Pubblicato da: remo | 16 febbraio 2010

Alessandro Zannoni, la quarta strada

Hai scritto un libro.
E sei convinto che, stavolta, a differenze di altre, hai scritto qualcosa di buono. Magari un editor, magari uno scrittore, magari qualcuno di cui ti fidi ti dice che è un bel libro, ma poco commerciale.
Hai tre strade.
Percorrere quella degli invii del manoscritto agli editori. Tanti invii, il più possibile.
Seconda strada. Uno stampatore a pagamento (magari non la percorri questa strada, ché qualcuno ti spiega che alla fin fine è meglio non pubblicare).
Terza strada. Mettersi l’animo in pace (io l’ho fatto, per cinque, sei anni).
In realtà c’è una quarta strada. Che io stesso non escludo di percorrere. L’autoproduzione.
Quella che segue è un’intervista al mio amico Alessandro Zannoni, scrittore Perdisa, oggi.
Il primo suo libro che ho letto era un bel libro: autoprodotto.

Cominciamo da te, dicci chi sei.
Sono stato per ventidue anni un antiquario specializzato in dipinti antichi; ora, solo la mattina, lavoro in una darsena tra fiume e mare, e gestisco la manutenzione delle imbarcazioni. Nel tempo restante, se ne ho voglia e la famiglia me lo permette, scrivo.

Elencami le cose che hai scritto e che sono diventate libri.
Alla luce dei fatti – autoprodotto/ripubblicato collana I dispari/RES Edizioni
Nero in dissolvenza – autoprodotto/ripubblicato collana Delitti Inediti/Contatto Edizioni
Lo stretto necessario – autoprodotto
Imperfetto – autoprodotto/ripubblicato collana WalkieTalkie/PerdisaPop
Biondo 901 – collana BabeleSuite/PerdisaPop

Invece di ricorrere all’editoria a pagamento tu in passato hai percorso un’altra strada, che è l’autoproduzione. Come ti venne l’idea?
Il mio primo lavoro era un romanzo scritto per pochi intimi, ambientato nella mia città e nel mio mondo lavorativo – l’antiquariato – e non avevo nessuna pretesa di pubblicazione, ma mio padre lavorava in una tipografia e gli chiesi di stamparmene 50 copie, giusto quelle da regalare agli amici; portò a casa dieci scatoloni, 500 copie, dicendo che tanto la spesa era la stessa. Passato il primo momento di sgomento, mi sono ingegnato e ho messo in vendita il libro nei locali citati nel mio romanzo… e dopo venti giorni li avevo venduti tutti! Lo richiedevano in continuazione, allora ne ho fatto ristampare altri 500, e anche quelli li ho bruciati velocemente…
Voglio sottolineare che il libro lo avevo firmato con uno pseudonimo e che nessuno sapeva che lo avessi scritto io – mi vergognavo parecchio a rivestire, seppur momentaneamente, il ruolo di scrittore – però, sentendo i lusinghieri commenti in giro, mi sono lasciato prendere dall’entusiasmo e ho scritto un altro romanzo… Solito metodo di stampa e solito risultato di vendita, però stavolta mi sono lasciato convincere – unica volta che l’ho fatto – e ho mandato il manoscritto ad una casa editrice: mi hanno risposto dopo quasi due anni, dicendo che mi aspettavano ad una nuova prova più adeguata alla loro collana. Non ho fatto drammi e ho continuato per la mia strada.
Quindi l’idea di autoprodurmi è nata dai risultati di vendita ottenuti – mi sono autoprodotto 4 romanzi e ho venduto dalle 1000 alle 2000 copie a titolo –, e dalla consapevolezza che inviare manoscritti a case editrici significava rimanere tempi lunghissimi a macerare nell’attesa di una risposta, cosa che francamente non mi sento di affrontare.
Sono un fatalista e uno stupido idealista, e ho lasciato le cose in balia del destino: ho creduto nella qualità del mio lavoro e ho aspettato che qualche editor si imbattesse nei miei lavori e ci vedesse qualcosa. Bè, è successo davvero.

Come consideri quell’esperienza?
A tutti quelli che hanno velleità di pubblicare, invece di mandare manoscritti a destra e sinistra, consiglio vivamente un’esperienza del genere, e pure l’uso di uno pseudonimo – da evitare la pietà dei parenti e degli amici – cosicché possano rendersi conto se davvero le cose scritte hanno un qualche valore. È un banco di prova notevole, e stronca sogni in maniera chirurgica.

Sebbene tu adesso non abbia problemi nella ricerca spasmodica di un editore, metti caso che un giorno tu scriva qualcosa che tutti rifiutano, ripeteresti quell’esperienza?
Uh, certo che la ripeterei, e ora che sono anche pratico dell’uso di Internet, sono certo che mi divertirei pure.

