Racconti a 4 mani/15

Come fu che Malik perse il suo sogno

La motoretta doveva essere rossa.
Di questo Malik era sicuro. Si sedeva sulla collina, appoggiato a un cespuglio, e voltava le spalle alla città, puntando lo sguardo all’acqua lontana. Chiudeva gli occhi. Chiudere gli occhi era necessario: ingrandiva il rumore del fiume che, affamato di spazio e di caduta, precipitava e rombava portando con sé il terreno secco sfiorato dai suoi palmi, l’aria calda che gli respirava addosso, la camicia strappata e il buco allo stomaco. Così, poteva vederla bene, la sua motoretta, e lucidarne i metalli cromati, facendo splendere con uno sputo deciso e un panno robusto il sedile di cuoio, e riempiendo il serbatoio dietro al grande fanale che avrebbe illuminato loro la strada quando fosse venuto il momento.

Le gerbere dovevano essere gialle.
Oppure rosa. Samirah cambiava spesso idea, almeno tante volte quante cambiava il vestito prima di accettare con buona grazia di far visita alla zia Nabilah, che bisognava tener buona e onorare con cortesia, prima che il demonio del pozzo, per punirle dello scarso rispetto, cavasse loro un occhio ciascuna, come alla moglie del mercante e a sua sorella. Per quanto, Samirah pensava a volte che sua sorella si sarebbe meritata di rimanere senza un occhio, visto che le rubava sempre il vestito a fiori e le sandalette bianche con i buchi, che avrebbe messo con la fascia rossa sui capelli e il mazzo di gerbere in grembo. Gerbere gialle, oppure rosa, questo era da vedere.

La casa doveva essere quella ocra, l’ultima dopo la svolta del sentiero che abbandonava il villaggio.
Il tetto appuntito sfociava nel loggiato, per ripararsi dalla luce del giorno, e il cortile era interno, con le palme a svettare spumose, dove trascorrere le serate con i bambini in giochi di biglie di terra seccata. E anche, dovevano esserci i limoni e gli aranci, che fanno succosa abbondanza, e l’ibisco con le sue corolle opulente e i gelsomini a contornare le finestre.
Una casa perfetta per Malik e Samirah, così doveva essere.

Poi Malik è sceso dalla collina dove portava il gregge a racimolare sterpi e ramaglie, ha svuotato le sue tasche e quelle dei fratelli. Il gruzzolo riluceva sulla stuoia al centro della stanza, sotto la luce della lampada di pelle di capra. Non era più tempo di restare, non c’era posto per tutti nella casa del padre. Per lui, Mbatu ha indossato il copricapo e versato sangue di bue, e ha danzato sotto il Grande Albero. Ora Malik è pronto, in tasca la piccola pietra nera di ossidiana a proteggerlo, sulla spalla il fagotto di sua madre e in testa un pensiero per non dimenticare.

Il rumore del fiume è scomparso, e davanti ai suoi occhi si muove pigra la schiena chiara e verde del mare, che è così grande da mangiarsi ogni spazio e ogni possibilità e così fiocamente rumoroso da imporre a tutti il silenzio. C’è il sole, oggi, e la città alle spalle si è già dimenticata di Malik e degli altri che lo spingono, muti, verso la passerella, e sfiorano la sua pelle sudata, urtano sgarbati la schiena rigida, si accomodano accanto a lui sulla panca affollata e stringono i corpi per far posto. Un uomo ha i capelli grigi e racconta piano che quello sarà un buon viaggio, tutti seduti, mare calmo, c’è acqua e un filo di speranza, e un paese dove il palo del mondo tiene alto il cielo e si potrà crescere. Malik vuole sapere se in quel luogo si potranno anche trovare motorette rosse, e se lui potrà portarci Samirah, e se si faranno fotografare seduti sul sedile di cuoio. Lui indosserà un abito con i bottoni e un paio di scarpe robuste, e avrà in mano una sigaretta; lei avrà una fascia rossa in capo e un mazzo di gerbere e le sue sandalette bianche.
Malik vuole sapere, ma non chiede. È un mondo nuovo, quello, e si vergogna. Così tace, e continua a lucidare il suo sogno.

Ben presto la schiena del mare si gonfia, la percorrono crepe gorgoglianti, spinte dal vento che straccia, scuote e spazzola le vesti e le facce silenziose. Ogni viaggiatore guarda avanti nell’angolo visuale improvvisamente ristretto, sempre mutevole, e il fissare diventa l’àncora in un mondo senza confini. Cigolano i legni, piangono la loro lunga esistenza, offrono il ventre screpolato alla ruvida forza del sale. Malik sospinge lo sguardo oltre la prua, dove s’inarca lo scafo e scoppiano boati di madreperla: eccola, ora la vede, come l’aveva sempre immaginata, Nabuch, la Regina delle Acque, avvolta nella sua spuma scintillante, che offre le lunghe braccia, li accarezza sulla cresta dei flutti e li chiede per sé.
Ma più indietro, tanto più indietro, sul patio polveroso, le preghiere di Samirah si alzano forti e precise a spingere avanti la nave sconosciuta, ché arrivi nel mondo nuovo col suo carico scuro e amato.

