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Gioco, senza trucchi, premi, o altro.
Cerco cinque persone, solo cinque (saranno le prime cinque), che mi dicano un numero, da 1 a 85*.
Sono pagine di un mio manoscritto, Di bestemmie e folli amori.
Poi, sempre queste persone, mi indichino, insieme alla pagina, quale blocco da incollare, qui, sul blog: le prime quindici righe; le quindici righe che stanno in mezzo; o le quindici righe finali della pagina.
Esempio: pagina 10, secondo blocco…
Pubblicherò insomma cinque passi del libro, di quindici righe, scelte a caso.
Un libro che è ancora tutto da rivedere.

* Il manoscritto è di 94 pagine; preferirei non svelare il finale. Il manoscritto ripropone cose già raccontate in questo blog. In particolare si rifà a Il quaderno di mia madre.
Il quaderno di mia madre è tra i ricordi: il post va cercato qui, tra le altre cose scritte da me e che riguardano la mia vita.

Allora, grazie a Lucia, Elena, Ilaria, Aitan, ed E.L.E.N.A.

Incipit.

Torino, luglio.
La tazza è quella della sua infanzia, era quella del latte, dei biscotti e di «sbrigati Tiziano, sei sempre l’ultimo, guarda che chiudon la scuola».
Sta sorseggiando il suo caffè forte e amaro, è in piedi, dopo che avrà finito di bere, porterà la tazza in cucina, la laverà e la asciugherà con cura, quindi si metterà a rincorrere i ricordi, scrivendo fino all’alba. Anche se non è mancino, la tazza è sorretta con la sinistra; la destra, però, è sotto, per precauzione, metti che caschi. Non è un gesto di sempre: è di stasera. Stasera, per la prima volta ha pensato che quella tazza lo ha seguito, sempre.
Fa caldo stanotte, a Torino. Sono le dieci e venti minuti e, ogni tanto, arriva qualche brezza di vento. Si è appena lavato la testa, lui. Un rito: se non ha i capelli lavati non riesce a scrivere, né per altri né tantomeno per sé. Ha tutto quel che gli serve, qui sul terrazzino. Il computer portatile, due sigari toscani accuratamente tagliati in quattro mezzi, ma spera di non fumarli tutti, Giada, la gatta che gli si sta strofinando tra le gambe, la fotografia che suo padre ha scattato alla mamma, di nascosto, al risveglio, mentre spalanca la finestra della camera da letto.

pagina 43

era fantastica. Si scopava alla grande, solo Magda era più brava di lei, poi parlavamo di cibi, libri, dei suoi viaggi all’estero, era innamorata dell’Argentina e di alcuni paesi arabi come la Giordania, poi aveva una fissa particolare, per la Vandea, regione francese non proprio nota dal punto di vista turistico, e mi piaceva ascoltarla perché, a differenza delle persone che ti spiegano quello che già si sa dalle guide delle agenzie o da internet, lei mi raccontava aneddoti e storie di persone incontrate, e io, dopo averla ascoltata, a mia volta le raccontavo storie toscane di bestemmie e folli amori.
Un giorno la incontro all’Ikea di Torino-Collegno. Fu lei a fermarmi, io avrei fatto finta di niente, non potevo sapere se con lei ci fosse il marito, la mamma, altri parenti, oppure il figlio di sedici anni.
Il figlio c’era, lei lo chiamò, era una decina di metri davanti a noi, ci presentò, disinvolta. Lo guardai negli occhi e anche lui mi guardò e il suo sguardo pose fine alla mia storia con quella donna.
Mi feci l’idea che lui avesse capito. Non percepii dell’odio, ma tristezza. Mi strinse la mano con un sorriso triste, come a volermi dire «so tutto, ho capito, voi scopate alla grande».
Io, in pochi secondi ripensai a me, a come guardavo la Gina, ai miei fantasmi, poi

pagina 30

Non si è addormentato bene, Tiziano. Ha sognato il padre di Battista, un gran maiale. Beveva e andava e donne e, tornato a casa, picchiava la moglie e umiliava il suo più caro amico e le due sorelline più piccole. Vomitava volgarità che, solo una volta, piangendo, e a testa bassa, Battista aveva raccontato a Tiziano. Irripetibili. Da non raccontare né da scrivere, mai, a nessuno e per nessuno.