Poi, andando nello specifico. Quanto spendesti per farti stampare tot numero di copie? E quande ne vendesti?
Di “Imperfetto”, ristampato lo scorso anno nella collana WalkieTalkie di PerdisaPop, ne stampai una prima tiratura di 1.000 copie spendendo 1.800 euro – copertina rigida e bandelle, carta da edizioni, rilegato a filo refe… insomma un libro vero – seguito da una ristampa di altre 1.000 al solito prezzo, o forse qualcosa di meno, non ricordo.
Alla fine, se le cose funzionano, trovi anche da guadagnare qualche spicciolo.

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Responses

  1. Un’intervista molto interessante, il racconto di un’esperienza che puo’ e deve insegnarci qualcosa. Grazie a Remo e, se posso permettermi, Alessandro Zannoni for president! :-)

  2. Penso che tu Remo potresti tentarla questa strada. Sei conosciuto, sei vedessi che c’è un tuo libro in vendita ti scriverei per averne una copia e sarei onorato se tu venissi dalla parte mie a fare una presentazione. So che il sud ti piace, quindi credo proprio che verresti. Ma i complimenti li faccio ad Alessandro Zannoni perché lui quando ha provato questa strada non era conosciuto e se ho ben capito non aveva nemmeno un blog

  3. sto facendo due conti.

  4. Ciao Remo! L’autopubblicazione secondo me va bene se hai la possibilità di stamparti come Alessandro Zannoni o se sei comunque conosciuto come te. U__U Per un esordiente, ignorato dai più, la vedo piuttosto dura scegliere questo tipo di soluzione. Almeno per una come me che odia farsi autopromozione in modo continuo e martellante! Però nel tuo caso specifico, secondo me, se decidi di farlo, sarà un successo! :D

  5. elys, la possibilità di stamparti esiste solo perchè ti paghi le copie, e io me le sono sempre pagate fin dagli esordi, quando ero il signor nessuno. e ricorda che autoprodursi non vuol dire spaccare le palle al prossimo con promozione continua e martellante.
    e comunque, elys, autoprodursi non è da tutti.
    devi credere in quello che fai.

  6. Sì che bisogna credere in quello che si fa è senza dubbio vero. Non è questo. Però se non pubblicizzi il tuo libro come fai a venderlo? Ci sarà anche chi non rompe le scatole al prossimo, ma è una percentuale davvero piccola. Ripeto, per il mio carattere non riuscirei a farlo. Per altri, se mi chiedessero di aiutarli nella promozione, non avrei problemi, anzi, mi farei in quattro, cinque, pure dieci parti, ma se si tratta di me la cosa cambia. E’ un mio difetto che non c’entra niente con il non credere in quello che faccio, sia chiaro U__U! E non intendo dire che tu fai parte della maggioranza della gente che ossessiona le persone con il loro libro, ci tengo a precisarlo per evitare fraintendimenti! :)

  7. nessun fraintendimento.
    per pubblicizzare il libro serve solo una condizione: che sia buono. allora la gente ne parla e lo consiglia, e la macchina si muove da solo.
    questo è quello che mi è successo.
    e per questo dico che è un banco di prova notevole, capisci subito se hai scritto roba buona o se fa schifo ed è meglio che lasci perdere.

  8. non farò nomi, non sarebbe giusto.
    ma vorrei riflettere sul numero delle copie vendute dalla piccola e media editoria.
    ho visto dei resoconti, di case editrici serie e di libri (a mio avviso) buoni: si oscilla, spesso, dalle 150 alle 400 copie.
    meglio autoprodursi, in certi casi.
    ha ragione alessandro: il passaparola funziona più di tante recensioni.
    e comunque.
    questa soluzione è, in primo luogo, la strada alternativa all’editoria banditesca a pagamento.

  9. preciso, remo.

  10. A me sembra che Alessandro Zannoni abbia fatto una cosa lucida, misurata e dignitosa, che non pretende di essere la panacea universale, perché la panacea, semplicemente, non c’è.

    Faccio alcune considerazioni di esperienza, in quanto scrivente – non scrittore – che non aspira a pubblicazione cartacea ma a farsi leggere in rete, risultato che in questi anni sono alcune volte riuscito ad ottenere. Lo dico perché ritengo che le due cose – rete e stampa – siano in rapporto non di or ma di and: si fa bene la rete, si migliorano le probabilità che vada bene anche la stampa.

    1. C’è una strana situazione storica che è divenuta quasi inconscia: i letterati (colti) provano fastidio per le immagini e non le usano o le usano male, mentre i grafici le sanno usare ma non sono colti. Manzoni, Balzac, Hugo e tanti altri davano per scontato che i loro libri fossero illustrati. Quando una cosa ci dà fastidio, la facciamo male: nelle immagini è importante il nome (la descrizione) ed è utilissimo che ci sia una didascalia. Altrimenti, come fa a conoscerla Google? Ho visto, come facevano quelli del direct mail: provavano le reazioni, prima di spedire la massa delle lettere, e la percentuale di redemption era molto più alta se nella lettera c’era una immagine. Non solo, molto più alta se l’immagine era in alto a destra rispetto a basso a sinistra. Prima abbiamo gli occhi, poi (eventualmente) il cervello. Ma non immagini di sola belluria (come pensano certi grafici): l’imagine rafforza il testo e il testo l’immagine, in sinergia.

