Pubblicato da: remo | 19 aprile 2016

Un estratto de L’intervista (manoscritto in lettura qua e là…)

C’era una volta una diciottenne sveglia, carina, alla buona e cocciuta. Voleva
fare la giornalista.
– Ti prego, fammi felice, diventerò brava sai?
Partiva male la ragazza, dandogli del tu senza autorizzazione. Ma aveva un
sorriso così dolce, che era impossibile per Sovesci non perdonarla. Non
ascoltarla.
– Prima prendi il diploma e poi ne riparliamo, oppure senti, potresti venire
quest’estate a fare uno stage.
– Posso prendere il diploma e intanto tu mi insegni a fare la giornalista.
– Io non ho tempo, qui nessuno ha tempo.
– Lunedì mattina ho visto che eri rintanato in un bar, sei stato lì due ore a
leggere giornali e libri.
– Prego? Mi hai pedinato?
Faccino pulito e pieno di lentiggini, due occhi neri e vispi tra i capelli riccioli e
spettinati, Caterina divenne una collaboratrice e una compagnia nelle
mattinate in cui il giornale non usciva. Lo tempestava di domande, solo e
soltanto sul giornalismo.
– Vuoi imparare a fare anche i titoli? Guarda che sono più importanti di un
articolo, la gente guarda il titolo, poi le foto, poi, se va bene, inizia a leggere. E
poi ti svelo un segreto. Sai come si fa a capire se un giornalista ha le idee
chiare su un articolo che deve scrivere? Basta chiedergli, che titolo faresti? Se
ne ipotizza due o tre, ha le idee abbastanza chiare, se invece cincischia
significa che è confuso.
– Però i titoli non li fanno i tuoi giornalisti, i titoli li fai tu, dico bene? Quand’è
che mi farai stare in redazione a vedere come si chiude un giornale?
– Mah, vediamo.
Della ragazza, a Sovesci piaceva tutto. Il modo bizzarro di vestire, i suoi occhi,
la sua voglia di vivere, di gustare le piccole cose, una mela, un fiore, un sorriso
al cielo di giugno o alla pioggia. Da un punto di vista professionale aveva dei
numeri. Il piglio giusto c’era, la giusta visione del lavoro anche. I ragazzi che bussavano alla porta di Sovesci e si proponevano per collaborare, nove volte su
dieci chiedevano di scrivere recensioni cinematografiche, pezzi di cultura,
insomma puntavano subito in alto.
– Mi piacerebbe raccontare le piccole storie della città, però ho bisogno di un
maestro -, gli aveva detto, incantandolo.
Direttore da due anni, la tegola del tradimento e della separazione di Simona
alcuni mesi dopo la nomina, la solitudine che contrastava lavorando, anche di
notte. Una volta, i suoi redattori, entrando per la riunione di redazione
l’avevano sorpreso a russare.
La ragazzina fece breccia nel cuore di Sovesci e non solo nel cuore.
Un lunedì, c’erano solo loro in redazione, ebbe paura, sentendosi attratto da lei.
Andò in bagno, si masturbò, si guardò allo specchio disprezzandosi. Quando
tornò, Caterina pensò che non stesse bene.
– Hai vomitato?
In un certo senso sì, pensò, con un mezzo sorriso.
– Andiamo, che sono stanco.
Dal giorno dopo, divenne freddo, cominciò a evitarla, inventando scuse.

Ma a Caterina non mancava certo l’arte dell’insistenza.
– Ludo, mi dici se e quando il capo è libero? Devo parlargli.
– Glielo dirò, oggi comunque non riceve nessuno, sai com’è fatto.
– Sì lo so, ma potrebbe almeno degnarsi di rispondere alle mie mail.
– Caterina, certe volte non risponde nemmeno alle mie.
– No Ludo, non bluffare, si vanta sempre di rispondere a tutti.
Sovesci se la ritrovò una notte, rincasando, dopo una chiusura, sotto casa.
– Mi spieghi perché ce l’hai con me? Cosa ti ho fatto? Fammi entrare.
Non sorrideva. Labbra sottili, adirate.
– Caterina, vai a casa. Ci vediamo al giornale.
– No, sbagliato, NON ci vediamo più al giornale perché scappi via, quando mi
vedi. Fammi salire, noi due dobbiamo scopare, mi hai capito? Sco-pa-re…
Avrebbe voluto, lui. Chissenefrega se ho cent’anni di più, e chissenefrega di uno
scandalo, del giornale, di tutto, mi piaci da morire, ti sogno di notte, ti sogno
mentre lavoro e ti desidero. E sto bene solo quando sei con me.
– Caterina, ho sonno, per favore non complichiamoci la vita che è già
complicata di suo.
Si rividero qualche volta al giornale, di sfuggita. Lui aveva dato disposizione a
Ludovica di starle dietro, assegnarle dei servizi importanti. Ma era dura
svegliarsi al mattino e pensare che sarebbe stata una giornata senza di lei. Da
un lato voleva allontanarla, dall’altro sognava una vita con lei. Che bello
telefonare a Simona e dirle: Ho una compagna giovane, lavorava con me, puoi
smettere di compatirmi, di sentirti in colpa.
Quando i bollori, almeno un po’, si placarono, ricominciò a riceverla durante il
lavoro, a parlarle. Di lavoro. Caterina, che dopo il diploma di maturità
scientifica, ottenuto a fatica, aveva deciso di non iscriversi all’università, un
giorno gli scrisse una mail, chiedendogli se c’erano speranze per una sua
possibile assunzione.
Rispose subito, senza incertezze, Sovesci.
Non ti posso promettere nulla, quindi non farti illusioni, ma sappi solo che se
avessi la possibilità di rinforzare la redazione tu, tra tutti i candidati che ci
sono, sei al primo posto.
Era la prediletta, insomma. Aveva perfino imparato a usare rigorosamente il
“lei” con le persone che contattava per un’intervista, un’informazione. – Se dai
confidenza, sei fottuto, perdi di autorevolezza –: l’insegnamento, che Magellani aveva impartito a Sovesci, si concretava ora in Caterina. Sorridente alla vita ma
seria e scrupolosa nella professione. Era una semplice collaboratrice pagata a
pezzo, ma Sovesci fece in modo che si distinguesse, al punto che le firme di
prestigio del giornale per un po’ di tempo furono due: quella di Lavinia Tetti e
quella, appunto, di Caterina Tacchi. (Quella di Sovesci appariva come sigla nelle
risposte alle lettere e, ogni tanto, in qualche breve pezzo di fondo).
Finché il capitolo Caterina si interruppe…


Responses

  1. Sì, ma poi come finisce?
    La favola bella finisce o è tuttora in corso?
    Occorre, per saperlo, recarsi in libreria?

  2. Io l’ho scritto e l’ho inviato a una decina di editori; pare non interessi… Ciao


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