Racconti a 4 mani/3

La vedova d’Alfonso

C’era una volta una vecchia barbuta che rientrò zoppicando, di notte, nel suo sottoscala, pieno di buste di plastica, stracci e cacche nere di zoccole sfrontate.
La barba era un vero lusso: le teneva calda la gola tutta arroventata dal fumo risucchiato, a mo’ di brace, dalle cicche raccolte in mezzo alla strada. Le cicche le metteva tutte nella scodella viola che già fu di sua sorella Teresina che diceva portava fortuna, per via del colore strano. Quando stava piena di cicche, la scodella, la vecchia co’ le cartine si faceva ‘na serie di sicarette e le metteva tutte in fila in piedi sul ripiano della moka, di fianco, che facevano un bel vedere, sembravano poveri bianchi soldatini.
Sotto ‘sto ripiano, c’aveva la bombola e però gli altri tenevano paura che per distrazione e cattiveria poi la facesse scoppiare e allora saltava in aria la casa con quelli de supra cioè la famiglia maledetta Amitrano quelli che battevano a terra co’ la scopa quando la vecchia ‘na volta l’anno cantava, magari male, ché Vincenzo Misericordioso c’aveva donato un boccione di vino finalmente buono.
Una volta all’anno!

Comunque, scacciati via i molesti pensieri, si preparò una zuppetta di pane e vino cattivo, e accese il transistor:
Vola colomba bianca vola, diglielo tu che non verrà.
Mentre inzuppava e ripensava a quando s’era rotta il femore due anni prima, i sei gatti (Mimì, Lelè, Ciccillo, Caterina, Pupetta e Rossella O’Hara) mezzo ciecati e spelati da una tigna incurabile perché mai curata, le si strusciavano contro le calzette di lana, quelle a mezza coscia, che le fermavano il sangue, facendo diga contro le vene varicose.
Tié micio, tié micia, la nonna vi dà la zuppetta. Slurp, lap, slarp, brup.
Dicono che solo gatti sozzi e scostumati potevano stare co’ la vecchia dalla barba: così sparlavano gli Amitrano.
Sua sorella Teresina invece era buona davvero e si sarebbero fatte tanta compagnia, ma la picòndria l’aveva portata via per cui a un certo punto della sera, alla vecchia ci venne ‘na terribile melanconia. Lanciò lo sguardo sul quadretto di Santa Teresina del Bambin Gesù e fece n’orazione proprio dal cuore. E dopo st’orazione crollò in un sonno di piombo sotto una coperta ecru di cartone pressato e pidocchi.

In sogno le apparve suo marito Alfonso, morto in Russia, tutto congelato.
Un commilitone che s’era messo in salvo e poi era rimpatriato, le aveva riferito: la giacca di panno si fece di cristallo come i lampadari e gli scarponi di cartone somigliavano a due trote imbalsamate nell’atto di risalire il torrente.
Questa cosa delle trote le era rimasta impressa, alla vecchia, perché le trote erano buone. Ma imbalsamate, però le facevano schifo. Meglio appunto congelate che gli Amitrano le comperavano pure al supermercato e le facevano vedere a lei per attizzare invidia.
Lei se l’era magnate una volta, più o meno 68 anni prima, a una festa di matrimonio. Alfonso all’epoca pareva uno stoccafisso imbrillantinato di buona volontà. Ma se l’era portato via il Nonno Gelo aveva detto il maestro Scaccheri. E il fatto del Nonno Gelo era una vergogna a dirlo a una povera vedova di Russia.

Però adesso nel sogno Alfonso somigliava a Socrate.
La vecchia non sapeva niente di Socrate. Lo ignorava. E dunque non sapeva di non sapere. E invece Socrate stava dentro il sogno suo, tutto impettito, magari per far bella figura, con una vestina che gli arrivava alle ginocchia.
“Donna”, disse, con voce tonante, “tu non sai di non sapere”.
La vecchia lo guardò e ripensò alle trote che però non c’erano, manco imbalsamate.
Alfò, che te possino ammazzà” bofonchiò la vecchia, “ma come cazzo te sei vestito?
Al che Alfonso le fece la faccia brutta con quel suo labbro di sotto arrivoltato in su e nell’atto della smorfia si voltò e mostrò il didietro. Già davanti con la veste accorciata pareva un poco di buono, ma l’obbrobrio era che di dietro era nudo, e faceva scandalo a guardarlo. E con la voce incazzata, che non era cosa sua abituale, ‘st’anima in pena d’Alfonso sillabò:
Hai visto che non sai? Perché le cose c’hanno un davanti e un didietro. E tu stai sempre a vede’ solo ‘l davanti…”
La vecchia quasi senza fiato e strizzandosi il petto gli fece: “Ma chenneso io! Alfò! Non hai mandato più notizie per tant’anni e ora vieni qui a mostrarmi il culo! E cosa devo sapere?”
Lentamente l’anima purgante si voltò e stentoreo, come Mosè che parla al popolo idolatra, proclamò ‘na poesia:

