scrivere, pubblicare, vendere: e sensazioni mie

Eventounico, in un commento sui manoscritti, ha scritto:
a mio avviso, un aspirante forse dovrebbe puntare più in basso. Perché una casa editrice blasonata dovrebbe scegliere un esordiente ? Perché fa vendere ? Ecco questa potrebbe essere una argomentazione convincente, ma cos’è che fa vendere ?

Allora, io non so rispondere.
Ci son tanti luoghi comuni, ci son tante mezze verità.
E’ comunque vero che lo scrittore che non ha mai pubblicato o che è poco noto è più facile che venga prima letto e poi pubblicato da un piccolo editore, ma ci son casi di esordienti pubblicati anche da Mondadori.
A un piccolo, ma… come dire, blasonato (mi sembra un giusto termine, sì: blasonato) editore (uno che scopre sconosciuti che poi passano alla grande editoria) un giorno domandai: qual è la tua linea editoriale, quali sono i libri che scegli?
La sua risposta fu secca, immediata.
Quelli che piacciono a me.
Dopo un attimo di stupore (pensai: tutto qui?) passai alla seconda domanda.
Chiesi (col sospetto che stavo per domandare qualcosa di poco furbo).
Ma pensi anche alle vendite quando scegli di pubblicare un manoscritto?
Anche qui. Secca, immediata e breve, anzi brevissima risposta.
Certo, devo vivere anche io.
La differenza tra il grande e il piccolo editore, alla fin fine, sta solo nel fatto che il grande lavora, appunto, con logiche da grande, lasciando la passione chiusa da qualche parte.
Il piccolo (visto io, toccato con mano anche io) no: lavora con passione.

Come scelgono i manoscritti gli editori grandi e piccoli?
Saperlo.
Poi. Chi legge i manoscritti?
Ecco, mi spiace non trovare il link, ma tempo fa lessi un’intervista interessante, a un addetto ai lavori.
Diceva. La grande contraddizione della grande editoria è che magari chi legge un manoscritto è giovane ed inesperto e magari poco pagato, così è portato a giudicare bene quello che lui conosce; se però dovesse arrivargli tra le mani un buon libro che lui non capisce, o che non è nelle sue corde, chiaro, lo boccia.
Ecco forse la differenza tra grandi e piccoli.
Mondadori boccia L’elenco telefonico di Atlantide di Avoledo, Sironi pubblica L’elenco telefonico di Atlante, il libro va bene e vende, Einaudi (del gruppo Mondadori) acquisisce i diritti (pagando, quindi) di un libro che il gruppo non aveva notato.
Resto a Sironi, che è uno degli editori che ho seguito con maggiore interesse.
Allora, tra i luoghi comuni più diffusi ci son questi due.
Uno, gli editori preferiscono pubblicare autori giovani, magari belli, magari brillanti.
Due, gli editori preferiscono pubblicare libri di 180, 240, 300 pagine al massimo, ma non quelli di 800, 1000.
Allora, cinque sei anni fa Sironi decide di pubblicare La messa dell’uomo disarmato, di Luisito Bianchi. Che è un prete (scomodo per la chiesa e per tante coscienze) vicino agli ottant’anni, che ha scritto un libro di 800 pagine.
Non solo. Quel libro era già stato editato, pubblicato in proprio, anni prima: gli amici di don Luisito, dopo il rifiuto di alcuni editori, avevano fatto stampare un buon numero di copie (mi sembra 1500, ma forse son di più) e poi l’avevano venduto (ma anche regalato).
Sta di fatto che grazie al coraggio di Paola Borgonovo cinque sei anni fa è uscito uno dei libri più belli della letteratura contemporanea (certo, lo penso io, ma non solo io).
Non ci son regole su Cosa vende o cosa non vende, io (e non solo io) però ho una certezza: che un buon titolo e una buona copertina vendono molto di più di un buon libro con un titolo e una copertina infelici.
Mi fermo, ma prima aggiungo un’altra convinzione (una cosa che ho imparato, parlando con un agenzia letteraria, una delle migliori): allora, gli autori son convinti che pubblicando tanto, magari in rete, magari con minuscoli editori, magari con piccolissimi e piccoli editori, si acquisiscano dei meriti sul campo che favoriscono l’ingresso nella grande editoria.
Non è così.
Marco Salvador non ha pubblicato tantissimi libri.
Quattro, cinque?, tra Piemme e Fernandel?
Marco Salvador però è un autore che ha mercato: ha facilità a trovare tanto un agente quanto un editore.
Semplicemente perché ha venduto, e tanto, soprattutto con il romanzo storico Il longobardo.
Marco Salvador ha, grosso modo, pubblicato gli stessi libri che ho pubblicato io; io però su quattro romanzi pubblicati (il primo non conta, ha avuto diffusione solo locale) posso vantare un ottimo esito di vendite (sopra le 5mila copie) solo con La donna che parlava con i morti.
Peggio di me stanno quegli autori che non hanno mai superato le 3mila copie o le 1000 copie. C’è una sorta di memoria, che magari passa per classifiche, inventari, bilanci che sono nei computer dei librai, che non dimentica: chi vende e chi no.
Se ai librai (razza in estinzione, ma il mercato lo fanno ancora loro) piace un autore, quell’autore venderà, perché ordineranno tante copie del suo nuovo libro, perché esporranno in vetrina il suo nuovo libro.
(Magari qualcuno non lo sa, ma le copie che gli editori stampano di un determinato libro sono decise dopo le prenotazioni che fanno i librai: che sono loro, in pratica, a decidere, quante copie verranno stampate di questo o quello).
Sta di fatto che – supponiamo – io pubblichi con Feltrinelli o Longanesi, magari due libri: bene, se i due libri venderanno poco io non avrò più – brutta parola – “mercato”, insomma, davanti alla grande editoria troverei le porte sbarrate.
Stessa cosa se io pubblico sei sette libri con editori piccolissimi: se vendo 100 copie o 400 quando è festa… sarebbe meglio non avessi mai pubblicato.
A questo proposito ricordo che, soprattutto in editoria, tutto è relativo, anche le copie vendute.
Se io vendo 1000 copie con Fernandel è una buona cosa, se ne vendo 3mila con la Newton è quasi un flop.
I librai preferiscono gli editori grandi (Mondadori e Feltrinelli e Longanesi e Rizzoli e Garzanti), poi quelli medi (come è appunto la Newton, che però a livello di copie distribuite è come una grande) e poi, se c’è richiesta, se hanno voglia, danno spazio anche ai piccoli.
Ma il discoso è lungo, credo.
Vediamo come procede.
E non so mica se ho risposto a Eventounico (penso comunque che gli scrittori siano abbastanza inaffidabili nel dire bene o male di questa o quella casa editrice: dicon bene di chi li ha trattati bene, e viceversa).

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Informazioni su remo

scrivo. Ultimi libri pubblicati: Lo scommettitore (Fernandel 2006); La donna che parlava con i morti (Newton Compton 2007, fuori catalogo); Bastardo posto (Perdisa Pop 2010); Vicolo del precipizio (Perdisa Pop 2011); Buio assoluto (Historica, 2015); Vegan. Le città di dio (Tlon, 2016); La notte del santo, Time crime

75 thoughts on “scrivere, pubblicare, vendere: e sensazioni mie

  1. Remo ti ringrazio per aver voluto dare una risposta al mio quesito.
    Ti anticipo che sono in linea con quanto hai scritto.
    Tuttavia mi riservo di intervenire ulteriormente dopo aver visto come la pensano gli altri visitatori altrimenti diventa un dialogo tra me e te.

  2. Remo, condivido pienamente i tuoi pensieri, che non commento perché non farei che ripetere alcuni concetti già da te espressi.

    Vero è che alcuni degli scogli qui descritti sembrano davvero insormontabili, un processo eccessivamente viziato dal fattore fortuna o conoscenze, come però forse accade in ogni ambito.

    Se non ti spiace, posto il tuo intervento anche nel mio blog, a tuo nome.

