Pubblicato da: remo | 31 luglio 2011

Racconti a 4 mani/1

La corsa e l’attesa

Il telepass ha fatto alzare la sbarra, sono in autostrada.
Sterzando al silenzio per evitare i pensieri che da giorni non mi lasciano dormire, pigio il tasto on del lettore CD dell’autoradio alzando il volume quanto basta.
Un dischetto audio in policarbonato incastrato lì da anni diffonde musica e parole che conosco quasi a memoria, Bruce Springsteen mi accompagnerà fino all’uscita del casello di Bergamo. The boss canta di uomini “on the road”, vagabondi perduti per le strade, come prima di lui il giovane Dylan e prima ancora Woody Guthrie.
“Born to run” nato per correre, non è il mio caso, ho sempre odiato guidare ma devo fare in fretta, non voglio farti stare in pena in quel letto bianco d’ospedale. Terrò il mio piede destro incollato all’acceleratore fino al limite della velocità consentita, non ci sono segnali di stop qui, nessuno riuscirà a farmi rallentare.

               Sembra così bizzarro questo tempo
               d’attesa in una stanza
               io che stavo al volante
               mentre lui raccontava le sue storie
               insieme ad ascoltare bella musica.
               Lo immagino alla guida
               distratto tra le nuvole e il paesaggio
               e prego Dio che lo conduca attento
               che me lo lasci accanto.

Sono tutto solo, solo con me stesso, come ogni vagabondo, su questo serpente d’asfalto, non posso tornare indietro.
Seduto al volante stringo la fiducia fra i denti per cercare di imparare a camminare come gli eroi che pensavo sarei potuto diventare, dopo tutto questo tempo in cui ho scoperto di essere proprio come tutti gli altri.
Uno stormo di gabbiani reali incrociando la mia corsa, sorvola il ponte sul fiume seguendo la traccia grigioverde dell’acqua inquinata di veleni e scarichi urbani.
Un’altra triste realtà della moderna quotidianità, queste creature del mare hanno scoperto l’inesauribile risorsa alimentare rappresentata dall’immondizia prodotta dall’uomo. Pendolari del cielo, ogni giorno percorrono la stessa rotta dal lago alla discarica e ritorno.
Se avessi le loro ali…
Il motore dell’anima corre su questa strada per un bacio senza fine, fino alla stanza d’isolamento, dove tu prigioniera aspetti me, il tuo barbiere.
Mi sembra di sentire piangere l’intera città, incolpando la verità che ci ha buttati a terra.
Leucemia.
Raserò il tuo cranio prima della cura, sezionerò il tuo dolore.
Come un angelo sfinito abbandonerai la testa sulla mia spalla, mentre sono io che ho estremo bisogno di te.
Mi aggrappo alla tua vita, sono innamorato con tutta la magia che comporta.

               Arriverà con il suo amore intenso
               principe della nostra consuetudine
               azzurro che colora la speranza
               e la tragedia vincerà per due.
               Non sarà certamente uno qualunque
               l’eroe che la sua donna vedrà bella
               anche quando sarà senza capelli.
               Io mi abbandonerò sulla sua spalla
               alla sua forza che sorregge entrambi.

L’autostrada prende fuoco, esplode di eroi a pezzi alla guida della loro ultima possibilità. Una trappola per topi invasori in un circuito pieno da scoppiare.
Ognuno è lì che corre fuori dal mio finestrino.
Evasi dalle loro tane di provincia, lanciati verso Milano, una trappola mortale, un invito al suicidio. Cerchioni cromati, motori a iniezione, diesel di muratori viaggiano a cavallo della linea di mezzeria.
Ogni muscolo del mio corpo è in tensione, questa corsa mi strappa i tendini.

               Starà correndo sull’asfalto ardente
               per essermi vicino a consolare
               quando intorno al mio viso
               non ricadranno più le chiome bionde.
               Ma lui che sa ogni cosa
               della mia vita, d’ogni spina e rosa,
               conosce le parole necessarie
               i gesti nati dalla tenerezza
               e pure nel dolore mi sa amare.

Correrò ogni giorno fino a che non cadrò, non tornerò senza di te, camminerò con te sul filo del rasoio perché sono un viaggiatore solitario e impaurito ma devo sapere cosa si prova.
Il sorriso è una ferita di un pallido rosa sulle tue labbra, la chemioterapia sta uccidendo il tuo sangue malato.
Vorrei morire con te stamattina, ma devo trovare il modo di arrivare presto all’interno del reparto di ematologia e andrà tutto bene, andrà tutto bene.
Mi stai aspettando, lacrime versate sulla città.

               L’attesa è un orologio che va piano
               ma lui chissà quanto si sente solo
               vorrei che fosse già passato tutto
               che mano nella mano
               percorressimo ancora tanta vita
               che finisse al più presto questa prova
               che ci tiene lontani
               a volte disperati, a volte soli
               ma guarirò, per abbracciarlo ancora.

