Pubblicato da: remo | 19 luglio 2009

aquattromani: 13

ANDREA LEONETTI

Andrea Leonetti viveva in una casa ampia e accogliente di ricordi, che da circa vent’anni bastavano a riempire la sua vita. Il suo tempo scorreva lento e sereno, attutito dal parquet d’olivo ricoperto di tappeti, tra libri rari e magnifiche porcellane di Lladro che riempivano librerie e cristalliere di casa. Una damina di Lladro in particolare assomigliava a sua madre, dai tratti acuti e dalla carnagione di luna; il volto di sua madre incorniciato d’argento e la porcellana venivano entrambi illuminati dallo stesso raggio di sole tutte le mattine. Suo padre aveva avuto una vita avventurosa, e le foto alle pareti dello studio stavano lì come mute testimoni. Ritraevano un giovane alla luce dorata d’Africa che a trent’anni sembrava già vecchio. Ufficiale d’un esercito italiano dagli stivali di cartone ma non per questo privo di sogni imperiali, conobbe semplici e potenti e di molti fu amico, fino a diventare leggenda in entrambi i Paesi. Nell’immaginario collettivo di quegli anni l’Etiopia sembrava ricca di risorse e di opportunità. Ebbe modo di distinguersi, in quelle lande desolate, il capitano Leonetti.
Dichiarò al Generale Marchiori, che lo esortava a usare il gas contro la popolazione magrebina, che non avrebbe annaffiato d’iprite la popolazione civile, poiché lui ‘comandava dei soldati, non degli assassini’.
Se questa forma di disobbedienza non portò Roberto Leonetti alla corte marziale, fu per un miracolo, quello della diserzione con la complicità di soldati semplici e indigeni della resistenza etiope. Nel suo girovagare in terra d’Africa, vestito come un uomo blu del deserto a cui assomigliava per altezza, tratti somatici e per via di una parlata araba da nativo, il comandante finì in Libia, dove ancora ebbe modo di assistere, dalla parte dei vinti, a uno dei più disumani colonialismi della Storia. Alla fine della guerra restò in quella che ormai considerava la sua terra, si rimboccò le maniche e mise su un’impresa di costruzioni di strade, ospedali, scuole: di tutto quanto servisse a quel paese quasi vergine, e non è un modo di dire che lo fece con le sue mani. Quando Alia ebbe un maschietto, Roberto credette che la sua vita fosse finita, perché ormai gli sembrava di non aver più nulla da desiderare. Il suo paradiso perennemente immerso in una polvere d’oro l’aveva ripagato con la stessa moneta: l’amore.

Agli inizi degli anni ’60, all’età di diciassette anni, Andrea Leonetti e i suoi furono costretti a lasciare il paese natale. Lasciò anche i suoi amici dalle gambe sottili, dai muscoli lunghi e dai capelli a lana d’acciaio. Lasciò le loro madri che, tra le lacrime, non riuscivano a smettere di accarezzare i suoi capelli biondi e morbidi, ricordo di un Leonetti sabaudo. Lasciò infine una ragazzina sottile come un giunco dalla pelle di luna come quella di sua madre. Nel suo paese natale rimasero anche i beni della sua famiglia: se si esclude il denaro, unico triste valore che si può portare con sé in una fuga precipitosa per un colpo di Stato.

