editoria, stessa storia da sempre, o quasi

Guardate che comunque già nel lontano-vicino-dipende 1980 qualcuno diceva “non ci son più gli scrittori di una volta” e “certo che le gente oggi è proprio ignorante”  e che “i giovani oggi, lasciamo perdere lasciamo” e a ben vedere che non ci son più gli scrittori di una volta lo diceva anche Pietro Pancrazi nel dopo guerra, critico letterario cortonese, amico di Croce, grande estimatore di Collodi e del Giusti e firma del Corriere della Sera.
La smania dello scriver tanto e del voler pubblicare, poi, è vecchia, se ne lamentava Bianciardi, se ne accorse poi Tondelli.
Oggi, certo, c’è la rete, ci sono i blog.
Che hanno sepolto i racconti pubblicati su carta: la rete pullula, infatti, di bei racconti.
E’ sul respiro più ampio, sul romanzo, che tanti blogger inciampano, che i blog o sono un po’ diari, o un po’ contenitori di racconti o, anche, di commenti simil giornalistici (a volte meglio, a volte no).
Se poi sia vero o meno che l’editoria si sia imputtanita io non lo so.
Ho fatto la tesi su uno scapigliato vercellese. Achille Giovanni Cagna.
Un suo libro, Alpinisti Ciabattoni (ristampato, mi pare da Mondadori) piaceva a Gobetti, al Contini e, a quanto pare, anche a Gadda, ma vendette poco o niente.
Un altro libro di Cagna, rosa e stupidino, La rivincita dell’amore, vendette, ed eran tempi di analfabetismo galoppante, 50mila copie, ergo: la letteratura rosa o stupida ha sempre venduto tanto.
Certo che sì, oggi l’editoria sforna 170 libri al giorno (con la crisi mi sa che siam scesi) ma ai tempi di Cagna, quando di libri comunque ne uscivano (dieci, venti, sette?), quanto erano quelli che erano in grado di scrivere?
Credo insomma che il rapporto tra possibili scrittori e scrittori sia invariato (ripeto, Bianciardi diceva che tutti volevano pubblicare nel 1956).
C’è, comunque, l’anomalia italiana, forse c’è sempre stata. Se non sbaglio in Italia su 100 manoscritti uno solo diventa libro, nei paesi nordici così non è, ma alla fin fine dico che, a parte internet, i discorsi sull’editoria son sempre gli stessi.
Chi resta ai margini, sia un incapace arrogante o sia un genio incompreso, masticherà amar0, come sempre è successo. Ché l’editoria non ha leggi, nemmeno lei sa come funziona.

L’editoria sforna tanti libri che potrebbero non essere pubblicati mentre ne ignora altri che invece son scritti meglio. L’editoria ragiona o cerca di ragionare: questo scrittore, pensa, mi farà vendere più di quest’altro.
Alla fin fine che viene pubblicato dovrebbe (anche) pensare d’essere più prodotto di chi invece rivece il no, secco o gentile, dell’editore.

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24 pensieri su “editoria, stessa storia da sempre, o quasi

  1. caro remo, se non sei un “prodotto” vendibile, oggi, temo, anche se scrivi la divina commedia…
    saluti.

  2. caro marco, è una provocazione la mia.
    quando qualcuno dice che se sei un bravo scrittore prima o poi l’editoria si accorge di te dice un luogo comune, una cosa sbagliata, ché l’editoria non si accorse né di kafka né di svevo né di cento altri.
    sbaglia anche chi dice che l’edirtoria pubblica solo scemenze e che la gente vuole leggere solo banalità: non dimentichiamo che simenon e saramago sono tra gli autori più richiesti, oggi.
    ma una certezza comunque c’è: quando un editore ti pubblica lo fa con la speranza di vendere.
    che il libro sia oggettivamente bello e di spessore gli frega niente.
    certo, nelle case editrici convivono le due anime, quella editoriale e quella commerciale, ma anmche un direttore editoriale si pone il problema della vendibilità.
    certi bei libri, quindi, verranno e vengono bocciati perché non vendibili, poco prodotto, ma belli.

