13. Come un’ossessione

Il quaderno delle voci rubate lo scrissi a rate; un po’ su un bloc notes, un po’ sul computer.
Dicono di Clelia è il primo libro scritto tutto con un pc (vecchio ma funzionante), nello stesso posto (nel 2003 vivevo solo), con un certo rigore (tutte le notti dalle 23 alle 4, a volte le 5), con un metodo diverso, rispetto al Quaderno
(Ho impiegato due mesi per scrivere Dicono di Clelia; altri se, sette, per riscriverlo).
Con il Quaderno avevo cercato di replicare quello che era avvenuto la prima sera, quando mi ero detto Raccontami una storia. Mi mettevo davanti al mac o davanti al bloc notes e cercavo di proseguire. A volte la storia veniva, a volte no.

Dicono d Clelia inizia una domenica, sul lago d’Orta. Sono lì per caso, da solo. Ho un bloc notes, dietro. Mangio un panino, poi salgo al Sacro Monte. E lì cerco di raccontarmi una storia: che non viene.
Cioè: scrivo qualcosa, che però non mi convince.
Mi dico, Va bene, carriera finita. Hai scritto Il quaderno, ora stop.
Cose che si dicono,certo, ma a cui non si vuole credere.
Perché il “miracolo” di riuscire a raccontarmi una storia ri-succede davvero.
E così fu.
L’incipit quello fu e quello è rimasto.

Credo di aver premuto talmente tanto i tasti del telecomando da aver rischiato di romperlo. Di sicuro mi sono fatto male alle dita, e alla mano tutta.
Da due ore ero davanti alla televisione. Due di notte. Carla mi aveva dato il bacio della buonanotte verso le undici, le bambine un’ora prima. Dovevo correggere i temi dei miei studenti dell’istituto commerciale; poi mi ero stufato e, coi piedi sul tavolino dove avevo appoggiato i restanti compiti in classe ancora da correggere, avevo cominciato a bere una, poi due birre olandesi, forti (dieci gradi) e saporite (al luppolo) guardando la tele. Un po’ di telegiornale, un po’ di Bonanza che mi faceva tornare ragazzo quando sognavo di andare nel West e diventare come Tex Willer, qualche spogliarello. Da un canale all’alro, saltando l’emittente dei protestanti e la pubblicità della cassette pornografiche; volgari e recitate male, con uomini e donne di ogni età ce nel momento che precede l’orgasmo, vero o simulato che fosse, fissando la telecamera assumevano espressioni del volto ridicole: le bocche, esageratamente spalancate, lasciavano intravedere anche le otturazioni dei denti; ma il peggio del peggio erano i vagiti, esagerati, potevano essere scambiati per lamenti, di chi soffre di coliche, forti.
Birra e qualche occhiata, svogliata, di tanto in tanto ai temi ancora da correggere per il giorno dopo, ma la mia pigrizia preferiva la televisione. A un cero punto vedo uno strip-tease un po’ insolito.

(Insomma, il mio protagonista – ma non è l’unico, ché Clelia è un romanzo corale, riconosce in tivù una sua compagna di università, Clelia).

Essendo un romanzo corale, due pagine dopo ecco che compare un altro personaggio: il maresciallo Manfredi.

Me l’ha ordinato il colonnello di venire in chiesa. La moglie del prefetto, che è lì in seconda fila, gli ha chiesto un favore e lui, gli venissero le emorroidi, si è messo sull’attenti e ha rotto le palle a me.