“Buon giorno, Andrea”.
“Oh, Caterina, è sempre una piacevole sorpresa incontrarla” disse Andrea sorridente. Si appostava giornalmente all’angolo tra il tabaccaio e il supermercato dove entrambi facevano la spesa per poi seguirla subito dopo, come se vi fosse arrivato per caso.
Caterina non si vergognava d’arrossire per quella chiara danza di corteggiamento e si divertiva al gioco che Andrea portava avanti da tempo.
“Che dice, Caterina, sarà preferibile il Tè nero Celebration Blend o l’African Tunda?”, le chiese mentre entrambi sostavano coi carrelli alla cassa in attesa del conto. Caterina era innamorata di quell’uomo maturo, bello ed elegante, dal fare aristocratico e ironico: ciò che non riusciva a capire era il perché non permettesse che il loro rapporto subisse una svolta. Era certa che lui l’amasse quanto lei; aveva cinquant’anni, era ancora bella, indipendente. Sentiva di avere diritto a una felicità che avrebbe appagato entrambi.
Invece accadde, come di consueto, che Andrea cavallerescamente le cedesse il posto.
“Prego, mia cara, dopo di lei. Spero di aver la fortuna di incontrarla anche domani”.
Mentre un cassiere annoiato passava gli articoli nel lettore di codice a barre, la spazientita cinquantenne pensava a come prendere, finalmente, l’iniziativa. Prese le sue sporte, salutò Andrea e si avviò verso casa. Lungo la strada, improvvisamente entrò dal tabaccaio e gli chiese col fiato corto per l’emozione “Le dispiace se lasciò qui la mia spesa? Ho dimenticato qualcosa di molto importante al super mercato…” Poi volò via come una rondine. Entrò nel negozio e lo vide alla cassa. In una mano teneva una confezione di tè dozzinale, nell’altra una carta azzurra, simile a una carta di credito, sulla quale ondeggiavano i colori della bandiera italiana.
Rimase impietrito, guardandola negli occhi senza dire nulla. Pagò il conto e ripose la carta nel portafogli.
A nulla valse lo sguardo di lei pieno d’amore.
Andò via senza salutarla, e non lo vide mai più.

Annunci

Responses

  1. Valutazione personale: 50/100

    Classifica aggiornata (immutata):

    1° – Come corpo morto
    2° – Lettera dal mio molino
    3° – Davvero. Nel sogno
    4° – Tresette a spizzichino
    5° – 2 italians
    6° – Ufficio reclami

  2. Liala.

  3. non sta in piedi,
    tutto quel prologo solo per dirci che abbiamo a che fare con un onorato e nobile anziano?
    mmmh…

  4. P.S. non riuscirò mai a fare una classifica:
    ho trovato alcuni racconti ben scritti per stile e tecnica e però insipidi o di maniera o fuori tema.
    ho trovato alcuni racconti più forti come soggetto e più ambiziosi, ma scritti così così o con evidenti deficit stilistici.
    MI SALVERANNO I GIURATI SALENTINI?

  5. Bello. Scritto bene, un finale che mi ricorda “un cuore in inverno”.
    Ho letto i primi e gli ultimi, tutti piacevoli, parlo degli ultimi tre.
    Non faccio classifiche non avendo letto i tre, quattro dei giorni scorsi.

  6. Particolari:
    gli stivali degli ufficiali non erano di cartone, durante il Fascio. Piuttosto, purtroppo e talvolta scarponi per soldati semplici.
    Non mi risultano operazioni belliche italiane in Africa Nord-Occidentale=Maghreb, durante la seconda guerra mondiale.

  7. @massimo, è un effetto letterario usato normalmente, più il prologo è ampio più si crea aspettativa, più la si “gonfia”, maggiore sarà la sorpresa finale. io ho riunciato a fare considerazione oggettive perchè i parametri non tornano mai, e anceh su questo richiamo massimo bignardi sopra, dico quindi che a me è piaciuto, ma non è quello che mi è piaciuto di più

  8. Ho trovato questo racconto modulato, si vede che dietro c’è una penna che si sa esprimere. Senza strappi, senza la necessità di stupire a tutti i costi, senza salti da ostentazione.
    In questo sta la sua bellezza. A trent’anni difficile scrivere così, qui c’è maturità. Se mi sbaglio, onore al merito.
    Trovo l’idea di base fra le migliori che ho visto finora, l’ambientazione e la tematica. L’incipit potrebbe essere ottimo anche per un romanzo, non solo per un racconto.

