Una storia difficile

Ho in mente di scrivere una storia. Ho in testa qualcosa, non so dire se tanto o poco, ma è un qualcosa di “concreto”.
E’ una brutta storia, di denuncia. Sento anche che debbo scriverla, presto. C’è un problema: non ci riesco.
Quello che io vedo, le ombre di personaggi che si muovono, faccio fatica a de-scriverlo: non per altro: è tutto avvolto da.
C’è dell’altro: la voce della narrazione. Non va bene la prima, non va bene la seconda, non va bene la terza persona.
Non va bene una “voce”, insomma: perché in questa storia le voci son vagiti che non vogliono raccontare la loro sconfitta.
E come avrete capito sono comunque geloso di questa storia.
In realtà un tentivo di scrittura l’ho fatto. Che per ora è solo un racconto, da sviluppare (la tematica è sociale, dicevo, l’unica persona che lo ha letto è stato Marco Travaglio, a cui lo mandai mi pare un anno fa, ma solo affinché leggesse), da sviluppare, dicevo, o forse no.
(L’averlo inviato in lettura a Travaglio ha un suo perché. Travaglio non legge narrativa. Lui legge e ragiona come un giornalista e quindi, davanti a tutto, pone il problema della credibilità).
Mi sembrava buono quel racconto, forte, originale: l’idea, però, solo l’idea. Rileggendolo, insomma, non mi convinceva. E così ho deciso di lasciar perdere, di dichiararmi sconfitto, e anche, ho deciso di non farlo leggere a nessuno.
So che non va, punto. Non va perché la scrittura è fatta di parole, e quel che voglio raccontare io è fatto di buio, di silenzi, di vagiti.
Insomma: si presterebbe a essere un’opera teatrale, un dramma.
Solo che io di opere teatrali ne ho lette tante, certo, e ho provato anche a scriverne, una vita fa, ma con esisiti disastrosi.
E quindi non so.
Capisco anche di aver detto tutto e niente. Niente, in particolare.
(Qualcuno si domanderà: Ma Travaglio cosa ti disse di quel tuo racconto che non ti convinceva? Allora, mi fece dei complimenti, sommari, ma io sospetto che lo abbia solo sfogliato, aveva in mente il suo nuovo giornale. Quindi).

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13 pensieri su “Una storia difficile

  1. Be’, a me piacerebbe leggerlo (e non ho un giornale da inventarmi, ho solo la Gelmini che mi tormenta :-))

  2. quindi, si tratta di ripartire da capo, adattando la voce narrante a ciò che senti, e ‘girandola’ e mutandola fino a che non dice ciò che vuoi sentire.
    se l’idea è buona, prima o poi uscirà con la voce giusta.

  3. l’incipit era (credo fosse così, sto cercando e non trovo il file)
    “Le nostre Repubbliche hanno pochi anni di vita…”
    in realtà l’incipit vero, appropriato, è-sarebbe un rantolo…

  4. Secondo te esistono storie che proprio non si possono raccontare? Io ho sempre creduto che non ci sia niente che non si possa raccontare e che il problema sia solo trovare il modo giusto. Invece secondo te no?

  5. “quel che voglio raccontare io è fatto di buio, di silenzi, di vagiti”.
    Allora per poter scrivere hai solo le parole altrimenti fai un disegno, un quadro, ppure un’opera con la creta ecc.. con le parole puoi far risaltare il buio, i silenzi e i vagiti, il buio lo puoi ottenere usando parole “scure” che hanno cioè un suono scuro, cupo, o in alternativa descrivendo gli ambienti con poca luce, con tendaggi scuri, con vestiti neri ecc… i silenzi puoi ottenerli togliendo i dialoghi o inserendo soliloqui oppure domande senza risposte ecc… per i vagiti puoi usare frasi molto corte anzi cortissime e slegate fra loro.
    Per la prima o terza persona non saprei … e se il personaggio principale invece che una persona fosse chessò un luogo, tipo una stanza, una piazza, un treno? Dal corpo di questo personaggio far uscire buio, silenzio e vagiti. Non so se ti sono stata utile, dovessi scriverlo io farei dei tentativi in questo senso. Un caro saluto. Lucia

  6. ilaria, bella domanda la tua.
    penso che scrivere sia anche una scommessa, e che si debba, a tutti i costi, cercare di scrivere ciò che può sembrare inde-scrivibile.
    semplificare, per accontentare o lettori o editor è, di sicuro, una furbata.
    però la tua domanda è bella, meriterebbe un maggiore approfondimento.

    no lucia, ti ringrazio
    non ho mai letto nessun tuo libro, mi basta il tuo blog: per sapere che quel che scrivi non è mai banale, anzi. E mi è prezioso ogni tuo consiglio.

  7. Non mi pare senza senso il suggerimento di flatus vocis.
    Nella trilogia si sperimentano io narranti mutevoli, silenzi, l’ineffabile, appunto.
    Mi ha commosso , nello spezzone di “Film”, vedere le mani, le mani di Buster.
    Cordialità.

  8. m’era sfuggito cosa ha scritto flatus vocis, e cioé di rileggere Beckett, di cui conosco solo l’ultimo nastro di Krap e, naturalmente (ma lo so quasi a memoria, per via del teatro) aspettando Godot. in effetti.

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