preservativi, gocce per il naso, aspirina, fazzoletti per il naso, un Tex Willer datato 2003. Nell’altro – quello di sua moglie – trovò il niente.
Mi ha lasciato, pensò, sedendosi sul letto.
E si sentì abbandonato, triste, sebbene quella parola, moglie, non fosse abbinabile a un volto, un ricordo, un nome, un amore.
Poi, si domandò, Ma come mi chiamo?, avrò un documento in casa….
Corse in bagno: gli scappava la pipì, forte, l’aveva trattenuta, e mentre la faceva si girò a guardare il proprio viso, dal momento che lo specchio era alle sua spalle.
Ho i baffi, pensò, Cazzo, urlò, e mentre urlò non badò al fatto che stava pisciando fuori dal vaso, Ma come mi chiamo, chi sono ioooooooooo??? disse incurante del fatto che si era bagnato di piscio mutande e pigiama.
Vide una foto appesa al muro, in corridoio.
Due vecchi e un ragazzo giovane: Ero io da giovane, ho un fratello?
Chi sono?
Quanti anni ho?
Sono sano?
Mentre si toccava le parti intime e la pancia pensò: non devo essere…
Tornò in camera da letto, si denudò e si guardò allo specchio.
Vedeva un corpo, ma non sapeva di chi fossero quelle gambe secche, quei peli sul petto, quel pene rifless allo specchio.
Sì, ricordo che a scuola un giorno ce lo siamo misurati in bagno, ma…
ma vedeva solo ombre e ri-sentiva
che anno è che giorno è, questo è il tempo di vivere con te…
Indossò nuovamente il pigiama.
Pensò che non gli piacevano la sua faccia, Non sono bello, la sua casa, Troppo fredda, ma è casa mia?, l’arredamento, il cielo…

Si sedette sul bordo del letto, accese la radio della radiosveglia, ma vide, muondo la manopola, che la sua mano  tremava troppo: vide, però, due cose nella sua mano: un anello nuziale, Che mi serve se ho una moglie che non c’è?, e una cicatrice, fresca.
La palpò, faceva male.
Si alzò, si sentiva stanco, la testa pesava.
Se si sforzava non ricordava nulla di nulla, se, ma non era capace, se si lasciava andare al tentativo di non pensare, vedeva ombre di visi, sentiva nomi… quel nome, Battisti, sì, evviva, Lucio Battisti, ora ricordava nome e cognome, era arrivato così…
Esplorò la casa, inciampando. Aprì i cassetti, nervosamente,alla ricerca di foto e di documenti, che non trovava.
Nel piccolo studio, non c’era ancora entrato, vide dei libri: libri per lo più di informatica, un paio di romanzi, ne sfogliò uno senza guardare il titolo, lesse Romanzo per ragazzi, poi, Auguri Mario.
Mi chiamo Mario, pensò.
Ma: E se avessi un figlio che si chiama Mario?
Vide dei volti di bimbo e di donna… chi erano? Immagine che diventarono subito nebba, lontane.
Vide il computer, però: lì, per lui.
Lo accese.
Mentre lo accendeva si accese anche una sigaretta e mentre si accendeva la sigaretta (sulo pacchetto lesse Merit, Il fumo uccide; il pacchetto era sulla scrivania dello studio), pensando insomma che lui era un fumatore, senza rendersene conto vide – ma ma lo vide dieci secondi dopo – che aveva avuto accesso al desktop digitando una password: Annamaria1967.
Sarà mia moglie, disse fumando e tossendo.
Il computer davanti.
Un ricordo preciso (come Lucio Battisti).
Google.
Scrisse, tremando, Chi sono?
Il gatto, ai suoi piedi, miagolava.

in ginocchio da te…

Ha lavorato ogni sera, tutte le sere eccetto il lunedì, l’estate di due anni fa, Guido.
Trenta euro a sera, quaranta la domenica.
Dalle 18, orario di apertura, alle 2 di note, il sabato fino le 3, anche le 4 a volte.
In nero, ma ve bene così, ché i tempi son neri.
Dopo la morte di suo padre c’era bisogno di quei soldi in famiglia. Sua madre, poi, non li ha voluti tutti tutti; gli ha detto, Ti tieni cinque euro al giorno, la domenica invece ti tieni la metà.
E così hanno fatto, e così lui ha racimolato un gruzzolo, arricchito da qualche rara mancia, perché è raro che ti diano la mancia in una birreria, anche se è grande, anche se c’è una cucina, una buona cucina. Con piatti niente male.
Una mancia, però, non la dimenticherà mai, Guido.
Per tutta la vita.

Una sera, mentre stava apparecchiando, sente un urlo dalla cucina. Il padrone, che fa anche il cuoco, dice Mamma mia.
Mamma mia: stanno per arrivare quaranta persone, bisogna metterle tutte nella sala grande, dove devono stare bene e isolate, solo loro.
Ma non è tanto per le quaranta persone, che il padrone cuoco ha detto Mamma mia. E’ per il fatto che, insieme ai quaranta, ci sarà lui, il Personaggio.
Minchia – dice il padrone che è anche cuoco – mi fa effetto, ieri l’ho visto in televisione e oggi è qui…
Non c’è tempo da perdere. L’occasione è storica. Alla fine i cuoco padrone chiederà al Personaggio di posare accanto a lui per una foto, da esibire ai clienti. Che diranno: Minchia, qui è venuto?

Guido, ora, ricorda quella sera. Con un certo disgusto.
Vede che arrivano. In tanti. Rivede le donne: dagli abiti trasparenti, eleganti, s’intravvedono corpi che emanano sensualità e sudori.
Invece dei soliti urlatori (terroni, albanesi e tamarri o, peggio del peggio, figli di papà) ci sono queste donne, che ridacchiano e gracchiano, anche, attorno al Personaggio.