Allora, torno al primo incipit.
Arriva una sera, da un pensiero. Sono davanti al pc (non avevo internet per mia fortuna) con un documento bianco come la neve. La televisione è accesa, ma muta; è vecchia, a volte l’audio impazzisce e rischio di svegliare tutto il condominio.
Smetto di pensare alla storia che vorrei scrivere e che non viene e, mentre guardo la televisione, va a sapere perché, mi viene in mente una mia compagna di università. Era figlia i operai Fiat. Aveva sempre una giacca blu e un sorriso per tutti. Prendeva sempre trenta, con facilità. Ho promesso ai miei che prendo la laurea in quattro anni, mi diceva convinta. Mentre mi domando, Chissà che fine ha fatto?vedo che in tivù c’è uno spogliarello: una ragazza mostra il seno sbottonandosi la giacca: che è blu.
Il pensiero diventa idea, l’idea diventa parola scritta. Ma poi c’è il buio.
L’inizio della storia era arrivato, certo, ma poi?
Quante altre sere avrei dovuto aspettare?, mi domandavo.
Me lo domandai anche il giorno appresso e il giorno appresso ancora. Solo che… mentre me lo domandavo ripensavo anche al romanzo: come un mantra sempre.
Sapevo quasi a memoria quell’incipit.
Per farla breve: scrivendo Clelia imparai a pensare di giorno (anche facendo altro) quel che avrei (non sempre, anzi quasi mai) scritto di notte.
Imparai che se arrivi davanti al computer con una o due o tre idee poi è più facile farsene venire una quarta, che magari è quella giusta (nel senso che ti fa andare avanti).
Da allora, io non so dire mai con certezza quando inizio a scrivere un libro.
Magari mentre sto passeggiando, una domenica di primavera, al lago d’Orta.

Buone cose

E poi. Chiude la Libreria del giallo, di Tecla Dozio. Quando la conobbi ne srissi. Ci sarò andato una decina di volte, successivamente, da Tecla. Anche a presentare La donna che parlava con i morti. Avrei volto presentare da lei Bastardo posto.

E infine. Sono tre anni di bog, ormai. Due del vecchio e uno di questo.