    il problema vero è un altro.
    ognuno scrive dal proprio punto di vista, partendo, come sempre, dal proprio ombelico.
    se hai pubblicato e venduto non sparerai sull’editoria né sui librai né sui lettori.
    tanti che non vengono pubblicati, invece, si lamentano, in coro.
    ci son quelli invece – come ricordava laura costantini – che pur pubblicando e vendendo tanto ammettono di essere arrivati anche grazie al caso.
    anche…

  3. la realtà è questa… nel mondo. quel che vale per i libri, vale anche per i film, per i quadri, le sculture, i dischi et cetera.
    Sono sempre stato piuttosto perplesso di fronte ai cipigli severi nei confronti dei prodotti (cosiddetti) di serie B. Prendiamo ad esempio Moccia.
    conosco federico. è sincero e modesto. dato il successo di vendite che ha avuto ci sono alcune cose inconfutabili:
    1- il suo successo è trasversale. i suoi libri vengono letti da chi ha la licenza elementare e da chi aspira al Nobel per l’astrofisica, anche se quest’ultimi, magari, in pubblico mascherano il romanzo di Moccia con la copertina dell’Ulisse di Joyce.
    2 – qualcuno ha scelto i romanzi di Moccia per cominciare a leggere libri. Oggi Moccia e, magari, tra un anno Kafka. Chi sa?
    Condivido raramente le palate di merda che si lanciano contro libri “semplici” e di successo. Per me, una certa importanza ce l’hanno. E, nel caso specifico, lo dico anche se di Moccia ho letto cinque righe e poi non ne ho voluto più sapere.
    Da ragazzino i miei primi libri furono di Salgari, Dumas, Verne e Kipling. Questo c’era, e fui fortunato. Se avessi trovato un Moccia anni ’60, magari avrei iniziato a leggere grazie a lui. E non me ne sarei vergognato. Forse, coi soldi incassati con Moccia, un editore si può permettere di far esordire un nome nuovo. Qualcuno che scrive quei romanzi solipsistici e tormentati che piacciono all’autore medesimo e al suo psicanalista.
    Su altro versante, molti “film d’autore” sono stati prodotti grazie ai soldi incassati con le pellicole di Bud Spencer e Terence Hill, o di Tomas Milian e Bombolo. Per non parlare delle valanghe di denari piovuti con i film di Alvaro Vitali.
    Tornando a bomba, personalmente ho fatto indigestione di Woodhouse, Jerome K Jerome, di gialli Mondadori e di Segretissimo. Tra tutto ciò, non ricordo alcuna opera d’arte. Ma mi sono piaciuti, mi hanno divertito. E ho imparato. Spero di imparare ancora, perché io ne ho bisogno.

  4. Le leggi di mercato sono concrete, non ci piove.
    Ogni casa editrice ha un suo target di lettori,compresi quelli superficiali e cretini.
    Insomma: è ora di smetterla di angelicare chi legga come superiore a chi non lo faccia!
    C’è gente che legge propaganda in romanzo per avere conferma delle proprie idee politiche ; tanta piccola editoria è al servizio degli oppositori di estrema sinistra, che si rifugiano da una realtà che va in tutt’altra direzione, leggendo autori chiagni & fotti, che appena Einaudi o Mondadori chiamano… corrono a 4 zampe, su!
    La grande editoria punta al guadagno, ovvio. Segue le mode. Come c’è la scrittura impegnata, per contro c’è quella del disimpegno acefalo: brutti “noir” in cui crepano tutti ( ma lo scrittore noi, peccato!); cose sdolcinate vergate da casalinghe grasse mogli annoiate di professionisti ammanicati; politici & comici ( uguali uguali);manuali sul funzionamento di tutto, genere umano compreso e sesso selvaggio ( se scritto da donne, preferibilmente appena uscite dall’adolescenza, è meglio).
    Un bel romanzo profondo, intimista, che abbia la sua buona dose di *tutto* : noir, rosa, impegno, sesso, discese ardite e risalite, come la *vita* e non regge il sedere al governo o all’opposizione,vende ma è difficile che una casa editrice lo pubblichi, se l’autore non è più che collaudato.
    Non parliamo poi del genere.
    Mi chiedo: chi scriva gialli, può scegliere di scrivere un giorno, un’altra cosa e mantenere lo stesso pubblico?
    Mah!

