aquattromani: 17

LA VOCE

All’apparenza, una cosa decisamente sbilanciata. Era perplesso, ma aveva deciso di continuare, la faccenda avrebbe potuto anche diventare interessante. Lo svolgersi dei fatti, questo deve importare. Chissà lei come l’ha presa, dopotutto avrebbe anche potuto defilarsi, invece è qui che invia mail per tentare l’impresa.
– Caro Giacomo, con ogni probabilità ti stai chiedendo di chi diamine sia questo indirizzo e-mail. Probabilmente ti sarai anche chiesto se fosse conveniente aprirla o se qualche burlone ci avesse infilato dentro un virus (tranquillo, io non so nemmeno cosa sia un virus, a malapena conosco quelli intestinali), poi però (spero…) l’hai aperta e ora la stai leggendo. Mi stai leggendo. Non sai quanto mi emozioni saperlo; e se penso che potresti anche rispondermi…

Questa la prima mail di Veronica e lui si sorprese incuriosito: gli era stata abbinata in una gara di scrittura per un blog, avrebbero dovuto ideare un racconto insieme.
Sapeva che era di Firenze, che scriveva per un giornale locale, niente altro.
Lo chiamò per prima: una voce calda pronunciò il suo nome e lui se ne sentì immediatamente attratto.
-Giacomo?
-Hmm… ehm… sì?- (Ma come “sì?”? Ecco ho già fatto la figura dell’imbecille! Maledizione!)
-Ciao sono Veronica, quella della mail. Ti dispiace se ho chiamato?- (Spero di no…)
-Ah, Veronica! Sì. Cioè “sì”, avevo letto il tuo numero quindi “sì, sapevo che eri tu”, non “sì, mi dispiace che hai chiamato”! Eh eh…” (Ma che diavolo sto facendo? Stai calmo Giacomo, inspira; espira).
Stava farfugliando, la voce lo aveva attraversato come un brivido e lui si stava comportando come uno scolaretto.
Veronica proseguì con una serie di suggerimenti che lui accolse di buon grado.
Non aveva le idee molto chiare, ma forse nemmeno lei.
Riuscì a stento a comunicarle che era anche lui fiorentino, e che abitava a Fiesole.
Poi, dopo altre telefonata e altre mail, avevano deciso di vedersi per sveltire la stesura del racconto.

Il luogo dell’appuntamento era Piazza d’Ognissanti. Giacomo arrivò per primo. C’era vento e l’aria tradiva il carattere novembrino della giornata. Nuvoloni carichi di pioggia continuavano a muoversi inquieti e, insieme a loro, vorticavano pezzi di carta come tanti piccoli uccelli nel cielo di Firenze. Fece qualche giro attorno alla statua dell’Ercole poi optò per sedersi sulle spallette. L’aria gli scombinava i capelli e attraversava gli indumenti e dopo poco cominciò ad avvertire freddo. Era lì già da un quarto d’ora ma di Veronica nessun segno.
Sussultò alla sua voce, mentre lei gli veniva incontro, trafelata, alta e snella nella tuta nera, i capelli biondi al vento. Non si aspettava una donna così, forse sotto i cinquanta, veramente bella. Sensazione di panico: lo avrebbe trovato altrettanto gradevole?(che c’entra con il racconto da portare a termine?) pensò.
Si erano scambiati qualche idea, vicendevolmente incuriositi.
Poi, tra una mail e l’altra, si erano rivisti ancora, sempre al solito posto.
Questa sera il racconto, che si è snodato piacevolmente, volge al suo epilogo.
-Senti, Giacomo, fa freddo, io abito qui vicino, in via Montebello, una buona tazza di tè e ci mettiamo al lavoro, che ne dici?-
La casa era piccola ma accogliente; ogni cosa era al posto giusto, precisa, ordinata. Tutte le fotografie sembravano sistemate quasi a creare un quadro unico della famiglia che, gli era sembrato di capire, Veronica non aveva più. Lo aveva accennato in alcune mail, e ne aveva dedotto che vivesse da sola. Aveva perso il marito e via via tutti i parenti, lei non ne faceva un dramma ma Giacomo più ci pensava più coltivava il suo senso di colpa. Lui, con le sue stupide paure degli esami, paura del giudizio degli altri, paura di prendere l’autobus, guardava Veronica affrontare la solitudine, il dolore e si domandava dove trovasse la forza.
Fu incuriosito dalla foto di un ragazzo biondo somigliantissimo a Veronica.
Mentre assaporava degli ottimi biscotti, si aprì una porta. Il ragazzo della foto venne avanti dirigendo con le mani la sedia a rotelle: – Salve, sono Marcello.
Giacomo si sentì mancare…”quella” voce! La stessa di Veronica: ecco perché gli era vibrata dentro. Era la ”sua” voce , quella voce che lo aveva affascinato fin dal primo momento . Quella che aveva accompagnato le sue notti insonni, il suo amore.
– Io so… sono… Giacomo –
Marcello si accostò, le gambe si profilavano appena sotto un plaid, le braccia invece erano muscolose, e quando gli fu abbastanza vicino gliele tese.
Lui si chinò per farsi abbracciare mentre lo sentiva ripetere: perdonami, prima o poi te l’avrei detto.
Veronica era scomparsa. Giacomo aveva gli occhi lustri, non riusciva a capire se fosse più stupito o più felice.
Nella sua mente turbinavano pensieri, dubbi e domande ma l’abbraccio di Marcello metteva tutto a tacere. Sentiva il suo fiato caldo, le parole che assieme avevano adoperato scivolare tra di loro e riempire lo spazio del loro silenzio. Non solo un abbraccio dunque, piuttosto una promessa.