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12 Editing e dimenticanze

Lo scorso sabato sera; sono puntuale: 2 minuti di ritardo, mi son detto.
La libreria, però, è… ancora chiusa.
Eppure io sono lì, ad Alessandria, perché c’è la presentazione dell’ultimo libro che ha scritto Alessandro Zennoni (con Perdisa).
Ho appena mangiato, bene ma in fretta: antipasti, un primo, una bottiglia di Dolcetto (in due).
La libreria, però, è chiusa. Strano, dico.
Allora telefono a Giorgio Bona, che vive vicino ad Alessandra e che è uno scrittore (bravo), ma Giorgio (scoprirò poi che è a cena con gli scrittori Arona e Meranzana) ha il cellulare staccato.
Ci arrivo da solo, comunque: ho sbagliato sabato. Alessandro ci sarà il 28 (non il 21). Avessi avvisato prima, o Alessandro o Giorgio oppure la blogger Flavia, pure lei alessandrina, avrei risparmiato del tempo.
Del resto: ci sono abituato a queste mie disattenzioni.
Non segno mai nulla, mi fido (troppo) della ma memoria; e sebbene non mi fidi affatto della mia attenzione sui particolari (della locandina avevo imparato a memoria il nome della via e il numero, ma la data… era scontata: sabato, e basta) faccio sempre così.
E spesso incorro in queste dimenticanze.
Mi son ritrovato, per esempio, davanti a un teatro chiuso: il giorno era giusto, la data no, ritorna tra una settimana please, stesso giorno stesso orario.
Però succede che altri particolari, invece, mi catturino. E ho la testa fitta di strani appunti….
Comunque.
L’attenzione e la memoria sono importantissimi anche nella scrittura.
Ecco, spero di averne abbastanza.
Allora, il mio libro, Bastardo posto, è quasi pronto. Manca ancora la fase della correzione delle bozze poi, tra un mese circa, andrà in stampa, poi, non so quando, uscirà. Di sicuro sarà in vendita i primi di maggio (forse prima, non so, non ho chiesto).
Penso d’essere stato fortunato, e ora spiego il perché.
Quando ho rivisto i miei romanzi precedenti mi sono fatto degli schemi (importanti per la struttura) e delle schede: sui personaggi e su certi particolari.
Stavolta no.
Allora, la mia fortuna si chiama Antonella Pappalardo, editor.
Un editor è, stringi stringi, solo un lettore particolarmente attento e particolarmente esigente.
Stringi stringi ancor di più: più è rompicoglioni e meglio è.
Antonella mi ha consigliato di rivedere un po’ di cose.
Ma non mi sono fidato così, al buio.
Quel lavoro di schedatura di tutto il libro (personaggi e particolari) lei lo ha fatto, insomma mi ha dimostrato di conoscere il libro quanto me e forse più di me, e di essere una brava… rompicoglioni.
Ho conosciuto una bravissima editor, Laura Bosio.
Lei vede il libro… dall’alto. Lo vede come una scacchiera. Ti dice come si sta svolgendo la partita.
Tu, scrittore, tante volte mica lo capisci.
Poi Alessandra Buschi, che guarda sì alla struttura ma entra di più nella pagina. Son necessarie queste venti righe, Remo?, mi disse quando lesse Dicono di Clelia.Le tagliai.
Poi. Perché Marina scompare, falla tornare, è come se il libro risenta di questa mancanza.
Non feci tornare Marina: nella vita non tutto torna.
Poi c’è Colfaredellenebbie, che non è una editor, né è una editor Stefania Mola: ma a loro faccio leggere i miei manoscritti, prima: perché – son sincero -mi portano fortuna e poi perché sanno fare osservazioni pertinenti. E poi: entrambe, oltre a essere grandi lettrici, han lavorato con libri. Veri.
Poi ho avuto a che fare con editor-correttori di bozze.
Poi, l’ultima, con Antonella Pappalardo.
Se in passato i miei manoscritti alla fin fine li ho rivisti io, con decisioni finali solo mie, stavolta è stato lo stesso: ma dopo un confronto serrato.
Insomma, ho avuto il mio primo vero editing (e se scriverò ancora, e se pubblicherò ancora con la Newton, spero di poter lavorare ancora con Antonella).
(E poi ci sono editor di cui so, ma con cui non ho mai lavorato. A lume di naso so che con Giulio Mozzi, Paola Borgonovo e Rosella Postorino mi troverei bene).
L’editing, comunque, non è una bella cosa per uno scrittore.
Io penso che questa frase, se la spezziamo, dì più, mi ha detto Antonella.
Infatti.
E’ che ora, quella frase, è come se l’avessimo scritta in due…
Il sogno di uno scrittore?
Avere un bravo editor rompicoglioni che dica: va tutto bene, non c’è da cambiare nemmeno una virgola.
E comunque: io se scriverò ancora mi farò delle schede. Vere, e non solo mentali.
L’editing, comunque, serve. Forse servirebbe un editing perpetuo. Discorso lungo. Dove si può dire tutto e il contrario di tutto.
Io ho raccontato, credo, con onestà.
buona giornata

11 – Contraddizioni e raccontare una storia

per scrivere occorrono tante cose.
il coraggio per esempio: il coraggio di scrivere quello che si sente “dentro”, svicolandosi da ciò che pensa il gruppo.
ascoltando il gruppo si corre il rischio di essere inghiottiti da una uniformità più o meno visibile.
se uno mentre scrive teme giudizi o critiche (mi diranno che sono troppo melenso, deamicisiano, “lialiano”) (oppure, mi diranno che sono troppo duro, volgare) non andrà da nessuna parte.
la vita e la vita raccontata in narrativa, quindi, può essere – meglio: apparire – troppo melensa, ma magari melensa non è: una madre che piange, commuovendosi, nel vedere che la propria bambina sta giocando in giardino è una madre che
piange, commuovendosi, nel vedere che la propria bambina sta giocando in giardino…
Se con una rasoiata il seria killer stacca il cazzo a qualcuno si potrà scegliere il registro, magari dire pene (forse Izzo direbbe pene), oppure dire cazzo (come farebbe Camilleri),
ma la scena resta.
devo dire che agli inizi non è facile.
quando scrissi il mio primo libro ricordo che mi chiedevo, Ma posso?
sentivo, insomma, “voci”, mi sentivo giudicato.
sta di fatto che Il quaderno delle voci rubate, scritto anche un po’ così, con un certo timore, benché sia un libro invisibile (letto o a Vercelli o dai frequentatori di questo blog) risente, a mio avviso, di una certa paura, da parte mia.
no, non dovevo assecondare nessun editore, mai atto e mai lo farò.
ricordo che un agente letterario mi chiese di modificarlo, così avrebbe provveduto poi lui a piazzarlo, mi scrisse.
rifiutai.
ma sinceramente non so dire se oggi lo riscriverei così.

