scrivere a tempo pieno?

Spesso dico che vorrei lasciare la professione di giornalista e mettermi a fare lo scrittore a tempo pieno.
Dico questo perché son reduce dalla lettura di alcune discussioni in rete, appunto, sul ruolo dello scrittore.
Prima di dire cosa mi piacerebbe fare, appunto per essere uno scrittore a tempo pieno, ecco alcune considerazioni, così da chiarire meglio cosa penso.
Io penso che l’editoria sforna ciò che è commerciale, in primo luogo. Da sempre. Oggi più di ieri. E quindi io parto da un sospetto, questo: chi arriva alla pubblicazione è funzionale anche all’anima commerciale dell’editoria e quindi chi non arriva alla pubblicazione perché non funzionale chi mi dice che non sia più bravo di me, Giordano, Saviano, Scarpa e migliaia d’altri che oggi sgomitano attendendo di venire pubblicati, osannati, premiati?
E’ per questo motivo che io vorrei fare lo scrittore a tempo pieno e certe volte mi definisco scrittore ma tante volte mi trovo a disagio nel pensarmi o definirmi scrittore.
E comunque.
Io scrittore lo vorrei fare, dicevo prima, ma a tempo pieno. Vorrei insomma avere del tempo, tempo per:
salire su un treno, andare in un bar di periferia, leggere vecchi giornali, studiare, andare a fare la spesa, andare a un concerto, andare a una gita organizzata che costa venti euro, andare in un tribunale, andare nelle sale d’aspetto, parlare con qualcuno con cui vorrei parlare, che mi racconti, o, per converso, camminare e basta, senza dover parlare con nessuno.
Sono alcuni esempi, potrei continuare.
Però non posso, ora come ora.
Anche se uno dei miei libri ha venduto molto bene (La donna che parlava con i morti) con la scrittura non ci caverei 1200 euro al mese per campare, e così continuo a fare un lavoro che certi giorni mi piace e certi giorni no e che continua a elargimi doni: il giornale (locale) che dirigo vende (nonostante la crisi), il mio giornale è combattivo (alla faccia diquerele e attacchi), i lettori mi sono affezionati – non tutti, chiaro-, i miei giornalisti lavorano con passione.
Ma, ora come ora, non ho nulla, ma nulla nulla, da raccontare.
Certo, posso pensare e sperare di fregiarmi del patentino di scrittore.
Forse La donna che che parlava con i morti avrà un’altra ristampa, magari in economica.
Presto (o tardi) dovrebbe uscire Bastardo posto.
Ho un nuovo libro (o Di bestemmie e folli amori o Vicolo del precipizio, uno dei due titoli va bene) in lettura da alcuni editori, grandi e piccoli (uno piccolo mi ha già risposto che non rientra, eccetera).
Ho la speranza che qualcuno (forse all’estero) mi ristampi Il quaderno delle voci rubate (magari con il titolo Il bar delle voci rubate).
Ma se anche tutto questo dovesse accadere entro i prossimi sei mesi io non mi sentirei più scrittore di oggi o di ieri l’altro.
Magari va a rotoli tutto, chissà.
Comunque.
Ho le batterie scariche, insomma, da ricaricare.
(Poi magari, dovessi ricaricarle, le pile, magari continuo a fare il giornalista, magari il giornalista e non il direttore; anche facendo cronaca si “legge” il mondo; solo che oggi, sempre più, i giornalisti leggono dispacci di agenzia e alzano poco il culo).

Dell’essere definito o meno degli altri scrittore poco mi importa. Quando lavoravo e studiavo in fabbrica ero quello che studiava e in università quello che lavorava in fabbrica. Quando torno al mio paese, Cortona, sono un piemontese, qui in Piemonte sono Toscano, sembra. Così è se vi pare (insomma).

Poi. Ho un grande rimpianto. I ricordi della fabbrica: son troppo sbiaditi. Vorrei, mi piacerebbe, sulla fabbrica. Avessi tempo lo farei: ascoltando però i raccondi dei vecchi operai. La fabbrica negli anni Sessanta, quella con le guardie che controllavano e con il licenziamento facile. E i morti sul lavoro, e il malsano, che erano soldi dati agli operai che lavorano con sostanze cancerogene, e dei reparti dei cornuti: quei reparti – di lavorazione chimica – dove agli operai si “rinsecchivano i coglioni”, mi racconta mio padre, e quindi, pur di lavorare per campare, rinunciavano al sesso.

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Informazioni su remo

scrivo. Ultimi libri pubblicati: Lo scommettitore (Fernandel 2006); La donna che parlava con i morti (Newton Compton 2007, fuori catalogo); Bastardo posto (Perdisa Pop 2010); Vicolo del precipizio (Perdisa Pop 2011); Buio assoluto (Historica, 2015); Vegan. Le città di dio (Tlon, 2016); La notte del santo, Time crime

14 thoughts on “scrivere a tempo pieno?

  1. ho dei dubbi che lasciare il tuo lavoro ti farebbe più scrittore di ciò che sei. non è il tempo a disposizione che fa scrivere ma ciò che si ha da dire.
    l’inquietudine spinge in direzioni ‘strane’.

    ciao remo :)

  2. … in che senso “dove agli operai si “rinsecchivano i coglioni”, mi racconta mio padre, e quindi, pur di lavorare per campare, rinunciavano al sesso”?
    non è un’esagerazione da scrittore (che si sa, gli scrittori esagerano sempre) ma è così come è scritta?

