il non lieto fine

A un certo punto qualcuno alle mie spalle, due persone, forse una coppia, ha detto Basta, ed è andato via.
Troppo duro, per loro, il film di Olivier Marchal, L’ultima missione.
Una premessa. Mi piacciono i film francesi, mi piacciono alcuni attori francesi. Da ragazzo registravo tutto quel che trovavo con Lino Ventura (consacrato in Francia ma italiano). Ma anche Yves Montand e Philipphe Noiret, Depardieu e, tra le donne, Miou miou e Juliette Binoche e altre, di cui ora mi sfugge il nome.
Poi, è venuto Jean Reno, poi è diventata una star Daniel Auteill, sempre bravo nell’interpretare il ruolo del maledetto sì, ma pieno di fascino, ma che mi piaceva già vent’anni fa (nel bellissimo film Un cuore in inverno, con la bellissima Emmanuelle Béart).
Torno a L’ultima missione.
Bello, tre volte bello, bello come l’altro film proposto dall’accopiata Olivier Marchal e Daniele Auteill,
36, Quai des Orfévres.
Bello perhé fa male, l’ultima missione.
Perché finisce con un urlo, un’imprecazione: contro la verità che solo nei film americani emerge sempre e che, a mio avviso (mi basta leggere tante riflessioni su Anobii) hanno condizionato e condizionano non solo la cinematografia italiana ma anche l’editoria italiana.
Se un libro fa male, se un film fa male si preferisce uscire, leggere altro.
(I sociologi l’hanno rimarcato da tempo: per esorcizzare la morte e la vecchiaia si preferisce ghettizzarli, allontandoli. Così facendo ci possiamo dimenticare d’essere mortali).
Meglio non pensare che possa essere vero che certe volte – e qui sta il dilemma: quante volte?, tante, poche, cinquanta e cinquanta – il sipario cala, ma nel peggiore dei modi.
Senza applausi.
Pensate, chessò, a Falcone e Borsellino. O a chi è stato condannato ingiustamente. O semplicemente a chi muore in un casa di riposo, col pannolone.
Si pensi a Ilaria Alpi, a Enzo Baldoni.
Si pensi che ci possono essere stati dei Badaloni o delle Ilaria Alpi e nessuno ha saputo niente.
Si pensi a chi è stato infamato, deriso, calpestato da poteri invisibili che sono comunque legati a potervi veri e forti.
Nessun lieto fine. E verità occultate, e rabbia, solo rabbia per chi sa.
E’ sui calpestati il film, L’ultima missione, soprattutto.
E’ interpretato benissimo.
E’ bello: perché fa male.
Poi se volete vi dico anche che ha i ritmi del thriller, certo.
buona domenica

(Nella foto, Miou miou e Daniel Auteill, classe 1950, tutti e due; l’immagine dev’essere di qualche anno fa)

Miou Miou e Daniel Auteill

PS tra le chiavi di ricerca che portano a questo blog ogni tanto ne compare una.
mail di remo bassini.
eccola.
bassini.remo(chiocciola)gmail.com

Dimenticavo.
E c’è un film italiano, interpretato da Daniele Auteill, Sotto falso nome. La regia è di Roberto Andò (palermitano), racconta una storia, condita con del sano erotismo, di un plagio letterario. Non è un film sulle verità calpestate; ma è comunque un buon film. Passato piuttosto inosservato, mi pare. O almeno.

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pubblicare: prostituendosi

 