insomma, vi ho raccontato di una contraddizione: ciò che si dovrebbe fare e ciò che invece – forse – non feci.
non mi lasciai andare, insomma.
una doppia contraddizione: perché quel mio scrivere poco sicuro, forse (e sottolineo il forse) ha dato viva a una scrittura “delicata” (uniforme?) che forse non mi appartiene.
chissà.
ma che ha trovato (per ora) solo consensi.

come vedete queste non sono lezioni.
tutt’altro.
mi chiedo, in primo luogo.
(e poi; non si nasce “imparati”).

Poi.

Batteva su tasti con disinvoltura percorrendo senza posa la tastiera, da un’estremità all’altra. Così scosso, il vecchio strumento, con le corde che vibravano, si faceva sentire fino in fondo al paese quando la finestra era aperta, e spesso lo scrivano del balivo, passando per la via principale, a capo scoperto e con pantofole di pezza, si fermava in ascolto, il foglio di carta tra le mani.

Più si guarda una frase come questa e più c’è da imparare, dice Flannery O’ Connor (Nel territorio del diavolo, Minimum Fax).
La frase è tratta da Madame Bovary, di Flaubert.

Quando scrissi il mio primo libro (I quaderno, cioè) non avevo ancora letto questo libro di Flannery O’ Connor.
Ma avevo letto Flaubert e, comunque, mentre scrivevo stavo capendo una cosa: che quel che si scrive va visto, toccato, annusato, così da farlo vedere, toccare, annusare al lettore.

Mi ero detto, iniziando a scrivere: Raccontami una storia. Fammela vedere e sentire e, e, e, insomma.
Scrivere non è facile.
Non bisogna sentire le voci “inutili”.
Quelle della storia, invece, sì:
E buona domenica

10 – Trovare il tempo per scrivere; e come scrivere

A volte, anzi no, spesso, qualcuno mi dice, Tu scrivi e io no, non posso, perché io di tempo non ne ho.

Estate del 1982, sono a Follonica, in ferie. Ho ventisei anni, ho voglia di lasciare la fabbrica e il sindacato, di fare altro. Magari, di rimettermi a studiare. Mi domando: giurisprudenza oppure lettere? A Follonica, quell’estate in tenda, lessi tre libri: Il maestro e Margherita, di Bulgakov, un giallo di cui ora non ricordo il titolo, Autobiografia di una rivoluzionaria, di Angela Davis.
(Poi a Cortona acquistai un libro di poesie di una giovane studentessa di lettere; uno di quei libri probabilmente a pagamento, ma io, allora, non lo sapevo. Mi piacque, pensai: questa è la terra del Boccaccio, basta sentire i racconti piccanti dei vecchietti o leggere queste poesie, pensai quindi che dovevo fare lettere).
Ma torno a Follonica. Ad Angela Davis. Mentre prendo… l’ombra (mi piace il mare, mi piace passeggiare sulla riva del mare, poi mi piace la pineta, via dalla pazza folla, insomma) leggo di questa donna che, mentre è ricercata dalla polizia, ha problemi di sopravvivenza, l’auto guasta e altre grane, intanto studia.
E dico: se studia una così, posso studiare io lavorando in fabbrica.
Ecco: se trovo il tempo oggi per scrivere è perché nel 1982 imparai a rubare tempo al tempo.
La giornata è fatta di tanti e tanti minuti sprecati. Pause. Se queste pause vengono utilizzate dalla mente si possono fare cose.
Ma è un’esperienza mia.
Piccolo aneddoto. E’ più facile trovare tempo quando non se ne ha.
Primo anno di università. Treno, lezioni a Torino in università, treno, fabbrica, studio notturno (dopo aver dedicato mezz’ora a mia figlia).
Giugno 1983, il primo esame: 28. Luglio, il secondo: 30. Ottobre il terzo: 30.
Dissi: se chiedo sei mesi di aspettativa spacco il mondo.
Chiesi sei mesi di aspettativa: niente fabbrica per sei mesi.
Trascorsi sei mesi a cazzeggiare.

