aquattromani: 23

ADULTI SI NASCE

Affrontare impegni, responsabilità. Diventare autosufficienti, maturi, uscire da uno stato di minorità, di perpetua infanzia e poi di adolescenza e poi di post-adolescenza e di post-post-adolescenza. Uscire di casa.
Nell’Italia di oggi un lui e una lei affrontano il problema in maniera diversa…

Ecco, ricomincia. Anselmo si siede sul letto. Sempre la stessa storia. Ormai è da un po’ che ci riflette, tutte le sere, più o meno alla stessa ora, (Anselmo è un tipo preciso e riflessivo). Basta, basta è ora che io prenda una decisione, sono i pensieri e le parole di Anselmo. Devo andare via di casa, devo andare a vivere da solo.
Nella sua immaginazione “andare via di casa” è come una porta che si spalanca su un campo di biondo grano, c’è un cielo azzurro, è primavera, la musica di Rocky; Anselmo corre tra le spighe di grano anche se ogni tanto si deve fermare perché ha il fiatone.
Insomma, gli si è sempre prospettata nel pensiero quest’impresa magnifica, e nelle sue fantasie, attorniata di una luce strana, diversa, una luce un po’ eroica e se vogliamo anche erotica, perché cavolo, vai a vivere da solo e pensa te – così ragiona Anselmo – quali straordinarie avventure possono capitarti, non devi dare giustificazioni a nessuno, sei libero, free as a bird, una donna diversa ogni sera, dopotutto lui è un trentenne dal fascino regolare, gli possono capitare un sacco di cose piacevoli. Certo, l’aria di casa forse i primi tempi gli mancherà (si dice) ma sul piatto della bilancia stanno delle motivazioni più che valide per mettere in atto il suo proposito. Certo, non è mai stato lontano di casa per più di due settimane, due settimane e mezzo al massimo (si dice), ma abituarsi ad essere autonomo e indipendente non dev’essere una cosa così difficile se lo fanno i norvegesi, con tutto il rispetto per i norvegesi ci mancherebbe, si adatterà, che ci vuole. Certo, dovrà imparare ad usare la lavatrice, e così pure a stirarsi la roba, e cucinare, magari i primi tempi andrà a mangiare a casa, anzi no ma che dico (è sempre Anselmo che parla con se stesso) così mantengo una dipendenza, free as a bird, certo che rinunciare alla lasagna sarà dura ma ce la farò, ce la farò si dice Anselmo. E poi la sera metterò la musica a tutto spiano, potrò girare in mutande per casa, mettere i piedi sul tavolo se mi va, quando mi va. Magari troverò pure un lavoro, sarebbe la volta buona, e mi sistemo. E mentre lo dice, è sopraggiunto il sonno, magari domani ci ripenso bene bene e vedo cosa fare e così spegne la luce, la testa sul cuscino, al buio, Anselmo si addormenta.

La cosa complicata fu dire ai suoi che si trasferiva a Roma. A Roma? Da sola? Ma sei sicura? Questo suo padre. Ma come farai? Non avrai tempo per cucinare, pulire, fare la spesa… questa sua madre. E i soldi?, entrambi. Fatta una lista di tutti di dubbi e spuntati uno a uno in un pomeriggio estivo piuttosto estenuante per tutti i tre membri della famiglia, Anselma  iniziò a cercare casa. Dissolvenza. Non si può raccontare che cosa furono quelle tre settimane di vampa estiva durante le quali lei prendeva un trenino la mattina presto e lo riprendeva la sera tardi avendo visitato nell’intervallo quattro o cinque case di quelle dove non avrebbe messo a dormire nemmeno il suo cane Pluto – coi nomi non aveva mai avuto molta fantasia. Con la forza della volontà e, soprattutto, con la promessa di un’integrazione mensile all’affitto da parte di suo padre, riuscì a trovare un bilocale, molto carino e molto lontano dal luogo di lavoro. Calcolando, tra metropolitane e autobus per essere in ufficio alle otto avrebbe dovuto alzarsi alle sei. Ce la poteva fare.
Non ce la faceva, invece,  ad accettare le stoviglie e la biancheria che arrivavano direttamente dai regali del matrimonio di suo padre e sua madre e che, automaticamente, a sentire quest’ ultima, sarebbero dovuti diventare parte del suo corredo. Corredo rimanda a matrimonio, a cose stabili, fisse e durature. Corredo, quello che sua nonna le aveva messo insieme fin da quando lei era piccola, comprando lenzuola ed asciugamani come se, da grande, fosse dovuto andare in sposa ad un principe.
Non ti piacciono le cose che ti voglio regalare? chiedeva sua madre, ansiosa. Oddio!, pensava lei, le tazzine non erano bellissime, però gli anni settanta erano anche tornati di moda e, insomma, non era quello. Il fatto era che Elisa voleva la sua prima casa cominciando da zero, e dentro ci voleva cose che sceglieva lei e solo lei, senza nemmeno il fardello delle tazzine. Ad un certo punto suo padre le fece gentilmente notare che se accettava i soldi poteva anche accettare le tazzine e le lenzuola e la discussione fu chiusa lì.