  3. Su un punto concordo pienamente. Un buon titolo e una copertina che attira sono importantissimi, come lo è avere la giusta pubblicità. Se si ha questa di sicuro si vende perchè il pubblico viene veicolato nelle scelte da un certo bombardamento dei mezzi di comunicazione di massa. Poi ovvio esiste anche il passa parola tra la gente.
    Il talento, la bravura conta ma bisogna avere i mezzi per farsi ascoltare. E’ così da sempre. Il denaro è fondamentale perchè ormai tutto è prodotto ed è così da quando è stata inventata la stampa. La situazione non è cambiata, si è solo ingigantita, per cui bisogna farci i conti.
    Però a parte questo che si sa ed è scontato io mi chiedo quanta gente che scrive e manda i suoi libri per essere valutata sappia davvero giudicare oggettivamente se quanto ha partorito sia una porcheria o una cosa decente. A mio avviso esiste una percentuale elevata di testi orribili, scorretti grammaticalmente, con uno stile improvvisato e storie ridicole e un’altra piccola percentuale di buone cose che purtroppo vengono sommerse dalle cattive.
    E lo dico perchè sto collaborando con una casa editrice nel comitato di lettura e al momento dei testi che mi sono arrivati da valutare ho letto cose che davvero fanno venire i capelli bianchi. Sono scrupolosa e leggo tutto dall’inizio alla fine ma quando già la sinossi è un disastro le speranze che il romanzo sia buono sono praticamente nulle. Quindi, mi domando, per quale motivo le persone invece di preoccuparsi del “perchè non vengo pubblicato” non si fanno pure un esame di coscienza? Qua si credono tutti geni quando il talento è ben altro. La capacità di scrivere buone cose è ben altra. Per quanto mi riguarda passo su una pagina anche giorni se non mi convince, rileggo, limo, correggo e studio e mai mi capita di sentirmi sicura di me a tal punto da ritenermi meritevole di un Nobel! Ci vorrebbe più umiltà da parte delle persone e maggiore giudizio critico.

  4. ciao remo, ti lascio uno stralcio dell’intervista che mi ha fatto marilù oliva. tra le tante domande c’era questa che rientra nell’argomento trattato. lascio il link, ho detto altre cose sull’editoria, se può interessare…
    http://mariluoliva.splinder.com/post/21313592/OLTREVISTE+OLTRE+LE+INTERVISTE

    ML: – Tu provieni dal mondo dell’editoria. Facci capire un po’ come funziona oggi. Soprattutto cosa funziona. E cosa non funziona.”
    AZ: – Boh, a sentirli tutti – gli scrittori, intendo – direi che funziona ancora benissimo la botta di culo. E sì, perché quello ha pubblicato perché la zia conosceva un tizio che lavorava alla XXX, l’altro ha pubblicato perché suo fratello era fidanzato con la sorella dell’editor di XCX, un altro ha mandato il manoscritto a cosetto che era amico intimo del direttore di XZZ… Insomma, ne ho sentiti pochini pochini dire che hanno pubblicato con il sistema “mando il manoscritto e aspetto”, c’è sempre una controparte che ha agganci con qualcuno in casa editrice, altrimenti il manoscritto si perde chissà dove. E poi chi le legge ‘ste valanghe di manoscritti? So che li scremano certi lettori forti presi dai blog, o neolaureati che tanto che aspettano un lavoro serio fanno questo per tirare su due lire – pardon, euri – e tanti scrittori che collaborano alla crescita della loro casa editrice – e qui mi ricollego al discorso di prima, quello degli agganci…Però, sai che più ne parlo e più mi vengono in mente cose che NON funzionano? Tipo vogliamo parlare dei premi letterari (ci sarebbe da sganasciarsi, a non centrarci niente), o delle combriccole di amichetti scrittori/giornalisti/curatori di festival/di trasmissioni/di blog (combriccole che funzionano, per loro, eccome!), o della difficoltà di distribuzione per la maggior parte degli editori… e della critica (uh, la critica!), e delle recensioni sulle testate importanti – cazzo, la vita devi dare per farti recensire! – e dei rimborsi negati alle presentazione per autori minori e i cachet da superstar ai soliti noti… oppure parliamo dei saloni dei libri che fanno mafietta per dare il posto agli espositori… No, non ne vogliamo parlare.
    Comunque giuro che qualcosa funziona. Deve funzionare. Per forza!

  5. Evsbè, ma se ci mettiamo a fare:

    -l’addetto marketing
    -l’editore
    -lo stampatore
    -il libraio
    -l’intellettuale
    -il talent scout
    -il contabile
    -il curatore d’immagine
    -l’agenzia di comunicazione
    e soprattutto colui che legge nel pensiero di chi decide se ti pubblicherà o no

    scappa la poesia.

    Condivido la teoria della botta di culo, a ‘sto punto.

  6. a volte passare qui è un toccasana. come oggi, per esempio.
    scrivo libri entro le 300 pagine. sono molto bello e decisamente brillante. giovane… dentro.
    ho molte speranze di diventare un best seller, quindi
    :-)

  7. passare di qua è un toccasana se si passa dopo gregori :-)
    giovane… brillante… bello…
    su una cosa non ha mentito: scrive libri entro le 300 pagine :-)

  8. Poi Polanca mi ha detto: “Ma se ho da leggere ancora tutti gli scritti di Calvino, e poi tutti i racconti di Pavese, poi i classici russi e gli inglesi e i francesi e gli americani. Poi devo leggere tutta la tragedia greca, la letteratura slava del 900, il teatro di Pasolini e Pinter, settecento numeri di Diabolik, seicento di Topolino, la Bibbia, il Corano, Carver e Celine, quelli che mi mancano di Cormac McCarthy, l’opera omnia di Paolo Villaggio…come mi potrebbe venire in mente di comprare un romanzo di un autore sconosciuto di una casa editrice sconosciuta?”

  9. sì il libraio è decisamente importante. Ma io mi chiedo, appunto, se il libraio nasconde l’esordiente di piccola casa editrice in cantina o quasi (ed è così, le rare volte che lo ordina) ‘sto poveraccio, che non può contare sul bombardamento mediatico a suo favore, come diavolo fa a vendere molto? Mi è venuta un’idea: potrebbe girare la nazione (dopo aver acceso un mutuo) e comprare tutte tutte le sue copie ovunque siano! Passare di qui stasera mi ha ammosciato! Un bacio, Remo.

  10. i supermercati che pasta tengono in esposizione? quella, magari di buona qualità ma sconosciuta e non sponsorizzata dalla tv, o quella di cui tutti sanno?
    le case editrici e i supermercati funzionano allo stesso modo.
    certo, ci son margini di coraggio e di sperimentazione.
    ma hanno entrambi personale che aspetta il 27.

    cinzia, so bene di averti ammosciato.
    ma pubblicare con un piccolo editore significa considerare un successo la vendita di 400 copie, magari contribuendo con le presentazioni.
    a volte ci son miracoli, mi pare che pino roveredo vendette molkto con una casa editrice piccola, delle sue parti.
    ma alla fin fine, perché rincorrere a tutti i costi il successo che ti dà la grande editoria (quando te lo dà)?

    io quando finisco un manoscritto lo mando, a grandi o piccini, col primo che mi risponde firmo il contratto (almeno, così era prima che io avessi un agente).

    il discorso è lungo ma io tra il mestiere che era di calvino, cioé in una casa editrice, e quello di fenoiglio, cioé a sgobbare durante il giorno e scrivere durante la notte, preferisco il secondo: Calvino, di sicuro, è più bravo nella scrittura, ma Fenoglio ha “più anima”.

    invidio alessandro zannoni, che ha fatto un bell’intervento qui.
    lui lavora mezzagiornata e mezzagiornata, quando è ispirato, scrive.
    non solo: vive vicini al mare.

  11. Remo, ognuno ha un nome ed un cognome, una famiglia di provenienza, la sua storia, le sue esperienze.
    Poi c’è la dignità, quella che ti fa chiedere oppure no.
    La fortuna passa e sceglie.
    La capacità ha valore nel lungo periodo.
    L’umiltà serve, ma non c’è nessuno che sappia veramete cosa significhi scrivere bene ed in linea con i gusti dei lettori. Forse qualcuno conosce i gusti e scrive “scusa, ma…”.
    Hai ragione, vivere vicino al mare è l’unica cosa davvero invidiabile. A parte essere come Gregori…

  12. Sai Remo che ci pensavo ieri sera, a letto, mi chiedevo: ma vorrei stare in prima fila in libreria? vorrei essere famosa? La risposta era no, e sono sincera. Vorrei avere una nicchia, essere letta da persone con cui mi piacerebbe mangiare spaghetti e bere vino o portare a spasso il cane. Dunque credo di essere già felice adesso! Una ventina di simpaticoni mi legge già! E poi: lavoro mezza giornata e abito davanti al mare! e che vuoi di più?
    p.s. il ‘lavoro mezza giornata e poi scrivo’ vale solo per gli uomini, ci hai mai pensato? Le donne ‘l’altra mezza giornata’ son costrette a fare le casalinghe e le mamme proprio come cento anni fa (o quasi), e pure se lavorano ‘tutta la giornata’.