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ho due notizie capo, due

– Capo, capo ho due notizie, mi dia due ore di tempo, le faccio due articoli, poi lei titola e passa i pezzi ma, mi creda, son cose grosse, e guardi… in prima pagina ci può scappare un lancio, bello, e qui il titolo se posso potrei suggerirlo io…
– E sarebbe il titolo bomba che dovrebbe lanciare i tuoi due articoli?
– Non è un paese per vecchi…
Il caporedattore guardò il giovane praticante. Era un brufolotico rompicoglioni, non gli piaceva, come si permetteva di suggerirgli i titoli?, ma c’era di peggio in redazione: almeno lui andava in giro, anziché restare. come altri, al giornale ad appiattirsi il culo leggendo le agenzie e cazzeggiando su internet.
– Siediti, fai un bel respiro, e ricomincia da capo, ho capito un cazzo di quello che hai detto…
– Ho due cose per il giornale di domani…
– Che tu abbia due cose l’ho capito, ma se permetti decido io cosa mettere sul giornale di domani…
– Ma certo si figuri…
– Ricomincia, dimmi, ma cerca di essere chiaro, senza farmi perdere troppo tempo, abbiamo ancora tre ore prima di chiudere, non ho voglia di sentire le bestemmie della tipografia, racconta. A proposito, la conferenza stampa della Polizia era tre ore fa, mi spieghi perché hai impiegato tutto questo tempo?
– Perché ho due notizie…
– Ho capito, vai, ma chiaro e veloce, mi raccomando, e respira, che mi fai diventare ansioso, datti una calmata…
– Ma non dovevo fare in fretta?
– Vedi di non farmi incazzare, vai, parla.
Annuì con la testa il caporedattore mentre il giovane cronista gli raccontava del primo fatto: la conferenza stampa, cioè, della questura.
Avevano beccato una banda di zingari-truffatori. E dato ai giornalisti le foto segnalatiche. La novità era che si erano evoluti gli zingari e soprattutto le zingare. Non più anelli e collane ma collant e capelli fatti fare dalla parrucchiera. Insomma, una banda di zingari che non sembravano zingari e che, da giorni, andavano a depredare le case di anziani che viveano soli, in periferia.
– Mica scemi, mica vanno in centro -, disse il giovane cronista al caporedattore intento a guardare la foto segnaletica di una zingara: gli ricordava una sua cugina, carina anche.
– Va bene, questa è buona. Dimmi dell’altra grande notizia che ti ha fatto far tardi – disse con una punta di sarcasmo il boss della cronaca,
– Ho un bloc notes pieno di appunti, capo-, gli rispose il ragazzo.
Che appena cominciò a raccontargli di una casa di riposo fu subito interrotto dal suo capo
– Vuoi che prendiamo un’altra querela, lo sai no?, che questi hanno santi in paradiso?
Non lo sapeva, perché non disse nulla il giovane giornalista. Che aveva tanta voglia di fumare e di andare in bagno, ma non poteva: il caporedattore, accidenti a lui, aveva smesso di fumare, e quindi non transigeva, e poi aveva una fretta bestia. Guardava l’orologio ogni minuto.
Senza guardare il bloc notes gli disse che
– in quella casa di riposo i vecchi…
– Per favore, dì anziani, se ti abitui a parlare in modo corretto poi eviti gli strafalcioni-, lo corresse il suo capo.
I vecchi non autosuffcienti, gli raccontò il ragazzo, quelli che insomma si cacano addosso
– Se avremo la sfortuna di arrivare a novant’anni ci cacheremo addosso anche noi due-, lo interruppe il caporedattore, guardando l’ora (ovvio).
I vecchi che se la fanno addosso, gli raccontò il ragazzo, vengono puliti a intervalli di quattro ore.
– Quattro ore, capisce capo? Se se la fanno…
– Se se la fanno nell’ora sbagliata, cazzi loro -, lo interruppe l’altro. Con un – Vai avanti, forza, sempre che tu mi debba dire altro.
Gli doveva dire altro, il giovane cronista. Che ai vecchi non autosufficienti, il poco personale della casa di riposo, per mancanza di tempo, a pranzo e cena

servono dei beveroni che contengono…
– Che contengono minestra, carne e budino al ciccolato, è vecchia ragazzo, si frulla tutto e si fa prima, lo sapevo. Piuttosto, chi te le ha raccontate queste cose? Fonte attendibile, verificabile? Spero più di una…
– Un infermiere che è anche un sindacalista.
– Usciamo con un’intervista?
– No, dice che poi rischia il posto di lavoro.
– E il giornale dovrebbe rischiare una querela per cose che si sanno?- disse, alzandosi, il caporedattore.
– Appunto, si sanno, quindi noi le scriviamo e se ci querelano poi avremo dalla nostra le testimonianze dei parenti… del personale
– Ragazzo che film hai visto? Se ci quereleno son cazzi, perché nessuno verrebbe, direbbero che hanno paura, o di veder trattata ancora peggio mammà, o di perdere il posto di lavoro… e io sto perdendo la pazienza, vai, vai a scrivere degli zingari, le foto sono buone, specie la zingara, bella gnocca, faccio vedere al direttore, vedrai, il tuo pezzo parte in prima pagina, contento?

(diciamo che questo post frettoloso mi è venuto in mente dopo aver letto, nei giorni scorsi, Loredana Lipperini e Massimo Maugeri, e dopo essermi ricordato di un libro sull’argomento vecchi: La casa del quarto comandamento, di Marco Salvador).
buona giornata