Pubblicato da: remo | 11 settembre 2009

Scrivere, il primo esercizio

Scrivere.
Non dico sempre, dico sovente: sovente la scrittura raffinata si distingue da quella che pensa d’esserlo perché sa descrivere, fa vedere, sentire, e al tempo stesso fa procedere la narrazione.
La scrittura che si arrovella attorno all’ombelico dello scrivente e quindi si limita alla descrizione sommaria di uno stato d’animo o di una situazione, – Ero al settimo cielo o forse all’ottavo, Avevo scopato come un coniglio fino all’alba, Avevo pianto e avevo esaurito anche le lacrime di scorta, Mi giravano le palle perché mia sorella mi aveva rubato le pantofole, Ero arrivato già alla ventiquattresima sigaretta, Quel cinema era davvero vecchio, – è una scrittura povera.
(Poi, peggio, c’è la scrittura che scimmiotta: tv e certi libri).
Allora, primo esercizio.
Siamo in una strada e ci viene in mente una storia, una bella storia.
Cominciamo a descrivere la strada, il cielo, le case, che poi la storia s’introduce da sola…
Ecco chi vuole scrivere, ma scrivere in profondità, provi, nella sua testa e poi su carta, a descrivere uncerto ambiente: e magari si accogerà di non conoscere che piante ci sono nel viale che sta percorrendo, oppure come si chiamano quelle strane statue che… sorreggono un balcone vecchio: vecchio, sì, ma di quanto? Trenta o cent’anni?
E la pavimentazione?
Così facendo si scoprirà – se si vuole scrivere – quant’è importante arricchire il nostro vocabolario. Da qualche parte ho letto (quindi so mica se è vero) che Pavese aveva un quadernetto apposito, per i termini che non conosceva (non fosse vero a me piace comunque pensare che lo sia).

PS La foto del blog è una fotografia di uno dei vicoli più noti del mio paese, Cortona. Si chiama Vicolo Iannelli, o “Del Gesù”. E’ nella parte bassa di Cortona.
Nella parte alta c’è invece un vicolo stretto stretto, buio; ci son tornato, era il 17 agosto, una manciata di giorni fa. Si chiama Vicolo del precipizio. Ci ho ambientato l’ultimo mio libro (ora in lettura): Benché l’avessi percorso tante volte da ragazzo, sono andato a vedere se corrispondeva alla descrizione che ne avevo fatto, scrivendo.
Poi, certo, ci sono i vicoli che quando scriviamo esistono solo nella nostra testa e vivono in città senza nome: ma questa è un’altra storia (c’è, in proposito, una splendida pagina scritta da Flannery O’Connor sulla scrittura di Flaubert).
Io penso che per migliorare la nostra scrittura il segreto sia sempre quello di deprimersi: leggere Flaubert, o Scott Fitzgerald, o Joyce, Céline, Oz e dire: sono inarravibili, sono inarrivabili ma io ci voglio provare, almeno ad avvicinarmi solo un po’ alla vetta.
(Mai scritto, ma a amio avviso una delle scritture più banali è quella di Coelho; meglio, cento volte e più, quella della Allende).

(Infine: me l’ha fatto venire in mente Anfiosso, questo post sulla scrittura che non ricrea – a volte non vuole – atmosfere).

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Responses

  1. Queste riflessioni settembrine sono quanto mai opportune: si ricomincia la scuola e tutto il resto.
    Si torna a lavorare con metodo e disciplina.
    Speriamo anche con allegria, ogni tanto :)

    Non si può che convenire con tutto il discorso e con l’importanza di coniugare ispirazione e tecnica. E pazienza e lavoro e lavoro e ancora lavoro.
    Il bello è trovare motivo di soddisfazione e di
    di-vertimento (rispolveriamo un po’ di latino, va’)proprio in questo lavoro di bassa manovalanza, quanto mai necessario però.

  2. giusto!
    cinzia

  3. Ho letto anche io del quaderno di Pavese, e in ogni caso piace anche a me pensare che quel quaderno sia esistito (esista, da qualche parte) davvero.

    Tutto il mio pomeriggio è andato pensando proprio a quello che tu hai scritto in questo post, trovato non appena ho aperto il mio feed reader qualche minuto fa.

    E mi sono depresso assai.

    E, sì, la scrittura di Coelho è banale. :)

  4. Io, quasi quasi, mi rileggo l’ Infra ordinario di Perec.

  5. io mi assento per un po’.
    in borsa un libro di camilleri e un po’ di ansia.
    torno a leggerti tra un po’.
    ciao Remo!
    un abbraccio.

  6. La foto dell’header è molto bella.
    Mi piacciono questi scorci di borgo che sanno di storia e di vita…

  7. Completamente d’accordo sulla superiorità della Allende su Coelho. E’ che questo è un periodo di decadenza anche per i best seller.

  8. Esiste uno scrittore dentro gli scrittori, ne sono convinto. Lo scrittore è colui che racconta storie che già esistono, storie che stanno nascoste dentro di lui. E come uno scultore svela la statua contenuta nel blocco di marmo, così chi scrive rende manifesta una narrazione che viene fuori da un’informe massa di parole.

  9. Si, descrivere scientificamente è fondamentale,
    ma non basta, secondo me.

    Chi legge deve vederselo davanti, il “posto della storia”, come una foto. Ma una foto con dentro i sentimenti, però. E allora non basta essere precisi, ci vogliono i dettagli. Per esempio, di quel vicolo io racconterei l’affascinante stortezza delle travi, un ciuffo d’erba selvatica che cresce tra due crepe.

    Cose così.
    Ciao, e buona domenica.

