Informazioni su remo

Scrivo, ma in vita mia ho fatto di tutto (mi sono laureato studiando mentre facevo il portiere di notte). Nel 2019 sono usciti: La donna di picche,Fanucci; Il bar delle voci rubate, I nuovi cugini; La donna che parlava con i morti (ristampa), Edizioni Il Vento Antico.

Scrivere per sé

A proposito di scrittura. “Scrivo poesie, che non faccio a leggere a nessuno, non mi interessa. Scrivo poesie perché mi aiuta a diventare un bravo medico” è una frase che non dimenticherò mai.

Sto scrivendo un giallo che si ispira a una grande storia d’amore, vera. Mentre scrivevo, stanotte, ho pensato che devo scriverlo soprattutto per me.

I Wu Ming, un esempio di buona informazione

“La religione va svanendo e viene sostituita dalla scienza. Ma è una scienza con forti elementi di religiosità. Epidemiologi, medici, virologi, scienziati, ricercatori, statistici vengono considerati i depositari della verità e presentano analogie con i teologi di epoca medievale. Si esprimono in un linguaggio tecnico generalmente incomprensibile al volgo (come lo era il latino per il plebeo medievale), il quale crede a tutto ciò che essi dicono. Il popolo, non avendo le competenze tecniche per capire ciò di cui si sta parlando, crede agli scienziati con un atto di fede: «L’ha detto un virologo in tivù»; «L’ha detto un epidemiologo da Floris»; «L’ho letto su internet».”

Lo ha scritto Piero Purich, storico, sul blog dei wu ming: https://www.wumingfoundation.com/giap/

L’articolo è QUESTO

In questi due mesi di lockdown ho letto in media un libro ogni 5 cinque, ma ho scritto pochissimo, ho conttinuato a scrivere per la mia testata on line (Infovercelli24), ho pubblicato due post sul blog che ho su Il Fatto on line. Come questo racconto sul lockdown: Io resto a casa. Fanculo.
E poi passato ore e ore per cercare di capirne di più – su testate on line, su facebook – qualcosa di più, come tutti credo.

Speso ho trovato su https://www.wumingfoundation.com/giap/ quello che avrei voluto leggere sui giornali, QUESTO POST PER ESEMPIO che fa una panoramica e un raffronto tra i diversi lockdown europei.

Oppure questo sulla Svezia (che non depone a favore della stampa nazionale)

Cos’hanno fatto insomma, i Wu Ming? Hanno alternato della (a mio avviso) buona informazione con dei commenti, come si usa fare nel giornalismo, quello sano, non condizionato dal pensiero unico che, tristemente, dilaga. Il loro è un blog, certo, non è un giornale con continui aggiornamenti. Peccato.

Questi due mesi

Il bilancio di questi due mesi.

Ho lavorato soprattutto da casa, ma un giornalista che si rispetti non deve lavorare da casa.

E ho letto una decina di libri, gialli per lo più, di autori noti e meno noti. Non stronco mai libri altrui, non mi va. Ma da un giallo io pretendo la credibilità della costruzione. Un giallista deve insomma essere preciso. Arrivo al dunque: Giancarlo De Cataldo lo è, più di altri (noti). Non è l’unico ad essere preciso. Ce ne sono altri, Lucarelli per esempio. Ma De Cataldo a me colpisce in particolare.

E ho anche scritto. Sto scrivendo un nuovo romanzo. Dopo vari tentativi andati a vuoto potrebbe anche essere che io sia sulla buona strada.Le prime righe sono queste.

Sta per arrivare la primavera, ma qui, quando vengo qui, a me della primavera non mi importa, perché a me Orta, il suo lago e la sua isola piacciono nei mesi freddi e silenziosi.

Poi, capitolo coronavirus. Ho perso due amici, sono stato in pena per persone a cui tengo e che lavorano in ospedale, un mio parente si è tolto la vita, credo anche a causa del clima di terrore che abbiamo respirato tutti.

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Ho avuto un’altra perdita, che non c’entra con il coronavirus. Un mese fa il mio gatto è uscito alle tre di notte, com’era solito fare, ma non è rientrato. Stava bene, l’avevo preso nel 2003. L’ho cercato, invano. Mi manca, di notte. Sebbene fosse un maschio gli avevo dato il nome d’arte di un’attrice francese che da ragazzo ho amato. Miou miou.

Da domani per me cambia poco o niente. Mi manca di poter entrare in un bar e prendere un caffè, mi manca di non poter andare a Cortona, ma tant’è. E mi chiedo: cosa ricorderò tra un po’ di tempo di questi due mesi? Miou miou. E quel mio parente. Cosa ricorderemo?