  9. è vero, gli etiopi, pur nord africani, non sono magrebini: chi scrive per farsi leggere e giudicare dovrebbe controllare meglio i particolari prima di inserirli in un racconto
    credo invece che gli stivali siano una metafora, nessuno potrebbe pensare a un esercito, ancorché scalcinato, dotato di stivali di scarpone

    vabbè leggere tra le righe, ma per capire che il protagonista rinuncia alla sua vita per colpa di una social card, bisogna leggerlo più volte

    meglio puttanopoli e il grande fratello, decisamente

  10. Non mi piaciono le porcellane di Lladro.

  11. volevo dire:
    Non mi piacciono…

  12. Ho trovato il prologo troppo lungo e noioso. L’ultima parte si riscatta viaggiando ad un’altra velocità

  13. magari sono troppo stanco io, ma l’italia di oggi mi sfugge. ma, in generale, non mi dice molto

  14. remo, sempre per impietosirti sulla mia stanchezza, potrei (tanto per la cronaca) avere chiaro il metodo per l’impaginazione dell’e-book? la classifica sarà in base ai “voti” dei lettori e/o scrittori?
    oppure gli scrittori e/o lettori stanno solo esprimendo opinioni in quanto è tutto rimesso al parere di una giuria esterna? insomma, dimmi qualcosa di sinistra, o di destra. in questo casotto mi sta bene pure qualcosa di democristo-fanfaniano.

  15. E’ così essenziale la votazione? Oh se mi regalate un viaggio in una qualsiasi località italiana sguinzaglio amici e parenti per farvi votare! :D Sto scherzando ovviamente!

  16. posso dire solo che mi è piaciuto?
    oggi sono in pausa-pensiero.
    e comunque non sono mai una commentatrice analitica, non se ne sentirà la mancanza,
    :)

  17. Silvana Silvestri su Il Manifesto intitolava una sua recensione al film di Monicelli Le rose del deserto del 2006: “L’Africa dei soldati italiani con le scarpe di cartone”. Mi sembra una metafora acquisita. Anzi, il riferimento al cartone pressato, quale alternativa per le suole (e non solo per i tacchi) è un riferimento “tecnico”.
    Inoltre, nel linguaggio corrente di quegli anni, “magrebino” era un modo per identificare un certo tipo di uomo africano. Chiunque abbia avuto in famiglia un nonno o un parente mandato a combattare da quelle parti può controllare. Detto ciò non mi esprimo in alcun modo sul racconto. Il commento di Rossana non è bilanciabile.

  18. Il prologo è troppo lungo perché il racconto abbia equilibrio. La seconda parte (scritta dalle altre due mani?) è decisamente migliore. Non mi dispiace l’idea della profonda dignità e dell’orgoglio, forse eccessivo, dell’anziano aristocratico signore. Ma avrei preferito che gli autori ci raccontassero quella storia, sorvolando sugli eroici trascorsi del capitano Leonetti. Io il riferimento a eventi bellici nel Maghreb, anche rileggendo, non lo trovo. Ma se per Maghreb si intende tutto il nord africa (ovvero l’estensione della fascia desertica dal Marocco all’Egitto), mi pare che operazioni belliche ce ne furono (El Alamein, per dirne una?). Il riferimento agli stivali di cartone è forse una forzatura, ma rende l’idea del pressappochismo che, ancora, appartiene alle imprese pseudo eroiche italiche. Quindi:

    1) Miracolo italiano (l’Italia del GF e degli incidenti sul lavoro coniugata con originalità)
    2) Davvero. Nel sogno (il titolo ci azzecca poco, ma il racconto è una telecronaca appassionante)
    3) A PARI MERITO: Come corpo morto (l’Italia dei nuovi poveri, con dignità) – Tresette a spizzichino (a volte la solitudine dei vecchi può trovare conforto dove meno se lo aspetta)
    4) Lettera dal mio molino (un racconto credibile e ben scritto)
    5) 2 Italians (scontro barbone-spocchioso, vince lo spocchioso ma non è così che va il mondo?)
    6) Andrea Leonetti (un passato glorioso e un presente di indigenza per un dignitoso anziano che si vergogna della social card)

  19. elys, la votazione (almeno per me) non è affatto importante. mi sembra di aver capito che remo la ritenga funzionale tecnicamente all’impaginazione dell’ e-book. ma forse ho capito male anche in questo caso

  20. tra i migliori.
    sette, otto racconti sono buoni, per me.

    le votazioni attuali non contano niente.

    per la votazione finale.
    trovassi una giuria esterna (magari composta da aitan e altri della prima edizione) preferirei, altrimenti si vota quando ho finito di postare l’ultimo racconto.
    6 punti al primo
    5 al secondo
    4 al terzo
    3 al quatro
    2 al quinto
    uno al sesto.
    vota solo che partecipa, eccetto il stoottoscritto.
    in vece del sottoscritto può votare T. se le va,