Torino, luglio.
Stasera c’è un’afa insopportabile e pure qualche zanzara fastidiosa. La luce del computer le richiama, maledette. Domani compro dei gerani, così vedo se le tengono lontane, anche dell’autan, pensa. Aveva un gelsomino, ma l’ha fatto morire, forse il gatto ci faceva la pipì, chissà. Sono le due, ha lavorato su un manoscritto, fino ad adesso. Vado a farmi un caffè, prendo un’altra birra, poi continuo a scrivere fino le cinque, per me, pensa.
È stata una giornata vuota, quella trascorsa. L’appuntamento in agenzia, una telefonata al babbo, «la mamma? Come sta la mamma?», una pennichella pomeridiana troppo lunga, la spesa al vicino supermercato, una cena da poco, spaghetti al pomodoro, un po’ di stracchino e del radicchio rosso, ascoltando, distrattamente la radio. Nessuna voglia di uscire con Giovanni, che oggi lo ha inondato di mail. La prima diceva:

pagina 66

Mentre contava e ricontava, seduto sull’abitacolo della Fiat 500, sentì qualcuno o qualcosa che picchiettava sulla macchina. Pensò a un bimbo, a un cane, ebbe il tempo di ipotizzare che forse c’era un dannato cane da caccia, a Cortona ce n’era tanti, segugi da cinghiale soprattutto, che magari stava rigando la carrozzeria del vicino di casa. E invece, all’improvviso, si materializzò la figura della mamma.
«Era nascosta, accovacciata, quando si è alzata era chiaro che voleva fare una sorpresa, ma non era da lei, Stefania non faceva di queste cose, poi vedi Tiziano, l’espressione di tua madre… è l’espressione di tua madre che mi fa pensare… male. Quando è comparsa era allegra, ma quando m’ha visto c’è come rimasta male, io l’ho vista cambiare, m’è parsa delusa di vedere me», ha detto.
«Magari voleva scherzare…», ho detto (balbettando un po’, ed è strano, non ho quasi mai balbettato in casa).
«Ma non con me, ripeto, e tu lo sai, non erano cose che la tu mamma faceva».
Un figlio, in questi casi dice, avrebbe dovuto dire “ma no babbo, che vai a pensare, la mamma ti ha riconosciuto, ne son  sicuro”.
E invece, io, che non sono normale, mi sono ricordato che sul finanziere, a Cortona, si diceva che avesse molte donne, specie maritate, e poi, ho pensato che la mamma mai e poi mai avrebbe fatto cucù a mio padre, sicché ho detto  «capisco».
Ho fatto male, lo so: perché mio padre si è girato e, scuro in volto, mi ha fissato. Voleva che io lo aiutassi a credere il contrario, e invece io, ora, gli stavo dicendo che sì, le sue supposizioni le condividevo, magari non c’era

pagina 77

Consentimi di poterti dire una cosa, cara Cristina, una sola e poi gettala via questa lettera: sei la persona più bella che ho incontrato in vita mia.
A te non farà piacere ma voglio che tu sappia che nella mia stanza a Cortona, oltre a quella della mamma, c’è posto solo per una foto ricordo di una donna.
Un abbraccio, fammi sognare solo un abbraccio. Sei comunque una delle più belle pagine della mia vita, e questo pensiero, almeno un po’, mi fa bene.

Tiziano

PS. Ricordi, cara Cristina, che al telefono oppure in pubblico, a volte balbettavo? Balbettavo e balbetto pure con le donne. Il fatto che io con te non abbia mai balbettato ha un significato preciso: che le cose più belle della vita si perdono con troppa sbadataggine e stupidità…

Stava per scrivere altro, ma si è fermato. Non ha nessun diritto di andare oltre, né di sperare. Il computer di Tiziano è ancora acceso, adesso, e lui lo sta guardando: indeciso se continuare Di bestemmie e folli amori.Manca solo il finale, forse.
Ha bisogno di pensarci, Tiziano, prima di iniziare a scrivere. Deve vedere inoltre, ma la cosa non lo preoccupa, come andrà il lavoro per il suo capo, a distanza. Niente più convocazioni, per discutere di un manoscritto, solo telefonate e mail.

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