aquattromani: 25

PARADISO PERDUTO

Il sole non si è ancora alzato, dentro la fabbrica c’è buio pesto. Antonio continua a rigirarsi sulla branda senza riuscire a riprendere sonno. L’aria è immobile. Questi ultimi giorni di luglio sono tremendi.
“Sei sveglio?” chiede, con un filo di voce.
Corrado non risponde. Allora Antonio si alza sui gomiti e con l’accendino illumina il viso del compagno. Per alcuni secondi, ne osserva le palpebre chiuse, i movimenti degli occhi sotto la pelle.
Più tardi mi racconterà le meraviglie con Maria, pensa, ormai posso vederne anche i sogni.
Poi, cercando di non fare rumore, si mette dritto e si dirige a tentoni verso il reparto tessitura. Va a sbattere su un telaio, ma riesce, ugualmente, a trovare il fornellino da campo. Lo accende e ci sistema sopra la caffettiera che ha preparato la sera prima.
Sorride, Antonio, al pensiero della semplicità del suo amico.  Si conoscono da tanto di quel tempo che i venti giorni di occupazione hanno aggiunto ben poco alla loro amicizia. Hanno lavorato per quasi trent’anni in quella fabbrica, un telaio affianco all’altro. Negli ultimi tempi, con le macchine spente, hanno parlato un po’ di più, soprattutto la notte, sulle brande. Ma non si sono confidati niente di nuovo. Niente che già non sapessero l’uno dell’altro.

Il caffè viene su con un gorgoglìo più forte del solito. Anche il profumo sembra più intenso. L’oscurità e la quiete amplificano i sensi.
Dopo aver vuotato la tazzina, Antonio si arrotola una sigaretta e con la prima aspirata guarda verso una vetrata del capannone. Un raggio di luce comincia a filtrare.
“Potevi aspettarmi!”.
La voce di Corrado lo coglie di sorpresa.
“E’ ancora caldo, ma se vuoi lo rifaccio”.
“Va bene così”.
“Ci metto un minuto”.
“No, è meglio che mi risvegli subito”.
Antonio rimane in silenzio, finché il compagno non consuma tutta la sua dose di caffè.
“Non c’era Maria anche stanotte? Non siete andati a rotolarvi vicino al fiume?”.
“No” risponde in un grugnito. “Non ho sognato niente. Non mi ricordo niente”.
C’è una luce scura al fondo degli occhi di Corrado che guardano un punto lontano.
“Anche Maria mi ha lasciato…”
Lo sguardo è un sorriso amaro verso Antonio.
“Ma che ti metti a pensare… hai solo dormito male”.
“Non so. Quel niente mi spaventa”.
“Ma se a te non ha mai fatto paura nulla. Su, dai, mettiamoci al lavoro. Dobbiamo preparare l’assemblea. Vengono anche i responsabili regionali del sindacato. Ripartiremo con la produzione, andremo in autogestione. Questa volta, vedrai che qualcosa succede”.
Corrado si stringe nelle spalle e scuote leggermente testa, come a voler dire che la presenza dei capi non è affatto una garanzia. Ma non dice niente, non vuole svilire l’ottimismo dell’altro.
Antonio capisce. Lo commuove il riguardo del compagno.
Rimangono così, ognuno immerso nei propri pensieri, riordinando l’angolo di reparto che hanno adibito a cucina e, per tutto il tempo, non si scambiano una parola.
Finché Antonio non decide che è il momento di allestire lo spazio per la riunione.
Nel salone della filatura hanno costruito un palchetto con le casse di legno che servono al trasporto delle rocche. Vi sistemano sopra un tavolo, un megafono e quattro sedie per i relatori. Corrado srotola uno striscione di tela e lo stende per terra. Con un pennarello dà un ultimo ritocco alla scritta.
“E’ una bella frase” dice Antonio.
“Me l’ha suggerita Andrea, il delegato giovane. E’uno in gamba”.
“Sì, è il migliore”.
“Avercene”.

Quando finiscono di attaccare anche l’ultimo lembo di stoffa alla parete, scendono dalle sedie con cauta agilità. Entrambi affondano le mani nelle tasche dei pantaloni e controllano che tutto sia a posto.
“Va bene, mi sembra”.
“Sì, manca solo una bottiglia d’acqua, la mettiamo quando arrivano”.

“Stanno arrivando, ascolta…”.
Un rumore di motori giunge dalla strada, ancora in lontananza. Quando si fa più vicino, Antonio stringe per un polso Corrado.
“Ci siamo”.
Lo sguardo di Corrado è limpido, adesso. Gli occhi, in quel volto antico, sembrano quelli di un ragazzino. Si abbracciano, come due amici che si stanno salutando alla stazione.
Alle otto e cinque minuti, la prima ruspa spinge la benna contro la parete del lato nord. Le altre si accaniscono sul tetto di uno dei capannoni.

E’ pomeriggio inoltrato, quando l’ispettore Rondoni arriva sul posto. Un sole cocente riverbera sbieco sulle macerie della vecchia Texal, la fabbrica chiusa da anni che lascerà finalmente il posto al nuovo centro commerciale. Sporco di polvere e accaldato, arriva a fatica vicino ai corpi senza vita. La Scientifica ha già terminato i rilievi. Rondoni si chiede come mai due persone anziane siano venute propri lì e abbiano scelto quello strano modo di farla finita. Pensa alla depressione, alla solitudine che diventa insopportabile con l’avanzare degli anni, a chissà che gli sarà passato per la testa.

A quello striscione rosso, che parla di operai e di paradiso, non ci vuole proprio pensare. E’ una frase senza senso, una sfida inutile, con il caldo che fa.