    2. Nessuna irrisione su chi aspira alla pubblicazione a stampa. E’ del tutto umano, che è molto meglio che disumano o inumano. E neppure classifiche, graduatorie, che nessuno ha la patente per farle (specie quelli che le fanno). Ma occorre farsi alcune domande: per quale utilità o gradevolezza dovrebbero leggermi? Cosa metto, sul mio piatto? Dove li vado a cercare?

    3. Si oscilla fra due situazioni entrambe patologiche: il monoblog e il tutti assieme appassionatamente – e livorosamente, magari – in cui ognuno però si comporta come se fosse solo. Mentre la soluzione è quella di una massa critica anche piuttosto piccola (5-6 persone) e lo dico, prima che per la rete, per la vita reale: sto vedendo cosa riusciamo a fare qui a Monza in pochi ma ben fasati. Mettersi insieme, scegliersi, vuol dire includere ma anche escludere: che male c’è? Quando vedo, come ieri, uno che mi sventola i suoi 164 contatti dico, embè, che ritorno reale ne hai?

    4. Le edizioni a pagamento non è detto che siano banditesche (anche se personalmente non ci andrei mai). Tale e quale come far stampare biglietti da visita o partecipazioni matrimoniali. Il banditesco esiste, quello che ha descritto mirabilmente Eco nel Pendolo di Foucault, ma nel dire: “Io ti pubblico a pagamento” che male c’è? Qualcuno ci sta, qualcuno no, secondo desiderio o convenienza.

    5. Sembra che la scrittura qui sia solo di raconti o romanzi o poesie, ma si può scrivere utilmente e gradevolmente di tante cose. Personalmente io mi pongo una domanda che ormai è un imprintig: questa roba qui che scrivo, fra cinque anni, la potrebbe leggere ancora qualcuno? Il che vale anche per i blog: chi può contare veramente su un archivio (ben visibile!) viaggia tranquillo, chi si muove solo in ottica home page rischia la nevrosi.

    6. Sono nettamente ottimista: la rete può essere come tagliare il coltello col burro. A un patto: quello di porsi le domande preliminari giuste e di non credere di compensare con corse e rincorse frenetiche di visibilità (che si sta tutti in punta di piedi come attorno alla carrozza di Ferrer) la mancanza di valore aggiunto, che è la prima cosa: se arrivano sono contento che arrivano, se non arrivano sono contento di aver provato piacere a scrivere. Ma se c’è valore aggiunto prima o poi arrivano.

    Chiedo scusa per la lunghezza, ma è un tema che credo non stia a cuore solo a me: evitiamo le dispersioni e stiamo sull’essenziale perché il fattore tempo c’è per tutti.

    grazie Remo, grazie Zannoni e saluti
    Solimano

  11. Complimenti a Zannoni che ha creduto nel suo progetto e lo ha portato avanti. Personalmente ritengo che allo stato attuale l’autore debba farsi carico della promozione del suo libro, spingerlo con i mezzi che ha a disposizione (il web ma anche l’essere mobile, spostarsi, creare una rete di contatti, organizzare delle presentazioni, stampa, premi letterari e via discorrendo). Le case editrici possono seguirti e non seguirti. Alcuni mettono il libro sul loro sito, in catalogo, e buonanotte. Altri ti portano alle fiere, ti presentano ai premi, ti inseriscono in vari eventi ecc… In genere gli editori a pagamento non si premurano molto di promuovere il libro: hanno già realizzato con il cospicuo contributo dell’autore. Se invece un piccolo editore onesto ti chiede di acquistare copie per le tue presentazioni (in tutta libertà, quante ne vuoi e con una percentuale di sconto, che so del 30 40% rispetto al prezzo di copertina) e si accolla in gran parte le spese di edizione, ecco che condivide il destino della pubblicazione ed è più incentivato a spingerla per realizzare. Al di là di queste dinamiche da addetti ai lavori resta comunque vero che se un libro è ben scritto e piace, si diffonde trasversalmente per mezzo di quei lettori che ne parlano bene e ne consigliano la lettura. E’ quel valore aggiunto che, a prescindere dalla distribuzione, decreta la fortuna di un’opera.

  12. sono sempre più confusa
    eppure mi piace scrivere.

  13. a me basterebbe scrivere qualcosa di decente.
    non dico di unico
    ma di interessante.
    e al resto, eventualmente, pensare poi.

  14. mi sembra una strada interessante.


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