  10. meglio la allende di coelho, ma anche isabelita…non è mica niente di che, secondo me. l

  11. Era la prima volta che si trovava a Cortona. Il paese era silenzioso, e solitario come certi vecchi che siedono davanti a casa sperando di vedere qualcuno che passi e scoprire così che per qualcuno la vita ha ancora delle promesse.
    La parte alta del paese era ancora più buia, quasi soffocante in quei vicoli scuri e così stretti da togliere il respiro. “Vicolo del precipizio” diceva la targa e lui pensò che il nome fosse molto adeguato. Al paese e ai suoi sentimenti.
    Scese lentamente verso la parte bassa di Cortona.
    In Vicolo Del Gesù l’aria sembrava più respirabile, la luce più viva. Per strada non c’era nessuno: solo un motorino abbandonato e un ciuffo di foglie verdi nell’angolo. Si fermò a guardare le case; muri scrostati e mattoni corrosi. Belli, però. Passò le dita sulle vecchie pietre contando le asperità e i rilievi. La ruvidezza è consolante, pensò prima di riprendere il cammino e di allontanarsi da quel paese ancora sconosciuto.

  12. su per le scale dagli scalini sbrecciati si trovò sul sagrato della chiesa. La luce lo attraversava in contrasto con il vicolo appena percorso.
    Il respiro era appena affannato.
    “Dannate sigarette”

  13. Era la prima volta che si trovava a Cortona. Il paese era silenzioso, e solitario come certi vecchi che siedono davanti a casa sperando di vedere qualcuno che passi e scoprire così che per qualcuno la vita ha ancora delle promesse.
    La parte alta del paese era ancora più buia, quasi soffocante in quei vicoli scuri e così stretti da togliere il respiro. “Vicolo del precipizio” diceva la targa e lui pensò che il nome fosse molto adeguato. Al paese e ai suoi sentimenti.
    Scese lentamente verso la parte bassa di Cortona.
    In Vicolo Del Gesù l’aria sembrava più respirabile, la luce più viva. Per strada non c’era nessuno: solo un motorino abbandonato e un ciuffo di foglie verdi nell’angolo. Si fermò a guardare le case; muri scrostati e mattoni corrosi. Belli, però. Passò le dita sulle vecchie pietre contando le asperità e i rilievi. La ruvidezza è consolante, pensò prima di riprendere il cammino e di allontanarsi da quel paese ancora sconosciuto.

    su per le scale dagli scalini sbrecciati si trovò sul sagrato della chiesa. La luce lo attraversava in contrasto con il vicolo appena percorso.
    Il respiro era appena affannato.
    “Dannate sigarette”

    E dannata sia mia zia Anna, pensò, che tutte le sere, da quando è rimasta vedova, lo invita a casa sua per cena: un anno di vedovanza, per Carlo, aveva significato l’aumento di quasi venti chili e il rinnovo del guardaroba.
    Non solo. Ora, quel fiato così pesante: dipendeva dal fumo, dal peso, dall’età?
    Ripensò e si rivide ragazzo, su e giù da Porta Colonia, l’ingresso elegante – e che profuma di etrusco e di mediceo – di Cortona – ai giardini del Parterre, nella speranza di incontrare Teresa.
    Già Teresa, due giorni fa…

  14. Nella fugace presenza di una ragazzina scontrosa affacciata ad un portone ne aveva rivisto lo sguardo corrucciato dietro le ciglia appena abbassate e i capelli bruni e morbidi
    Lo stesso lampo e lo scuotere improvviso del capo prima della corsa.

  15. Esiste uno scrittore dentro gli scrittori, ne sono convinto. Lo scrittore è colui che racconta storie che già esistono, storie che stanno nascoste dentro di lui. E come uno scultore svela la statua contenuta nel blocco di marmo, così chi scrive rende manifesta una narrazione che viene fuori da un’informe massa di parole

    Condivido in pieno le sensazioni che Mormile ha saputo descrivere cosi’ bene. E condivido il post di Remo a parte una cosa: leggere i grandi scrittori non mi deprime per niente, mi esalta :)

  16. E’ molto vero ciò che hai scritto. Le piante in particolar modo mi hanno colpito, ma non solo. Per quanto io ami il verde, ho capito, da quando intendo scrivere due cose di senso compiuto, che non ne so niente. Piccole nozioni di poco conto che non basterebbero nemmeno se volessi descrivere la caduta di una foglia di fico, rispetto a quella di un ago di pino. Senza parlare dei profumi e dei colori. Ecco perchè penso che possa scrivere belle cose, chi sa, di qualunque cosa, purchè ne sappia davvero e non sia approssimativo. Allora anche se questi fosse un contadino, e non “sapesse di lettera” sono certa che ne verrebbe fuori una buona cosa. Almeno così la vedo io.
    Buona giornata remo
    Sgnà.

  17. Da un po’ mancavo di passare di qua, e me ne pento. E’ sempre piacevole e interessante leggerti. A proposito dello scrivere bene: ho terminato un libro dove l’autore usa la descrizione di fotografie da parte della voce narrante alla protagonista, cieca ed assente per tutto il libro, per svolgere e raccontare la storia. Fantastico!

  18. Ha scritto molto bene di Flaubert anche James Wood in “How fiction works” (che immagino non sia stato ancora tradotto in Italiano).
    PS Leggendo questo libro ho conosciuto Christopher Isherwood. Mi è piaciuto molto il suo “Goodbye to Berlin” (da cui è stato tratto il film “Cabaret” con la Minnelli), che consiglio vivamente, anche in chiave di esercizio di lettura per chi ama scrivere, per le descrizioni e la composizione narrativa a incastro.


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