  13. non dovrebbe esserlo, ma nella maggior parte dei casi invece chi lava, stira, spolvera, fa il bagno, spazza, passa la cera, pulisce i fornelli etc.? Il ruolo del ‘padre’ è comodo e bello, come quello della madre, è il ruolo da colf che fa meno tendenza…

  14. ciao remo, hai scritto:
    “almeno, così era prima che io avessi un agente”,
    quanto secondo te è importante averne uno?
    in che momento tu hai scelto di averne uno?
    come si cerca?
    di gente che si improvvisa ce n’è tanta…
    nn so se già è stato trattato questo argomento prima.
    buon sabato a tutti.
    :-)

  15. Ho pubblicato l’anno scorso con un piccolo editore genovese e siamo a quasi 500 copie.
    Soddisfatto? Certo! Non vivo di libri. Ho un buon lavoro. Vivo sul mare ( ligure) e non ho ansie da prestazione.
    La cosa più bella? Organizzare tante presentazioni e incontrare ” tipi di tutti i tipi”. Che magari alla fine comprano il libro e ti chiedono ( come ad una star) di firmare la copia acquistata.
    Per me è veramente un godimento avere la possibilità di andare in cittadine o paesini della mia Liguria. Al Circolo Arci di Imperia ho ritrovato vecchi compagni che non vedevo da 20 anni ( scusa eh Gregori…) a Taggia in un altro circolo alla fine è finita con il Vermentino e la Sardenara.
    In un altro posto a parlare ore e ore con anziani a raccontare come era una volta.
    E tutto questo grazie al mio piccolo libro. Per me questo vale veramente molto.
    Renato

  16. “Non siamo né artisti, né critici, né letterati: noi abbiamo solo dei rancori, delle antipatie, delle convinzioni, degli umori e cerchiamo di esprimerli come meglio ci è concesso”.

    (Leo Longanesi, 1931)

  17. comincio da renato.
    tu dimmelo se ne fai di piccole presentazioni, che vengo. quelle che iniziano in una piccola libreria e finiscono (scusate la cacofonia) in osteria o pizzeria son le migliori.

  18. cinzia, sicuramente hai ragione, una donna, magari moglie e madre, ha meno tempo di un uomo, ma io non credo che il fattore tempo sia così determinante.
    per me funziona così: meno tempo ho e meglio lo so usare. a volte un quarto d’ora diventa prezioso più dell’oro.
    e poi. chi fa corsi di scrittura o legge manoscritti sa che le donne son quelle che scrivono di più, e magari son mogli e magari son madri, e magri lavorano in fabbrica (pubblicano di meno, ma, pare, sia una questione di scelta: tante che scrivono poi, quando è il momento di sgomitare ed esporsi – magari per quel che si è scritto – preferiscono prendere il prooprio manoscritto e tenerlo nel cassetto)

  19. ladypazz, mi chiedi degli agenti e io so poco di agenzie letterarie.
    ho avuto una breve esperienza una volta, poi ho abusato dei consigli che mi ha dato una persona che di mestiere fa l’agente (molte cose che scrivo e dico le ho imparate da lei), ora ho un’agente, certo.
    servono? non servono?
    servono di sicuro se sei uno scrittore affermato; ti prpongono all’estero, ti trovano l’editore, fanno sì che tu guadagni di più, ti evitano di firmare contratti capestro, con opzioni o altro.
    alcuni di questi agenti (inarravibili) ti fanno diventare ricco (tutto pensano a Santachiara, una sorta di mito: assiste Savianoe Lucarelli e cento altri, in Italia, che vanno per la maggiore).
    il problema di un agente – del “se serve” – è questo: dipende da chi sei tu, tu scittore che ti proponi.
    sei sconosciuto: difficlmente ti penderà.
    sei sconosciuto ma testardo, gli mandi venti mail al giorno, lo pedini, gli fai il ragalo per il suo compleanno, vai pure sotto casa sua: magari ti prende, ma ti deluderà. un agente cura soprattutto gli interessi di quelli già affermati.
    sei uno scrittore che ha pubblicato sei sette libri per micro editori: l’agente ti dirà che, forse forse, era meglio che tu noin avessi pubblicato nulla, che pubblicare per microeditori e partecipare a concorsi son buoni tutti.
    ….
    a cosa serve un agente.
    allora, le case editrici sono sommerse da manoscritti.
    anche gli agenti.
    dagli esordienti (forse ad eccezione della Nabu, ma dovrei vedere) si fanno pagare amche loro (mentre alcuni non si fanno pagare da scrittori che abbiano già avuto un riconoscimento di vendite o di critica).
    comunque.
    servono a non farti fare la fila. vanno al tal casa editrice e ti raccomandano e ti segnalano.
    gli agenti che vanno per la maggiore sonquelli che vanno da un editore, segnalano un libro, il libro vende.

  20. insomma Remo siamo sempre punto e a capo. Propendo per il ‘colpo di culo’ tra una scopata e l’altra (della casa, ovviamente) da condividere con uomo ‘minoranza’ poco trendy.
    in ogni caso il ‘meglio non pubblicare che farlo con microeditori’ taglia un po’ le gambe al senso che ha un libro: comunicare, a pochi o molti o forse solo a uno ma provarci. Il resto fa sempre parte del solito circuito: vendo perché ho una grande casa alle spalle che mi distribuisce davvero, non è detto che il libro valga niente o valga più dell’unica copia del povero esordiente. Cmq io sono come Renato, ho già un mio lavoro che mi piace, del resto, tutto sommato, ma chi se ne impippa. Diverso per chi da grande vuole fare lo scrittore!

  21. beh, io non sono d’accordo che non si debba pubblicare con case piccole.
    penso che se ciò che abbiamo scritto ci piace sia ‘giusto’ condividerlo.
    e dipende anche da cosa si intende per piccole.
    comunque io spero di finire quello che sto scrivendo e di poterlo proporre a qualcuno, ma prima di proporlo deve piacermi moltissimo, e pubblicarlo.
    Ma sono quasi certa che non lo vorrò tenere chiuso in un cassetto.
    quindi.
    quindi non lo terrò chiuso.

  22. allora, una precisazione.
    ho un manoscritto che sto spedendo a vari editori, ora.
    un’amica mia, che bazzica case editrici e scrittori, mi ha dato questo consiglio: Dal momento che gli ultimi tuoi due libri, Lo scommettitore e La donna che parlava con i morti, sono andati bene, parti con il piano A (spedizioni a Stile Libero, Mondadori, Feltrinelli, Longanesi….); poi passa al piano B (Fazi, Castelvecchi, Fanucci….); poi al piano C, con le piccole ma serie (Sironi, Meridiano Zero, Avagliano, Moby dick….).
    Una trentina di spedizioni, insomma. Meglio se accompagnate, mi dice questa amica mia, da segnalazioni di qualcuno, altrimenti aspetti troppo tempo e rischi di non essere letto.
    Allora, ho spedito quasi contemporaneamente: Stile Libero, Sironi, Einaudi, Meridiano Zero.
    Poi io, stavolta, ho un piano D.
    Certo: ci sono case editrici più piccole di quelle del piano C e che, perché no, possono pubblicare cose dignitose (io seguo con simpatia i piccoli e piccolissimi editori seri) ma io stavolta non penso proprio che seguirò questa strada.
    Cosa ti può dare un piccolo editore oltre alla stampa del libro e una copertine e un editing fatti in casa? Ti può dare una distribuzione poressoché inesistente perché i librai mica li conoscono ese li filano gli editori del Piano D.
    Allora, l’idea me l’ha data Alessandra Zannoni, che oggi pubblica per una casa editrice del gruppo C, Perdisa (che è una bella realtà editoriale, grazie a Luigi Bernardi).
    Allora, Zannoni i primi libri se li è confezionati da solo. Editing, bella copertina nera, promozione, vendita.
    Allora.
    Stampare 1000 copie di un libro dovrebbe costare meno di 1000 euro (e 1000 se passo al piano D sarebbero uno sproposito), dopodiché uso il blog e face e non so cosa per fare pubblicità a un libro che venderò (credo) a 4,50 euro, spese postali comprese, appunto spedendo, oppure in presentazioni.
    Ci sono case editrici del Piano C che considerano sufficiente, da non buttare via insomma, un venduto di 450 copie.
    Ecco cosa farò: mi porrò l’obiettivo di vendere 500 copie almeno.
    Allora, se dovessi ricevere solo rifiuti da editori del Piano A, B e C (ovvio: spero di no), e se la mia agente dovesse darmi l’okay (credo che sì, me lo darà) opterei per questa soluzione.