  5. Woodhouse, Jerome K Jerome, Gregori?

    LETTO TUTTO.

    Ce ne fossero a pacchi! Sono cresciuta a Woodhouse, J.K Jerome e… Mark Twain!!!

    Avercene!

    C’era tanta paccottiglia anche negli Anni Sessanta, non parliamo poi dei Settanta, quando la Ravera scriveva “Porci con le ali” ed ora sembra Donna Letizia! E’ cambiata in meglio, insomma.

    Donna Letizia, Colette Rossini Montanelli, gran donna!

  6. Son convinta che non solo autori di oggi ma un sacco di gente morta sepolta e mummificata non sia mai stata scoperta pur avendo del talento strepitoso.

    Ho scritto che il mondo è ingiusto e lo ripeto, ma ha le sue ragioni, mi sa.

    L’editore deve fare i conti, pagare le tasse, sopravvivere, pagare gli alimenti alla ex moglie, cose così. Penso che dispiaccia più a lui che a noi (e per noi intendo lettori, ovvero la parte più IMPORTANTE di tutta la faccenda) il dover dire di no a un capolavoro che non venderebbe abbastanza da ripagare la spesa della tipografia.

    In fondo è consolante, ci si potebbe aggrappare ad ogni rifiuto con la seguente motivazione: eh…ho scritto un libro troppo bello per poter essere letto…ci vuol pazienza.

    Vabbè, questa era la cazzata del giovedì, lo ammetto.

    E poi credo che il 99,99% di chi scrive faccia altro, altrimenti crepa di fame…o sbaglio?

    ps=mia figlia dice che Moccia è troppo prevedibile e le fa letteralmente schifo. E’ normodotata o devo preoccuparmi?

  7. Più o meno concordo con Enrico e Remo. Chi decide di pubblicare deve necessariamente fare i conti con le vendite e questa è una realtà vera dalla notte dei tempi. L’editore come dice Cristina è un imprenditore e come tale pensa a come guadagnare di più su una determinata opera per coprire le spese e oltre. Ma questo vale anche per i piccoli e i medi che hanno oltretutto meno canali di distribuzione rispetto ai grandi e dunque maggiori difficoltà di far concoscere il libro a un pubblico che vada oltre gli amici di vita o di web dell’autore. Tuttavia non ritengo sia vera l’equazione: vende tanto = il libro è una cacca. Ci sono casi così ma ci sono anche altri casi in cui il romanzo è davvero bello. Chi ad esempio ce l’ha tanto con Faletti penso sia solo per invidia. Faletti lo sto leggendo e per me è un grande. La penna in mano la sa tenere eccome (dalla forma alla tecnica non gli si può dire nulla). Poi può non piacere e questo rientra nei gusti personali.
    Al di là tutto comunque non sono problematiche di oggi. L’Italia è così da SEMPRE. Sono pochi gli scrittori che ce l’hanno fatta di colpo. Anche Gadda faticò (oddio nel suo caso era pure ovvio…per capirlo esci pazzo!). La cosa importante secondo me è farsi ascoltare, leggere restando fedeli a se stessi. La gran botta di…a cui si alliude per chi ce l’ha fatta non è mai tutta fortuna. C’è una buona dose di pubblicità, distribuzione, spinta sul mercato. La dea bendata sta nell’essere riusciti a scrivere la storia giusta al momento giusto perchè l’editoria segue anche le mode e le tendenze del momento come qualsiasi altra forma d’arte.