Ho visto un film italiano, Colpo d’occhio, e non è che si mi sia piaciuto molto. Film di Sergio Rubini, genere giallo, leggo nella scheda.
Come giallo mi è parso forzato, specie nel finale ma non solo nel finale. Bravo comunque Rubini a recitare il ruolo del critico d’arte che tutto può.
Può imporre all’attenzione di tutti un artista, così che tutti, poi, a questo artista renderanno omaggi. Anche immeritati (vedendo il film mi sono chiesto: D’Orrico potrebbe?).
Oppure, se vuole, può distruggerlo, o come minimo fare in modo che venga ignorato.
Un film insomma che non è all’altezza di due splendidi film italiani visti l’anno scorso (La ragazza del lago e La giusta distanza) ma comunque interessante: perché da un punto di vista psicologico si sofferma sull’artista, che nel film (interpretato da Scamarcio) è uno scultore.
E si sofferma, in particolare, sull’aspetto peggiore di chi vuole imporsi come artista: la prostituzione.
La frase: Debbo farlo perché è importante per la mia carriera, per il mio futuro, pronunciata dall’artista protagonista va tradotta con: Debbo prostituirmi, non ho alternative, altrimenti non sfondo.
Eppure gli artisti e gli scrittori in genere dicono tutti d’essere liberi come il vento, e di non aver mai accettato compromessi, o altro.
Nessuno che si inchina a editori o critici.
Nessuno che farebbe carte false pur di pubblicare con una grande casa editrice.
Comunque.
E’ chiaro che vedendo il film io mi sono interrogato: su me stesso.
Una volta un’agente letterario (molto brava, di un amico scrittore) mi disse: Voi scrittori, pur di pubblicare vendereste vostra madre.
Mi disse questa frase perché io, pur di pubblicare, ho sempre firmato contratti senza mai contrattare l’aspetto economico o le varie opzioni.
Quando hai lavorato per un anno, due anni, tre anni a un libro solitamente sei disposto a tutto, o quasi.
Anche a pubblicare a pagamento.
Anche a far sorrisi e inchini a chi ti può presentare a un agente, una casa editrice.
Dico subito: io, forse per fortuna, questi due aspetti li ho bypassati.
Ho spedito due manoscritti nella forma tradizionale e per due volte (con Mursia e Fernandel) sono stato pubblicato.
Con la Newton è andata ancora meglio: mi contattarono e mi proposero un contratto mentre stavo scrivendo un libro (naturalmente chiedendomi una sinossi e qualche capitolo, anche se in forma di bozza).
Di sicuro, per pubblicare, c’entra anche il fattore fortuna.Che io ho avuto.
Di sicuro, io, prima, non avevo mai preso in considerazione l’idea di pubblicare a pagamento.
Di sicuro, oggi, ho un altro vantaggio (dico, pensando alla prostituzione): che non mi importa, non sbavo insomma (e qualcuno mi dice: bravo scemo) per pubblicare con i più grandi editori italiani.
Scriverò ancora, certo. Anzi sto scrivendo. E proporrò le “mie cose” come ho sempre fatto. Mettiamo che mi dicano di no.
Farei così, farei. Mi farei stampare un po’ di copie da uno stampatore, così da rivenderle al prezzo di costo, e allo stesso tempo metterei in rete quanto ho scritto.
Dovessi prostituirmi non me lo perdonerei mai.
E son contento di aver conosciuto gente che non si è prostituita.
E gente che se ne impippa abbastanza: Colfavoredellenebbie, per esempio, è una scrittrice che ha scelto la rete, eppure un libro, bello, di cui mi ha detto, e che ha già stampato nella sua testa, sarebbe bell’e che pronto. E sarebbe un gran bel libro, credetemi.
Io no, ci tengo sempre, invece, alla pubblicazione su carta: è il mio obiettivo.
Però m’interrogo, sempre: sulla prostituzione. Ha un bel sorriso, ammaliante.
Poi subentra anche il famoso ritornello che dice “così fan tutti” e quindi…
No, non tutti.
Un anno fa, alla fine della presentazione di un mio libro mi si è avvicinato un uomo, che conosco. Sui sessanta, ha lavorato in una casa editrice per anni. E’ uno che legge, che viaggia. Fa sport. Mi si avvicina e mi dice: Se riuscissi a pubblicare un libro sarei l’uomo più felice di questo mondo.
Gli ho sorriso, non c’era tempo.
Ma andate al salone del libro, a maggio. Ci saranno, tra gli altri, centinaia di scrittori che saranno lì a controllare, dieci o cinquanta volte al giorno, i loro libri, esposti, che magari nessuno compra.
E che avranno vita breve. Perché dopo tre mesi, quattro mesi, un anno in certi casi, un libro viene sommerso: dall’oblio e da altri libri. Usa e getta. Getta, soprattutto.
Il sogno, spesso, diventa frustrazione.
Buona giornata
PS C’è anche da dire che per tanti scrittori le frequentazioni che possono servire non sono prostituzione. Penso allo scapigliato Giovanni Faldella che, scrittore affermato, rimprovera(va) l’amico, scrittore scapigliato ma non affermato, dicendogli: prima di lamentarti, comincia a frequentare gli aperitivi letterari…
E ancora. La messa dell’uomo disarmato di Luisito Bianchi ha proprio bisogno d’essere consacrata dalla grande editoria?, domando.
E comunque: segnalare un buon libro a una casa editrice ritengo che sia un dovere, quando è possibile.
Segnalazione.
Sul blog di Serino, oggi, si parla del libro di Rosella Postorino. Scrittrice e persona che stimo.