    Col piacere di fare piccole presentazioni.

  23. Mi ritrovo in quanto scrivono Renato e Cinzia.

    Ho la fortuna di aver pubblicato, sia pure con piccole case editrici, ma comunque senza contributo, praticamente tutto quello che ho scritto da qualche anno a questa parte, da quando, cioè, a 40 anni suonati ho deciso di dedicarmi a tempo perso a questo hobby (per fortuna vivo d’altro…).

    A tendere piacevole il tutto contribuisce però il fatto che quasi tutto quello che faccio in questo campo è attività di gruppo: faccio parte di un laboratorio di scrittura composto da circa venti scrittori, e molto di quello che scrivo è frutto della collaborazione tra me e altri tre scrittori, uniti in un “nome collettivo”.

    È chiaro che mi piacerebbe guadagnare un sacco di soldi con la scrittura, ma so bene, conoscendo il mondo editoriale e i miei limiti, che questo è quasi impossibile; quindi mi godo l’hobby in compagnia e non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di vivere la scrittura come fatto “solitario”, per non dire “solipsistico”. Il mondo non ha tutto questo bisogno di altri libri… e molti aspiranti scrittori dovrebbero tenere conto di questo…

    A proposito di quanto osserva Cristina, lavorare insieme rende tutto più “leggero”, ci si dividono i compiti (rapporti con la stampa e con gli editori, gestione dei contatti e dei siti, organizzazione delle presentazioni eccetera); si fa quel che si può e che si vuole, senza stress, presuntuose illusioni e conseguenti frustrazioni. E le presentazioni, appunto, sono anche un’occasione per stare insieme in allegria e per conoscere altre persone.

    Insomma, mi pare questo un altro possibile approccio alla scrittura.

  24. soldi… è strano che non ci pensi mai (no, ho un lavoro vero, Brunetta permettendo,forse non è strano). Adesso ho alle spalle 4 romanzi, e due con Gbm che piccola piccola mica è, poco conosciuta purtroppo ma seria e a Febbraio dovrebbe uscirne un altro. Perché pubblicare a proprie spese? (forse ho capito male una parte del discorso, Remo). Sarebbe assurdo e non mi darebbe alcuna certezza su ciò che ho scritto. Il tuo caso Remo è diverso, hai alle spalle buone case, conosciute e un agente. A me hanno risposto che non hanno tempo… gli agenti, dico, e senza leggere il libro… questa è la tristezza.

  25. Una bella botta di ottimismo per gli esordienti questo tuo post.
    Non credo nelle botte di culo, ma con delle buone conoscenze si può arrivare molto in alto. Oggi a farla da padrone non sono i librai (scusami se dissento su questo punto) che, poverini, devono vendere per campare, bensì i media. Io da perfetto sconosciuto potrei vendere migliaia e migliaia di copie se diventassi un personaggio noto. Mi sveglio una mattina, mi scolo una bottiglia di brandy e falcio la vita a una decina di persone sulla fermata dell’autobus, oppure massacro la mia famiglia nel sonno e dopo di questo pubblico un libro. Quanti librai in seguito alle mie apparizioni in televisione, sui giornali e per radio sarebbero disposti a vendermi? Tanti, tantissimi, altrimenti Totti non avrebbe venduto nemmeno una copia del suo libro e Faletti avrebbe continuato a fare il comico.
    Remo: ci sarebbe un piano E… se io compro un libro di un piccolo editore, di uno sconosciuto emergente e gli altri fanno altrettanto con me? Visto che siamo migliaia, forse milioni, saremmo un gruppo di acquisto senza pari nella storia editoriale italiana e planetaria. Se ci mettiamo dentro anche i poeti poi, vendiamo 50 milioni di copie all’anno. :)))

  26. Ad essere sincera, prima di leggere questo post ero tra quegli scrittori che che pensano che l’importante è farsi conoscoscere il più possibile, pubblicando sia in rete sia con piccole case editrici, potessa aiutare a sfondare… Dopotutto è già capitato che qualcuno abbia pubblicato con una grande casa editrice perché era piaciuto il suo blog. In questo caso credo si tratti di un bel colpo di c.
    Sono convinta, comunque, che indipendentemente dal mezzo e dalla quantità di pubblicazioni, se il proprio lavoro è buono, prima o poi si arriverà la giusta ricompensa.

  27. kinsy,
    pubblicare in rete a volte a qualcuno è servito; ci sono case editrici che hanno fatto proposte editoriale a quelche bloggere.
    pubblicare con un piccolo editore può servire.
    pubblicare con editori che sono poco distribuiti in libreria serve quasi a niente.

    pubblicare con uno stampatore a pagamento si può certo, ma serve solo allo stampatore, è l’unico che ci guadagna qualcosa (dicendo bugie).

  28. Se il mio post ha depresso qualcuno mi spiace.
    Ma l’editoria di oggi non è (penso) poi tanto peggio di quella di ieri.
    Prima della crisi (ora non so) l’editoria italiana sfornava 170 libri al giorno.
    Di questi 170 libri al giorno non so quanti siano di autori alla loro prima opera.
    Di sicuro ce ne sono, di sicuro sono più rispetto al passato; di sicuro (e io sono tra questi) rischiano di sparire, perché il tempo di permanenza in libreria è poco, perché ci sono altri autori emergenti che scalpitano, perché scalpiatano pure quelli affermati, che se potessero uscirebbero con un libro ogni due mesi (si veda Tiziano Scarpa: Einaudi, Einaudi, Effigie, poi altri Einaudi più articoli e altro).
    oggi è tutto diverso: si diventa scrittori per poco, siamo scrittoi di plastica, usa e getta insomma.
    alla fin fine però dico: chissenefrega no?
    se uno pensa troppo al mondoeditoriale gli vengono i vermi e perde di vista la cosa più importante: scrivere.
    (e poi illudersi: inviando i propri manoscritti)

  29. Scusa Remo, ma tu i tuoi libri li hai pubblicati inviandoli ad Alice nel paese delle meraviglie? Cioè, sarai stato anche tu un emergente immagino. Dicci come hai fatto (a parte quella della scrittrice che ti ha letto, che è capitato pure a me ma resta un mio orgoglio personale) e ritiraci su il morale. :)))

  30. si veda Tiziano Scarpa. e si vedano anche Salgari, Simenon ed Ed McBain, per esempio. Non credo che il distinguo debba essere imperniato sulla frequenza della pubblicazioni. C’è chi pubblica ogni anno un bel libro e chi suda cinque anni su un romanzo che, magari, è una stronzata.
    Posso essere d’accordo che pubblicare per Mondadori o per la “pizza & fichi editrice” possa dipendere anche dalla fortuna. però, a parere mio, questa disquisizione sulla grande e piccola editoria, viene spesso fatta in seguito alle bocciature ricevute.
    prima di tacciare di ottusità tutti gli editori (che non difendo) che rispediscono al mittente i manoscritti, chi scrive dovrebbe farsi venire i vermi non a pensare alle dinamiche misteriose del mondo editoriale, ma a farsi venire migliaia di dubbi su quello che scrive.
    ho qualcosa da dire che possa interessare anche gli altri? parto dalle mie esperienze ma descrivo un “sentire” in cui anche altri si ritrovano? faccio trascorrere al lettore un paio d’ore piacevoli?
    Credo siano queste le domande alle quali chi scrive debba dare innanzitutto una risposta. Domande minimali, certo. Ma secondo me più importanti del chiedersi se, con un manoscritto, si sta per cambiare il percorso della letteratura internazionale.
    Dostoevskij ci riuscì. Ma credo che non se lo fosse prefissato come scopo principale delle sue opere.