Allora, il tempo per scrivere.
Ne occorre comunque tanto. E io per scrivere Il quaderno delle voci rubate (e riscrivere) ho impiegato quasi due anni.
Ma questo perché… improvvisavo.
Scritto un capitolo non sapevo, nel modo più assoluto,come sarebbe stato il successivo.
E poi: quando scrivi così, sei a rischio: di incongruenze.
Scrivere un libro è come costruire un castello di sabbia. Basta nulla per far crollare tutto e doverlo riprendere da capo. Se si improvvisa.
Se si improvvisa è importantissimo conoscere a memoria tutto, oppure controllare tutto: tutto quello che si è scritto.
Si scrive per esempio il settimo capitolo; poi, giorni dopo, si passa al sesto (magari dopo aver riletto e corretto il sesto); ma non basta, non basta. Se scrivo il settimo capitolo devo (o dovrei) ricordare il primo, il secondo, il terzo, il quarto, il quinto, il sesto.
I libri – anche pubblicati, anche di autori noti – son zeppi di incongruenze (a volte nello stesso capitolo: è successo anche a un grande, come Chandler).
Per questo, col passare del tempo, ho imparato a ridurre i tempi di scrittura della prima stesura.
In diciotto giorni (dalle 11 di sera fino all’alba) ho scritto Lo scommettitore; che poi ho riscritto, lavorandoci altri sei mesi.
In diciotto giorni, insomma, scrissi una sorta di Bignami de Lo scommettitore; poi in sei mesi ampliai. Poi – prima della pubblicazione (e seguendo i consigli di Giorgio Pozzi, di Fernandel) tagliai.
Ha ragione chi dice che la vera arte è tagliare.
Ma ci son modi diversi, per scrivere.
Ognuno deve trovare la sua strada. Questa è la mia piccola esperienza.
(Mi capita spesso di pensare alla Vargas;la Vargas dice che scrive i suoi libri in ventun giorni e che poi, conl’aiuto della sorella, fa un lungo auto-editing. Io ventun giorni, dal mattino alla sera, per scrivere un libro non li ho mai avuti. Li avessi, magari, combinerei un tubo.
L’altra sera, in birreria, sarà stata mezzanotte, ho scritto pagine e pagine con la penna, sulla moleskine. Mi sentivo a mio agio, non sentivo le voci attorno a me).
e buona giornata

9 – La fortuna… di pubblicare

L’ho letto – ma non ricordo dove né dove l’ho letto, ero,come al solito, distratto – ho letto insomma che De Carlo arrivò alla pubblicazione del suo primo libro grazie alla sua intraprendenza: avrebbe consegnato il manoscritto addirittura a Calvino.
Supponiamo sia una bufala, una leggenda. Sta di fatto che potrebbe succedere che un aspirante scrittore riesca a trovare la via spianata alla pubblicazione grazie al fatto che magari il suo vicino di casa, o di ombrellone, lavori in una casa editrice.
Insomma: chi è timido fa più fatica. Chi vive in un paesino, ha meno possibilità di avere contatti. Chi è timido e vive in un paesino rischia di scrivere per il suo cassetto.
Così almeno, prima di internet.
Quando scrissi Il quaderno si che ne sapevo, io, dell’esistenza di case editrici piccole e medio piccole. Dell’editing. Dei meccanismi editoriali.
Feci dei tentativi, sei, sette, forse otto. Ottenni un rifiuto gentile (complimenti ma) e tante non risposte.
E poi: conoscevo nessuno, io, allora (e, ripeto, c’era, sì, internet, ma a me sembrava una cosa folle, mi auguravo che fosse una moda…).

