Pubblicato da: remo | 13 febbraio 2012

Il mio mestiere e la crisi

Faccio il giornalista da 27 anni. E dirigo un giornale locale da 7.
Nel consiglio di amministrazione del giornale che dirigo c’è una persona che mi è stata amica, in passato. Vicina in momenti tempestosi. Un anno fa mi ha rimproverato: La smetti di minacciare le dimissioni ogni volta che hai un attrito con gli editori del giornale?
Aveva ragione. Una volta ogni sei mesi io minaccio di dare le dimissioni.
Le risposi, Hai ragione, e da allora ho smesso.
Ma continuo a pensarlo. Questo mestiere uno lo deve fare svincolato da interferenze.
Dire io sono libero e dirigo un giornale che va contro i poteri forti è una minchiata.
Dire che ci provo no, invece, ci sta.
Fino a oggi ho avuto dalla mia le vendite. Addirittura io e la mia redazione, proprio in un momento in cui i giornali cominciavano a perdere copie, siamo riusciti, era il 2008, a far registrare il record di vendite e di abbonati dal 1871, anno in cui il giornale fu fondato.
Ora teniamo, ma non perché siamo bravi. Perché siamo credibili. E per essere credibile un direttore deve essere sempre in bilico tra il continuare ed alzare i tacchi (o farsi cacciare).
Oggi è più dura che mai. Colpa di internet? Forse. Colpa della qualità scadente dei giornali? Sicuramente sì. Colpa della crisi? Anche. C’è tanta gente che un euro e venti centesimi preferisce tenerlo in tasca, oggi.
Son cazzi, insomma, oggi. Lo vedo appena esco al mattino, davanti a casa mia. C’è la Caritas. E c’è la coda, lì, che aumenta sempre più. Di stranieri e di italiani. Succedeva con Berlusconi succede oggi con Monti. E non vedo sbocchi, non vedo.
Buona settimana

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Responses

  1. Se non vedi sbocchi tu……figurati io.Faccio questo mestiere da 16 anni e non ho mai visto un contratto regolare, anche in giornali che mi avevano promesso assunzioni e nell’arco del mio percorso, sono stati diversi.. Fare il giornalista è un mestiere difficile anche per chi avrebbe , dico “avrebbe” , perché poi non è così, tutte le caratteristiche e le “porte aperte” del caso.Fare il direttore certo non è facile.Si subiscono pressioni di ogni tipo, ma tu non mi sei mai sembrato uno che si scoraggia (se non momentaneamente) o che abbandona tutto per paura di combattere.Se si vuole che prima o poi le cose cambino, bisogna restare, combattere sempre, non arrendersi mai.
    Il resto lo farà il tempo…bisogna solo saper aspettare….nelle professioni che ti sei scelto (anche quella dello scrittore) se non hai le protezioni giuste è così.Un abbraccio solidale.Isa.

  2. grazie dello scritto, dell’impegno,
    e buona settimana a te ed ai giornalisti puliti!

  3. Allora mi aggiungo pure io… non faccio la giornalista. Faccio l’impiegata in un ufficio commerciale estero. O meglio, tra un po’ dovrò dire: facevo. Ho dato le dimissioni sul serio, e non per farmi assumere in un altro ufficio commerciale estero, ma per stare a casa a seguire il bimbo che ha dei problemini. Ho 37 anni e dopo questo colpo di testa non so se riuscirò a tornare nel mondo del lavoro.
    Però il mio lavoro riguarda(va) solo me e la mia famiglia. Il lavoro di un giornalista riguarda tutto il paese e il suo livello morale.
    Mi raccomando… immagino che sia difficile, ma se il quarto potere molla o diventa la quarta debolezza, siamo fregati tutti – scusate la parola.

  4. NON SOLO I GIORNALISTI:
    Una notte sì e l’altra pure sogno di licenziarmi e mandarli tutti a quel paese sbattendo la porta. Sono troppe le schifezze che vedo ( e sono l’ultima ruotina di un piccolissimo carro periferico ) Poi mi sveglio e mi ricordo che farei del male solo a me e alla mia famiglia, nonché contenti loro. Nel mio piccolissimo ho lavorato, faticato, sopportato, fatto kilometri per avere il lavoro che ho ora, e manderei tutto a puttane. Ma non ho un’alternativa, al momento. Non posso farlo. Mi domando ogni giorno quanto potrò reggere a stare in disparte, a non litigare più, a non parlare, a essere invisibile. Quando sarò al limite magari lo farò anche.Ma non si può, non posso, essere temeraria in questo momento storico, lasciare un lavoro tutelato con una famiglia a casa a cui ho già chiesto tanto. Così mi barcameno sputando tutte le mattine su quello in cui credevo, chiedendomi se saprò mai perdonarmi questo tradimento. Non è il momento giusto per lamentarsi, però, quindi basta e avanti. Senza più una direzione e , quel che è peggio, senza più passione.

