Così è (da queste parti)

L’io narrante di questa storia son’io, io con la minuscola, maschile o femminile unn’importa: io.

E’ piccino qui, ci si conosce, tutti sanno se uno vota comunista, se ha tanti soldi in banca, se avea lo zio coi vizi strani, tipo pecore o cavalle. Quel che si sa è importante: perché è quel che si sa che conta. Quel ch’è vero ma un si sa – uno vota fascita ma un lo dice, ha i debiti ma spende e spande, c’ha l’amante, ma sta a Perugia – unn’importa. Qui sopravvivono, e bene, quelli che un fanno sape’. Quel che si sa è ‘na cicatrice. Brutta. Stampata in faccia. Evviva quelle stampate sul didietro: un si vedono manco spiando dal buco della serratura del bagno (e alla bisogna sparano: puzze).

Scusate ora l’anonimato e il mio linguaggio: umile e maccheronico (si dice così?). E poi. In questa storia ci sono pur’io: potrei essere il prete o il maresciallo o il farmacista o il vicensidaco del paese o tutti e quattro insieme; o magari sono un vecchio analfabeta che sta dettando alla nipote, studentessa universitaria a Firenze.  Chi vien da fuori non creda, se leggerà, di leggere cose tipo jack lo squartatore. Un ci sono morti. Macché.

Ma vado al sodo, ora. Ai tre protagonisti.
Sono: Loretta, la moglie del macellaio. Il macellaio., che di nome fa Alfredo Eppoi Giuseppe, che, diciamolo subito, un’è né normale né anormale. Allora lui ora è sui quaranta, sembran cinquanta e più, ma quaranta sono. Vent’anni fa arrivarono in paese le prime orde di turisti: americani e tedeschi e nordici. Ora successe che americane, tedesche e nordiche, andando in giro pel paese coi loro vestitini avari di stoffa, poppe sballonzolanti e i culi semoventi, belle e abbronzate davano sollievo agli occhi, che s’aguzzavano, dei nostri vecchi seduti, all’ombra di case e taverne. Ma c’è da dì che davano anche scandalo: all’indignata popolazione femminile e pretesca. Po’ c’era lui, Giuseppe che – qui è bene ch’io vada avanti sennò me dimentico – di donne un ne aveva avute mai. Ma mai. E’ piccino, ciccio, ghoffo, strabico e balbetta e parla gnente. Di bono c’ha che si lava, un puzza e si veste con decoro. Pantalonacci di velluto e camicie colorate, Rosso o blu. Ama la tinta unita, Giuseppe.
Lui tanto ben diddio femmineo un l’aea mai visto. Così capitò questo capitò: che na volta, in mezzo a tutti, Giuseppe un ci vide più: e afferrò na turististina più svestita del’altre, era seduta sulla scalinata della chiesa, il panorama che offrivan le su gambe aperte era ridente, d’ampio respiro direi, sicché (lo capiscon tutti sicché?) lui la stese, lei impaurita si lasciò stendere, lui si calò brache e mutande tutt’uno con l’arnese in bella vista, e mentre lei urlava, la gente urlava, mentre il vigile correva, mentre le amiche della ragazza lo pigliavan a calci come un cane, lui, comunque, ebbe il su’ piacere (i calci che prese gli facero, è proprio il caso di dirlo, nemmen na sega).
Gli bastò il contatto con l’aria, che qui è bona, e si vede e, nel caso suo, si sente (o si sentì). Dissero poi che dovettero usare tre cenci per togliere quel lago, schifoso, di colata giuseppinesca.
Poi però si redense. L’anno dopo, in piscina (e i maldicenti tutti a dì: «Guarda Giuseppe, un tiene più») quando vide due francesine tuffarsi in topless si limitò prima ad applaudire e poi («Va a tirarsi un raspone» i soliti maldicenti) e poi, dicevo, stupendo tutti, andò non in bagno, ad “eseguire”, ma a pigliare un gelato fragola e cioccolato.  Che si fosse chetato, però, era solo un’impressione.