Insomma, questi due ci hanno provato ad uscire dal loro stato di minorità. Magari con esiti forse non esaltanti. Però, che si siano impegnati: almeno questo glielo dobbiamo riconoscere.
Poi, certo, piacerebbe a tutti che arrivassero dei risultati tangibili, concreti, che la vita…
La vita è una cosa seria.

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18 pensieri su “aquattromani: 23

  1. Buona fortuna a voi, o trentenni di oggi.

    Bello, vero. Mi piace che ci sia la premessa e la chiosa, tipo panino.
    Bella anche la differenza tra lei che vuole essere del tutto indipendente e lui che ha nostalgia della lasagna.
    Non tutti i giovani sono così, ma la maggior parte si.

  2. La ragazza, però, prima si chiama Anselma, poi Elisa.
    Personalmente non mi è piaciuta la cornice: l’incipit e la conclusione, a mio avviso, tolgono forza al racconto. Che, peraltro, trovo molto in tema e che – a parte le righe iniziali e finali, appunto – mi è parso buono.
    baci!

  3. domanda da profana: la spiegazione e la conclusione servono a? voglio dire, un racconto se ti spiegano all’inizio cosa vai a leggere è come un mettere le mani avanti? chiedo! non passate agli orgaggi che non c è malizia in codesta domanda.
    per il resto, a parte che mi sembrano due trentenni usciti dall ultimo bacio di muccino.

  4. Non sono melensi per niente, Anto. Una domanda: conosci il significato delle parole che adoperi? Mi sorge un serio dubbio: che tu sappia usare l’italiano un po’ all’appendice da copula di cane, insomma.
    Un’impressione, eh! Modesta.

    Trovo deboluccio tutto.
    Un temino.
    Migliore la prima parte, in cui si descrive il ragazzo.

  5. Il tema dei bamboccioni e delle difficoltà per uscire di casa mancava, oggettivamente, dal panorama dell’Italia di oggi. Però il preambolo e la chiusa tolgono forza al racconto che è migliore nella parte che riguarda Anselmo mentre Anselma/Elisa è decisamente fiacco. Rimango sempre ferma ai miei sei preferiti.

    1) Miracolo italiano (l’Italia del GF e degli incidenti sul lavoro coniugata con originalità)
    2) Davvero. Nel sogno (il titolo ci azzecca poco, ma il racconto è una telecronaca appassionante)
    3) Come corpo morto (l’Italia dei nuovi poveri, con dignità)
    4) Lettera dal mio molino (un racconto credibile e ben scritto)
    5) 2 Italians (scontro barbone-spocchioso, vince lo spocchioso ma non è così che va il mondo?)
    6) solitudiniaffollate.com (racconto sulla solitudine del web con eccesso di neologismi a gogò)

    Tra i quali, va detto, sarà abbastanza difficile scegliere quello cui assegnare l’unico punto a mia disposizione. Ma questo è un mio problema.

    Mi consento un’osservazione ulteriore. Sono estremamente pignola quando scrivo. Certo, il refuso scappa a tutti, ma come s fa a spedire un racconto senza rendersi conto che uno dei due (non dodici, due) protagonisti si chiama prima in un modo e dieci righe dopo in un altro. Io in questa svista (questa come altre precedenti, vedi il bimbo neghev/mario che poi diventa marco) ci vedo poca serietà negli autori. Un tirar via le cose che non mi piace e che, sicuramente, grava sul mio giudizio finale. Per quel che vale, eh.

  6. Ho capito il senso del racconto ma quest’ultimo non è di mio gradimento. Pur riconoscendo l’impegno che gli autori vi hanno sicuramente dedicato.

  7. I bamboccioni, in realtà figli di un’epoca che delude i giovani e che ha scippato loro il futuro…
    Non mi piace la parte “spiegata”: i personaggi sono adulti e si presentano da soli, altrimenti rimangono nello stato di minorità…

  8. L’argomento c’è. Ma trovo i protagonisti troppo “generici”.
    Fatto volutamente? Se sì, ha comunque precluso la parte emotiva e partecipativa di me lettrice.
    Tra l’altro, d’impatto, Anselmo mi ha fatto pensare inizialmente ad un ragazzo di trent’anni fa perchè mi pare un nome un po’ datato, ma questo in ultima analisi non conta affatto.
    Sgnapis

  9. Non cambio idea sui preferiti.
    Li colloco più o meno a pari merito.
    Scegliendone uno solo, allora “Miracolo italiano”. Per ora.

    Questo racconto è in tema, non glielo si può negare. Non mi avvince, sembra una bozza.

  10. Pare che i due scrittori abbiano l’impressione che il lettore da solo non ci possa arrivare a dare senso alle due storie sullo sfondo della Storia dell’Italia di oggi, e allora li vedi lì, un po’ ingombranti, a dare spiegazioni su spiegazioni prima durante e dopo la narrazione parallela delle velleità di Anselmo e Alselma aka Elisa.
    Nemmeno il titolo mi convince (ma qui si apritebbe un altro difficile capitolo). Non manca però qualche simpatico tocco ironico.

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