  31. adesso voglio sfatare il mito delle grandi case editrici, che pubblicare con loro ti dà il diritto di sentirti un vero scrittore o essere arrivato: a un mio amico hanno commissionato un romanzo storico, l’ho letto in anteprima e sono rimasto folgorato dalla qualità, gli ho detto che era uno spartiacque tra il vecchio romanzo storico alla manfredi e la nuova rotta da seguire. ebbene, gliel’hanno bocciato, deve riscriverlo tutto seguendo il loro programma: usare esclusivamente il passato remoto, poi a pagina 15 muore un amico dell’eroe, pagina 30 l’eroe scopa una schiava, a pagina 60 scontro con nemici, pagina 70 viene ferito… appiattimento e regole base, nessun personalismo letterario: dati alla mano, se i libri si scrivono in una data maniera, vendono un certo numero di copie che per la casa editrice è un investimento sicuro. letteratura pret a porter. ecco, se vi piace essere scrittori in questa maniera sbattetevi pure e mandate manoscritti e smaniate per le “grosse”; se invece volete provare a fare “letteratura personale” e metterci del vostro, solo del vostro, pubblicare con piccole case o da soli non è per niente svilente. affermate di esserci, questi siete voi, e se c’è qualità nei vostri scritti, le cose andranno da sole perchè, per fortuna, qualcuno attento ai contenuti c’è ancora.non so quanto durerà ma c’è ancora.

  32. Scusate se irrompo goffamente nella vostra cerchia di letterati.
    Il guaio è che della qualità letteraria, parametro fulgido e sfuggente, non gliene importa niente a nessuno, né alle case editrici, che pensano ai dindi e basta, né ai giornali, che devono promuovere e recensire solo i libri delle case editrici che appartengono al loro stesso gruppo editoriale, né ai premi letterari, che servono solo per poter apporre sul libro “vincitore del premio…” con annesso aumento di vendite, cioè di dindi, né ai lettori, che sono talmente assuefatti alla merda da crederla grande letteratura.
    D’altra parte questa nefasta tendenza, di considerare ogni cosa un prodotto e ogni persona un consumatore, non riguarda solo le Lettere, bensì quasi ogni aspetto del vivere quotidiano; due esempi fra tutti, l’Educazione e la Sanità, dove gli scandali di novantenni arzille a cui viene amputata una gamba solo per ricevere il relativo sostanzioso rimborso spese sono solo campanelli e sirene e trombe d’allarme di uno schifo complessivo.

  33. quasi tutto vero. e sottoscrivo completamente il commento di bobboti. per quanto riguarda le letture di scouting i prezzi italiani vanno in genere dai 30 ai 50 euro netti a manoscritto (pagati dopo almeno 90 giorni).

  34. Premesso che mi intendo poco di politica editoriale, mi ha sempre lasciato perplesso il regime dei prezzi. Faccio un esempio su me stesso così nessuno se ne ha a male. In libreria, un mio romanzo costa 15 euro, quanto un romanzo (chessò) di Cormac McCarthy o di Philip Roth. In edizione economica (tra i 7 e i 10 euro) si possono trovare Moravia, Manzoni, Verga, Boccaccio, Cervantes, Carroll ed Hemingway.
    Per quanto io possa credere di essere bravo, troverei piuttosto singolare compare “un gregori” se allo stesso prezzo ti puoi portare a casa “due hemingway”. Forse questo è un ragionamento da supermercato, lo so. Ma specialmente in periodi di magra come l’attuale, il ragionamento viene fatto. “Prezzare” un esordiente allo stesso costo di un best seller mi pare una scempiaggine.
    Da giovane lavorai in alcune riviste musicali e frequentai le case discografiche. Ricordo che (ad esempio) il nuovo disco di Bob Dylan veniva venduto a prezzo pieno. Se la stessa casa discografica pubblicava il disco d’esordio del cantautore italiano Bobbo Dilano, lo metteva in commercio a prezzo scontato.

  35. @enrico

    il mio amico si è mangiato il consistente acconto e quindi riscrive. e comunque, pur di entrare nel giro, credo che avrebbe riscritto a prescindere.

  36. @ alessandro:
    non avevo il benché minimo dubbio. spero che non sia l’ennesimo che pur di essere pubblicato e avere visibilità accetta qualunque cosa e poi, nei cenacoli letterari, si diverte a dire che gli editori sono delle merde

  37. Caro Remo, tutto giusto. Ma io mi iscrivo al club di Cinzia e Renato. Ho un lavoro che mi piace, ho pubblicato sei romanzi, sto per avere la grande soddisfazione di partecipare a tre antologie che ritengo di altissima qualità. Che ti devo dire? Chi vivrà vedrà, ma preferisco pubblicare con la famosissima “pizza&fichi edizioni” (quella di Gregori, per intenderci ;-P) piuttosto che aspettare la botta di culo. Ho (abbiamo, io e Lory) uno zoccolo duro di lettori/trici che ci seguono e si cibano tutta la nostra produzione (no, Gregori, tu non sei nel gruppo, tranquillo ;-)) e non chiediamo di più. Non sgomitiamo, ci limitiamo ad usare la Rete per farci conoscere. Scrivere su ordinazione, come è stato raccontato, per poter pubblicare da Mondadori… manco morta! E in quanto al passa parola della Rete… Lara Manni, dopo http://www.efpfanfic.net ha pubblicato il suo romanzo d’esordio con Feltrinelli. Quindi, sursum corda perché scrivere è un valore di per sé, alla faccia degli editori, dei lettori-editor e dei librai che, lasciamelo dire, non sono mai stati in grado di consigliarmi un libro decente, ma solo quelli della pila davanti alla cassa.

  38. mi sembra che il modo di procedere sia questo: ognuno dice la sua in base alle sue esperienze personali.
    traduco meglio: ognuno si fa i cazzacci propri.

    uno scrittore, uno che vende 20, 30, anche 50 mila copie, nel corso di un’intervista ha dichiarato che i lettori sono tutt’altro che scemi.
    pensava – chiaro – ai suoi lettori.

    a me sembra che quando si fanno queste discussioni ci si divide in due.
    chi ha avuto esperienze positive con l’editoria solitamente dice due cose:
    – che se uno scrive un buon libro prima o poi verrà pubblicato
    – che la maggior parte dei manoscritti son cose illeggibili.

    chi invece non ha pubblicato o ha avuto esperienze negative fa affermazioni generiche, parlando di editoria che sene frega di pubblicare romanzi decenti (ne consegue – scusate – che siamo cresciuti tutti leggendo cose cretine, dal momento che l’editoria ha da sempre chiuso le porte a libri buoni e da sempre ha fatto i conti, investendo in ciò che è commerciale).

    io penso invece che ogni casa editrice e ogni manoscritto abbia una sua storia, che è importante essere informati sulle opportunità e sulle fregature, che spesso parliamo di cose che non conosciamo.
    io – lo dico sinceramente – quando parlo di editoria mi sento come uno che brancola nel buio.
    cerco – se posso – di parlare spesso e volentieri di case editrici e persone con cui non ho avuto nulla a che fare.

    poi.
    immaginate di essere il direttore editoriale di una piccola casa editrice.
    arrivano 400 manoscritti di aspiranti scrittori e voi avete la possibilità di pubblicarne un numero incredibile, facciamo 40.
    allora.
    di sicuro – dal momento che non siete perfetti – avete lasciato fuori magari un libro strano, che magari parlava di un tipo che, svegliandosi al mattino, si accorge d’essere diventato un insetto.
    di sicuro avete detto no – comunque – a 360 persone che son convinte d’aver scritto o un libro o un capolavoro.
    il problema è anche questo.
    che se foste degli editori ricevereste centinaia di insulti, immeritati e meritati.
    qualcuno potrà dire, bravo, parli così perché hai pubblicato.
    liberi di pensarlo.
    la mia storia inizia con Il quaderno delle voci rubate.
    Lo mandai a grandi case editrici, che non mi risposero o mi risposero picche.
    Poi lo mandai a una scrittrice-editor di Vercelli, che oggi vive a Milano, che conoscevo ma che allora non era mia amica.
    Infatti lesse il manoscritto dopo 6 mesi dal mio invio.
    Vedete io sono diffidente.
    Gli amici mi avevano detto che era un gran bel libro.
    Una giornalista scrittrice mi aveva detto che era un gran bel libro.
    Una ragazza che lavorava per una casa editrice mi disse che era una delle cose più belle che aveva letto.
    Bene, io di questi pareri non mi ero fidato. Volevo “il parere”.
    Alla scrittrice editor scrissi: Dimmi che pensi di questo libro, dimmi se è degno di chiamarsi libro o se invece io debbo buttarlo via dal cassonetto.
    La risposta di questa persona fece sì che io continuassi a scrivere.

