Pubblicato da: remo | 3 giugno 2013

Una volta era un paese: il libro di Stefano Tallia sulla ex Jugoslavia

Chi conosce la città e la sua storia, racconta che pro-
prio nelle vie del centro i serbi uccisero decine di perso-
ne incendiando il quartiere prima della fuga. Da allora
sono passati dodici anni ed è come se la scena si fosse
cristallizzata, come se nessuno avesse più avuto il co-
raggio di occupare quelle case, abitate per sempre dalle
anime delle vittime. A ben vedere, la sola cosa nuova è
il monumento in memoria dei miliziani dell’UÇK eretto
nella piazza tonda poco distante dalle case incenerite:
vedetta del nulla.
Ma a martirizzare Gjakovë non sono stati solo i ser-
bi. Quando la Nato iniziò a cannoneggiare con le bom-
be all’uranio impoverito le milizie di Milošević in fuga,
questa fu una delle regioni più colpite. Chiunque si fer-
mi in Kosovo per un lungo periodo sa bene quanto al-
cuni comportamenti alimentari siano sconsigliati: bere
acqua corrente, utilizzare il latte di produzione locale e
cibi che possano avere in qualche maniera assorbito la
radioattività che si presume esista sul terreno.
I kosovari tutto questo lo sanno, anche se nessuno
pare avere voglia di affrontare il problema. Lo sa bene,
ad esempio, il signore che a Gjakovë ci affitta la casa e
che gestisce un piccolo negozio di alimentari.

tratto da “Una volta era un paese”, un libro sulla ex Jugoslavia del giornalista Stefano Tallia.
La casa editrice è nuova, anzi neonata: Scribacchini editore.
Giovedì 6 alle 18 verrà presentato alla libreria Sant’Andrea, a Vercelli.


Responses

  1. Sono stata in Croazia e in Bosnia-Erzegovina. Ancora ferite dal tremendo conflitto che ha visto rinnovarsi in Europa orrori che si credevano appannaggio della follia nazista. Speriamo davvero che da queste terre martoriate venga un monito di pace.

  2. Qui le fotografie dell’evento
    http://www.scribacchini.com/presentazione-vercelli/

  3. Chi conosce la città e la sua storia, racconta che pro- prio nelle vie del centro i serbi uccisero decine di perso- ne incendiando il quartiere prima della fuga. Da allora sono passati dodici anni ed è come se la scena si fosse cristallizzata, come se nessuno avesse più avuto il co- raggio di occupare quelle case, abitate per sempre dalle anime delle vittime. A ben vedere, la sola cosa nuova è il monumento in memoria dei miliziani dell’UÇK eretto nella piazza tonda poco distante dalle case incenerite: vedetta del nulla. Ma a martirizzare Gjakovë non sono stati solo i ser- bi. Quando la Nato iniziò a cannoneggiare con le bom- be all’uranio impoverito le milizie di Milošević in fuga, questa fu una delle regioni più colpite. Chiunque si fer- mi in Kosovo per un lungo periodo sa bene quanto al- cuni comportamenti alimentari siano sconsigliati: bere acqua corrente, utilizzare il latte di produzione locale e cibi che possano avere in qualche maniera assorbito la radioattività che si presume esista sul terreno. I kosovari tutto questo lo sanno, anche se nessuno pare avere voglia di affrontare il problema. Lo sa bene, ad esempio, il signore che a Gjakovë ci affitta la casa e che gestisce un piccolo negozio di alimentari.


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