Nel mondo nuovo ci sono campi di pomodori, rossi come il sangue dei buoi della prateria, frutti succulenti che Malik deve strappare alle piantine prostrate sul terreno e infilare in grandi secchi da svuotare sul carro. Nel mondo nuovo le motorette sono rosse, blu, nere, con i cerchioni cromati e lucenti, i sedili in pelle morbida, e appartengono ai padroni. Malik ogni sera, steso sul vecchio materasso, conta gli spiccioli, monete di troppo poco valore per comprare un sogno. Il sonno arriva e non lascia tempo per guardare la luna o le stelle, così spente e solitarie nel mondo nuovo. L’alba giunge presto, caliginosa e soffocante; non ha colori che incendiano le nuvole e vapori rosati che inarcano il cielo. Con il mattino giungono i distributori di braccia, a portare Malik e gli altri sulle strade polverose che separano le piane, e a pagarli con scarse monete.
E qui l’acqua è lontana, il tempo poco e la fatica troppa, per poter sognare. Malik raccoglie, dorme, raccoglie, impara parole nuove e straniere, raccoglie, ha una maglietta rossa e un nuovo paio di scarpe di pezza. Se passa una motoretta, non si gira più a guardarla.

Più indietro, tanto più indietro, su un patio polveroso, qualcuno vede seduta una ragazza con un vestito a fiori. Che farà Samirah con le sue gerbere?

Annunci

Informazioni su remo

scrivo. Ultimi libri pubblicati: Lo scommettitore (Fernandel 2006); La donna che parlava con i morti (Newton Compton 2007, fuori catalogo); Bastardo posto (Perdisa Pop 2010); Vicolo del precipizio (Perdisa Pop 2011); Buio assoluto (Historica, 2015); Vegan. Le città di dio (Tlon, 2016); La notte del santo, Time crime
Questa voce è stata pubblicata in Raccontiaquattromani. Contrassegna il permalink.

9 risposte a Racconti a 4 mani/15

  1. Marchetti Fausto ha detto:

    Un sogno che si ripete dai tempi di Abramo. Ho promesso di non lasciare link musicali , perciò lascio una frase a commento di questo racconto che non mi è dispiaciuto affatto (a voi il compito di capire chi la canta):

    “C’è una nuvola che sale dal deserto
    ho fatto le mie valigie e cammino a testa alta nella tempesta
    vorrei essere un ciclone per abbattere tutto quello
    che non ha la fede di stare aggrappato alla sua terra
    soffiar via i sogni che ti devastano
    soffiar via i sogni che ti spezzano il cuore
    soffiar via le bugie che ti lasciano solo perduto e con il cuore spezzato.”

  2. melania ha detto:

    bello. mi dispiace di non sapere fare commenti articolati, solo posso dire che mi è piaciuto molto e che mi sembra anche un dovere civile misurarsi con temi come questo. grazie

  3. Marco ha detto:

    Se fossi negli autori cercherei di riprenderlo e svilupparlo meglio. C’è del buono ma mi pare ci siano troppe cose che meriterebbero un destino migliore. È come se avesse bisogno di più aria, chiedesse di crescere…

  4. Marchetti Fausto ha detto:

    Ossidiana sei una grande e lo hai confermato :))))).!

  5. Laura Costantini ha detto:

    Bello, tra quelli che ho letto finora il migliore. Potrebbe svilupparsi oltre, vero. Ma così ha comunque raggiunto un suo equilibrio. Belli la scelta delle parole, l’uso degli aggettivi, il periodare. Bravi gli autori.

  6. cristina bove ha detto:

    uno dei più belli.
    cb

  7. Monia ha detto:

    Qui si fa, secondo me, un uso strano della lingua, con risultati che a volte non mi fanno capire cosa si intenda. “la motoretta doveva essere rossa” – mi fa pensare a uno che guarda ma non è sicuro di vedere bene; vado avanti, rileggo il periodo e capisco che forse si intende “la motoretta sarebbe stata rossa”. E così via di seguito, ma è sicuramente un problema mio. Io lettore però, questa “fatica” non sono disposta a farla troppo spesso ( pecco di pigrizia ). La storia ci sarebbe eccome, ma il tono scade un po’ nel mellifluo, non ingrana. Non mi piace il finale interrogativo, un po’ puerile. Mi piacciono invece molto i nomi dei personaggi e il titolo del racconto.

  8. lucypestifera ha detto:

    monia, come dire alla padrona di casa, dopo una cena: grazie! il pane era molto buono. mellifluo, come altri hanno altrove usato enfatico, è un aggettivo improprio. non è propriamente “sdolcinato”. oltrettutto il racconto non mi pare “sdolcinato”, tanto meno “mellifluo”.

    chi è che ha detto che il livello dei racconti è più alto dell’anno scorso?
    i commenti sicuramente non lo sono.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...