    Per chi viene qui per la prima volta ridico in breve cosa successe poi.
    Invece di inviare il manoscritto a qualche piccolo editore, lo proposi al mio giornale, come regalo per gli abbonati.
    Insomma, avevo giocato in casa (ma il consiglio di amministrazione avvallò la cosa solo dopo il parere positivo della editor).
    2003, scrivo Dicono di Clelia, lo mando a Sironi, Fernandel, Mursia; Mursia mi risponde dopo 15 giorni.
    Ho pubblicato con Mursia, nel 2006.
    2005 scrivo Lo scommettitore.
    Lo mando a un solo editore, Fernandel.
    Al salone del libro mi avevano detto quelli di Fernandel: siamo a posto per un anno.
    Giorgio Pozzi, però, dopo due mesi dall’invio mi telefona e mi dice, E’ una delle cose più belle che ho letto negli ultimi tempi.
    Nel 2006 esce Lo scommettitore, ha una post fazione di Marco Travaglio (ho fatto fatica a farglielo leggere, prima).
    Del libro, una sorta di giallo sulle nefandezze delle poltica provinciale, si parla un po’: Repubblica, Fahrnehiet.
    Agosto 2007, sul mio blog scrivo che sto scrivendo un libro.
    Settembre, mi contatta la Newton. Raffaello Avanzini ha letto Lo scommettitore, gli è piaciuto, mi chiede la sinossi del nuovo libro, io gliela mando, gli piace, firmo il contratto.
    Altra cosa che mi va di dire: alla Newton Compton ho segnalato dei libri, di scrittori sconosciuti.
    Una decina di segnalazioni, mi pare.
    Leggevo delle cose che mi piacevano e le giravo alla Newton.
    Bene, un saggio è già uscito, un giallo uscirà e, spero, uscirà anche un terzo libro, di un bravo scrittore, un blogger, uno che fino a oggi ha pubblicato, in quarant’anni di vita, due libri per due micro realtà editoriali.

    Penso e spero di pubblicare ancora qualcosa: mi piacerebbe farlo con editori che lavorano con passione (e dire editori che lavorano con passione significa dire persone che lavorano in una casa editrice), non frequento salotti, non frequento scrittori noti, non ho mai telefonato alla redazione di un gioirnale per sollecitare la recensione di un mio libro, non penso di scrivere cose comode, qui.

    serve leccare sederi ed essere raccomnadati in editoria?
    è una domanda a cui, sinceramente, non so rispondere.
    ho come la sensazione che serve, ma poco poco.
    ho come la sensazione che gli strali pareggiano, almeno, gli inchini.

    (sto scrivendo seduto, su una sedia, collegamento con chiavetta che va e che viene; non ho tempo quindi di rileggere).

  39. ho appena visto, tramite il contatore di questo blog, che ho ricevuto tre visite di una scrittrice che fino a un paio di anni fa era una blogger e che ora ha pubblicato, grazie a un editor di una casa editrice che l’ha letta e l’ha “ingaggiata”.
    nessun romanzetto rosa, anzi, un romanzo drammatico.
    non so se vorrà intervenire, raccontare.
    da quando ha pubblicato non vive più: commenti cattivi, stupidi.

  40. Io con oscevo già la tua storia, e forse sono tra i pochi ormai che ti ha seguito fin dai tempi in cui eri solo o quasi un blogger e un giornalista con un libro pubblicato dal tuo giornale. A propossito c’è una domanda che vorrei farti, mi frulla in testa da tanto (ma non per te, in generale): aiuta essere un giornalista? Ho sempre pensato di sì (come biglietto da visita, ovvio, poi ci vuole anche la qualità del libro). Insomma se io stessi cercando la colonna sonora per un documentario (es.) e mi scrivessero : un veterinario, uno spazzino, un docente di lettere, un giornalista e un direttore d’orchestra credo non avrei dubbi su quale busta aprire per prima.
    p.s. appoggio Gregori: la discussione che sempre sogno d’aprire è: ma come si fa a scrivere un libro ‘bbbelllo’?
    pp.ss. Remo che vuol dire ‘sto scrivendo seduto’? non dirmi che il trucco è ‘scrivere in ginocchio’! Bacio.

  41. A me, che sono giornalista di provincia, quindi poco cosa, non è servito, e non è servito ad alcuni amici scrittori e giornalisti (chiedere a gregori e laura costantini).
    Ho amici giornalisti che lavorano per testate importanti e, a mio avviso, scrivono bene: a volte mi chiedono consigli per farsi leggere da un editore.
    poi mi piace ricordare qui, Massimo Novelli.
    scrive benissimo, scrive un genere syorico romanzato.
    se ne è sempre fregato, lui, di arrivare alla grande editoria, ci ha nemmeno provato.
    pubblica con un editore torinese, Spoon River.
    diverso è il discorso di un giornalista noto al pubblico: credo che abbia più possibilità di un altro.
    IO ho un handicap: l’età.
    quando una agenzia letteraria mi ha detto, chiaramente, che sono arrivato troppo tardi ad ottenere un riconoscimento, e che le case editrici che vanno per la maggiorecercano i trentenni, io ho pensato che quando avevo 25 anni lavoravo in fabbrica e volevo camnbiare il mondo, e che a trenta avevo scoperto il giornalismo locale dopo aver fatto il portiere di notte.
    certo, è da quando ero giovane che scrivevo e volevo fare lo scrittore.
    ma penso d’aver fatto cose più importanti in vita mia.
    prendere una laurea lavorando in fabbrica, e poi sbarcando il lunario come capitava, è stato – per me – motivo di grande soddisfazione.
    ho imparato a rubare tempo al tempo, allora.
    avevo un quarto d’ora, leggevo pascoli.
    bene, mi è servito.
    se voglio scrivere quando ho un quarto d’ora magari mi appunto le cose “scritte” prima nella testa.
    non ho più né trenta né quarant’anni e quindi sono in ritardo, sembra.
    bene, ne prendo atto, e continuoi a scrivere lo stesso
    (da seduto, come adesso, nell’unica stanza di casa mia dove funziona la connessione)

  42. Scendendo su terreni molto prosaici, io sono d’accordo con una piccola ma vera cosa che ha scritto Enrico Gregori: i prezzi. Io non sono né voglio essere una scrittrice, sono una “semplice” lettrice, divoro libri con passione. Be’, innanzitutto utilizzo soprattutto le biblioteche, che nella mia città sono tante e molto aggiornate anche sulle novità. Viva le biblioteche. Ma di libri ne acquisto anche, pure troppi. Ora, dato che pur essendo una forte lettrice mi manca ancora da leggere un bel po’ della Grande Letteratura Mondiale di Tutti i Tempi… ammetto che se devo sborsare parecchi soldi (e per me 15 o 20 euro sono parecchi soldi) per uno sconosciuto… ci penso molto bene e di solito non lo faccio (a meno che non ne abbia letto molte, varie e convincenti recensioni entusiastiche). Preferisco comprare un McCarthy o una Munro o un Dickens piuttosto che un Pinco Pallino (magari geniale e favoloso, ma non lo conosco) qualunque. Sembra una piccolezza ma non lo è… alla fine siamo noi lettori che ci mettiamo i soldi e senza nessun tornaconto se non quello (si spera) di leggere qualcosa di appagante! Quindi quando si fanno tanti calcoli, noi dovremmo essere sempre ben presenti nelle teste di tutti (editori e scrittori), e non solo come mucche da mungere col libro di moda :-)

