Pubblicato da: remo | 2 maggio 2011

Il peggior 68

Il Sessantotto, parliamone.
Quando è iniziato e quando è finito, innanzitutto?
Io penso che negli anni Ottanta c’era ancora qualcosina, mica è durato un anno solo il Sessantotto.
Io penso che vive ancora il Sessantotto, magari con tanti acciacchi ma vive. Ed ha pregi ed ha difetti.

Settimane fa è venuto a Vercelli lo scrittore (e giornalista di Repubblica) Valerio Varesi.
Abbiamo, io e lui, presentato il suo libro, E’ solo l’inizio commissario Soneri.
Che è un giallo. E quindi ci sono morti e ammazzati e quindi anche i o il colpevole. Parla del ’68, questo giallo di Varesi. Non solo: il colpevole, alla fine, pensandoci bene, è proprio il ’68.

Allora è successo questo.
A me il libro è piaciuto. Poi è piaciuto anche lui, Valerio Varesi.
Nel libro il ’68 esce un po’ con le ossa rotte; ma inizialmente predomina l’elemento nostalgico.
Per forza direte voi. Per dirla alla Vecchioni
e dammi indietro i miei vent’anni la mia Seicento e una ragazza che tu sai…

erano, quelli del dopo sessantottto, gli anni miei e di Varesi, insomma, per forza che siamo nostalgici, io e Varesi rimpiangiamo la Vespa 50 che a vent’anni non abbiamo mai avuto
(per dirla alla Lolli
… quelli che noi, che son venuti su un po’ strani
e non hanno mai avuto tante donne per le mani).
E siamo cresciuti, io e Varesi (anche lui credo), leggendo Marx, Engels, e Gramsci. E magari Spinosa.

In” E’ solo l’inizio commissario Soneri” Varesi fa una distinzione: il sessantotto fatto dagli studenti figli di papà (allora i figli di operai mica andavano all’università) e il sessantonove della grande mobilitazione sindacale delle fabbriche.
E il sessantotto, che idealizzava la fabbrica, con il movimento operaio legò poco. Magari qualcuno ricorderà gli studenti che venivano presi a male parole davanti alla fabbriche quando andavano lì con Il Manifesto o Il quotidiano dei lavoratori a diffondere il verbo delle rivoluzione.
Vai a cagare si sentivano dire (non sempre, ma spesso).

Ecco io non so se il Sessantotto sia vivo o morto, ma qualcosa è rimasto, la cosa peggiore: la saccenza.
E’ il male di tanta sinistra salottiera che non sa dialogare, la sinistra salottiera non divide il mondo in sfruttati e sfruttatori ma in chi sa e in chi non sa, e lei, la sinistra salottiera, sa.
Sempre tutto.
Un esempio concreto.
Perché le donne che lavoravano in fabbrica con me (dal 1975 al 1983) avevano in uggia le femministe?
Perché si sentivano dire che dovevano ribellarsi al marito padrone, che dovevano svegliarsi (che dovevano nascere imparate, aggiungo io).

L’ignoranza è una piaga, certo, ma c’è modo e modo di affrontarla.
Il Sessantotto, secondo me, è saccente e urla anche quando non urla, perché bacchetta, fa smorfie, risatine.
Ha la faccia di D’Alema, il Sessantotto.
Ha la voce di chi dice: Ma come si fa anon aver letto…
Ma come si fa a pensare che…

Ero sropreso, io, nel sentire che Valerio Varesi la pensasse come me. Poi no, ho capito. A un certo punto ha detto: Sono figlio di un operaio e di una donna che faceva la serva.
Come me, già.
Però attenzione: ha detto “serva”.
In quegli anni le donne delle pulizie erano serve, ed è giusto chiamarle così.

Ho assiduamente cercato di imparare a non ridere delle azioni degli uomini, a non piangerne, a non odiarle, ma a comprenderle.

Spinoza

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Responses

  1. Bellissima nota Remo,forse adesso capirai perchè ho fatto di tutto per farvi incontrare.Perchè sebbene diversi di carattere, avete secondo me, diversi punti in comune, oltre a quello di essere, per via del vostro valore e del saper scrivere… ancora ampliamente sottovalutati. Sono stata molto felice di vedervi insieme a dibattere di un qualcosa che vi accomuna….Valerio è più giovane di qualche anno soltanto ma il periodo è lo stesso e credo che sì, le delusioni su quel periodo, che oggi ha lasciato, spesso, solo una sinistra “radical chic” siano le stesse. Un abbraccio grande, Isa.

  2. Ricordo tantissime cose di quando ero molto piccola. Forse ricordo più della mia infanzia che di oggi. Sono nata nel ’68 io e ricordo che, in negozio, alcune persone menzionavano le donne delle pulizie come “la serva di”. A casa mia c’è stata sempre una collaboratrice domestica e c’era anche quando io ero piccolissima. La ricordo come una specie di terza nonna la nostra Lella. Ciò di cui vado fiera non è che avessimo una collaboratrice domestica, anzi, vado fiera di come fosse una di noi. Mio padre le diceva “Buongiorno Lella, Voi come state Lella ?” e la invitava a sedersi a tavola con tutti noi appena lei arrivava. Prima ci prendevamo il caffè insieme. Una famiglia allargata e sorridente.
    Lella si sarebbe alzata solo quando babbo finiva di fare due parole con lei.
    La serva era qualcosa che avevano gli altri.
    Mio padre era una brava persona e, in casa sua, c’erano altre persone di pari dignità, nessuna serva.

  3. oh dio paola, per favore. bisogna saper gestire i propri sensi di colpa.

  4. Melania non penso di avere sensi di colpa, anzi. Sono orgogliosa di non avere mai usato quella parola che – a me come a mio padre – non è mai piaciuta. Il termine “serva” non ci appartiene. Ripeto che a casa nostra di “serve” non ce ne sono mai state. C’erano, semmai, persone che con noi lavoravano.

  5. Non so se si discutesse di più nel ’68 o se si sia passato più tempo dopo a discutere sul ’68, anche se di sicuro è stato un periodo importante, nel bene ma anche nel male.
    Personalmente non sopporto tutti coloro che hanno passato la vita “a fare il ’68” o ad avere come primo punto nel loro curriculum ideale l'”aver fatto il ’68”: Mario Capanna ne è un esempio lampante, visto che non molto tempo fa ha pubblicato un libro sull’argomento, e finisce per parlarne ogni volta che partecipa a un dibattito.
    E basta! Con tutto quanto è successo nel mondo nei quarant’anni successivi…

  6. ciascuno si aggrappa a quel che ha

    chi ha i soldi
    chi ha i genitori raffinati che non dicono di aver la serva
    chi ha fatto il sessantotto
    io per esempio avevo uno zio anarchico, nel sessantotto

    per dire.


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