Il lockdown per le scale

Dalla mia bacheca facebook:

Ricordo una casa popolare. La padrona di casa chiamò alcuni giornalisti. Casa infestata da non ricordo quale schfoso parassita, quattro figli (mi pare) tutti assiepati nella sala cucina di pochi metri, con la tv poco distante dal frigo. Problemi vari, di mancanza di lavoro, per la madre, e di salute, per una figlia mi pare. Ho ancora le foto ma non è il caso. Poi ricordo l’umidità, la mancanza di igiene. In questi giorni ho pensato al lockdown e alle scale di quelle case popolari. Ascensore o mancante o guasto o comunque sporco. E le scale, appunto. Strette. Dove la gente si incrocia, in tanti senza mascherina, immagino, per andare a lavorare, dal dottore, a fare la spesa, a gettare l’immondizia, a respirare una boccata d’aria sana. Chiudere i parchi era giusto. Forse. #lororestanoacasa

Prete per vocazione partigiana

Prete per vocazione partigiana. Per lui il 25 aprile era un giorno santo. Don Luisito Bianchi (1927-2012) merita di essere ricordato.

L’ultima volta che presentai un suo libro disse: «Se fossi Papa brucerei il Vaticano affinché rifulga la luce di Cristo». C’erano un po’ di suore in sala. Continuarono ad ascoltare.

Ordinato  sacerdote  nel  1950,  negli  anni  Sessanta,  dopo  un’esperienza  romana  alla  Pastorale  del  lavoro,  si  domandò:  “Cosa  ho  imparato?  Io, veramente, cosa so del lavoro?”. A trent’anni decide così di andare a lavorare in  fabbrica,  alla  Montecatini  di  Spinetta  Marengo  (Alessandria),  esperienza  che  racconterà  nel suo libro “Come un atomo sulla bilancia”.  Rifiuterà, comunque, l’etichetta di prete-operaio. «In fabbrica – spiegava – un prete non serve, perché le virtù teologali, Fede, Speranza e Carità, sono già parte  del  lavoro  duro,  da  operaio.  E se un intellettuale si sente a corto di argomenti – diceva ancora – vada in fabbrica: perché lì il terreno è fertile».

Al centro della sua esistenza e del suo essere prete don Luisito poneva la gratuità.

«Ma cosa credete – diceva – un prete è anche un uomo e non è indifferente alla bellezza della donna: ecco, il mio primo atto come prete, la prima gratuità, fu rinunciare a questo»,

Il suo libro – per molti un capolavoro – fu pubblicato da Sironi nel 2003. Si intitola La messa dell’uomo disarmato. Parla di resistenza e di gratuità. Fu un successo di vendite e di critiche. I proventi del libro li donò alle missioni. A lui che viveva tra Vescovato, suo paese natale,  e  Viboldone,  dove  era  cappellano,  bastavano  i 600  euro  di  pensione,  frutto  dei  contributi  versati  come  operaio,  inserviente, benzinaio, insegnante. Era un mite, ma insieme all’amore per il prossimo insegnava la ribellione.

«Quando Gesù Cristo si è fatto uccidere in croce non l’ha fatto in cambio di uno stipendio… e quando i giovani partigiani andavano a combattere e a morire l’hanno fatto con gratuità…. io non li ho seguiti, non andai a combattere e mi spiace».

Don Luisito non volle mai la “paga” del Sostentamento del clero.

Raccontami una storia

L’ho raccontato e lo racconto ancora. Avevo 39 anni e mi ero rassegnato: tutto quello che scrivevo non mi piaceva. Rileggevo e distruggevo. Una sera presi un bloc notes e pensai: Inutile che scrivi, poi, tanto, non ti piacerà. Arrivò un secondo pensiero, diverso dal solito. Era una richiesta che facevo a me stesso: Raccontami una storia. Mesi dopo, quando rilessi queste righe volli continuare. Quella domanda – raccontami una storia – c’è sempre, solo che spesso la storia non viene.
 
Sa di antico il mio piccolo bar, è sotto i portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comprare i dolci della pasticceria Delrosso.
 
È un bar d’altri tempi, questo, con qualche trasgressione: un televisore, un telefono a gettoni, un biliardo eu n vecchio flipper. Ma il banco è più vecchio di me, i tavoli e le seggiole son tutti di noce. (Il bar delle voci rubate)
Il bar delle voci rubate uscì nel 2002 con il titolo Il quaderno delle voci rubate. La nuova edizione è stata pubblicata da I Buoni cugini editori
Gli occhi della copertina sono tratti da un’opera di Lorena Fosanto