aquattromani: 22

PACCO A RENDERE

La osservo mettere le bustine di tè nero al bergamotto nella teiera di acqua bollente poi, con il viso sereno quasi sorridente, dispone i biscotti al cioccolato su un piatto: la sola presenza di Cecilia mi infonde tranquillità e sicurezza, da sempre.
“E’ ora di passare al tè freddo” dice sorridendo mentre appoggia sul tavolo le tazze di porcellana con un fiore blu stilizzato e aggiunge: “Allora, com’è andato quest’anno scolastico?”
“Son contenta, è finito” rispondo.
“Elisa, hai terminato anche la specializzazione, vedrai che ora entri in ruolo” dice mettendo sul tavolo teiera e biscotti.
“Già, sono dieci anni che me lo dici” abbozzo un sorriso alzando appena l’angolo destro della bocca e allungo subito una mano per consolarmi con un biscotto ma, un istante prima di addentarlo, le chiedo: “E tu, sei contenta sia finito l’anno?”
“Sì, è stato un anno particolarmente faticoso, pieno di cambiamenti. Ora ci aspetta una meritata vacanza” dice sorridendo.
Mentre mi racconta le ultime novità, giocherella con la collana di perle come se stesse inseguendo altri pensieri.
“Tutto bene?”
“Veramente sono molto preoccupata per Max, il bambino moldavo” risponde corrugando la fronte con l’espressione cupa che ben conosco: è la faccia con cui affronta da sempre le mille sfide della scuola che cambia.
Il bambino moldavo è l’ultimo della sua particolare classe di affetti, prima c’è stato Matteo, poi Riccardo, prima ancora Giuseppe. Tutti con una storia pesante, tutti da salvare.
“Scusa se te lo chiedo, ma ci sei riuscita qualche volta?” butto la domanda d’un fiato.
“A fare che?”
“A salvarli dal loro destino, non è per quello che hai l’espressione così corrucciata?”
“Non l’ho mai scoperto, ma l’ho sperato tanto, come spero con Max.”
“Mi hai accennato qualcosa tempo fa poi non ne hai più fatta parola. Pensavo avessi risolto. T’invidio sai? Io non riesco a gestire la mia vita così precaria, figurati preoccuparmi degli altri!” confesso.
Lei torna per un attimo a sorridere ma di nuovo si perde nei suoi pensieri.

Suona il telefono di casa con uno squillo da perforare i timpani, Cecilia appoggia la tazza al piattino e risponde in tutta fretta: non mi va di origliare ma sento il nome di Viviana, la mediatrice culturale che segue alcuni casi a scuola.
Mentre io verso dell’altro the nella preziosa tazza e prendo l’ennesimo biscotto, lei si sposta nell’altra stanza, alternando frasi brevi come “Davvero…Ma cosa mi racconti!…Cose da non credere” a lunghe pause di silenzio e l’andirivieni dei tacchi sul parquet ha sostituito il più silenzioso gioco con il filo di perle: in tanti anni che la conosco, è la prima volta che la vedo così in apprensione per uno dei suoi bambini da salvare. La mediatrice familiare mi ha descritto Max come uno scricciolo di capelli biondi, occhi scuri e arti come le zampe di un piccolo ragnetto. Dice che ci vuole determinazione e sacrificio per avvicinarlo, ottenerne la fiducia, e lei non lo aveva ancora sfiorato. I genitori adottivi non possono avere figli propri e l’hanno accolto come un dono. Hanno cercato in ogni modo di trovare un punto d’incontro ma lui dorme, dorme sempre e da sveglio aggredisce e morde i compagni, poi la sera scappa per le strade deserte. E’ impensabile avvicinarsi al suo cuore, chiuso dentro lo scrigno di vetro di una sofferenza spalmata fra l’orfanatrofio e la nuova famiglia. Mi ha fatto presente che il suo essere diverso, lontano dalle abitudini della sua nuova casa, rischia di farne un pacco a rendere, da riportare al mittente.