Una fila ininterrotta di forze motrici con le ruote enormi occupa la prima corsia.
Non riesco a trovare spazio per muovermi velocemente, farebbero tutti meglio a scansarsi, perché sto correndo sulla corsia di emergenza.
Con la fede nella mia piccola utilitaria sto gridando il tuo nome nel freddo solitario mattino di marzo, sento il motore che romba.
Beh, io non sono proprio un eroe, tutto quello che posso fare è tirare il collo a questi sporchi cavalli, con la speranza di arrivare in qualche modo senza fare danni.
Mi manca l’aria, abbasso il finestrino.

               Sta correndo, lo so, starà sperando
               che nessuno gli ostacoli il sorpasso.
               Forse vorrebbe avere tra le mani
               la cloche d’una Ferrari
               o meglio ancora due potenti ali.
               Ma giungerà per tempo
               con lacrime nascoste nel sorriso.
               Gli dirò ch’è l’eroe della mia storia
               il dono più prezioso della vita.

Ti guardo nel portafoto di metallo. Sei così bella che mi perdo tra le ultime luci della notte.
Fuori la strada è in fiamme in un vero valzer di morte.
Freccia a destra, la sbarra mi apre le porte della città. Respiro veleno, rialzo il vetro.
Fermo la musica, non sono nato per correre.

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Responses

  1. Ricordo ancora che i due autori di questo e degli altri racconti verranno resi noti dopo la votazione. Nell’e-book nomi e cognomi degli autori figureranno insieme al racconto.
    Non ho ancora capito se le coppie partecipanti sono 15, 16 o 17.
    Resta invariata la data valida per consegnare (inviare a me) i racconti, che è il 15 di agosto.
    Sulle partecipazioni rinvio ancora qualche giorno (anche perché ci sarebbe una persona senza socio da abbinare ancora)
    buona domenica

  2. da questo momento i commenti sono con l’opzione “in moderazione”.
    su facebook due persone hanno cliccato sul “mi piace” e una ha chiesto di poter condividere sulla propria bacheca questo racconto.

  3. Scrittura ricercata con sprazzi poetici. Trovo un poco faticosa la lettura, troppo spezzata dai versi (o sono canzoni?) inseriti. Una bella idea se i brani sono pochi: così rallenta la lettura e (me) la rende confusa.

  4. non posso commentare questo racconto, per alcune ragioni compreso il fatto che ho capito subito chi l’ha scritto…

  5. Piaciuto abbastanza, ma l’uomo che guida a volte sembra perduto in pensieri poco consoni, forse inutili per il testo e lei è troppo lirica.
    opi

  6. Forse i pensieri di un uomo vanno allo sbaraglio in quelle circostanze.
    lei troppo lirica, lo penso anch’io.

  7. una donna che conosce l’amore
    una donna che conosce il dolore
    una donna che conosce la vita
    non è mai troppo lirica

  8. A me non dispiace affatto :)

  9. La parte in prosa è pesante, piena di frasi mal ponderate.
    Esempio: … per cercare di imparare a camminare come gli eroi che pensavo sarei potuto diventare, dopo tutto questo tempo in cui ho scoperto di essere proprio come tutti gli altri.
    è una frase che, a parer mio, proprio non va.
    Gli inserti lirici non convincono: restano un a solo e non un duetto spezzando il ritmo del racconto e facendone calare la tensione.

  10. Buona l’idea di far condurre la storia (anche) alle parole di una canzone, ma non mi convince il risultato (forse avrei preferito che la storia fosse diversa, e non si limitasse a ‘spiegare’ il testo musicale). Più che una storia vera e propria, un elenco di pensieri. E va bene, ma la scrittura passa da espressioni piuttosto banali (il serpente d’asfalto, la triste realtà…) ad altre più personali e liriche, ad altre ancora di registro discordante.

  11. La canzone di Springsteen è solo un piccolo pretesto, queste non sono le parole di Born to run. Però mi è piaciuta l’idea, partire da lì per smontare il mito. Quello che corre qui è un uomo fragile, impaurito di fronte a un’enormità.
    Quindi buono lo spunto, mi è piaciuto meno il modo in cui è stato maneggiato. La parte poetica, a mio avviso doveva osare di più, diventando anche ermetica e toccare un lirismo più “metafisico”, visto che il testo in prosa è molto esplicito.
    Poi andrebbe ripulito da alcune espressioni, come diceva Annalisa, un po’ troppo logorate dall’uso comune.

  12. Mi pare buona l’idea di fondo, però le due mani non riescono a fondersi, ci sono salti di stile, qualche luogo comune di troppo e alcuni pressappochismi ( “il motore che romba”, il “motore dell’anima”, “la magia che comporta [l’amore]” ). Alle citazioni negli intermezzi preferisco gli esergo, ma è una questione di gusto personale.


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