Magari succede di conoscere qualche scrittore, o di vederlo.
Solo che parlare con uno scrittore mica è facile.
Uno scrittore sembra che non sia mai stato un aspirante scrittore, sembra nato scrittore. Se tu chiedi, uno scrittore affermato ti guarda e tu, senza che lui apra bocca, hai la sensazione di aver detto una cazzata.
Poi uno scrittore non ha mai tempo. Non ha tempo di leggere il manoscritto di uno sconosciuto, ché poi, il problema è lo stesso: tutti si credono scrittori in Italia.
Per fortuna non è così.
S’incontrano scrittori (ma fuori dai salotti) o persone del mondo dell’editoria generose; son rari, ma ci sono, esistono.
Occorre fortuna e io, sinceramente, sono stato fortunato. Dopo anni però.

Quella di De Carlo non so se sia vera, ma questa, invece, lo è.
Vado a memoria, ora.
Leggo su internet una domanda a uno scrittore.
Come sei arrivato alla pubblicazione?
E lui. Non ci crederai ma è andata così. Mia madre conosceva il tal editore, gli ha consegnato il mio manoscritto e lui, dopo averlo letto, mi ha pubblicato.
Pensai a mia madre, povera donna. Cosceva il panettiere, il farmacista, quando ero piccolo raccomandava la sua e la mia anima al prete perché temeva facessi troppe bischerate.

Io sono stato fortunato, dicevo, ma Il quaderno delle voci rubate, il mio primo libro, resta comunque un libro fantasma: non distribuito in libreria.
Io considero il mio primo libro Dicono di Clelia, e il mio secondo vero libro Lo scommettitore.
Alla pubblicazione sono arrivato nel modo classico, tradizionale.
Spedendo il manoscritto.
Mursia (se andate nel sito ci sono le indicazioni) chiede la sinossi e un capitolo, a scelta, Fernandel no, chiede tutto.
Mandai, mi risposero, mi pubblicarono.
(Con al Newton Compton è stata tutta un’altra storia: non fui io ad arrivare a loro ma loro ad arrivare a me. Grazie a Fahrenheit, grazie a… questo blog).
Forse, e dico forse, Il quaderno è rimasto un libro quasi-fantasma perché non c’era la rete; e la rete perlomeno aiuta.

Un paio di anni fa è venuta da me una signora. Che mi ha portato un libro, scritto da suo marito. Cinque racconti. Pubblicati da una casa editrice a pagamento. Dieci milioni per mille copie, mi pare. O cinque milioni, non ricordo (ero distratto).
Le chiesi, Ma perché?
E lei: abbiamo spedito a Mondadori, poi, sa com’è, non sapevamo come fare, poi mio marito ha letto la pubblicità di una casa editrice su un giornale, li abbiamo contattati, e siamo contenti.
Ne ho letto uno solo di quei racconti: niente male, ve lo assicuro.
Una casa editrice piccola li avrebbe pubblicati? Non lo so.
Ma il fatto che questa coppia non usasse internet è stato un danno: perché non hanno nemmeno potuto provare.

In pratica. Ad accezione del Quaderno, che fu pubblicato dal giornale in cui lavoro, ho sempre ricevuto dei sì, io, dall’editoria. Ma so bene che l’editoria ha meccanismi perversi e strani.
Ho letto manoscritti che io ho considerato belli, ma sono stati rifiutati.
Se dirigessi una casa editrice avrei almeno cinque, sei o forse più nomi di autori nuovi, oppure nuovi no, ma che hanno pubblicato con editori quasi-fantasma, da proporre.
Ho avuto la grande soddisfazione (che è grande, credetemi) di suggerire manoscritti in lettura che sono poi stati pubblicati.

Mi fermo, la mia mezz’ora di pausa sta scadendo.
Perché ho scritto questo: perché, nonostante internet, tanti aspiranti scrittori non sanno come muoversi. E magari, questi appunti frettolosi, un po’, a qualcuno servono.

Insomma, ho pensato che se qualche scrittore mi avesse raccontato idei suoi primi tentativi maldestri nell’editoria io l’avrei ringraziato, allora.

