dalla nostalgia del treno a Yates

Il lavoro di giorno, la scrittura e la lettura di libri e “cose in rete” di notte mi hanno fatto perdere un’abitudine, che rimpiango.
Fino a qualche anno fa, ogni tanto, prendevo un giorno di ferie e poi o salivo sul treno e andavo a Torino (dove avrei fatto i soliti percorsi: Porta Susa, via Cernaia, via Pietro Micca, Via Po, magari il parco del Valentino) oppure prendevo l’auto e, a caso, mi fermavo in qualche paese del Monferrato.
Succedeva sempre d’inverno, va a sapere perché.
D’inverno, avevo voglia di entrare in un bar dove non mi conosce nessuno (oddio, a Torino può capitare che io incontri una vecchia conoscenza, mi è successo, del resto), leggere o scribacchiare qualcosa, poi andare in giro, tra gente che non conosco, senza voglia alcuna di conoscere gente nuova.
Fortuna che c’è sempre la notte.
E comunque: e ora, ma per davvero, che io salga su un treno, o in macchina, un mattino qualunque un po’ grigio e un po’ triste.

Poi. Quando leggo un libro è difficile che io dica, poi.
Ma di Revolutionary Road di Richard Yates qualcosa da dire ho.
Pessimesempio (mi pare) scrisse che il primo capitolo era un gran primo capitolo. Io, che stavo leggendo il libro, pensai che era un bel primo capitolo, punto, ma niente di che.
E invece no: aveva ragione lei: in miniatura c’è tutto il libro (senza anticipare agnizioni o eventi particolari) e c’è, in quel primo capitolo, anche, la vita.
La vita, che è una gran recita, con spettatori che applaudono o fischiano, dipende, protagonisti che son travolti dalle mediocrità altrui, e poi regie varie, più o meno occulte.
Non ci sono eroi o demoni in Yates: c’è l’uomo comune, ci siamo noi. Che camminiamo impettiti, credendo di non esserlo (comuni).
Che sorte hanno coloro che si ribellano alla mediocrità?
Indovinate, o meglio: leggete Yates, che è un gran leggere.
Non ebbe fortuna da vivo, rendiamogli omaggi letterari almeno da morto.
Poi ha ritmo Yates, da giallista, da fumatore di 60 sigarette (uno che ne fuma cinque non può avere il suo ritmo) e benché la sua scrittura non sia difficile usa (bontà del traduttore?) una buon campionario di termini.
Piuttosto. Alla fine, Yates parla di scrittura e, soprattutto, di correllativo oggettivo. Molto, molto meglio i consigli di scrittura (Nel territorio del diavolo) di Flannery O’Connor…

Segnalazioni.
Estinzione coatta è uno dei racconti di A4mani. Rieccolo.
Sul blog di Serino (Satisfiction)  prosegue la discussione sul migliore e sul peggiore libro dell’anno.

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Informazioni su remo

scrivo. Ultimi libri pubblicati: Lo scommettitore (Fernandel 2006); La donna che parlava con i morti (Newton Compton 2007, fuori catalogo); Bastardo posto (Perdisa Pop 2010); Vicolo del precipizio (Perdisa Pop 2011); Buio assoluto (Historica, 2015); Vegan. Le città di dio (Tlon, 2016); La notte del santo, Time crime

4 thoughts on “dalla nostalgia del treno a Yates

  1. Sì, mi hai citato giusta. Ma non preoccuparti: anche se tu mi avessi citato sbagliata non succedeva niente. I motivi per cui ho trovato quel capitolo bellissimo sono la cura dei dettagli: lui che si mangia le mani, i suoi movimenti, i movimenti di lei. Ecco, soprattutto i loro corpi che si muovono ed esprimono attraverso questi movimenti così ben descritti tutti i loro stati d’animo e quello che appare, che può apparire agli altri, non è quello che è dentro.
    Ciao, grazie.

  2. Hai ragione, Remo, non ci avevo pensato. Chi recita con voce sola è destinato a fare una brutta fine.

  3. Ciao Remo, come stai? Son rientrato in rete, e con colpevole ritardo vengo a salutarti.
    Revolutionary Road mi ha colpito, anzi: quasi sconvolto. Non solo il libro, anche il film (Ne ho commentati gli effetti in un post che ti mando in trackback).
    La sensazione principale che mi ha lasciato è che a volte la vita può non lasciarti scampo.
    A presto

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