  21. Ho riletto due volte la parte finale della 50enne che appoggia la spesa e vola come una rondine. (?) Credevo di aver perso un passaggio.
    La prima parte mi ha ricordato il narrare di Piero Angela e la seconda, mi ha lasciata così. Devo ammettere che non ho capito il nesso tra la storia del Leonetti e la rinuncia all’amore, dello stesso.
    Sgnapis

  22. U___U Io preferirei una giuria esterna più che altro perchè con i numeri non sono mai stata una scheggia O___O! Comunque se si deve si fa, magari se le votazioni si svolgono dal 24 al 30 luglio lascio tutto alla mia compare (ovvero posta lei per me anche i miei voti) perchè venerdì prossimo me ne vado una settimana in Calabria! :D Alèèèè!

  23. Forse gli autori non hanno centrato troppo il tema, forse la seconda parte stride un po’ con la prima, però nell’insieme il racconto non è male.
    Molto maturo, direi.
    lory

  24. per me aitan potrebbe anche fare il giudice unico e inappellabile

  25. Riletto, con calma e franchezza.

    Evita: meglio puttanopoli, il grande fratello, gli ispettorati del lavoro cane, il padre che finge che non sia cambiato niente e che è già morto assieme ai suoi usi e costumi di una vita precedente. Il resto, sinceramente, mi pare stucchevole. Anche se sono convintissima che tutte le madri africane e no siano ancora in fila per accarezzare biondi capelli sabaudi ( non ho neanche la forza di ridere)
    E’ un racconto melenso, come tanti altri.

    A me ne piacciono soltanto quattro:

    1) Servizio ispezione lavoro ( realistico, “tecnico”, scritto benissimo da gente che sa di lavoro, di fisco e finanza, di mondo dell’imprenditoria);
    2) Il passaggio del testimone ( è chiaro e lampante che dietro veline e velazze ci siano famiglie compiacenti ed agenti papponi, pregiate dinastie di puttane e lenoni, veritiero);
    3) Come corpo morto ( la voce del grande esercito dei nuovi poveri, me compresa, che fanno finta che non sia cambiato niente)
    4) Miracolo italiano ( sì, la seconda parte è allucinata…improbabile, ma è la prima a dettarla con la feroce speranza di uscire dal ghetto, grazie ad una bella faccia o un bel fisico e scritto con passione da qualcuno che deve averne da vendere, uomo o donna che sia…è una bomba in mezzo a tanti manichini).
    A pari merito.
    Rivaluto ” Tresette a spizzichino”, sì, decisamente. E’ concreto. Molto visivo, sembra un film.

    Il resto tra barboni,no global che fanno le assistenti ai vecchi con amore della lotta ( e chi non lotta che è? Un gran figlio di mignotta?), ricchi da filmetto di Natale e quant’altro si attacchi alle tende come eroine da cinema muto… NO. Mi chiedo *perchè* la gente ha tanto bisogno di raccontarsi e farsi raccontare delle BALLE. Balle. Sempiterne balle di gente buona da una parte e cattiva dall’altra, possibilmente con un cartello appeso al collo per riconoscerla.
    Con luoghi comuni evidenti: sei di destra? Per te sarà buono il ricco e cattivo il barbun o il negher. Sei di sinistra? Allora rivoltiamo la frittata e mettiamo l’aureola in testa al poveraccio e all’immigrato.
    Troppo facile. Sarebbe come se gli stronzi andassero in giro con la testa fasciata di carta igienica. Logica semplicista. Il mondo è una merda che sa di cioccolata, se non ve ne siete accorti.

    Io non credo più a niente.
    Mi piacciono i racconti come me.
    Raramente sono attraversata da sentimenti inutili, allora cambio idea, ma è per poco.

