Pubblicato da: remo | 9 novembre 2015

Minestre riscaldate, vere anche

Immaginate una casa senza televisore e senza telefono. E senza lavatrice. L’acqua calda? Il sabato sera e la domenica mattina. Per lavarsi la testa durante la settimana si scaldava l’acqua. La carta igienica? La carta di giornale tagliata, col coltello. Il cibo? Verdura, pasta, polenta, colazione con latte e il pane raffermo, del giorno prima. La carne: una volta a settimana, la domenica. Insomma: una minestra riscaldata per me non è un modo di dire, ma un ricordo preciso. Il profumo di una povertà di cui son figlio.
E attenzione alle scarpe, che il ciabattino costava. Si andava però al bar, dove le donne chiacchieravano e guardavano la tele mentre gli uomi fumando nazionali senza filtro giocavano a carte e spesso litigavano, il martedì (va a sapere perché) e il sabato. Un gelato da 50 lire o un pacchetto di caramelle ci potevano stare. Niente auto, naturalmente. E il dentista era quello della mutua. Insomma, i miei primi dieci anni di vita (crisi nera, no?). Eppure, eppure di ricordi ne conservo. I bagni alla Sesia, l’oratorio dove ogni tanto, va bene, ci stava, prendevo qualche calcio nel sedere dal viceparroco ma potevo, almeno, giocare (gratis) a calciobalilla (dopo aver servito messa, s’intende). E ho il ricordo di una grande radio che gracchiava. La sera io e il babbo l’ascoltavamo al biuo. Ci si concentrava meglio e si risparmiava la luce. L’altro bel ricordo sono i libri. Non avevo soldi, ma mettendo da parte dieci lire più dieci lire più dieci lire le copertine che ammiravo ogni sera ( I pirati della Malesia, I ragazzi della via Paal e David Crocket a Baltimora quando) le avrei accarezzate. E mi vien quasi da dire: com’era bella la città allora. C’era gente, la sera, che camminava nelle strade e nelle vie. Passavano poche auto, allora. Però è sbagliato dire che la città era bella, allora. Noi eravamo poveri me c’erano i poverissimi, nella case di ringhiera. Loro, l’acqua calda, non l’avevano nemmeno la domenica. Sto parlando dei fantastici anni sessanta. Ancora adesso, al mattino ho l’abitudine di lavarmi con l’acqua fredda, ormai la mano si rifiuta di far scendere quella calda. E ho l’abitudine di comperarmi un paio di scarpe nuove o un vestito e metterli da parte, ché saranno il vestito e le scarpe della festa, un giorno che verrà. Insomma, una parte di me aspetta da sempre che finisca la crisi.


Responses

  1. Caro Remo.
    io, al contrario, provengo da una famiglia che non aveva grossi problemi economici. Scarpe e vestiti non mi mancavano. Ma anche nella mia famiglia i soldi non andavano buttati e spesi con leggerezza. Erano frutto di lavoro e fatica e bisognava spenderli quando serviva. Insomma per il di più si aspettava Natale e compleanno. Mia nonna metteva via quello che le si regalava per tempi migliori. Aveva vissuto la guerra quando mancava tutto e tutto si riciclava…cibo compreso. Ho imparato da lei a mangiare la minestra riscaldata e rielaborata. Il giorno dopo ci si aggiungeva un po’ di riso o una patata o un po’ di sugo….e diventava più buona…o, almeno, a me piaceva. Ancora adesso la minestra (o la pasta al forno con verdure) mi ricordano mia nonna e la mia infanzia
    Baci
    Elisa


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