Vengo ora ai tre. Parto da Loretta. E’ piccina, ha quarant’anni ma ne mette trenta, ha du’ occhi vogliosi ma la voce del paese diceva che, inspiegabilmente, l’era fedele al marito, Alfredo, cinquantré ben portati ma cinquantatré sono. Alfredo e Loretta un ch’hanno figli. Ma hanno una macelleria che è il fiore all’occhiello del posto. Ci fai la coda ma la carne è bona, come si dice da noi (non mi scoprirete certo se dico è bona, ché lo si dice tutti in tutti i paesi del granducato di Lorena). La carne è bona perché son bestie dell’allevamento di Alfredo, che in campagna le alleva e le macella, le macella e le alleva, mentre Loretta, senza aiutanti – un po’ tiratelli di soldi lo sono – serve. Le voglion bene tutti: omini (ma sì, lascio, qua diciamo tutti così) e donne: ché è una dabbene, lei.
Ora succede, è successo questo. A Loretta un le piaceva di lavà il pavimento. Sicché (sicché: termine lorenico) di concerto (fine eh: di concerto: concertan tutti in Italia. E inciuciano) col suo marito un sei sette mesi fa decise di piglia’ Giuseppe, che campa co’ la mamma ma un s’è mai capito come fanno a campà, a fa’ pulito. Alle otto, all’apertura, Giuseppe, dentro, ha belle finito. Così Loretta e Alfredo lo chiamano, «oh Giuseppeeeee», e tutti e tre van poi al bar Signoroni, lì di fronte. Vanno, si seggono, piglian cappuccini e bomboloni, e parlano. Macché parlano: Loretta parla e gli altri due, che volete uno è un po’ coglione l’altro capisce solo di vacche a maiali, ascoltano. E Loretta a Giuseppe ha cominciato a di’ ‘na cosa che – pensate male di me ma io ne son convinto – a lui gli ha eccitato l’arnese. Come fece la turistina. Lei ha cominciato a digli: «Io voglio bene a teee, a teee», col su marito che ridacchiava. Io voglio bene a teee un giorno e va bene, due e va bene, tre, cinque, dieci, sessanta, ma al centoduesimo, complice un’influenza di Alfredo che quel mattino restò a letto, Giuseppe, fece questo fece. Apri la serranda, e invece d’uscire per caffè e bombolone al Signoroni, quando Loretta arrivò, «Giuuseppe, si va?», l’afferrò, richiuse, cavalcò Loretta.
Ora, che sia successo di preciso un si sa, si sa certo che la Loretta strillò, e certo che strillò, ma i maldicenti dicon prima dal piacere e poi dalla paura (del marito), e poi si sa, da indiscrezioni maresciallesche, che ci fu penetrazione e che, insomma, Giuseppe, ora in attesa di processo, unn’è più vergine. A quaranta e passa se l’è presa a soddisfazione. Ma un si vede più in giro. Loro manco (traduzione: nemmeno). Manco a messa. Tutti e tre scomparsi. Il maniaco, la zoccola, il becco. Un se ne salva uno. Lui, Giuseppe, si dice, avrebbe traforato altre donne, zitte di vergogna e forse di piacere. Lei Loretta, si dice, di sicuro c’ha la coscienza sporca, perché una donna maritata non va senza mutande, anche questa indiscrezione è maresciallesca (con conferma pretesca. quindi), Alfredo, invece, poraccio, si dice che oltreché becco c’avrebbe pure una brutta malattia (ma io un ci credo: son corni e basta). Vanno in negozio, ora, Loretta e Alfredo, ma a testa bassa, e gli affari van male. Van bene al non lontano macello Rivaldini, anche se si dice che sia lui l’estensore (è giusto?, poi controllo sul vocabolario: estensore) di certe letteracce anonime contro Loretta, contro il maresciallo, contro il prete che avrebbe violato il segreto del sacramento. Anche questa lettera è anonima, signori compaesani (e turisti). Ci son dentro pur’io. Mi son citato. Scervellatevi. Che magari ho parlato male di me, per depistare (depistare: bello è?). O magari son Giuseppe, o l’amante del prete, chissà. Chiamatemi Pirandello, e se un sapete chi l’era informatevi. Vostro Pirandello.

Racconto maccheronico (pubblicato da La Tribuna).

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