  26. mah

  27. Rossana Massa: questo sì che è parlar chiaro!
    :-)
    Il racconto è disomogeneo, il prologo è troppo lungo e poco funzionale alla storia, però un amore al tempo della social card ci sta, in una panoramica di quest’Italia sbrindellata.
    Chi racconta i palpiti degli anziani? Solo i giovani e belli possono amare, oggigiorno. Lo straniamento di chi ha fatto la guerra e ora vede Fede o le veline mezze nude quando una caviglia scoperta era scandalo…
    Direi che il mondo è una cioccolata che sa di merda…
    :-)

  28. mi associo al commento di mia moglie feisbucchiana evita: per capirlo bisogna leggerlo più volte – il che non credo sia buon segno. inoltre, in questo racconto, non colgo l’Italia di oggi. Non mi ha convinto. naturalmente è solo la mia opinione.

  29. mah! io l’ho capito alla prima…forse non ho capito niente ;-)? a rossana dico che io ho vissuto in luoghi dove di bianchi ce n’era pochini e la pelle bianca e gli occhi chiari venivano additati per la strada.

  30. Per *remo* e per *enrico*. Ringrazio entrambi per avermi chiamato in causa allo scopo di farmi assumere un ruolo così onorevole (e oneroso), ma ormai temo di aver già esposto troppo il mio giudizio sulla maggior parte dei racconti fin qui proposti. Non mi pare che sarebbe il caso che fossi io a fare da giudice esterno (tanto meno se si dovesse trattare di un giudice unico e inappellabile).

  31. melania: non ne dubito, io vivo, in Italia, ed è la stessa cosa. Mi sono sentita a mio agio soltanto per la prima volta, in treno, in mezzo ad una comitiva di studenti inglesi. Avevo già 19/20 anni. Prima mi additavano tutti, specie in spiaggia, ma non per accarezzarmi la sabauda testolina. Per dire: uahhh, una mozzarella allungata.

  32. @melania: hai ragione sulla figura retorica del prologo che crea l’attesa, ma un prologo di 38 righe per una narrazione di 25! …resto convinto che sia un prologo degno di un racconto di maggior lunghezza e spessore.
    @rossana massa: mamma mia! Io m’ero fatto l’dea di trovarmi in un mondo in cui tante cose sembrano fatte di cioccolata ma che invece ad assaggiarle si scopre che sanno proprio di m….

  33. Mah…

  34. @aitan: non ti piace Lladro ? A me alcuni pezzi non dispiacciono. La scelta dei colori. Tenue.
    Non ne ho manco uno. Mi piacerebbe averne.
    Animali, magari.
    Si sa : chi ha denti non ha pane e chi ha pane non ha denti. Ho qualche capodimonte, due o tre piattini royal copenaghen, thun. Lladro, niente.

  35. @massimobignardi: è l’inganno dei più. Della vita e degli altri… vedono la cioccolata, l’assaggiano e poi scoprono che è merda. Io ho sovvertito i parametri: c’è in giro molta merda, che riesce ad avere profumo e gusto di cioccolata e molti ci credono, anche.Poi magari si ricredono, a distanza di parecchio tempo. Può essere un ideale politico, un amore, un rapporto di lavoro, un’amicizia. Ha avuto per loro caratteristiche illusorie di cioccolata. Ma merda era. La storia personale o collettiva, poi lo dimostra e non è che ci sia stato un graduale deterioramento. No. Era già merda anche prima, eravamo noi ad avere allucinazioni ottiche, olfattive e gustative.

    Meditare …meditare.
    In quante cose hai creduto, o ti sono piaciute, che poi si sono rivelate merda?

  36. non male. forse si poteva ‘limare’ nella prima parte, ma l’idea è buona.

  37. @ rossanamassa: non sono quasi mai d’accordo con i tuoi giudizi, ma non me ne perdo uno.
    dialettica e provocazione sono ingredienti indispensabili (anche su questo blog).

  38. bello, ma concordo sul dilungarsi del prodromo.

    ripeto, sono scritti molto bene, lo dico con rispetto ed umiltà

    forse non ho capito il meccanismo, forse non mi importa entrare nei tecnicismi, forse sono un’ingenua, forse dal mio punto di vista questi racconti vanno letti ed apprezzati per quel che sono..

    ma secondo me leggere o scrivere i racconti a quattro mani è un gioco. magari dove si sfodera l’argenteria intellettuale, magari no.

    preferisco il magari no.