La vedo rientrare sempre più pensierosa, vorrei chiederle se va tutto bene, ma c’è qualche cosa nel suo modo di fare che mi frena.
Si rimette a sorseggiare il tè, e guardandomi negli occhi mi chiede quando mi sposo.
“Seee, sposarsi, sarebbe meraviglioso, ma mancano i soldi”.
Le racconto i mille dubbi che ho, ma lei mi interrompe e sorridendo afferma:
“Rischiare va bene, alla tua età. Hai energia e forza” ma forse sta pensando ancora alla telefonata.
“E tu, fiera neo-divorziata, hai ancora il coraggio di rischiare?” domando.
“Almeno potrò dire di aver vissuto e amato. Non mi pento di nulla” dice Cecilia abbozzando un sorriso. La voce al megafono di un ambulante entra prepotente nella cucina. Cecilia si alza per chiudere la portafinestra spingendo con il piede la porta, gioca un po’ con la maniglia dorata difettosa che non ne vuole sapere di isolarci da quel trambusto.
“Mi chiedo che lavoro avranno questi ombrellai e duplicatori di chiavi in estate!”
Mentre lei si risiede, decido di rischiare e domano a bruciapelo:
“Che succede? La telefonata, tutto bene?”
Sospira e dice: “Ora non potrò fare nulla. Era la Preside: l’ha chiamata Viviana dicendo che Max se ne andrà domani. Lo porteranno al Centro e dopo, forse, in Moldavia”.
“Mi dispiace!” il silenzio che segue è interrotto solo dal tintinnio del cucchiaino.
“Cecilia, allora dove andrai in agosto?” spero di spostare il discorso verso spiagge più tranquille.

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40 pensieri su “aquattromani: 22

  1. Un racconto delicato, tra il the ed i biscotti al cioccolato, si parla d’inserimento in classe di chi sia straniero ed adottato.

    Che desidero dagli scrittori? Una fetta di limone, una fetta di limone, una fetta di limone…nel the!
    ( citaz. Jannacci).

    Propongo una sosta a casa mia, sull’Italia di oggi, nel mio blog, molto più lungo di 5000 battute, di uno scrittore che adoro, che ho conosciuto personalmente, che si chiama Alessandro Zannoni, in arte anche Michelangelo Merisi…e che mi ha fatto per il mio blog UNO SPLENDIDO regalo.
    Un onore, per me.
    E’ un “souvenir” corrosivo.
    Venite, ciao.

  2. E quindi? Cioè la salvatrice del mondo, quella che si innamora “a tempo” dei suoi bambini da salvare, ora che non ha più Max, che fa?
    La povera maestra precaria che forse passerà di ruolo (ma guarda che mondo crudele! Proprio quelli che potrebbero salvare il mondo non sono di ruolo!! Proprio questa maestra, Madre Teresa di Calcutta moderna, è sfortunata, non è di ruolo e non può nemmeno sposarsi poverina. Ma perchè non fa anche volontariato?? E no, quello è gratis, mica si salverebbero allo stesso modo).

    Anche questo, scusatemi, non mi piace.

    … i bambini da salvare… mah… la fatina dei bimbi, la ghe pensi mi precaria, fa la delicatina quando c’è gente che i pasticcini non può nemmeno permetteseli, oltre a non avere nemmeno il tempo di spetegolare.

  3. Mah….io ho sempre scritto “tè”. “The” fa tanto articolo.
    Sul resto, no comment. Gli ortaggi, con il tè, non mi piacciono.

  4. Rossana sono andata sul tuo blog e non posso commentare. Quindi commento qui. Ma dove starebbe la sopresa? Nella pubblicazione sul tuo blog di una cosa già pubblicata altrove? Se vuoi lo copioincollo qui (alla 199esima riga stavo già sbadigliando) così la sorpresa la facciamo anche a Remo.

    Paola ma come, non cogli il delicato disappunto di due damine di compagnia che bevendo il loro te apprendono che un altro povero ragazzo viene mandato via? Il disappunto di quella maga della rieducazione che, poveretta, è precaria ma che ha salvato un sacco di bambini??? Uh che mondo, aspetta che mi scrofano un altra scatola di ORE LIETE.

  5. Non è una *sorpresa*, è un *bel* racconto. Ho scritto da qualche parte che fosse una sorpresa? Se a metà stavi sbadigliando, potresti fare una bella cosa: fai riposare il tuo neurone solitario e poi torni a leggere, chissà che questa volta tu capisca qualcosa.

  6. L’idea è buona con il the ( a me piace con il th, va bene?)…o con i pasticcini al cioccolato?
    Io sarei dell’idea di derubare ‘ste due del vassoio.
    E poi beviamo e mangiamo ioettè, Silviè.