  43. Per il mestiere che faccio, in realtà sono stato contattato varie volte da case editrici di una certa rinomanza, ma per scrivere cose attinenti alla mia professione: saggi sulla banda della magliana, istant book su casi giudiziari clamorosi, amarcord della criminalità. Ho sempre declinato l’offerta anche se poteva essere un’occasione per mettere il piedino in una editoria “rilevante”. Ho declinato perché scrivere in un libro le cose sulle quali lavoro e ho lavorato nei giornali mi annoierebbe.
    Quanto al fattore età, caro Remo, credo sia una delle tante stupidaggini buttate lì per scoraggiare chi scrive. O forse spero che così sia, visto che ho un paio d’anni più di te. :-)
    Poi, in realtà, penso a “esordienti” come Faletti e Camilleri e mi rendo conto di avere a che fare con scrittori che la prima comunione l’hanno fatta da tempo.
    A titolo personale aggiungo che (in una particolare variante della struttura “a 4 mani”), siamo lavorando insieme a un romanzo io e Maurizio de Giovanni. Entrambi abbiamo superato i 50 anni. Speriamo che non ci rispondano di stamparcelo in proprio e distribuirlo in un reparto di geriatria.

  44. il discorso che ha fatto bernardi sull’editoria era molto più ampio, ma hanno ripreso solo questo… ha anche detto che l’editoria è in una crisi quasi irreversibile, se anche una casa editrice tipo la newton non stampa un romanzo che ha SOLO 1000 copie ordinate dai librai…

  45. Rispondo di corsa a Gregori: mano , l’anno scorso, a una casa, mando solo curriculum e richiesta su come inviare sinossi e manoscritto. Mi rispondono: Ci spiace ma cerchiamo solo scrittori massimo trentenni.
    Rispondo: Toh, pensavo che gi editori cercassero bei libri!
    Tanto per dire.

  46. @ a cinzia:
    grazie della preziosa informazione. a meno che tu non abbia mandato la sinossi al “corriere dei piccoli”, la situazione sembra proccupante. allora mi tingerò i capelli e mi darò una stiratina a qualche ruga. proverò a dire che ho trent’anni, sperando più che altro di incappare in molti editori non vedenti.

  47. a me sta cosa dell’età me l’han detto due agenti, in effetti non so nemmeno io se sia vera.
    in bocca al lupo per il libro, enrico, mi sa che verrà fuori qualcosa di buono.
    alessandro così è (penso che quel dato son stato io a fornirlo a bernardi) ma ti dico anche cosa mi ha detto (vado a memoria) una grande agenzia letteraria.

    mi han detto:
    quest’anno la crisi del libro non si vede ma c’è, c’é per qualcuno e per qualcuno no.
    mi han detto che
    ci sono autori (diciamo che come me, magari più noti, magari meno) che vendono la metà o la metà della metà di quello che vendevano nel 2008 e questo perché tanti librai vogliono andare sul sicuro (gli spazi in libreria non sono grandissimi) e quindi ordinano faletti, camilleri, saramago, simenon, mazzantini: insomma, vanno sul sicuro.
    ilaria, hai ragione, e la newton compton da questo punto di vista è una delle migliori nel rapporto qualità prezzo. tanti classici che avevo o perso o prestato li ho presi per pochi euro.
    non so come procederò il mio rapporto con la newton, ma questo aspetto a me piace sottolinearlo.

  48. Tutto ciò è non è un po’ un dialogo tra sordi, nel senso che ognuno prosegue per il suo discorso ignorando totalmente o parzialmente le idiozie pronunciate dagli altri?

    Qualche osservazione (citando Remo):

    1) “Siamo cresciuti tutti leggendo cose cretine, dal momento che l’editoria ha da sempre chiuso le porte a libri buoni e da sempre ha fatto i conti, investendo in ciò che è commerciale.”
    Io non lo liquiderei sbrigativamente come un paradosso, bensì come un problema reale sulla possibile maggior qualità dell’editoria sommersa.
    Volendo sproloquiare, è un po’ lo stesso discorso della Storia. Chi lo dice che i popoli sterminati (un esempio famoso: gli indiani d’America) avessero meno diritto di stare su questo mondano teatrino chiamato Terra?
    Risposta banale: lo dice la storia, scritta dai vincitori.

    2) “ma il consiglio di amministrazione avvallò la cosa”. Davvero spinsero il tuo manoscritto a valle?

    3) Fernandel, come altri piccoli-medi editori, ha il merito di essersi creata un suo marchio che la contraddistingue, vale a dire una linea editoriale ferrea che consiste nel pubblicare libri più o meno tutti uguali, in modo da non spaventare il lettore fidelizzato.

    Siamo tutti talmente rintronati da non riuscire nemmeno più a pensare di mettere in discussione categorie di successo come il romanzo o il giallo.

  49. Gide che boccia Proust, Vittorini che boccia Il gattopardo, la Ginzburg che boccia Se questo è un uomo; poi Kafka, Pessoa.
    E’ storia di sempre, destinata a ripetersi, credo.
    Da un lato può esserci un editor (Calvino) che dice di no al manosscritto di uno scrittore che nessuno vuole pubblicare (Morselli, morto poi suicida) e questo ci sta, ogni editor ha gusti e sensazioni, dall’altro c’è il problema della casa editrice in un sistema capitalistico, che tende a privilegiare ciò che si vende e basta.
    non resta – a mio avviso – che il passa parola per dire, Guardate che ci sono realtà editoriali piccole che pubblicano grandi cose.
    non restano che le piccole cose, oppure: non resta che prendere in considerazione chi ha idee rivoluzionarie ma anche concrete.
    qualcuno che dica, Si può fare così.
    e comunque: se io domani decido di fondare una casa editrice, e di investire due anni del mio lavoro, magari un pezzo della liquidazione, di sicuro non accetterei che qualcuno mi venga a dire quel che voglio fare.

    pietro, uno quando è seduto, raggomitolato, col maldischiena, può anche scrivere avvvalatto.

    per dire quello che dici tu su fernandel bisognerebbe aver letto tutto di fernandel.
    io, di sicuro, non sono in linea con tanti autori fernandel, ne lo è marco salvador…
    qual è la linea editoriale ferrea di fernandel?

  50. mi becco gli incoraggiamenti e ringrazio sinceramente. ma questo post è una iniziativa importante e seria che riguarda il blog di remo, mio amico, mio collega giornalista e mio condivisore di paturnie da scrittore. tondando dunque al merito del post, mi sono spesso domandato se, per certi versi, anche le manifestazioni letterarie non siano un’occasione persa per promuovere scrittori esordienti o poco noti. penso a Torino, o alla kermesse romana, per esempio.
    è vero che talvolta, in uno stand, la casa editrice presenta un nome nuovo o semisconosciuto. ma è anche vero che se questo appuntamento coincide con la presentazione di un Faletti o di uno Scurati, ad ascoltare lo scrittore neofita ci vanno i suoi amici, gli stessi che lui ha già informato col cellulare dell’uscita di un suo libro.
    ci potrebbe essere (ipotizzo) un evento ad hoc. che poi si chiami l’ora del dilettante, dilettanti allo sbaraglio o giochi senza frontiere chissenefrega.

  51. Carina l’idea di Enrico, ma suppongo che anche lì ci sarebbe da sgomitare alla fine. O no? Ci rientrerebbero solo ‘amici degli amici più vicini agli amici’. Perché la verità è che neanche il web dà nessuna sicurezza sulla qualità di un libro. Forse ci vorrebberero librerie ad hoc, tipo La libreria dello scrittore fantasma, tutta per noi poveri cristi! Ma poi perché ‘dilettanti’? Se un perfetto sconosciuto scrive un bel libro cosa ha di dilettantesco? (a parte il piacere).
    p.s. Enrico, non era il corrierino (sigh)(Ladypazz: grrr)
    pp.ss. e cmq oggi son felice c’era una bella recensione a ‘A jatta su La Sicilia!