  5. Tieni duro Remo, tanto faresti un regalo solo a chi prenderebbe il tuo posto e non è detto che sceglierebbero uno del tuo giornale, con i tempi che corrono. (o sono obbligati per contratto a farlo?)
    Io sono una privilegiata (anche se il posto non me lo ha regalato nessuno) che ha il posto fisso e noioso (più o meno) e non hai idea di quanto vomito mi viene a vedere i miei colleghi che si lamentano in continuazione del loro lavoro, retribuzione, mancati scatti di carriera. Del mondo al di fuori gliene fr…a na cippa.
    Elisa
    L’Altra

  6. mi sembra di leggere che più o meno, un lavoro piuttosto di un altro, siamo tutti nella stessa barca, ma noi che un lavoro almeno ce l’abbiamo e in qualche maniera ci aiuta a portare avanti la nostra famiglia , stringiamo i denti e tirem innanz.
    Per Remo: tu hai l’esperienza degli anni , anche quelli che hai vissuto come sindacalista, non lasciarli soli i tuoi compagni di lavoro perché chi arriverebbe a sostituirti, puoi metterci la mano sul fuoco, non guarderà con i tuoi occhi la fila davanti alla Caritas.

  7. Remo tu non puoi nè devi abbandonare. So che questo ti è chiaro.
    Io ? Mi vien da ridere ma sto lottando per iscrivermi grazie alla 180 su una lista “privilegiata” di collocamento mirato. Ho dalla mia un ottimo curriculum, molta disponibilità e… il 75% di invalidità. Accipicchia quante cose ho !!!
    Va a finire che un posticino noioso e fisso potrei meritarlo più dei colleghi di sportelloutenti… roba da matti.

  8. Ciao Remo,
    faccio questo mestiere da 15 anni, prima ho fatto 15 anni l’operaio. Da operaio, erano altri tempi, prendevo uno stipendio dignitoso, da giornalista il discorso è diverso. Il motivo che mi spinge ad alzarmi la mattina non è lo stipendio, per quanto averlo faccia comodo. Quando il primo ministro Monti ha parlato di noia nel fare sempre lo stesso mestiere, avrei voluto domandargli di cosa parlasse: noia nel passare ogni mese alla cassa? Perché altrimenti non capisco. Come si fa a fare per anni, decenni, millenni – qualcosa che non piace e rende pazzi per quanto è odioso?
    Il malessere emotivo è un veleno, non si può vivere avvelenati.
    Cioè, io non ci riesco.
    Remo, dici di non vedere sbocchi. Io vedo sempre più persone che quando non ne possono più vanno via. Non è questione di essere vigliacchi o meno, è proprio che non si può assumere veleno ogni giorno, ogni minuto. E questo forse non è uno sbocco, ma se tante persone in più si svelenano, la società nel suo complesso può tirare un sospiro di sollievo.
    Onorato di averti come direttore, a lungo.

  9. Diamogli tempo, a Monti.

  10. Ciao Remo, collaboro con passione da 20 anni al giornale di cui sei direttore . C’è una cosa da dire, per i primi dieci anni si scriveva solo per la gloria, era uno stress per le foto, il fotografo a 10 km portare i rullini, andarli a ritirare, tutto per niente. Poi è incominciato ad arrivare qualcosa, con la tua direzione le cose sono cambiate, hai rinunciato a qualcosa tu per darlo agli 80 collaboratori ( ci sono donne che vivono solo di quello ). Poi adesso ci sono le digitali senza stress. Anche la gente è cambiata, se uno riceve la visita dei ladri, ci telefona a dire le cose come stanno, forse è come dici tu, siamo credibili e scriviamo le cose come stanno.
    Sei imprevedibile, come con questa cazzo di pagella al sindaco, a trovare chi ci mette la faccia contro, non è facile, ma da questa parte si lavora bene, sei sanguigno, ci sono gli stimoli giusti e buon lavoro, pec.

  11. Pier Emlio grazie per quello che hai scritto.
    Mi fa piacere che tu ti sia ricordato di una cosa: che mi son fatto dare lo stipendio da direttore senza chiedere un centesimo di più, e rinunciando ai benefit (come la macchina) ma insistendo affinché ai collaboratori sia corrisposto un compenso decente. Siamo l’unico giornale locale – e qui il merito è più degli amministratori che mi hanno ascoltato, che mio, che ho solo richiesto – a rimborsare chilometri e telefonate. Poi lo so: paghiamo poco come tutti i giornale locali. Ma la baracca va avanti grazie all’entuasiamo e al lavoro che gente come te ci mette, ogni maledetto numero.


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