(Non ringrazierò mai abbastanza Laura Bosio per l’editing de Il quaderno delle voci rubate.
Le dissi: dimmi se devo gettarlo in un cassonetto o se invece…
Mi disse, Invece
Avevo scritto Il quaderno da oltre un anno. Non conoscevo Laura; sapevo della sua esistenza, avevo letto il suo primo libro, I dimenticati. Nè sapevo, per esempio, che avesse collaborato con Pontiggia. E che, oltre a essere una scrittrice, era una editor. Fu gentile con me. Ero un vercellese che si rivolgeva a una vercellese che viveva a Milano. Mi chiese del tempo. Mi pare che mi rispose sei, sette mesi dopo l’invio.
Se Laura Bosio non avesse fatto l’editing de Il quaderno io non lo avrei proposto agli amministratori del mio giornale.
Ho una certezza: l’avrei distrutto, come avevo fatto in passato per altre cose).
Ho sforato: 35 minuti.

buona giornata

8 – Profezie

(…)
Me l’avevo raccontato Martin Robledo Sanchez. Un giorno Carmen aveva telefonato tutta eccitata e gli aveva detto: ho appena fatto una scoperta strabiliante, tutti crdono che nei romanzi gli autori ricreino i ricordi, i fatti accaduti, e invece scopro che li anticipiamo.

Marcela Serrano, Nostra signora della solitudine, Feltrinelli

Quando ho letto questo passaggio, ci son rimasto. Per una maledetta coincidenza nel mio secondo libro, era il 2003, sto parlando di Dicono di Clelia, cheMursia fece uscire nel 2005, raccontai qualcosa che mi ritrovai a vivere anni dopo.
Penso sia un caso (ma ci ripenso spesso).
Comunque.
Non ci sono regole, nei libri c’è spazio tanto per le storie che vediamo, e che magari raccontiamo abbastanza fedelmente (un esempio: Il piano infinito della Allende), oppure possiamo parlare di un mondo che noi conosciamo bene ma lo romanziamo (penso alla Firenze di Pratolini, per esempio), oppure ci possiamo inventare non tutto ma molto (penso a Chandler).
Se in un libro ci finisce anche il mondo descritto da un altro libro, che libro è?
E se l’influsso è televisivo? O della rete?
Dico subito che ci son certi libri, gialli soprattutto, che mi sembrano della variazioni di poco di altri gialli, e la cosa non mi piace.
Preferisco Lucarelli: che si informa.
O Izzo: che si inventa un poliziotto espulso dalla polizia (perché se vuoi scrivere di polizia devi conoscere almeno una gendarmeria, averla respirata).
Ma c’è anche il grande capitolo dei romanzi storici: per scriverli occorre studiare e leggere. Studiare storia, leggere altri romanzi storici.
Insomma: io certezze non ne ho.
Ma col passare del tempo mi sono sempre più allontanato dalla realtà: la realtà è il punto di partenza, da dove arrivano idee e spunti, ma poi, sempre più sempre più, con gli anni, le storie che ho scritto han preso percorsi diversi.

Ma ho un’amica, una blogger. Scrive bene, mi fa da editor. Lei ha una storia nel cassetto. Me l’ha raccontata.Una storia vera. E quando me l’ha raccontata ho pensato: come vorrei che fosse mia questa storia… ne scriverei un romanzo. Lei, comunque, di questa storia mi ha raccontato solo il primo capitolo.

Quando terminai la prima stesura de Il quaderno delle voci rubate (che poi riscrissi) lo feci leggere a una giornalista-scrittrice. Aveva appena pubblicato un libro di successo. Mi disse che alcune cose secondo lei andavano bene, altre no.
Non mi convinse.
Però mi disse…. l’espediente delle voci rubate è bellissimo, vorrei rubartelo.
Fu quando mi disse questa cosa che per la prima vera volta pensai che avrei dovuto pubblicare quel libro. Temevo che prima o poi qualcuno potesse… rubarmi le voci che avevo rubato.

E buona giornata

(La recensione di Alberto Pezzini sul mio libro è anche su Mentelocale)

7 – Con che parole?