  8. Farsi pubblicare è un lavoro e come tale richiede impegno, dedizione, compromessi, tempo soprattutto. Nessuno ti noterà mai passando per caso in un blog o leggendo un tuo manoscritto a casa di un amico. Il libro deve essere vendibile, certo. Gli editori non sono dei filantropi e forse non applicano nemmeno più la regola della vecchia editoria per la quale la “scuderia” degli autori poteva permettersi anche qualche esordiente complicato basta che ci fosse qualche prodotto mass market. I margini si sono ridotti e contano solo i grandi numeri. Da lettore credo che chi legge Moccia ha avuto poche opportunità di lettura o non ha mai avuto modo di sviluppare un proprio senso critico. Non credo. infatti, che esista una editoria di primo accesso ed una più evoluta. Come nella musica. Le cose sono di qualità oppure no. Chi scriverà un libro sul metro da usare per determinarla, quello venderà e molto.

    ps per Cristina: tua figlia è intelligente perchè usa il suo senso critico

  9. Dai racconti di persone che ci sono passate, ho notato che il problema è che spesso, a prescindere dal valore di un’opera letteraria e dalla bravura dello scrittore, case editrici grandi e piccole che investono sull’inedito ci sono, ma spesso per loro l’investimento si ferma allo stampare il libro e basta e si limitano a tirature di 1000 e 2000 copie, magari perchè godono di finanziamenti pubblici sovvenzioni ecc… E non si interessano della distribuzione. E non parlo delle case editrici a pagamento. Il problema sorge se poi il libro ha successo e vende… e non si trova. Per non parlare di quello che è successo ad una amica di mia mamma che ha pubblicato prima con una casa editrice “grande” e poi successivamente con una casa editrice “piccola”: il successo del secondo libro sta trainando il primo, richiestissimo su internet ma non nella disponibilità della casa editrice, o per lo meno così parrebbe.
    Come se ne esce?
    Elisa

  10. a me piace scrivere, e basta. certo sarebbe bello vedere il proprio nome stampato sulla copertina di un libro esposto in vetrina da feltrinelli ma più che per altre, per ragioni di ego e di orgoglio. Credo che avere un proprio libro pubblicato oppure non, dipenda da moltissime variabili, di cui solo una è il talento. Mi pare che Remo colesse dire questo. Allora, perchè dannarsi tanto?

  11. Raccolgo l’invito di Remo e seppur con un po’ d’imbarazzo cercherò di dire la mia.
    Francamente, se io fossi un editore non mi pubblicherei.

    1) ho una considerazione grandissima della letteratura e della scrittura e ritengo gi scrittori persone di cultura, mentre attualmente la mia “cultura” può vantare frequentazioni che si estendono da “Biancaneve” a “Il lupo e i sette capretti”-

    2) non ho frequentato alcun corso di scrittura ma ho avuto l’opportunità di avere proficui scambi con un paio di penne talentuose e non ho potuto fare a meno di considerare che, sì, è vero, scrivo meglio di chi non sa scrivere, ma rispetto al mare magno di aspiranti ed esordienti non è che riesca a lasciare questa grande impronta personale. Inoltre da quando mi hanno fatto notare che esagero con le descrizioni, la mia capacità d’osservazione si è assottigliata notevolmente.

    3) per quanto cerchi di essere originale, dopo tanto lavoro scopro sempre che qualcuno ha raccontato la stessa storia e magari pure meglio.

    4) sono talmente orba e sbadata che non riesco a liberarmi dalla presenza di refusi.

    5) se anche un povero editore, battendo la testa da qualche parte, decidesse di pubblicarmi, sono così schiva, riservata, restia a mostrarmi che mai e poi mai accetterei di comparire in pubblico, anche per una semplice presentazione.

    6) a chi interesserebbe ciò che scrivo non lo so ed è per questo che me lo sono tenuto sempre nel cassetto pure io, poii ho partecipato a un paio di concorsi e pubblicato qualcosa in rete e mi sono montata la testa, :) e mi sono decisa a spedire qualcosa ma sono subito tornata con i piedi per terra.

    Concludendo auguro a chi merita di finire in tutte le librerie del mondo, ma a me basta continuare a scrivere per il piacere di farlo e regalare un paio di copie alle solite due tre persone.