                 Noi anime disossate, defunte in Russia siam vaganti,
                 e c’abbiamo il compito di soccorrere i viandanti,
                 siccome fummo uniti dal santo matrimonio,
                 mò ti farò dono di un picciol patrimonio,
                 vai dunque alla caffettiera vecchia napolitana
                 e ci troverai ‘na minuta chiave, sana sana,
                 mò la pigli e c’apri la porticina
                 che conduce giù in cantina,
                 nell’otre magica troverai denari sonanti
                 che ti faran ben campar d’ora in avanti”

Detto questo ‘sto cristo vagante d’Alfonso scomparve in una nuvoletta giallo pallido, lui e la sua vesta vergognosa, lasciando uno strano odore di lavanda Col di Nava quella che gli piaceva tanto quand’era vivo e vegeto.

Ci venne un sussulto terribile alla vecchia, si prese la gola mezza strozzata dalla paura, e si disse: “Mò schiatto per l’affanno, l’infarto, la sincope altro che le trote imbalsamate… ché so’ io imbalsamata in vita!”
A fatica riuscì a ficcarsi in piedi sospirando tanto che pareva rendesse l’anima non si sa a chi. Poi appoggiandosi dove e come poteva si alzò e urlò:”
Ma guarda ‘sto figlio di ‘n trocchia, in vita pareva ‘n’omo quasi normale e mò viene co’ ‘sta vesta orrenda da frocio a dirmi del tesoro in cantina che quando mai ce l’avemo avuta, na cantina! Ma è proprio vero che non sapevo! Altro che ‘n’anima purgante è questo..! Che mi so’ svenata a farci dire cento messe: è un anima de dimonio a prendere per il culo la povera vedova sua scarmigliata!
E poi si abbatté sulla branda e pianse come non aveva pianto mai, ma tanto tanto. Nemmeno quando arrivò la cartolina ‘n dove si diceva che Alfò stava disperso si sbatté il petto così. Che tristezza! E che rabbia!

Dicono che da un po’ di tempo la vecchia va al monumento ai caduti con un involto in mano.
Dicono i pisciasotto che lei nel pacchettino c’ha della merda di gatto e la lascia ogni giorno proprio sotto ‘n dove ci sta scritto:
Alfonso Di Diase, disperso in Russia.

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scrivo. Ultimi libri pubblicati: Lo scommettitore (Fernandel 2006); La donna che parlava con i morti (Newton Compton 2007, fuori catalogo); Bastardo posto (Perdisa Pop 2010); Vicolo del precipizio (Perdisa Pop 2011); Buio assoluto (Historica, 2015); Vegan. Le città di dio (Tlon, 2016); La notte del santo, Time crime

13 thoughts on “Racconti a 4 mani/3

  1. piaciuto molto molto questo racconto, anche perché ho conosciuto personaggi simili, come il “Lungo ” tornato fuori di testa dalla Russia, che ha vissuto più o meno come la vecchia barbona e l’hanno trovato morto in un cassonetto. La poesia è simile ad una della serie che scriveva un suo vicino di casa, Giacomo il sagrestano.
    Per i gatti e le merde di gatto preferirei soprassedere che finalmente sparito il Lungo, sono spariti anche loro, ed erano tanti, troppi.

  2. piaciuto, nel senso che fa proprio ribrezzo ‘sta vecchia. originale, interessante la lingua, dialettale ma comprensibile.

  3. Bello il tentativo di linguaggio, bella la storia. Povero Alfonso, io ci avrei provato comunque, a cercare la minuta chiave.

  4. bello, mi è molto piaciuto,
    mi è piaciuta la lingua strana, un strano esperanto dialettale

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