  3. Il giornalismo puo’ essere un osservatorio privilegiato, oppure uno spremitore di energie a tutto svantaggio della scrittura. Dipende. E se tu adesso ti senti scarico, potrebbe dipendere dalla stagione, dalla luce che scema in cielo, dal grigio che ci circonda, dal brutto che ci circonda. La patente di scrittore non esiste (almeno quella). Esiste la necessita’ di scrivere e tu ce l’hai. Ti dico ancora quello che ti dico sempre: se tu non scrivessi noi che ti leggiamo ne sentiremmo la mancanza. E non credo che ci voglia altro per essere considerato uno scrittore :)

  4. Concordo con Costantini.
    Ci sono giorni in cui tutto va stretto e si sognano le fughe: più sono decisive e meglio è.
    Poi si torna ogni giorno a fare il proprio dovere e amen.
    Tra parentesi: questo autunno non è per nulla normale, con questo freddo anticipato e l’atmosfera cupa, per nulla poetica e sentimentale tipica del buon tempo andato. Altro che visioni romantiche e bohémmiennes stile feuilles mortes.
    E’ normale avere le paturnie, direttore.
    Non ci sono più gli autunni di una volta, che scivolavano pigramente e con grazia verso l’oblio invernale.
    Mettiamoci anche il carico da undici e cioè l’ingresso di Saturno nel nostro segno e siamo a posto: ci troverà lì, inchiodati alla nostra modesta barricata quotidiana a difendere un progetto importante, un’idea, un’illusione con la tenacia delle formiche laboriose.
    Continueremo a vagheggiare di destini diversi, di fughe epocali, di cambi di lavoro repentini, di fortune imbarazzanti da gestire con saggia leggerezza.
    Ma intanto continueremo a stare qui.
    Un saluto :)

  5. morena, è tutto vero; dovrei ri-cercare un articolo di Giovanni Giovannetti che, su primoamore, per raccontare degli zingari rom fatti traslocare con prepotenza da un’area di Pavia, è partito da lontano: in quella stessa area, anni prima, c’era un grande stabilimento chimico con un reparto che veniva chiamato “reparto dei cornuti”.
    diventava impotente che ci lavorava, insomma.

  6. laura, dalle 11 di mattina fino a sera vivo in redazione, non mi muovo più insomma; per alcuni giornalisti è diverso, vanno a intervistare, fanno il giro di nera, seguono conferenze stampa; per altri no, son conciati come me:lavorano al desk, correggono, insomma, i pezzi degli altri, poi scrivono i titoli e le didascalie.
    qualcosa di movimentato ogni tanto capita, perché ho dato disposizione di ascoltare (nei limiti del possibile) le persone che vengono qui da noi a raccontare i loro problemi.
    il primo filtro la fa la segretaria. cerca di capire se chi si rivolge a noi ha un problema serio e vero (salute, lavoro, giusitizia) o piuttosto solo minchiate…
    poi ci sono i perditempo, ma di questo, magari ne dirò con un post.
    ecco io nei limiti di tempo che ho a disposizione ogni tanto vedo gente normale, altrimenti no, la mia visuale è quella di sempre: giornalisti, qualche politico, pubblicitari.

  7. di recente, in un intervento su un blog, ho letto: “nei romanzi c’è più verità che nei giornali”. la solita minchiata demagogica, ho pensato. nei romanzi c’è spazio per la descrizione dei sentimenti o, comunque, per la loro esternazione. forse il gornalismo aiuta per gli aspetti tecnici, ma non ne sono sicurissimo. e “di bestemmie e folli amori” mi pare un bel titolo

  8. Si può anche soccombere per qualche giorno. L’importante è rendersene conto. Così non è vera deriva. L’inarrestabile movimento verso l’oblio trova energia nel rammarico. L’impotenza ha l’unica metrica nell’incapacità di volere. Il resto è un coacervo di cazzate alle quali vorremmo conferire maggiore dignità.

  9. Ma sì, direttore, Saturno, dicono gli esperti. Però non contro, ma con. Decisamente con.
    Quindi lei starà alla sua scrivania e io alla mia con santa pazienza a vagheggiare rivoluzioni immaginarie nella mente e dintorni.

    Mi permetto un piccolo omaggio musicale, una filastrocchina di un’altra estate, come dice il titolo, tratto da un film delizioso, un racconto minimo e gentile sul senso del destino e delle coincidenze.
    Buon lavoro :)

  10. ogni tanto vedo gente normale, altrimenti no, la mia visuale è quella di sempre: giornalisti, qualche politico, pubblicitari.

    bè, da pubblicitaria dico che hai ragione, non siamo mica tanto normali, in effetti.
    ma forse, come ti ho suggerito su FB, un po’ di tempo a fare il cronista ti gioverebbe.

    cambiare aria fa bene.

  11. di bestemmie e di folli amori. voto per questo pure io. quanto al resto, magari potresti scambiarti con qualcuno dei tuoi giornalisti che vanno in giro e dare a loro il compito di correggere e mettere i titoli.
    almeno per un po’, ricaricarti, insomma.
    Ciao remo
    bri

  12. Un saluto ed un incoraggiamento da una persona che di mestiere fa la contabile e passa il giorno a caricare ed elaborare dati al pc pensando, per andare avanti, che contribuisce ad una meccanismo importante che comunque cammina anche grazie al suo lavoro e l’unica cosa che sta scrivendo è un diario sconclusionato e assolutamente informe della sua vita.
    Ciao Direttore fatti sentire quando passi dalle mie parti
    Elisa

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