Pubblicato da: remo | 11 giugno 2013

Stupirsi (quello che è giusto)

Domenica 9 agosto, verso le 18, passa da Vercelli Freccia d’Europa, iniziativa di cui potete leggere
qui
e qui.
Mi telefona Giovanni Giovannetti, raggiungo il gruppo di camminatori che, prevenienti da Mantova, stanno facendo tappa da Vercelli (destinazione Strasburgo).
Saluto Giovanni, faccio un pezzo di strada con lui, parliamo. Poi succede che mi raggiunge mia moglie Francesca col bimbo. Continuiamo a camminare finché non arriva un violento acquazone. Saluto Giovanni, prendo il bimbo in braccio e cerco un riparo mentre Francesca va a prendere l’auto, così da raccattare me e bimbo.
Succede che come riparo trovo la tettoria di un capannone, che vale un po’ poco come riparo: prendo il bambino in braccio perché comunque ci stiamo bagnando, vuoi perché la tettoia protegge poco, vuoi perché dalla strada arrivano schizzi di auto che nemmeno rallentano.
Ne passano di auto nei venti minuti di attesa sotto la pioggia (e la tettoia che sporge poco).
Ne passano almeno venti-trenta, forse quaranta.
A un tratto mi stupisco.
Un’auto si ferma, a bordo ci sono due donne, madre e figlia. Mi sorridono, mi chiedono se ho bisogno di un passaggio.
No grazie, tra un po’ arriva mia moglie.
Mi stupisco e ringrazio.
Mi stupisco, ho detto.
Mi stupisco di un gesto normale. Non mi hanno stupito quelli che hanno visto un uomo e un bambino senza ombrello, bagnati, protetti da un pezzo di tettoia.
Ripenso alle due donne. Ai loro volti.
Erano in un’utilitaria.
Come la 500 del babbo, quando ero piccolo.
Lui si sarebbe fermato. Non ha fatto le scuole il babbo, ma si sarebbe fermato. (Ricordo che una volta ci fermammo, c’era stato un incidente. Si fermava nessuno. Noi ci fermammo, c’era gente insanguinata, fu il babbo a chiamare l’ambulanza…).
E a fermarmi non me l’ha insegnato l’università o leggere, ma un padre e una madre che hanno fatto la terza elementare mi hanno insegnato che quando è necessario si deve dare una mano, perché è giusto così.


Responses

  1. In generale adesso si insegna a diffidare. E’ così radicato che anche il possibile beneficiato diffida e rinuncia. Io vedo gli anziani faticare ad attraversare, vedo quando portano borse pesanti sulle strade lunghe dalla periferia al centro. Vedo mamme appiedate con bambini incartati nel cellophane costrette a uscire sotto la pioggia. Vedo i cani magri e i gatti cisposi che schivano le auto. Vedo la malinconia negli occhi di chi non è nato da queste parti e mi indica il parcheggio vuoto. Vedo anche l’erba che buca l’asfalto e che nonostante la fatica è uguale a quella del mio campo. Mi sono fermata tante volte per dare un passaggio o portare la spesa ma nella maggior parte dei casi ho visto stringere la borsa al petto o mettere la mano in tasca. Il gesto gratuito di attenzione all’altro è diventato difficile da comprendere. Ma non bisogna arrendersi. Dobbiamo continuare a insegnare a vedere e guardare la vita che abbiamo intorno, non importa in quale forma si presenta, dobbiamo insegnare ad accorgersi della sofferenza perché, anche se il tentativo di dare sollievo non produce risultato, qualcosa di buono si sparge comunque. Monica

  2. Bellissima storia. Brava anche Monica. Abbiamo innestato il modo della sfiducia, della diffidenza, del cinismo. Ma mai stancarsi di ciò che è buono, giusto, vero. Bello.

  3. Sono cinica, lo so, ma mi sarei meravigliata pure io. Però avevi il bambino in braccio. Aumentano le probabilità di destare simpatia, con un bambino in braccio.

  4. E’ vero: certi comportamenti li abbiamo imparati dai nostri genitori e dal loro esempio che, nonostante non avessero studiato, erano ricchi di valori, umanità e buonsenso. Oggi imperano l’indifferenza e la diffidenza, purtroppo.


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