Pubblicato da: remo | 14 maggio 2010

scrittori felici al salone?

Trascorsi due giorni alla Fiera o Salone (per me è Salone, quindi da ora in poi Salone sarà) al Salone del Libro, Torino.
Ci passai due giorni perché tra me e me dissi: Ci son due libri, miei, al Salone, ed è una coincidenza che non credo si ripeterà mai. Avevo infatti pubblicato Dicono di Clelia (Mursia) e Lo scommettitore (Fernandel).
(C’ero stato una volta sola, prima, al Salone, anni prima, un venerdì sera. E di quel venerdì sera m’è rimasto impresso un ricordo triste: l’immagine di un paio di scrittori, che avevano pubblicato a pagamento, intenti a fermar la gente per cercare di vendere una copia del loro libro. Quell’immagine, col passare del tempo, un po’ è mutata e un po’ no: continuo a vedere tanti scrittori che cercano di vendere qualcosa, magari a un editore, a un critico, a uno scrittore affermato, a un editor).
Torno al 2006.
Praticamente, staziono davanti allo stand di Fernandel; e in due giorni vedo una ventina di persone che comprano il mio libro, alcune, cinque o sei, per la verità lo comprano perché mi conoscono, insomma la mia presenza è del tutto simile all’inavadenza (invadenza?) di chi cerca acquirenti per il proprio libro.
E mi rendo conto dell’importanza di una buona copertina.
Il mio libro è insieme ad altre duecento, trecento. Son lì, come soldatini, uno vicino all’altro. Davanti a loro passa un esercito di visitatori, che dà un’occhiata, spesso distratta; e a volte l’occhiata da distratta diventa interessata: per certe copertine oppure per certi autori noti (nello stand di Fernandel il più ricercato era Morozzi).
Ma non passo certo tutto il tempo davanti al mio Scommettitore.
Mi piace una scena, divertente, davanti ai bagni. Far pipì o altro per i maschi non è difficile, facciamo in fretta, noi. Nei bagni delle donne, invece, c’è una calca super, con tanto di coda e di femmine di tutte le età che scalpitano.
Vedo questo vedo. A un tratto una donna, carina, sui quarant’anni, si stacca dalla fila, ne ha tante davanti a lei, e, sbattendosese, entra nel bagno dei maschi, inseguita da qualche sorrisetto, claro.
Davanti allo stand di Fernandel vedo una ragazza di Torino, che conosco; appena intercetta il mio sguardo mi raggiunge e mi dice, Mi spiace Remo, vorrei tanto comprarlo il tuo Scommettitore ma 14 euro non li ho.
Lo so che non li ha, ha perso il posto; e il biglietto del Salone gliel’ha pagato un suo amico, che è lì con lei.
QUestao invece è successo la domenica mattina. Dopo un caffè e una pausa sigaro, rientro, e torno al bar. Stavolta faccio io la coda per un panino e una birra. Poco distante da me del tutto casualmente inciampo in un incontro: tra un uomo anziano, avrà più di settant’anni, e una signora, anche lei sui settanta, che lavora per una casa editrice. Stanno discutendo del manoscritto che lui ha proposto e che lei )o qualcuno della casa editrice non so) ha bocciato. Capto solo che si tratta di un saggio.
Allora: spesso chi vede respinta una sua cosa poi diventa noioso, coi soliti discorsi: pubblicano soli i accomandati, non hanno capito la mia proposta, si pentiranno d’aver rifiutato il mio manoscritto (i più incazzosi dicono, Cazzo, e pensare che mi avevano fatto il filo quelli di Mondadori).
Stavolta no, è il contrario. Lui suda e tace. Sembra stordito, sembra (sensazione che ben conosco) aver appena ricevuto una mazzata in testa. Da quello che intuisco la riposta negativa ha avuto luogo proprio al Salone, davanti ai miei occhi. Lui tace, dicevo, ma lei, lei no: e gli spiega la filosofia della casa editrice, e gli spiega cosa non va in tanti manoscritti, e gli spiega, mentre lui, sensazione tutta mia, non vede l’ora di andar fuori a respirare una boccata d’aria. Macché: lei, sadica, persevera.
La scena più triste però la vedo allo stand di una casa editrce con cui sono in buoni rapporti.
Insomma, ci si conosce.
Mi omaggiano di un libro. Grazie, dico.
Mentre dico grazie si materializza, davanti a me, sorridente, un uomo. E’ l’autore del libro che m’hanno appena regalato. Sorride per poco: quando gli dicono che non l’ho comperato il suo libro, ma che l’ho ricevuto solo in omaggio, s’intristisce lui. E’ lì da tre giorni, poi mi dicono. Da tre giorni controlla se qualcuno compra il suo libro. Pensava, al terzo giorno, che finalmente era arrivato un acquirente.
E’ sconsolato quando sa che non lo sono.
Certo, lui zero, io venti, qualcuno cinque, qualcuno tremila, applausi e autografi.
Ma chi vende tremila vorrebbe venderne trentamila eccetera.
Qualcuno conosce scrittori felici? No, felici è troppo: sereni ecco.