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40 pensieri su “aquattromani: 25

  1. Quando ho cominciato a leggere, ho pensato “Qualcuno racconta storie della mia terra, della mia gente”.
    A metà ho compreso che non era così.
    Alla fine, forse causa l’ora e la mia stanchezza, mi sono perduta.
    Scritto bene, ma è più facile che queste cose accadano in Francia, che in Italia. Oppure non ho davvero capito bene. Lo rileggerò….

  2. Delicatezza e precisione, armonia delle quattro mani, una storia che lascia una traccia profonda; “propri lì” invece di “proprio lì” è certamente un refuso.

  3. … bellissimo. Niente altro da dire, se non un “grazie” a chi l’ha scritto. Oh.. cos’è questa? Una lacrima?? Grazie, allora, a maggior ragione.

  4. Tra i più belli.
    Assolutamente.

    Farne una lapide per la sinistra di oggi che si balocca con le stupidaggini, invece.

    Due racconti, alla fine della fiera, scritti bene, con il precedente. Sia per contenuto che per forma.Ne scalzano due della mia “vecchia lista”.

  5. ben scritto. (meglio la prima parte, bella l’ultima immagine).
    come leggo da tutti i commenti, (a parte “Anto”) il fatto che gli ultimi due racconti siano piaciuti (nonostante, con loro sfortuna, siano stati un pò oscurati dal dibattito sulle giurie) nn può che far aumentare i rimpianti…

  6. per me il più bello, a smentita dell’ultima volta che l’ho scritto.
    il migliore, non c’è una sbavatura, la scrittura eccellente, le 4mani in sintonia perfetta.
    apprezzamento totale.

  7. Anto, scusami, porta pazienza… Kant diceva che la bellezza sta negli occhi di chi guarda. come dire, in parole forse più semplici, “non è bello c ho che è bello ma è bello ciò che piace”. non ti piace? va bene, è legittimo! mica vogliamo farti cambiare idea a forza!! per favore, prendila più soft, non t aggità! mi rischi l’ipertensione così!
    una tisana?

  8. Si’, dài, una tisana per “Anto” mi sembra legittima :)
    ps. “Tutti bravi” o tutti buoni?

    ^_^’

  9. Il migliore non saprei, non t’allargare, Cristina Bove. Il migliore, tolte le ingenuità e le inesattezze, non c’è.
    Sono tutti aspetti della vita in Italia di oggi.
    Una decina di racconti aderisce perfettamente al tema. Altri ci girano intorno in bicicletta.

  10. e tra tutti i commenti, non so più dove sia e me lo sono perso, l’unico che mi ha colpito profondamente è Tossani. Sottolineava una crisi personale, del/nello scrivere non da poco.

    Le polemiche, no.
    Non le ho capite, questa volta, nonostante il mio carattere che invece tendenzialmente tende a schiumare.
    C’è anche un troll, Anto. Meglio splinder di wordpress.
    Io non accetto commenti anonimi e chi non mi piace lo sego e via. Perché in un blog dev’esserci uno scracione in un angolo ? Sul giornale, Remo, mica pubblichi tutto quello che t’inviano…

  11. Non sono certo di aver capito cosa sia accaduto nel finale, ma il racconto è condotto bene, con una perizia che ti spinge a leggere fluidamente fino alla misteriosa fine.
    Quando i due protagonisti parlano della frase suggerita dal delegato giovanile, ti viene voglia di sapere cosa ci fosse scritto su quello striscione. Pensi che gli autori ti abbiano tenuto volontariamente sospeso e stiano stuzzicabdo la tua immaginazione. Poi nel finale, come un colpo di teatro ben assestato, torna quello striscione rosso, ne sai qualcosa di più ora, ma resti ancora sospeso. (Se la cosa è voluta, e a me pare voluta, è ben congeniata.)

  12. Melania: non sarebbe un paradiso perduto, che era quello dove andava la classe operaia che non c’è più, un tempo.
    Zoccolo duro.
    Magari ai politici italiani, trasversalmente parlando.
    In mezzo agli occhi, scagliato in fronte, ora.

    Cristina: sarebbe il migliore se il tema fosse “La fabbrica”, il tema è “L’Italia di oggi”.
    Bellissimo, si piazza tra altri che descrivono altre realtà parallele e contemporanee a questa.

  13. Bello, tra i migliori, ma concordo con Aitan riguardo al passaggio nel finale. Si capisce cosa accade, cosa si nasconde dietro quei due nostalgici dei tempi in cui le fabbriche si occupavano, ma forse il passaggio è un tantino brusco. Proprio a cercare il pelo nell’uovo, eh?

    Comunque:

    1) Paradiso perduto (la classe operaia non va mai in paradiso, ma si suicida sotto le ruspe del centro commerciale)
    2) Passaggio epocale (una buona fotografia di come siamo oggi)
    3)Miracolo italiano (l’Italia del GF e degli incidenti sul lavoro coniugata con originalità)
    4) Davvero. Nel sogno (il titolo ci azzecca poco, ma il racconto è una telecronaca appassionante)
    5) Come corpo morto (l’Italia dei nuovi poveri, con dignità)
    6) 2 Italians (scontro barbone-spocchioso, vince lo spocchioso ma non è così che va il mondo?)

  14. Chiedo scusa ma il caldo inibsce alcune mie (già di per se limitatissime) funzioni, di talchè non ne ho capito il quadro generale.

  15. Malgrado il finale, non del tutto efficace ed esplicativo , rimane il migliore.
    Per quanto la cosa possa interessare.

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