aquattromani: 26

D.O.C. Denominazione di Origine Controllata

Quando vide l’indice tremante premere il grilletto, Amir ebbe il tempo di scegliere come ordinare gli eventi in quel famoso ‘istante’ prima di morire in cui tutta la vita ti passa davanti.
Si sorprese di come quella frase che aveva sentito ripetere centinaia di volte, buffa e inverosimile, fosse vera. Una frazione di secondo per rivivere trent’anni.

Rivide la propria sagoma oscura scivolare sul pavimento, lo stesso su cui ora si trovava disteso, e fermarsi a metà della stanza.
– Mi devi pagare! – erano state le sue parole.
Davanti a lui, chino su dei fogli, stava un ometto in maniche di camicia. Magrissimo e dal cipiglio testardo. Un fiotto di capelli sudati gli colava sulla fronte mettendo in mostra il cranio arrossato dal caldo. Contava a voce alta, torturando coi denti il fondo di una matita.
Quarantadue gradi, diceva un elegante ufficiale dell’aeronautica alla tv.
– Gaetano, mi devi pagare! – ripeté l’ombra nera, immobile.

Amir sapeva aspettare. Aveva imparato attraversando il Mediterraneo.
Erano partiti dalla Libia in duecento, stipati su una bagnarola di legni marci, carichi solo di disperazione, e il mare li aveva accolti in malo modo, come fosse stanco di sentire storie tutte uguali. Onde alte e corrente feroce, il vento che seccava ogni speranza.
Amir non riusciva a smettere di fissare gli sguardi terrorizzati dei compagni di viaggio e di pensare che non ce l’avrebbero mai fatta. Avevano tutti troppa paura. Ce n’era così tanta intorno che sarebbe bastata anche per lui, si era detto mentre stava aggrappato a vomitare la sua fame da una balaustra arrugginita. Allora aveva deciso che sarebbe stato meglio aspettare. Senza pensare a niente, facendo finta di non avere paura. Aspettare che il tempo cambiasse, che la barca arrivasse a destinazione o che qualcuno li soccorresse. Il terrore e le preghiere non servivano a nulla. Il mare, come l’uomo, non conosce pietà.
Così, infine, era successo che un pattugliatore della Marina Militare Italiana li aveva intercettati e scortati fino a un’isola grande come un morso di pane, dove erano stati curati e imprigionati e dove aveva nuovamente cominciato ad aspettare l’occasione buona per fuggire.
Gaetano era stata la sua salvezza. Gli aveva procurato un lavoro e un posto dove stare: un lavoro duro e mal pagato, la schiena rotta dalla fatica e un materasso marcio dove dormire. Ma almeno era di un passo più lontano dal luogo da cui fuggiva.

Nella stanza non si muoveva un refolo d’aria. Neanche gli insetti si azzardavano a entrare in quella fornace.
L’unico rumore era lo strisciare del lapis sulla carta, lo svolgersi delle cifre in colonna.
Quando Gaetano alzò lo sguardo dai suoi fogli, svelò un ghigno tagliente come quello di una iena. I bei tratti ancora si distinguevano dietro la maschera di rughe e sudore. Doveva essere stato un bel giovane, prima che le preoccupazioni dell’azienda agricola di famiglia lo facessero invecchiare e rinsecchire prematuramente, come accadeva ai suoi pomodori quando prendevano troppo sole e troppo caldo.
– Vediamo cosa posso fare per te – disse senza più distogliere lo sguardo dalle braci di Amir.
Al telegiornale, il Presidente della Repubblica annunciava avvilito che il pacchetto sicurezza diventava legge. La bandiera alle sue spalle sembrò sbiadire, come di vergogna.
Sul viso di Gaetano comparve un moto impercettibile di maligna soddisfazione, quindi estrasse qualche banconota dal cassetto, poche decine di euro, e porgendole disse con fastidio:
– Ecco quanto ti spetta.
Amir gettò uno sguardo ai soldi ma non li raccolse.
– Non sono abbastanza. Non è quello che mi hai dato la scorsa settimana.
– Eh, ma la scorsa settimana era diverso.
– Io ho fatto lo stesso lavoro.
– Ma quando l’avevamo stabilito, tu non eri un criminale. Eri solo un negro – ghignò l’ometto.
Amir non capiva.
Non era un ladro. Aveva attraversato metà mondo alla ricerca di un modo per sopravvivere e ora lavorava. Sì, qualche pomodoro se l’era mangiato per vincere la sete di quelle giornate estenuanti di raccolta, ma non aveva mai rubato.
– E ora vattene se non vuoi che ti denunci – disse infine Gaetano, quasi ridendo. Finalmente quei negri non avrebbero più accampato pretese. Finalmente era libero di trattarli come meritavano.
Così aveva rimesso la mano nel cassetto, ma non per dargli gli altri soldi che gli spettavano.