… raccontami una storia, e scrivila: sì, ma con quali parole?
e poi.
… raccontati una storia, e va bene, ma poi questa storia, come andrà avanti? lo vedi tu, un finale? che ne sarà di e di e di?
…. raccontati una storia e poi, poi di questa cosa qui che forse diventerà un manoscritto tu che ne farai? penserai mica di essere diventato uno scrittore? son sogni da ragazzo, quello,  non illuderti.

erano, queste, alcune domande che mi ponevo scrivendo Il quaderno delle voci rubate.
facevo altre cose, intanto.
leggevo altri libri e, leggendo,  scattava sempre il raffronto.
mi sentivo perdente quando (ri)leggevo Il quartiere di Vasco Pratolini, o Il piano infinito della Allende, o una pagina qualsiasi di Scott Fitzgerald (un maestro, insieme a Calvino, nei dosaggi: il cosa dire e il cosa non dire al lettore… perché la vera arte, dopo aver scritto, è tagliare).
mi sentivo vincente rispetto ad altri libri. di autori contemporanei, giovani per lo più.
ma, dipendeva dai giorni.
ci siete passati tutti, credo.
a un certo punto è indispensabile il giudizio degli altri; e così, si comincia con gli amici, i colleghi, eccetera.

ho imparato due grandi lezioni dopo aver scritto Il quaderno delle voci rubate.
La prima: ad ascoltare tutti e a non ascoltar nessuno (e ho imparato anche, che è stupido fare quello che facevo io: scrivere in gran segreto, senza dirlo a nessuno; tanto poi arriverà il momento che quello che scrivi sarà messo in piazza).

La seconda: a diffidare soprattuto degli scrittori o degli aspiranti scrittori.
son più le meschinerie che le generosità.

e poi.
vivere in provincia, poi, ti fa sentire ancora di più isolato. soprattutto se non vai mai alle presentazioni, ai salotti.capisci una cosa: che se fai parte di un gruppo hai più possibilità.
non li ho mai sopportati, io, i gruppi.
ed è forse questo l’unico motivo vero che mi ha portato a star lontano anche dalle scuole di scrittura creativa.
allora.
Il quaderno l’avevo scritto, e ogni tanto lo rimaneggiavo.
Nella mia città c’era un corso di scrittura creativa.
Un grande scrittore, un editor.
Un milione allo scrittore, mezzo milione all’editor: a lezione.
Mi venne il voltastomaco, dissi: piuttosto…
(Piuttosto: mi sembra che sia stato generoso Giulio Mozzi che mise in rete, e a disposizione di tutti, gli appunti delle sue lezioni).

Mi fermo, sto andando fuori-post.
Riprendo il primo quesito

… raccontami una storia, e scrivila: sì, ma con quali parole?

Feci una scelta. Precisa.
Da tempo andavo dicendo in giro che, a mio avviso, il bravo scrittore è quello che si fa apprezzare tanto da chi non ha fatto le scuole medie quando da chi ha due lauree in materie umanistiche.
Con Il quaderno delle voci rubate feci così: pensi di raccontarmi una storia che io poi a mia volta avrei raccontato soprattutto ai ragazzi che, magari dopo un diploma o una laurea, avevano lavorato con me in fabbrica.

La fabbrica mi ha condizionato.
Leggete qua.

Da “Come un atomo sulla bilancia” di Luisito Bianchi, Sironi

Un’altra grandiosa scoperta fu che Giovanni mi parlava con un linguaggio che non era il mio ma che io ugualmente comprendevo. Mi rincresce dirlo, ma qui la filosofia non c’entra, in nessuna maniera. Le cose di ogni giorno erano chiamate con il loro nome, come quando Adamo disse: Questo è un cavallo, e fu un cavallo per sempre. Questa è una donna, e fu una donna per sempre. Mi parve che Giovanni mi riportasse alle origini, all’aria frizzante e pura del primo giorno. Hai moglie? Nemmeno io ce l’ho. Vuoi mezza arancia? E mi dava mezza arancia. Sono cose da ridere, lo so. Ma bisogna avere provato, a quarant’anni, per la prima volta, la familiarità dei termini semplici…