  12. ecco sono arrivato in fondo è trovo morena che dice una cosa a mio parere molto sensata (non che le altre non lo siano, per carità). La cosa importante è -almeno per me – non fare grossi calcoli e pensare a scrivere, a dipingere mossi unicamente dalla “fregola” interiore che non ci dà tregua, perché questo ci piace.
    Remo tu dici che è sempre stato così e probabilmente hai ragione, anch’io ricordo di aver letto frasi del tipo: “le mele di una volta erano più saporite” . Probabilmente l’avanzare dell’età ci fa percepire le cose in un altro modo, e forse si cerca sempre di idealizzare gli anni della nostra giovinezza, ma oggi, cercando di essere davvero obiettivi pensate davvero che si tratti della medesima “minestra riscaldata”? mah!

    ciao
    stefano

  13. @ stefano e sonia

    è sempre un piacere parlare con voi. adoro chi tesse le mie lodi ;)

    [remo, mi permetto queste cose private perché tu sai che il tuo blog è per me come il bar di Luca :)]

  14. rosalinda, grazie
    m’è piaciuto quel che hai scritto
    ma, certo
    ha ragione Morena
    si deve pensare solo a scrivere quando si ha una storia in testa

    stefano,
    oggi è peggio oggi o meglio oggi chissà.
    ascolta.
    io non so se 30 anni fa certi libri come i colpi di spazzola avrebbero avuto tanto successo, né so se sarebbero stati pubblicati.
    so però che l’editoria sforna 170 libri al giorno, so che il 40 per cento di questi libri venderà un’inezia (gli editori diranno vendita zero, ma la vendita zero io non credo esista, bastano tre presentazioni con paste pizzette e champagne), so che tanti altri libri di questi 170 non arriveranno a vendere 1000 copie, so che son pochissimi quelli che ne venderanno 3mila, so che tra qualche mese di quei 170 libri non ci sarà quasi più traccia.
    penso insomma che oggi sia più facile pubblicare, e vendicchiare poco o così così, ma penso sia ancor più facile sparire.

  15. D’accordissimo con Enrico Gregori. Anch’io ho pensato che l’editoria sia come le gallerie per i quadri. Per quanto riguarda il tema Moccia, non ne ho mai parlato male (ed in fondo un po’ lo invidio [per le vendite]), perché credo che la letteratura d’evasione sia essenziale: che di noi non ha mai letto un libricino leggero solo per evadere dal quotidiano e rilassarci un po’? Insomma, non ho mai letto Moccia, ma a volte ho bisogno di leggere i libri della Kinsella…

    A Rosalinda: credo che il tuo sia il miglior atteggiamento per diventare una buona scrittrice: conoscere i propri limiti aiuta a superarli. Cercherò di seguirti, perché credo che farai strada.

  16. ciao remo, naturalmente sono d’accordo con quello che scrivi; vedi io non ho dati da dare, non è il mio mestiere ma solo pensieri accaldati e qualche sensazione: a mio parere si pubblica troppo perché troppi scrivono, perché molti pensano che lo scrivere sia solo allineare parole, perché qualcuno li ha convinti di tutto questo ( l’ego è molto sensibile)… certo, non voglio certo impedire a chi abbia queste pulsioni di assecondarle ma la cosa importante, per me è sempre avere senso della misura e onestà. Non so se sei mai andato a quei premi di pittura “periferici” ( ho iniziato anch’io così), dove tutti si riempiono la bocca – abusandone- di parole come ” Maestro” “Arte” “Capolavoro” , dove pubblico, giuria, partecipanti accettano di essere complici di questa farsa, di questo mondo parallelo, ingannando e auto ingannandosi forse anche consapevolmente; Vi assicuro che un po’ di tristezza, tutto questo, me la dà.

    Le cose vanno sempre allo stesso modo, quello che cambia è probabilmente il gusto medio delle persone che- a mio avviso- oggi non è certo eccelso; se pensiamo che un tempo il teatro, l’opera lirica che ora consideriamo espressioni artistiche di difficile fruizione erano rappresentati per il popolo… certo allora non c’erano i reality.

    p.s. riguardo ai “Moccia” ( che non conosco e non invidio): un giorno ho sentito gore vidal dire che nella sua funzione di critico si era limitato a recensire solo di quello che gli piaceva, che non aveva senso parlare male di qualcuno, molto meglio ignorarlo; beh! facciamolo anche noi, no!? che a quelli non interessa la nostra opinione visto che hanno già successo e relativi soldi, se ne fregano del consenso dei critici e dei lettori “di nicchia” di quelli con la puzza sotto il naso… o no?
    ciao remo
    stefano

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