Sul corpo di Amir il rosso del sangue si mischiava con quello dei pomodori.
Gaetano si aggiustò i capelli: non riusciva a spiegarsi come era potuto partire quel maledetto colpo. Teneva sempre la sicura inserita.

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Informazioni su remo

scrivo. Ultimi libri pubblicati: Lo scommettitore (Fernandel 2006); La donna che parlava con i morti (Newton Compton 2007, fuori catalogo); Bastardo posto (Perdisa Pop 2010); Vicolo del precipizio (Perdisa Pop 2011); Buio assoluto (Historica, 2015); Vegan. Le città di dio (Tlon, 2016); La notte del santo, Time crime

19 thoughts on “aquattromani: 26

  1. Raccontato bene. Ma temo che sia troppo “esposto” dal punto di vista politico. Nel senso di facilmente attaccabile e giudicato in modo poco obiettivo. Resta, comunque, un grave problema attuale.
    Sarò sincera: se, con il mio socio, non avessi scritto quello che ho scritto, la mia idea si sarebbe aggirata intorno a questo argomento. Visto dal mondo femminile, però.

  2. Una nube violetta lo avvolse: stramazzò, chiuse gli occhi; ma dopo un momento sollevò le corte palpebre rossicce e per l’ultima volta vide i più bei colori del mondo: il verde della quercia, il bianco della casina, il rosso del suo sangue.

    G. Deledda, “Il cinghialetto”

  3. Le quattro mano di questo racconto sono abili: sanno come si comincia e come si finisce un racconto breve; il testo è tecnicamente ineccepibile, ha ritmo e non mostra sbavature; l’Italia di oggi c’è, con le sue tragiche piccolezze e la crisi internazionale di fondo. Eppure non mi ha entusiasmato; forse intravedo la maniera o il rischio di scivolare nella retorica della narrazione in bianco e nero (anche se far partire quel colpo in modo accidentale è stata un’altra trovata da abile narratore).

  4. Remo ha ragione. L’Italia c’è.
    Tuttavia credo che aitan abbia rimarcato un punto importante: non basta la tecnica. Per costruire un racconto ben fatto bisogna essere capaci di suscitare empatie (o antipatie). Chi legge non vorrebbe mai terminare un testo qualunque, anche un saggio a mio avviso, senza aver provato emozione alcuna.
    Io, in particolare, non ho mai provato particolare interesse per la perfezione e per l’ordine e credo sia sia capito (mi sia concessa una punta di auto ironia). La bellezza mi piace scovarla.

  5. Ma fatemi capire. Gaetano prima lo assume in nero (uni che fugge dal campo di accoglienza è clandestino) con il rischio di essere denunciato o scoperto, poi quando passa il decreto (e non cambia nulla per Amir, resta clandestino) gli da ancora meno e per di più lo minaccia con una pistola dalla quale parte un colpo, moltiplicando ancora di più i suoi rischi?

    Ma vedete meno TV!!!!!

    Questa è una favoletta e per di più scritta male.

  6. Effettivamente questo tema non era stato toccato. E’ scritto bene, forse troppo. Mi manca la partecipazione da parte degli autori. Lo metterei tra i miei primi sei ma non me la sento di spodestare altri racconti che mi hanno emozionato. Non me ne vogliano gli autori che, lo ribadisco, sanno scrivere molto, ma molto bene.

    1) Paradiso perduto (la classe operaia non va mai in paradiso, ma si suicida sotto le ruspe del centro commerciale)
    2) Passaggio epocale (una buona fotografia di come siamo oggi)
    3)Miracolo italiano (l’Italia del GF e degli incidenti sul lavoro coniugata con originalità)
    4) Davvero. Nel sogno (il titolo ci azzecca poco, ma il racconto è una telecronaca appassionante)
    5) Come corpo morto (l’Italia dei nuovi poveri, con dignità)
    6) 2 Italians (scontro barbone-spocchioso, vince lo spocchioso ma non è così che va il mondo?)

  7. Si però c’è anche da dire che “a novembre
    la città si accende in un istante
    il mio corpo non si veste più di voglie”

  8. Scritto molto bene, idea originale. La realtà descritta è tra le più “ignorate”, da tutti.

    Secondo me c’è qualche piccola incongruenza.

  9. scritto bene (da qualche giorno capita spesso e nn va sottovalutato viste le molte scritture approssimative di racconti passati)
    ma appoggio chi ha detto che è più “cronaca”,
    magari approfondimento da programmaccio tv di docu-fiction.
    la letteratura dovrebbe innanzitutto emozionare!
    e qui di emozione nn ne ho ricevuta.

  10. Non mi ha emozionato, però la bastardaggine di certi datori di lavoro emerge in tutto il suo splendore, ed è proprio così. Pistola e colpo accidentale a parte. Senza il cadavere l’avrei preferito di più.
    Sgnapis

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