  7. Sarà che ho pensato ad un bambino rumeno di sette anni, adottato da una coppia che conosco, che per lungo tempo ha mangiato accovacciato sotto al tavolo raccogliendo le briciole. Aveva sviluppato un fisico di un bimbo di quattro anni, con gravi deficit.
    Ora sta abbastanza bene ed è quasi normale, ma è stata una faticaccia che ha messo i genitori adottivi, per fortuna loro ricchissimi, a dura prova.
    Sì l’idea era buona secondo me.
    Io però il tè lo preferisco verde lo sai:)
    Sgnapis

  8. Bè ma l’hanno fatto apposta a calcare la mano sul te, i biscotti e le chiacchiere da pomeriggio educato.

    E’ per far da contrasto con la vicenda amarissima del bambino rifiutato dalla vita.

  9. Rossana ok riformulo la domanda.
    Rossana sono andata sul tuo blog e non posso commentare. Quindi commento qui. Ma dove starebbe il *regalo*? Nella pubblicazione sul tuo blog di una cosa già pubblicata altrove? Se vuoi lo copioincollo qui (alla 199esima riga stavo già sbadigliando) così il *regaolo* lo facciamo anche a Remo. In sintesi lui ti ha mandato una cosa che chiunque poteva scovare e mandarti?

  10. sullo stile concordo con gregori e fanti, lo spunto è assolutamente reale, sono queste le cose che acadono nella scuola italiana oggi; il tono mi piace perchè è delicato, quasi sommesso.

  11. Le due comari sono felici che un anno sia finito e si augurano un meritato riposo, mentre c’è gente che soffre senza sosta. Ma il loro amore è a tempo e ovviamente pagato.

    Ma alla fine chi e cosa sono? Due insegnanti di sostegno? Due assistenti sociali? Cosa? Comunque adesso si stanno spostando verso spiagge più tranquille.

    E’ vero che esistono anche persone di questo tipo: interessate e sensibili a tassametro.

  12. Non conosco nessun (non che la cosa mi rammarichi) né ho confidenza “virtuale” con alcuno dei partecipanti/commentatori.
    Tuttavia, non capisco perché i commenti debbano riguardare commenti e commentatori, anziché i racconti proposti.
    Altro che dopofestival. Qui pare di stare in Parlamento….
    E sono allergica ai pomodori, l’ho già detto.

  13. appoggio Paola,
    concentriamo l’attenzione sui racconti.
    gli ultimi ad essere postati hanno diritto alla stessa attenzione che hanno avuto i primi.
    ma anche.
    grazie

  14. smessi i panni dell’improvvisato “buonista”, secondo me:
    è un pò insipido
    (c’è chi ha detto piatto o forse è volutamente sommesso),
    comunque, troppe informazioni ci vengono dai dialoghi che sono un pò forzati.

  15. Arsenico e vecchi merletti…
    No, scherzo.
    Le intenzioni sono buone. La scrittura è piana e semplice e la storia è una di quelle, quotidiane, che non fanno notizia.
    A chi fa indignazione qualunquista sulla sensibilità a tempo, per giunta pagata, dico per inciso che se si scontrasse quotidianamente con l’impotenza di fronte a certe situazioni avrebbe maggiore rispetto per il lavoro degli altri.

  16. Credo che rispecchi una realtà attuale, come tante che vengono vissute in ambiti diversi. Nella scuola ci sono sempre stati casi difficili, e docenti in grado di assumersene il carico, anche affettivo.
    A me è sembrato un pacato dialogo tra due insegnanti, sensibili al problema, volutamente inserite in un contesto amicale, the o tè, pasticcini e scambi di preoccupazioni di “addette ai lavori”, con in più partecipazione emotiva.

  17. E’ il primo racconto che commento perchè riguarda il mio mondo di lavoro e quindi affermo con decisione che questa realtà, descritta in un italiano piano e scorrevole, senza sensazionalismi ma garbato ed elegante, è vera.
    Gli autori /autrici hanno avuto la penna leggera perchè argomenti come questi pesano come macigni e sono ben più complessi e duri di quanto non si pensi.
    Caricare la dose avrebbe significato sfiorare il patetico, quindi il ridicolo.
    Troppe volte si pontifica su realtà che non si conoscono e si tranciano giudizi supponenti.

    Lasciamo stare Madre Teresa che è una santa.