  39. Gli stivali di cartone e le popolazioni maghrebine, che sembrano catalizzare l’attenzione (oltre alle porcellane di Llandro), secondo me sono dettagli, che possono essere comunque giustificati.
    Il racconto è scorrevole su un’idea originale. Però mi chiedo, che attinenza c’è tra il padre del protagonista (fiero e valoroso combattente che ha fatto la sua fortuna in Africa) e la sua attuale posizione? Sembrerebbe attinente al tema solo la seconda parte.

  40. Che il denaro sia un triste valore è tutto da vedere. Non vedo alcuna attinenza tra la vita africana e quella di pensionato.

  41. hai ragione Anto, che attinenza ci può mai essere tra la storia passata recente e la barbarie della società attuale?
    bisogna attenersi al tema, si tende a divagare troppo

    che il danaro sia un triste valore rispetto all’amore, all’amicizia e alle cose costruite con le proprie mani, non c’è proprio nulla da vedere: ma questa è solo un’opinione, sebbene a mio avviso non opinabile

  42. Allora il termine triste è inappropriato.

  43. Perchè purtroppo al giorno d’oggi molta gente, seppur piena d’amore, di amicizia e di tante belle costruite con le proprie mani, non arriva alla fine del mese, proprio come il protagonista che definisce “triste” il denaro, ma ostenta un mondo che non è suo. Un mondo in cui l’amore e l’amicizia sono solo una cosa fittizia, fine a se stessa.

  44. Anto: hai appena raccontato una storia
    Bravo, mi è piaciuta

    I protagonisti delle storie non devono essere i lettori, i quali non dovrebbero esprimere giudizi morali, come è stato fatto troppo spesso in questa per altro gradevole iniziativa
    esempio?
    Chuck Palahniuk scrive romanzi e racconti francamente immorali
    Charles Bukowski scrive racconti che mi provocano il vomito per la violenza
    Bram Stoker ha scritto di cose che farebbero impallidire un ‘porcoddìo’, anche se non ha scritto porcoddìo

    ma non mi sentirei di far la morale a questi grandi perché non la pensano come me, figuriamoci ai miei amici virtuali che scrivono racconti – per la maggior parte mediocri – sul blog di Remo

    sarebbe ora di rinunciare al moralismo e al fascino ‘resistibilissimo’ di parlar di se stessi, quando si commentano racconti

    questo posto pullula di simpatici maestrini dalla penna rossa

  45. Purtroppo per te Eva non sei il perno del mondo, anche se conosci tantissimi autori e hai letto tantissimo e hai scritto qualcosina.
    L’opportunità di commentare è stata concessa, meno male, e ognuno lo fa come meglio crede e prende in considerazione un po’ quello che gli pare, senza la paura che qualcun altro lo debba richiamare (come stai facendo tu) all’ordine pretendendo di imporre le proprie visioni “non opinabili”.
    I tuoi commenti sono improntati alla più completa assurdità, ma nessuno si permette di farlo rilevare, quindi cerca di usare un po’ di eleganza e di fare altrettanto.
    Nessuno qui vuole essere al centro dell’attenzione e non vince chi la dice più grossa.
    Quindi in definitiva, scrivi quello che ti pare ma limitati ai racconti e non sentirti in dovere di ricamare su ciò che dicono altre persone.
    Per tua infomazione sono femminuccia.

  46. non saper scrivere non è così grave, nessuno di noi credo vincerà in Nobel per la letteratura, pur avendo scritto qualcosina

    cosa ben più grave, cara Anto, è non saper leggere (credo mi corra l’obbligo di precisare, visto il tenore fuor luogo della tua risposta: nell’accezione più ampia del termine)

  47. Ho letto le fastidiosissime e non richieste tue disquisizioni (da maestrina) sul mio commento.
    Sono sopra, chiunque le può leggere.

  48. Scrittura “pastosa”, ricca, delicata, ma a tratti di maniera.
    L’idea è buona, ma il finale non è all’altezza del resto – il meccanismo con il quale viene rivelata la verità non è pulito, e non punta diretto al centro.

    Sulla presunta eccessiva lunghezza del prologo, invece, niente da dire: ci sono racconti “brevi” in cui il prologo è una sapiente preparazione delle ultime cinque parole. In questo caso specifico, arriverei a dire che la debolezza di questo racconto è un epilogo troppo lungo.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: