sulla scrittura, ancora

rileggo questo commento scritto da enrico gregori (in coda al mio post scrittura in crisi):

In generale, non nello specifico, oltre che prendersela con editori sordi, ciechi, prezzolatti, inclini ai raccomandati e quant’altro, si potrebbe ogni tanto prendere in considerazione (orribile dictu) che forse si scrivono stronzate.
Remo, per esempio, si è posto per anni la domanda “perché dovrebbero interessare le storie che scrivo?”. Ecco, è una domanda lecita, matura. Più matura di “perché agli editori non interessa ciò che scrivo?”
Personalmente continuerei a pormi la prima domanda anche se un giorno dovessi pubblicare con un editore di primissimo piano.
Perché comunque ne ho visti tanti (e tu, remo, quanti ne hai visti?) di talenti o pseudo tali lanciati da grandi editori e che non sono andati da nessuna parte?
Spesso e volentieri li pubblicano e manco gli dedicano due soldi di promozione. Ho visto libri pubblicati da case editrici gigantesche (sì, quelle lì che sappiamo) e che sono stati promossi dall’autore medesimo solo su internet: blog suo, blog di amici, blog della zia, blog della zoccola che si trombano e facebook.
Secondo me non si scrive “per”, si scrive “di”. Se puoi qualcuno si accorge di noi, tanto meglio.

stamattina ricevo una mail di mario bianco. che mi ha regalato un passo scritto da Giorgio Manganelli.
Provo a cominciare un libro: in realtà non posso più attendere; sono certo che neppure una pagina di questo verrà mai pubblicata: pazienza. Non direi che mi dispiaccia poco: ma è più importante scrivere un libro che stamparlo. Una pagina non scritta ci sta dentro come un umore maligno, amaro, si fa cattivo; quella parte che doveva scriverlo si fa attratta e cancrenosa. L’incertezza di pubblicare mi ha fino ad oggi impedito di scrivere tranquillamente quello che mi passava per il capo. Ora la sicurezza di non poter pubblicare mi toglie molta inquietudine. Se scrivere una qualche sciocchezza mi dà una qualche felicità, non c’è ragione perché non lo faccia. Anche scrivere un libro è un atto pratico. Serve per rendere tollerabile l’esistenza, per rinviare il suicidio, per dare al lampione che incontriamo l’apparenza di una donna. Non ci può salvare, perché nulla ci può salvare. E un rito magico, uno scongiuro. Forse all’inferno non si può scrivere

Stanotte ho fatto una cosa che non facevo da anni: ho visto per due ore la televisione. Vedevo i gol delle partite, ho visto un servizio sul meeting di Comunione e Liberazione, (il canale successivo mi dava Studentesse vogliose: chiamami), poi ho visto, pochi minuti, uno spezzone di un film con Al Pacino.
Con gli occhi da pazzo come lui sa fare chiedeva: Quand’è che si è veramente forti?
Poi ripeteva: Quand’è che si è veramente forti, ma in tutto e con tutti?
Mica facile rispondere.
Quando non ce ne frega un cazzo di niente, nemmeno di vivere, è stata la risposta, con lo sguardo da pazzo, unico, tutto suo.
Penso che sia così anche per la scrittura: si scrive veramente qualcosa “di vero” quando non ci importa di essere pubblicati o di piacere,. ma si scrive quel che si sente.
Chissenefrega del marketing, o di emulare Berhard o Carver (o peggio, di scrivere gialli che son peggio di tanti bei fumetti).
Chissenefrega anche di finire sepolti coi grandi in Santa Croce: ché di posto, tanto, lì non ce n’è più.
Ho così pensato alla mediocrità, da cui è difficile sfuggire, e a Pessoa, Kafka, Emily Dickinson: forse scrivevano perché non gli importava niente, al di là della scrittura.

Forse un tentativo di mediazione c’è: vivere da buoni borghesi (oddio…) e pensare come pensano i pazzi, come Flaubert insegna.

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31 pensieri su “sulla scrittura, ancora

  1. bene. direi che concordo con te, con gregori e con manganelli. in ordine sparso.

    io sono per scrivere quel che si sente. sempre.
    non conosco altri modi.
    e anche nella lettura mi piace trovare questo.

    poi, di essere sepolta in Santacroce non mi interessa. tanto mi farò cremare. e poi chissenefrega.

  2. Si. Esatto. Poi, se scrivi qualcosa “di vero” scrivi anche qualcosa che può essere utile ad altri, oltre che a te. Può. Il verbo migliore che esista. baci

  3. Non è che le alternative siano molte, Remo.
    Chi, come me ed altri ha pubblicato poco o nulla ( son già contenta che abbia accettato di pubblicarmi un editore non a pagamento, dato che non ero e non sono nessuno) se non avesse un’autostima che rasenta la follia non scriverebbe più, neanche gli auguri di Natale :-)
    Tu, Gregori ed altri come voi, che siete introdotti in un contesto di cui conoscete meglio i meccanismi, avete qualche problema in meno circa l’attendibilità ( su di voi una casa editrice va sul sicuro) ma se permetti un problema in più rispetto al mercato: c’è il rischio che da voi ci si aspetti un successo che soltanto le meretrici letterate hanno ovvero che siate o gli uccellini dell’imperatore o le cocorite dell’opposizione. Che scriviate pro qualcuno per conquistare qualcun altro. Non potete camminare, dovete galoppare. Correre dopati al gran Palio della letteratura.
    Lo fareste? Sinceramente…ho i miei dubbi.

    La Stampa di qualche giorno fa ha dato a Faletti tutta la terza pagina per discolparsi di alcune accuse lanciate da un paio di traduttrici. Un marchettone come pochi ne ho visti.
    Io non credo tuttavia che un Faletti morto, se non diventerà oggetto di tesi di laurea un giorno… finisca sepolto in Santa Croce.
    Forse a Passerano Marmorito.
    Senza nulla togliere a nessuno.
    Mi piacerebbe scrivere qualcosa di molto popolare.
    Non sono emula di Manganelli.

  4. Concordo pienamente.
    Facciamo quello per cui siamo nati, al di là di tutto.
    Proviamo a farci pubblicare. E se non va, teniamo per noi quelle pagine nate non PER ma PERCHé.
    Perché non potevamo farne a meno.

  5. c’è il rischio che da voi ci si aspetti un successo che soltanto le meretrici letterate hanno ovvero che siate o gli uccellini dell’imperatore o le cocorite dell’opposizione.

    Enrico Gregori scrive come se la sente, così si dice a Roma. Io e Lory scriviamo allo stesso modo. Proprio come fanno Evento Unico, Remo, Morena, Mario Bianco e molti altri. Tra tutti, Remo è l’unico che possa dirsi “noto” pur senza essere mai stato uccellino, tanto meno cocorita. Le dinamiche editoriali le conosciamo più o meno tutti e dovremmo arrenderci anche ad un dato di fatto: pubblicare bene equivale a vincere il superenalotto e spesso le motivazioni sono le stesse. Una clamorosa botta di culo. Il problema è che i titolari di tali botte si guardano bene dal confessarlo (a parte il grandissimo Maurizio de Giovanni che lo ha raccontato e lo racconta ad ogni occasione) e si atteggiano a introdotti nei salotti giusti. Non esiste un complotto degli editori contro di noi. Esiste il fatto che gli editori fanno il loro mestiere da bravi mercanti e di scoprire nuovi talenti non gliene impipa un beato piffero quando hanno già pronti nomi accreditati.
    Noi intanto continuiamo a scrivere perché si scrive veramente qualcosa “di vero” quando non ci importa di essere pubblicati o di piacere,. ma si scrive quel che si sente. Io son trent’anni che mi regolo così. E si vede, direi *___^

  6. Tuttavia, per quanto riguarda l’essere pubblicati, pochi tengono conto che cinquanta anni fa la letteratura era la “letteratura”, un mondo ristretto dove i colti, i postulanti, gli apprendisti scrittori erano pochissimi rispetto alla popolazione.
    Molte erano le case editrici e il mondo degli scrittori era composto prevalentemente di giornalisti, insegnanti e laureati: il giro era ristretto e si conoscevano un po ‘tutti.
    In rapporto percentuale i lettori seri non erano molto meno di oggi.
    Non era difficile essere presentati, entrare, conoscere le persone “giuste”, non esistevano agenti.
    I redattori delle case editrici rispondevano a tutti gli appredisti scrittori.

    Questa cosa che scrivo non è una nota patetica, una lode del “temporis acti”, vorrebbe essere soltanto uno squarcio di visione su di un mondo che è mutatissimo.
    Moltissimi scrivono, (scriviamo).
    Da quando si usa il computer per scrivere gli scrittori si sono moltiplicati in progressione geometrica: se si scrivesse ancora a macchina il popolo scrivente dimimuirebbe di brutto.
    Ma anche questo non è importante.
    In un mondo di produzione narrativa industriale, ove le case editrici ricevono tonnellate di manoscritti, milioni di email con testi narrativi è ovvio che si butti il 99 %.
    Per di più, aggiungasi, che, talvolta, dico talvolta, i redattori, gli editors sono giovinotti (pagati pochissimo) che hanno letto dieci libri in croce
    Si cerca, più che spesso, il prodotto che vende, quello in linea coi tempi, coi telefilm, col noir che ti squarza la panza con la lama affilata a dieci persone + il cameriere portoricano che passava di lì.

    Però la cosa più penosa per me, (e mi dice che le cose non vanno affatto razionalmente), è che in Italia una percentuale altissima della narrativa dopo pochi mesi va al macero.
    Forse perché esistono sovvenzioni su ciò che si manda in discarica carta. In un paese sano ciò sarebbe inconcepibile per una seria programmazione industriale della produzione.

    Sarebbe se come io producessi 10.000 spazzole, dentifrici al mese e ne portassi in discarica 7000……Come potrei vivere?

    Credo davvero che si pubblichi troppo, davvero troppo.

  7. “Si cerca, più che spesso, il prodotto che vende, quello in linea coi tempi, coi telefilm, col noir che ti squarza la panza con la lama affilata a dieci persone + il cameriere portoricano che passava di lì.”

    :-DDD

  8. Mah. Il dott. Johnson, che tutte le mattine alle cinque e mezzo faceva il bagno freddo e non si vergognò, una volta, di firmarsi impransus, disse che solo un idiota può pensare di scrivere per altro che per soldi. Che è come dire: Lavoro quantomeno per la sopravvivenza, e non: Mi prostituisco per fare i mijoni. La scrittura, limitatamente a certi aspetti, è un lavoro come un altro (sto leggendo La luce che si spense, di Kipling, che è pieno di cose sagge sul lavoro culturale, varrebbe la pena di spigolare, e forse lo farò), molto più aleatorio, se si vuole, di altri quanto a rientro, ma forse molto meno di quanto possa sembrare. Il fatto è che una delle cose più difficili è regolamentare sé stessi, imporsi disciplina, avere il coraggio di crescere, e uscire dalla visione adolescenziale di una scrittura come fatto privato, di sfogo, o gratificante.

    Mario Bianco può essere preso – dato che c’è, ed è intervenuto con il suo lungo commento – per il segnacolo di un atteggiamento, detto francamente, del tutto deteriore. Nelle cose che ha scritto, tanto per cominciare, non c’è mai stata una direzione chiara, un andare a parare da qualche parte; tantoché l’unico suo libro che ha rischiato di avere qualche risposta veramente positiva, era Di ruggine in rugiada, che era stato sottoposto a un editing molto drastico, e che era rimasto effettivamente a metà strada, tra il suo modo, e non solo suo, di scrivere, a muzzo, e una direzione minimamente individuata in cui il tutto doveva andare poi a finire, e questo era il lavoro dei suoi editor: ed era come un cavallo continuamente frenato. Il secondo risvolto, invece di riassumere il romanzo, tentava anche di individuare un target, molto volgarmente un destinatario.

    Io trovo che sia giusto voler scrivere cose che vadano bene per sé, ovviamente, e che questo sia il primo passo per fare cose che vadano bene anche ad altri. Ma mi chiedo anche se, a chi scrive, possa veramente *andar bene* qualcosa che non ha capo né coda, non va da nessuna parte, non insegna nulla, scritto corrivamente e solo per il piacere di arrivare fino a pagina tale, o di far scorrere inchiostro.
    Se l’unica cosa che conti è compiacere una propria velleità, perché ha un valore pubblicare con un editore non a pagamento? E perché i libri hanno un costo? Da chi dovrebbero essere comprati, e perché?
    A me sembra che tanto idealismo, o tanta saggezza & umiltà, siano solo un modo per prendersi blandamente in giro, e non decidere mai di passare dal battere tasti allo scrivere.

    Quelli che vanno in cerca del prodotto che vende sono quelli che hanno la convinzione di poter prendere per i fondelli il pubblico e spillargli danari, o quelli che puntano ad un prodotto ben lavorato, affidabile e fruttuoso? La distinzione in questo caso è etica, e, se è così, i secondi meritano solo rispetto. Inglesi e americani scrivono perlopiù così, pensando che un libro debba avere una funzione, un insegnamento; si tratta di una tradizione, orientata progressisticamente, lunga e onorata. Se poi uno scrittore, un regista decidono di sfruttare, semplicemente, stereotipi per fare cassetta, perché no? Molto difficile che venga fuori un capolavoro, ma non è come assassinare qualcuno, e comunque bisogna saper farlo.

    Altra discriminante è quella estetica. C’è chi l’ha e chi non l’ha; chi l’ha si vede – in termini generali non si può dire altro. Chi ha un’estetica può compiacersi di scrivere anche solo per sé, se quello che scrive piace poco agli altri.

    Etici ed estetici – chiamiamoli così – sono accomunati da una ricerca, quella formale, che, come tutte le ricerche di uno strumentario, di mezzi, presuppongono una volontà di arrivare da qualche parte; i primi vogliono arrivare a comunicare, gli altri, più bamboccioni, si accontentano, in mancanza del successo, di aver aggiunto un pezzetto al proprio mondo.

    Quello che mi chiedo è: e gli altri? Che ci stanno a fare?

  9. Anfiosso, tu, come sempre, o spesso, preso dai tuoi rancori scrivi qui di una cosa di cui nulla sai: dell’editing Di ruggine in rugiada.
    Abbi la compiacenza di tacere.

  10. Come al solito, dimenticavo la cosa più importante: tutto quello che ho detto sopra a proposito di Mario Bianco non è detto *a lui*, che non è un interlocutore credibile, ma *di* lui.
    Allo stesso modo, alla cafonata che dovrebbe occorrere da risposta, non rispondo un bel nulla: so quello che dico, e so quello che mi occorre sapere per dire quello che dico.
    Fortunatamente non sono di quei “giovinotti”, secondo l’allucinata e vittimistica visione di Mario Bianco, lettori di “dieci libri in croce” – a cui si affiderebbero aziende che fino a prova contraria devono sopravvivere con le entrate, e sono piene così di gente che deve render conto (non che ne sappia alcunché, o che voglia saperne; ma di che campano, questi, sennò?) – e sono perfettamente in grado, a maggior ragione di fronte a un libro men che mediocre, di capire esattamente com’è stato fatto! Pare incredibile? Mi dispiace per Mario Bianco, ma non solo ne sono perfettamente in grado, ma come me ce ne sono moltissimi altri; come me e pure meglio di me. Non ha scampo, dunque – se non tra quelli della sua specie, che però contano quello che contano (cioè zero al cubo).

    Anche quest’ultima sua notazione, quanto è poco seria, quanto è patetica la presunzione di chi scrive e pensa di non mettere a nudo e sé stesso e il proprio laboratorio! Mi chiedo a questo punto che cosa siano la scrittura e i libri, e come e quanto legga, proprio lui, lui Mario Bianco, in persona; e che, se è vero che ha trovato solo lettori incompetenti e inesperti, è perché qualcosa, qualcosa nella sua scrittura, ha voluto che fossero loro i più adatti a giudicare di quello che produceva.

    Quanto a quello che dovrei sapere e non sapere, dirò ancòra di più: mi basterebbe quello che so di lui direttamente, dai tempi della Holden in poi, per avere la più incontrovertibile nozione di che razza di scrittore possa essere; per quanto gli suoni implausibile. Ma, appunto, dato quello che è, il suo giudizio, in merito a questa come a qualunque altra cosa, non m’interessa e non m’interesserà mai.

    [Ti chiedo scusa, Remo: se i miei interventi sono, per tono o argomento, fuori luogo nel tuo blog, padronissimo resti, senza che nulla cambj, di cancellare quello che credi].

    Giunta unica & irrepetita: non ho scritto quello che ho scritto in quanto “preso da rancori”. Semmai da un po’ di disprezzo, ma da rancore no.

  11. Concordo sul fatto che non si debba scrivere con l’intenzione di pubblicare. La scrittura è un bisogno, deve nascere da qualcosa che si sente dentro e che si vuole esprimere ad ogni costo.
    Se poi si ha la fortuna di essere notati e pubblicati, ben venga!

  12. d’accordo. tutti hanno detto cose condivisibili e moltissimi si son levati sassolini dai sandaletti estivi.

    ora ci metto le mie sette cretinate del martedì.

    uno, se si parla di libro come *prodotto* beh, dai. si scrive quello che funziona, quello che vende e fine della discussione. inutile farsi il sangue cattivo.

    due, si scrive molto di più per via dei pc dei mac e di internet? BENE. molto meglio che rincoglionirsi davanti alla tivù. scrivere aiuta a riflettere, anche se si buttan giù schifezze improponibili.

    tre, venire giù dal pero pliz. tutti hanno voglia di essere letti. tutti son convinti di essere bravi. tutti si sentono capiti ma fino a un certo punto. poi si aggiusta il tiro e chi più chi meno si impara a sopravvivere nonostante delusioni frustrazioni e altre varie oni.

    quattro, il mondo è ingiusto: pieno di stronzi che ci passano avanti e zeppo di geni incompresi. da sempre. mò che facciamo? omicidi di massa? (nel senso della folla, non di Ross…)

    cinque, comunque e nonostante ne vale la pena. ci metterei un bel fregatene. fallo (nel senso di azione)

    sei, è più importante saper leggere che saper scrivere. pochi se ne ricordano e pochissimi sanno farlo. se ti leggessero come TU leggi gli altri, ma ti capiresti? ammettiamolo, siam quasi sempre prevenuti e/o distratti, ma pronti a infilzare col coltello tutto quel che non abbiamo capito.

    mhhh. sette? si. la mediocrità non è un difetto, il difetto sta nel non sapere di esserlo.

    ciao.

  13. Remo amaro, amaro Remo. Remo l’amarissimo che fa benissimo. Remo amaramente, nel senso che vogo e resto sempre nello stesso posto, come Alice nel mondo dello specchio.
    Scrissi il mio primo romanzo a 14 anni per far dispetto alla mia prof di italiano, la madre di Cristina Parodi, la quale diceva che me la vedevo e tiravo troppo ed ero melensa, ché la vita è un’altra cosa. Avevo vinto un concorso per la scuola, con un articolo sportivo.
    Io di sport non ho mai saputo niente e lo odio.
    Inventai tutto su quattro notizie strappate in modo provvidenziale a mio padre, ficcai nella vittoria di un anonimo ciclista tutto lo strappalacrime possibile e mi buttai nella mischia da incosciente perché me la vedevo.
    Sono convinta che io debba continuare a comportarmi come a 12 anni.

  14. le 7 perle di saggezza di cristina13 convincono anche me. Faccio un piccolo e personalissimo distinguo. Per me, colui che si ritiene bravo, il migliore, ma sempre e comunque bersagliato dalla malasorte e dalla cecità degli editori, è un cretino. Ergo, è ben probabile che scriva e/o scriverà delle cretinate. Ari-ergo, gli editori faranno benissimo a lasciare che i suoi manoscritti, invece che romanzi, producano acari.

  15. al commento di Gregori aggiungo: gli editori faranno benissimo a lasciare che i suoi manoscritti, invece che romanzi, producano acari e… lasciarli raggiunger agli autori quel luogo ove vi sia anche stridor di denti, facendoli tuttavia stridere un po’ anche a Piperno.