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Responses

  1. ecco perché quest’anno ho disertato ;)

  2. Che verità nel tuo scritto Remo… e chi non vende accampa spesso scuse assurde… sarà anche tanta la colpa delle case editrici, che a livello di strategie di promozione sono zero, ma è vero, anche che gli scrittori non si accontentano…
    Io semmai se non pubblicherò farò fotocopie per i miei amici dei miei manoscritti…
    Un abbraccio.
    Sandra

  3. se gli scrittori sono infelici, figuriamoci gli aspiranti scrittori.

  4. io credo, cara cristina, che si viva meglio sognando, ché la realtà poi non è (quasi) mai simile alle nostre aspettative.
    un po’ come si è(era) bambini e non si vedeva l’ora di crescere.
    cresciuti, magari ci rendiamo conto che il mondo degli adulti è un mondo di bambini paurosi, con sembianze di adulti.
    sbaglio, io, comunque a generalizzare.
    ier sera a torino ho conosciuto scrittori (un paio) contenti di quel che han fatto.
    uno scrive gialli, un’altra libri scottanti di inchieste.
    c’è comunque un aspirante scrittore destinato a patire,e io ho la sensazione di conoscerne qualcuno.
    si tratta dello scrittore che sa di avere potenzialità ma di essere fuori dal tempo, dal mercato insomma.

  5. capisco.
    ma è bello anche poter condividere qualche pensiero.
    ciao, remo.

  6. Chissà perchè provo tenerezza per le parole, tutte quelle in attesa, lì, nei libri chiusi. Una persona delusa può tornare a sperare, la vita ci offre tante possibilità… Ma le parole? Quelle non lette restano al buio, al chiuso, senza aria, nè luce e occhi curiosi che le guardino.
    ciao, Giacynta

  7. le parole non lette
    stanno lì nel cassetto
    e man mano si asfissiano

  8. Che dire Remo, capisco perfettamente ciò che intendi dire. Alla fine però credo che autori felici ce ne siano eccome. Appunto perché felici però non inseguono disperatamente la visibilità, e quindi è raro incontrarli.
    Un saluto,
    blogolo

  9. se dai tanto, ti aspetti tanto, e’ naturale. alle volte basta un giudizio affrettato o superficiale a ridimensionare quella che prima ci era sembrata una grande idea. condividere, soprattutto nella scrittura ma non solo, e’ un grande rischio.

  10. Eppure, se ci penso, c’è già felicità nello scrivere. Che a volte è una felicità che è anche fatica, che può avere anche sfumature di dolore. Ma sempre felicità, o gioia, è. Per lo meno è così che lo vivo io, l’atto della scrittura. Poi è normale avere aspettative. Basta non aggrapparvisi come se fossimo dei naufraghi che si aggrappano a un tronco che galleggia in un mare in tempesta. Sperare, sognare, darsi da fare, va benissimo. Ostinarsi è peccato.

    Buona settimana, Remo.

    Milvia

  11. Ciao Remo, sono rientrato ieri sera dal Salone. Ti ho letto divertito, sorridendo sotto i baffi per come hai fotografato situazioni che si ripetono inesorabilmente. Ho ancora negli occhi le file ai bagni, per le donne, e le zuffe per un panino e una bibita al bar.
    E quel fragore ininterrotto della carta stampata, che confonde e distorce i motivi che sottendono a una passione insopprimibile, quella per lettura e scrittura. Una sorta di esodo in massa per scrittori alla ricerca della terra promessa.

  12. In effetti al bagno ci sono stata due volte, in coda… un particolare che ho risparmiato nel mio post riepilogativo delle mie occhiate al Salone di quest’anno. Forse dovrei dare una parte seconda, a quel post.
    Mi hai ricordato un altro particolare, a proposito della felicità dello scrittore.
    Uno stand pubblicizzava, più o meno con queste parole “Realizzate il sogno della vostra vita, pubblicatevi il vostro libro”.
    Ho ripensato anche all’aura romantica che avvolge tuttora la figura dello scrittore vedendo due film… Happy Family, e Mine vaganti. Ma quando mai un aspirante scrittore manda un manoscritto a una sola casa editrice e sa più o meno che gli deve arrivare una risposta, e gli arriva con lettera e francobollo di posta prioritaria?
    Queste visioni sono una fabbrica degli “infelici”…
    A quanti, su quanti, pubblicare un libro ha cambiato la vita, è stata la realizzazione del sogno, era quello che sognava, così.
    Ho visto Saviano che passava intruppato nella scorta: credo che anche lui forse non sia contento (beh, io non lo sarei, ecco, se lui uomo va in bagno, anche se è veloce, è già una coda )

  13. io vivo la scrittura serenamente, direi addirittura felicemente; sarà perché la pratico quasi esclusivamente in forma collettiva? :-)

  14. Durera’ poco, ma io quest’anno a Torino ero felicissima, anche grazie alla presenza tua, di Francesca e di uno splendido piccolo ometto dal sorriso pieno di sole.


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