Che sta leggendo qualcosa nel poster della birra Carlsberg: si vede che è uno che c’ha cultura, lui.
Comunque. Delle tre ore di quella sera, ora Guido ricorda soprattutto quattro cose. Gli sbadigli del personaggio, annoiato, Ma come fa uno ad annoiarsi in mezzo a queste donne bellissime pensava Guido, con gli occhi incollati su scollature e spacchi e culetti impertinenti.
E questa era la prima (cosa).
Poi ricorda la mancia: 200 euro per i tre camerieri, insieme ai caffè e del conto; il l’han pagato altri, la mancia no, e sua, del Personaggio.
E questa era la seconda (cosa).
E’ la terza (cosa) però la più importante.
Che è una scena da film, che Guido ha visto, stropicciandosi gli occhi, incredulo. A un certo punto il Personaggio dice, dopo l’ennesimo sbadiglio, Sono stufo, vado.
Mentre si sta per alzare una ragazza, bella, decisamente bella, sembra meno zoccola delle altre, e pure questo vuol dire, si alza pure lei, raggiunge il Personaggio e, guardandolo con aria di sfida, gli dice: E se te la faccio passare io la noia?
E’ rimasto ancora un po’ il personaggio. Lui si è seduto, e la ragazza, invece, si è abbassata sotto il tavolo. Qualcuno ha urlato Monica, Monica, ma è stato azzittito. Sta di fatto che il Personaggio, anziché sbadigliare, ha chiuso gli occhi, aperto la bocca, mugulato e… e poi basta, perché è arrivato il cuoco padrone che ha fatto un cenno, esplicito, ai tre camerieri: Fuori dalle palle.
Insomma, questa era la terza (cosa).
Ci sarebbe ora la quarta (cosa), che in realtà è poca cosa.
Ma Guido ci ripensa, spesso.
Il salone è vuoto. Stanno pulendo. Il Personaggio e il suo codazzo sono lontani ma il clima è diverso stasera.
A lavare il pavimento dove c’è, e si vede, dello sperma, ci pensa la mamma del cuoco padrone.
E’ una donna del sud. Saggia e amara.
Vede che Guido è triste.
Gli dice: Le donne sbavano per quelli famosi, gli uomini sbavano per le donne belle e senza cervello, che ci vuoi fare?

Guido non sa come fossero gli occhi della ragazza, dopo che ha fatto il servizio, inginocchiandosi.
Lui, Guido, i suoi occhi li ha abbassati, quando lei gli è passata davanti, guadagnando l’uscita.

incubo razionale

Sai cosa vedo io negli specchi della mia vita?
Vedo il fallimento di una donna.
Sai che invidio la suore di clausura?
Le invidio, se ci sono quelle che non vedono nessuno nessuno nessuno le invidio perché vorrei essere una di loro.
Oppure sapessi quante volte io penso al carcere: ci vorrei andare, starei bene lì.  Soprattutto di notte. E al mattino: vivrei solo per aspettare la notte, il silenzio il buio.
La prossima notte, già.
Sai perché non ho mai tradito mia marito sebbene non passi giorno in cui o non sogni di tradirlo con un mio vicino di casa, con un collega, un ragazzo o un barbone visto per strada?
Quando al mattino ho un’ora libera a vado al supermercato guardo tutti gli uomni che incontro.
Faccio fantasie. Io con uno di loro che, come quando ero ragazza, andiamo in macchina, al fiume.
Vetri appannati e…
Ma non lo farei, o almeno: non credo.
Sarebbe come ammazzarlo, poi sarebbe difficile per me fingere, poi lui mi adora come tanti anni fa; sapessi quante volte ho sperato che  prendesse una sbandata, che si innamorasse di un’altra.
Andasse al night, o assumesse una segretaria gnocca. Macchè: pensa che sono andata a spiare quello che guarda in internet, le sue mail, la cronologia.
Mai un sito porno, nessuna mail equivoca (a differenza di me).
Solo cose serie-serissime, già.
Lui comunque non saprà mai che io non lo sopporto, che lo trovo noioso, che lo cosidero un afllito nonostante i suoi successi. Si fotta lui e i suoi successi.
Ma ora ti dico la cosa peggiore.
Così capisci che un po’ sono vigliacca e un po’ no: cerco di resistere, di non fare del male.
Certe volte, non so dirti quante, diciamo certe volte e basta, allora, certe volte penso che vorrei farla finita. Ammazzarmi.
Ci sono andata vicina “certe volte” sai? Quando ho capito che basterebbe un attimo, quando ho dovuto dire, urlare quasi a me stessa “fermati”… ho capito insomma di aver sfiorato la mano della morte.
Basta dire “fermati”, dicevo.
Poi penso a mio figlio, e anche se sta crescendo e somiglia a suo padre gli voglio bene; pensa che proprio due giorni fa l’ho visto triste, credo per una ragazza, ma non sapeva ce farsene, lui, del mio sorriso.
Poi penso a mio padre e mia madre, vecchi e attaccati a quel poco che la vita offre loro. Sono contenti anche solo se li chiamo al telefono.
Nessuno sa che il momento più bello per me è nascondermi in rete: sia benedetta l’invenzione di internet. Sarà insignificante, ma è comunque un antidoto contro la disperazione.
Di notte uso la chat. Cambio sembro nick e persone con cui chattare. Non vorrei mai…
E comunque sai che faccio?
Continuo a sorridere, ad andare dall’estetista, a programmare ferie e capodanni, a far credere a tutti che sono una donna felice.
Sai che bello: è Natale, di nuovo.
Ma cosa vuole questa gente da me?