  16. A me dispiace sapere che ci sono autori di talento che faticano a trovare un editore che pubblichi i loro lavori anche se, forse forse, chi ha davvero della stoffa e la volontà conseguente per tirarla fuori, poi qualche cosa riesce a combinare, anche per vie traverse e seguendo quelle imperscrutabili leggi che mescolano le coincidenze e gli incontri del destino.

    Voi dite delle cose sulle quali non ho dimestichezza: so solo che una mia ex alunna, dopo la laurea e la partecipazione a dei corsi di scrittura, vuole diventare scrittrice e l’anno scorso ha vinto un premio regionale con un suo racconto. Le predestinazioni esistono e il talento anche: lei ne è la dimostrazione perchè il suo desiderio di scrivere era palese fin dalla prima elementare. Divorava libri, scriveva sempre e dappertutto, i suoi temi facevano spavento (nel senso buono del termine) perchè sembrano quelli di una liceale sotto le spoglie di undicenne appena. La famiglia le aveva dato l’imprinting giusto, ma senza esagerare, il resto era venuto da sè.
    L’ho rivista qualche mese fa (abita a Torino, dove, per sbarcare il lunario si occupa anche di sceneggiature e arte varia).
    E’ convinta che la scrittura sia il suo destino e quindi si trova alle prese con un romanzo nel quale vuol parlare della sua famiglia e dei ricordi d’infanzia e di paese. Paese dal quale, come mi ha detto citando Paese, è giusto scappare ma è importante sapere che c’è, perchè prima o poi lì si ritorna in tutto e per tutto.

    Cosa volevo dire con tutto cio? Mah, che è tutto vero quello che avete scritto, in qualche modo l’ho constatato di persona attraverso questa ragazza. Io non ho avuto alcun merito se lei è diventata così brava, lo sarebbe diventata comunque, nonostante la scuola. Questo va rimarcato.
    Il talento esiste e va curato e protetto in tutti i modi e in tutte le forme

    Invece, mi torturo all’idea di quelli ai quali il gusto di leggere e di scrivere non riusciamo a farlo venire in nessun modo. Non c’è storia, filastrocca, giochino che tenga, facciamo esercizi a gogò, ci inventiamo schemi, mappe concettuali, esercizi di rilassamento e meditazione antistress (hai visto mai che funzionino anche questi..), uso di schede, di cd informatici così non “si stancano troppo”, letture silenziose, letture a prima vista, letture di gruppo, ascolto di letture animazione alla lettura, invenzione di libri normali, libri animati, libri a puntate, scrittura collettiva, scrittura guidata, scrittura e basta, rispolveriamo le vecchie e consunte filastrocche del buon tempo andato perchè “su qui e su qua l’accento non va” e “se scrivi scuola con la q ride tutta la tribù” .
    Eccetera.
    Nonostante tutto questa profusione di sforzi che ci dissangua di fatica ogni giorno, con alcuni bambini risultati sono e restano penosi: sembrano organismi geneticamente incompatibili con la lingua italiana, ortografia e sintassi comprese.
    A volte se la cavano meglio gli stranieri (l’ho constatato di persona), perchè sono più volenterosi, si ammazzano di fatica sapendo che è giusto così nella vita e hanno meno grilli per la testa. Genitori compresi.

    Poi, è notizia di questi giorni, leggiamo queste cose

    http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=70654&sez=

    e il colpo di grazia è assicurato.

    Scusate lo sfogo…

    Ester

  17. Quando si predica bene e si razzola male…ho scritto di getto e ho visto solo ora nel testo qualche incongruenza che mi era sfuggita.
    Confido in un gesto di clemenza da parte di chi legge, grazie.

  18. mi correggo :

    “al commento di Gregori aggiungo: gli editori faranno benissimo a lasciare che i suoi manoscritti, invece che romanzi, producano acari e… lasciar raggiungere agli autori quel luogo ove vi sia anche stridor di denti, facendoli tuttavia stridere un po’ anche a Piperno”.

    spero non mi stridano troppo i denti.
    Torno a STIRARE.

    Ester: quel che hai scritto, si sa.

    Mi permetto però di aggiungere un’osservazione. Si può essere bravi, credersi in qualche modo dei “predestinati” ( chi più, chi meno tutti coloro i quali scrivano lo pensano…) e ciò va bene ad un patto: si fa parte di una folla di alfabetizzati in egual modo, si è dei normodotati in un gruppo di eccellenti.

