Pubblicato da: remo | 14 aprile 2011

l’arte del non detto

Dicevo, ieri sera a un’amica – conversazione telefonica mentre portavo a spasso il cane che inseguiva gatti – che oltre ai racconti di Yates per me sono fondamentali quelli di Richard Ford, che per diverso tempo non ho letto: che vado a pardere tempo, io, con l’autore di Independence day?
Richard Ford, invece, è un maestro: del non detto.
Quando si scrive, infatti, conta – ovvio – quel che si scrive ma conta – e qui non è altrettanto ovvio – quello che non si scrive.
Non si tratta solo di “tagliare”.
La vera arte è tagliare, diceva Ezio Taddei,scrittore anarchico di Livorno, ma anche Virginia Woolf e altri concordano.
Si tratta di far capire facendo parlare uno sguardo, il movimento di una mano.
Leggere Richard Ford, ho detto a questa mia amica, è assai più utile di un corso di scrittura creativa.
Che poi, la scrittura mica si insegna, dicevano Flannery O’Connor e Yates, per esempio.
L’arte del dosaggio – quanti aggetti e quanti avverbi – si impara, per esempio, leggendo, magari Calvino.
L’arte del  dire senza dire si impara magari leggendo, di Richard Ford, Rock Springs.

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Responses

  1. e che dici, Remo, di Andre Dubus, e di tutti quegli scrittori americani degli anni Settanta: Kinder (Lune di miele), Wolff, che da Yates e Cheever erano stati formati? Un gruppo di autori che trattano la dissoluzione della famiglia, le trappole della coppia, i rapporti fra genitori e figli. Sono arrivati in Italia da poco e, se continuo così, mi sa che non riesco a leggere ninte altro. Carver era uno del gruppo, ma in Italia si parte sempre da lui per parlare di loro.
    Un’autorevole signora, mi ha detto sorridendo che non era un’eresia che non mi piacesse Carver…
    Cari saluti

  2. A mio avviso conta poco quello che non si scrive. Conta invece quello che si scrive. E poi Ford lo si legge in traduzione italiana. E la traduzione italiana non sempre coglie il tipico “non detto” inglese.

  3. Dice Alexandru Cistelecan, in un bellissimo convegno sulla poesia:
    “Quello che il poeta (o scrittore, aggiungo) sacrifica della sua poesia, non partecipa in misura minore rispetto a tutto quello che poi in seguito ha scelto di inserire e di premiare. […]
    Ci sono almeno due modi per non scrivere qualcosa: non scriverlo e non dirlo, oppure non scriverlo ma dirlo”.
    Credo che sia una questione suggestiva e complessa, che Remo come sempre ha centrato con il suo acume e ha reso semplice e immediata.
    Luigi

  4. Ginni, sai che sta (o magari è già uscito) un libro, credo inedito, di Dubus? Lo pubblica Mattioli 1985. Lo prenderò: so che è bravo, qualcuno dice quanto Yates, di cui era amico
    Giulia, io credo che il dire senza dire sia un’arte. di pochi. ciao.
    Grazie Luigi (in effetti la questione è complessa: si va da Ungaretti a Lacan…)


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