  52. io qualche presentazione l’ho fatta e al salone del libro vado, ma è cosa triste il salone.
    ricordo ancora la prima volta.
    c’era una signora che fermava la gente e faceva delle presentazioni lampo, di due, tre minuti, per vendere il suo libro.
    due, tre anni dopo ci passo due giorni interi al salone, allo stand di Mursia c’è un mio libro, a quello di Fernandel, pure.
    (Mi dico, più di così).
    Allo stand di Fernandel, dove staziono, vedo passare centinaia di persone e lì, per la prima volta, capisco quanto sia importante una copertina.
    Ci son libri che catturano lo sguardo, e quindi i lettori, e altri no.
    Quando vado allo stand di Mursia è ancora più triste. Quando mi regalano un libro (quelli di Mursia intendo) vedo che c’è un signore che mi guarda, contento e sorridente. Era l’autore. Era lì da tre giorni, a vigilare sul suo libro che non aveva comperato nessuno. Quando gli dissero che nemmeno io lo avevo comperato gli lessi negli occhi una tristezza infinita.
    Poi, al salone, vedi quelli che son famosi, che non hanno tempo, va già bene se firmano autografi.
    Ecco, quest’anno son stato contento di conoscere Maurizio De Giovanni, che mi ha presentato Laura Costantini.
    De Giovanni è uno che ha buona memoria: si ricorda chi era.
    Tutto questo discorso per dire che non amo gli assembramenti, mi piace scrivere, poi magari parlare di libri con qualcuno, ma dove capita, passeggiando o in birreria.
    Quando presento un libro penso sempre che a sentirmi ci possa essere qualcuno o qualcuna che ha scritto una grande cosa, di cui nessuno sa.

  53. allora, qui si è spesso parlato di culo: a proposito e a sproposito. pubblicare con mondadori è culo? non è sicuro al cento per cento che lo sia. diciamo che sicuramente è una grande opportunità. il culo (anche in caso di pubblicazione con mondadori) è che questa casa editrice scelga, tra cinquanta libri sfornati, di promuoverne con sforzi pubblicitari tre, e che il nostro sia in quei tre. gli altri 47 sono affidati alla scritta “mondadori” e alla propaganda porta-a-porta che fannno gli autori. esattamente come quella che al salone di torino braccava i possibili acquirenti come fanno i senegalesi che vendono gli accendini. i quali (almeno per me) hanno più dignità degli scrittori-venditori a urto.
    Per cui, paradossalmente, potrebbe essere preferibile pubblicare con un editore piccolo-medio che stampa meno libri ma su tutti concentra gli sforzi. però, temo che se si vuole raggiungere un po’ di visibilità, qualcosa debba succedere. credo, di conseguenza, che pubblicare con un piccolo editore e presentare il libro in birreria, remo, abbia sicuramente il suo fascino. poi i risultati saranno quelli che saranno.
    sia chiaro, io non ho mai scritto una sola riga di un mio romanzo sperando di finire nella top ten. tutto sommato mi basta del normale riscontro, che il libro sia in libreria in modo che qualcuno ci possa inciampare. e, come è purtroppo evidente, anche questo minimale obiettivo non si raggiunge facilmente. vengono spesso riportati esempi di romanzi diventati un successo planetario grazie al passaparola su internet. non nego che possa essere successo, ma sono casi così sporadici da non fare statistica. peraltro mi piacerebbe anche sapere (un giorno e senza fretta) perché debba essere considerato un libro scomodo e rivoluzionario un romanzo che non ha pubblicato altro se non quello che era scritto in pubblici atti processuali. boh!

  54. non mi occupo professionalmente di marketing e commerciale editoriale, ma credo che i prezzi dei libri dipendano (giustamente) dal loro mercato. ogni libro ha un suo ciclo di vita più o meno breve. se un libro ha già venduto molto o se, meglio ancora, è diventato un best seller o, meglio ancora, un classico, significa allora che ha le potenzialità per continuare a vendere: si può dunque abbassare il prezzo di una singola unità sapendo che potenzialmente se ne venderanno tantissime. il discorso, ovviamente, procede al contrario per un libro sconosciuto che esce sul mercato per la prima volta. è la legge del mercato. perché (a volte ce ne dimentichiamo) anche l’editoria è un mercato, seppur particolare. e l’editore (anche di questo ci dimentichiamo spesso) è un imprenditore con tutti i suoi rischi e le sue tante spese.
    inoltre, consideriamo che per i libri dei classici non ci sono spese per i diritti d’autore.

    un’ultima cosa: tra i Paesi occidentali o cosiddetti “benestanti”, mi pare che l’Italia abbia i in media i prezzi dei libri più bassi.

    forse il problema è che siamo proprio abituati a spendere poco per i libri, o a considerare eccessiva una spesa monetaria per i libri. che so, per esempio, forse siamo abituati a pensare di poterci “permettere” di spendere 30 euro al mese al cinema o dal parrucchiere o in birreria o anche solo per una cena di pesce ma non in libreria … :)

  55. Enrico e Remo, qualcuno deve pur essere dall’altra parte rispetto agli autori affermati che presentano i loro libri. Altrimenti chi ascolta ?
    Noi vi ascolteremo con piacere e compreremo il libro…qualunque sia il costo.

  56. cristina ha fatto una bella domanda, che è rimasta lì, che galleggia:
    uno scrittore sa riconoscere un altro scrittore?
    io non so rispondere perché oggi, sinceramente, non so quale sia – soprattutto pensando al mondo dei blog – l’esatta definizione dello scrittore.
    ma togliendo anche i blog, chi è uno scrittore?
    uno che scrive e pubblica è uno scrittore.
    uno che non pubblica ma scrive è uno scrittore.
    uno che ha pubblicato un libro sette anni fa e ora non scrive più è uno scrittore?

  57. “Uno scrittore è chiunque crei un lavoro scritto, sebbene la parola designi usualmente coloro i quali scrivono per professione, o quelli che scrivono in diverse forme. La parola è quasi sinonimo di autore sebbene qualcuno che scrive, per esempio una lista, può essere tecnicamente chiamato uno scrittore, ma non autore. Abili scrittori possono usare il linguaggio (narrativo o meno) per esprimere idee e immagini.
    Uno scrittore può comporre in molte differenti maniere tra cui la poesia, la prosa o la musica. Di conseguenza, uno scrittore può essere classificato come poeta, romanziere, paroliere, commediografo, giornalista, etc.”

    da wikipedia :-)

  58. @ EVENTO:
    come sai bene, ogni volta che ci vediamo ti scasso i ninnoli per farti scrivere un nuovo libro. anche io vorrei stare dall’altra parte e comprarlo. presto.

  59. C’era una volta una vecchia con una gamba sola e l’accompagno che però glieselomagnavano i figli e le nuore.
    La vecchia aveva un manoscritto nel cassetto. L’aveva scritto a 83 anni e 2 mesi, così non lo poteva inviare a nessun editore perché era fuori tempo massimo.
    Un giorno venne a sapere che gli editori non cercavano più scrittori prepuberi, ma s’erano orientati verso esordienti classe 1900-1910.
    Che botta di culo!
    Tutta contenta aprì il cassetto e spedì il manoscritto alla più grande casa editrice del mondo che pubblicava libri di 3 metri per 2 e alla più piccola che metteva in commercio raffinati cofanetti in scatole di cerini. Pubblicò nelle due versioni. Fu un successo enorme.
    Vendette 9 miliardi di copie e prima di schioppare per febbre suina accettò di buon grado di scrivere un romanzo storico dove alla seconda pagina morivano tutti schiacciati da un asteroide: finiva male, ma finiva subito.

  60. @ enrico:
    no, ho smesso da quando esistono le enciclopedie virtuali. da allora le vendo schermo a schermo. si fa meno fatica (niente scale e niente libri pesanti da trasportare) e inoltre, quando si incappa in un potenziale cliente sgarbato basta spegnere il pc :-)

  61. era la più bella la storia vera di Opi
    io dei libri veri non me ne frego più
    preferisco anch’io i libri di pagine due
    e tre con la figura
    e poi
    che se li prende un ruscello
    e via

  62. sono 6, il settimo a maggio.
    e, purtroppo, se non vendi non sei nessuno. salvo servire, proni, una ideologia. allora, anche se non vendi, vai in televisone e hai le terze pagine. un bel merdaio.

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