    Questa smania è tipica degli artisti. Difficilmente sentirai un professionista o un artigiano definirsi inimitabile. Si limitano ad essere bravi e, soprattutto, continuano ad aggiornarsi.
    Gli artisti tendono a mettersi in posa plastica attendendo di essere notati per la loro …formale eleganza o, peggio, per il messaggio imperdibile da lanciare all’umanità.

  19. Mentre ferve il dibattito, io invece mi domando:
    dove finiranno tutte le parole in forma di racconto, poesia, saggio, lettera e deliquio scaricate nel web?
    Secondo me nel retrobottega.
    Lì ci’hanno un macchinario con un imbuto grosso e tutto un sistema di trinciapolli, forbici, tenaglie, pelapatate e macine.
    Dall’altro capo, su una passerella scorrevole, nel giro di qualche secondo, escono le parole, impacchettate in ordine alfabetico:
    amor ardor afroor arpa astrofisica azione
    babbione babele bambola bestiale bigodini buonasera buongiorno
    cacca cartaccia cerchione cirillico conchiglia curandero
    dado deriso diavolo donna dumbo
    elmo estro epiteto estasi estate
    farfalla foglia fornello fringuello furetto
    e così via.

    All’alba ogni mattina, sul piazzale, s’apre l’asta.
    Una folla di aspiranti autori si protende, sgomitando, verso le balle.
    Chi è fortunato se ne porta a casa tre al prezzo di una: una marea di consonanti e vocali.
    Con tanto di accessori abbinati: virgole, punti di sospensione,asterischi e tutto un brulicare di punti esclamativi.
    Gli sfigati devono accontentarsi degli avanzi: un mucchietto di W (water wolfango wilma).
    Un pacco semisfondato di J( jeti judo jo jo) .
    E qualche rimasuglio della balla di Z, anche un poco avariato: zoro zappppetta zuzzerrelon.

  20. Non che quello che penso sia poi così importante, ma mi fa piacere partecipare a questa discussione. Credo che Anfiosso abbia ragione quando dice che si scrive per soddisfare un bisogno, ognuno il suo. Io, come ho sempre risposto alla domanda fatidica, scrivo perchè non mi accontento. Perchè dovrei ? In fondo tutta la nostra vita è una negoziazione con il limite stesso della nostra esistenza. Nella lettura e poi nella scrittura posso vivere altre vite e costruire diversi mondi. Potrebbe essere bello se una di queste frequentazioni piacesse anche ad altri, ma è già tutto così futile. Non riesco ad immaginare una parola più trasgressiva di “io”, eppure priva di ogni valore se alienata dal suo senso di normalità, un “tu”. La tristezza più grande è quando le due parole coesistono nella stessa persona. Tutto il resto è una grande abbuffata di sentimenti in bilico su un filo di parole a molti metri da terra, in equilibrio assai precario. L’importante è non arrivare mai dall’altra parte. Quando finisce il filo non c’è più alcun piacere. Tanto meno un bisogno.

  21. E’ indubbio che uno scrittore scriva per soddisfare un proprio bisogno, ma credo che abbia anche la necessità di farsi leggere, altrimenti scriverebbe un diario e lo chiuderebbenel cassetto.

  22. “amor ardor afror arpa astrofisica azione
    babbione babele bambola bestiale bigodini buonasera buongiorno
    cacca cartaccia cerchione cirillico conchiglia curandero
    dado deriso diavolo donna dumbo
    elmo estro epiteto estasi estate
    farfalla foglia fornello fringuello furetto
    e così via.
    Gli sfigati devono accontentarsi degli avanzi: un mucchietto di W (water wolfango wilma).
    Un pacco semisfondato di J( jeti judo jo jo) .
    E qualche rimasuglio della balla di Z, anche un poco avariato: zoro zappppetta zuzzerrelon”

    Bravo opi. Già, me lo chiedo anch’io.

    Poi arriva uno… Zanzotto qualunque, firma quel che hai scritto e lo pubblica come suo.
    Poesia. Poèsia,direi.

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