    Magari si potrebbe leggere il Pennac di “Diario di scuola”: aiuterebbe a capire qualcosa di più di questa realtà complessa che è la scuola di oggi nella quale (è bene avere il coraggio di dirlo ogni tanto) ci sono insegnanti splendidi e coraggiosi che lottano “per salvare” i loro alunni più disastrosi.
    Pennac li paragona a rondini ferite nella pagina finale del suo libro e non mi si dica che lui è uno melenso e strappalacrime.

    Parliamo di persone reali che cercano di fare ogni giorno il loro oscuro dovere, l’indifferenza degli altri nonostante.

  18. Il racconto è veritiero.Narra una realtà possibilissima. Non è che due insegnanti parlino di casi difficili strappandosi i capelli e rosicchiando tozzi di pane, suvvia! La narrazione è piana e realistica. Il guaio è che lo trovo sciapo, non mi emoziona. E’ anche vero però ciò che scrive Ester: a calcare la mano si corre il rischio di pietismo e retorica. Mi pare che l’equilibrio conviviale sia stato creato ad arte per non scadere nello strappalacrime di facile consumo.
    Non è tra i miei preferiti, ma supera il mio modesto esame.

  19. “Adozione e interculturalità sono argomenti troppo seri per un gioco” ah.
    perché invece le “morti bianche” i morti per il freddo, la mafia, le mense comunali, il razzismo, l emarginazione, la precarietà invece…

  20. Appoggio incondizionatamente chi ha detto che i commenti dovrebbero riguardare i racconti e non i commentatori. Quindi mi occupo di questo *Pacco a rendere*. Rispecchia la realtà del mondo scolastico, racconta un piccolo spaccato di vita, è attinente. Ma la scrittura, forse volutamente piana, semplice e pacata, banalizza il contesto. Parere mio, ovviamente. Non entra nei miei preferiti che restano sempre e comunque:

    1) Miracolo italiano (l’Italia del GF e degli incidenti sul lavoro coniugata con originalità)
    2) Davvero. Nel sogno (il titolo ci azzecca poco, ma il racconto è una telecronaca appassionante)
    3) Come corpo morto (l’Italia dei nuovi poveri, con dignità)
    4) Lettera dal mio molino (un racconto credibile e ben scritto)
    5) 2 Italians (scontro barbone-spocchioso, vince lo spocchioso ma non è così che va il mondo?)
    6) solitudiniaffollate.com (racconto sulla solitudine del web con eccesso di neologismi a gogò)

    Dal Nuovo Zingarelli:

    Té o (raro) thè, singolare maschile, pianta etc. etc.

    Io lo preferisco senza H, ma il senso lo abbiamo capito tutti, no?

  21. appoggio incondizionatamente anche io il fatto che i commenti debbano riguardare i racconti e non i commentatori a patto che i commenti riguardino i racconti e non gli autori.

  22. @ Laura: certo, è come dici. Ho solo fatto un rilievo personale (e, ribadisco, personale) su come trovo (io personalmente) più corretto scrivere quella parola. Per il resto, ho inteso che si trattava della mia bevanda preferita. :-)

  23. Sono due delle 4 mani: ho commesso l’errore di controllare su wikipedia come era scritto tè dato che le altre due mani lo avevano scritto accentato e senza h, quindi correttamente. Qui ho trovato scritto:
    Il tè (scritto anche te, thè o the) è la bevanda più diffusa nel mondo dopo l’acqua[1].

    Ho corretto per uniformare, prima dell’invio e ho corretto male. :-) Sorry, soprattutto alle altre due mani! ;-)

    Vorrà dire che in fase di editing ci sarà anche questo da correggere. :-)
    Buona continuazione.

  24. Sonia intendevo solo dire che richiederebbero altra trattazione che non quella imposta dalle 5.000 battute. Tutto qui. Soprattutto l’adozione è uno dei temi più abusati e dei quali si sa di meno.

  25. Anche qui lo spaccato di Italia c’è (uno spaccato che conosco da vicino, peraltro). Ma, anche qui, dal punto di vista narrativo, ci sono passaggi che sento troppo illustrativi. Forse l’esigenza di mettere tanto in così poche battute porta a scrivere frasi che suonano irreali ma che all’autore sembrano indispensabili per creare il contesto e l’atmosfera del racconto.
    Mi riferisco a passi come:
    – “è la faccia con cui affronta da sempre le mille sfide della scuola che cambia.”
    – “E tu, fiera neo-divorziata, hai ancora il coraggio di rischiare?” domando.

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