aquattromani: 12

TRESETTE A SPIZZICHINO

Pensa alle sue estati Nino. Ai tuffi nel fiume, alle grattachecche seduto sul muraglione. I ricordi corrono via veloci, slittano sull’asfalto insieme alla canicola. Scivolano come il sudore che gli circumnaviga il grosso stomaco. Pensa che la vita è ingiusta Nino. C’è stato un tempo in cui la canotta a costine metteva in risalto il fisico asciutto, i muscoli fatti scaricando cassette ai mercati generali. Oggi non basta a contenere lo stomaco. Il fazzoletto che tira fuori dalla tasca dei pantaloncini avana è ciancicato di sudore vecchio, se lo passa sulla pelata, sul collo, su ciò che rimane della peluria del torace. Non se lo spiega Nino: è il caldo che aumenta ogni anno oppure è la vecchiaia?

Porca puttana. Io l’avevo detto che non serviva a un cazzo rifare la frizione, ‘sta macchina è un catorcio, neanche allo sfascio se la prendono.

La sa riconoscere una testata lessa Nino. Non fa in tempo a dire al ragazzo di fare attenzione al tappo del radiatore che lo sente imprecare. Un getto di vapore sale dal cofano della vecchia Punto e pare aggiungere caldo al caldo. Ora sono in due a tergersi il sudore con un fazzoletto ciancicato. Nino abbandonato sulla pieghevole al balcone, il ragazzo in pieno sole al centro della carreggiata. Dopo tanto si sente fortunato Nino. E’ l’ora più calda della giornata, in giro non c’è anima viva e la prima fontanella è a un paio di chilometri sulla Palmiro Togliatti.

Ariporca puttana. Si doveva scaricare pure il cellulare. Poi dice che uno bestemmia. E non c’è un cazzo di nessuno in giro. Morti, questa ad agosto è una città di morti.

“Maschio…” E’ il fischio alla pecorara che fa alzare gli occhi a Jacopo. E’ in piena luce e fa fatica a mettere a fuoco il vecchio sul balcone. “Devi aspettare che si freddi e poi aggiungere acqua. Se non l’hai squagliata a casa c’arrivi.”
“Si, grazie tante. E l’acqua dove la prendo?”
Gli ha già voltato le spalle. Potrebbe farsi i fatti propri Nino. E’ così che vorrebbe suo figlio, quello dei saggi consigli. Solo quelli. Si alza dalla sedia, entra in casa e riempie d’acqua una bottiglia di plastica.
“Maschio…”
Jacopo sta meditando di abbandonare il catorcio e rassegnarsi a prendere un autobus. La bottiglia d’acqua lanciata dal balcone è un miraggio nel deserto. L’afferra al volo e solo quando arriva sotto casa si rende conto di non averlo neanche ringraziato il vecchio.

Pensa che sta passando un’altra estate Nino. Uguale a quelle che gli restano. Un pranzo leggero, una bottiglia d’acqua, il pomeriggio sul balconcino a guardare la vita che scorre sulla strada. La vita degli altri. La sua si è persa da qualche parte e non saprebbe dire dove e quando.

“Capo…” E’ il fischio alla pecorara che fa abbassare gli occhi a Nino. Il ragazzo è appoggiato alla Punto e ha una bottiglia di birra ghiacciata in mano. “Capo, se scendi ce la beviamo insieme.”
“Maschio, me sa che devi salì.”

In casa l’odore è quello della solitudine. Una solitudine appiccicosa. Se la sente addosso Jacopo, fino a quando non esce sul balcone. Lancia un’occhiata alla Punto verde parcheggiata a ridosso del marciapiede.
“Ce l’avessi avuta io a vent’anni”, dice Nino portando i bicchieri.
“E invece ‘sta fortuna è toccata a me”, risponde Jacopo sedendo al tavolino dove ingiallisce al sole un mazzo di vecchie carte. Siede anche Nino, la birra a freddargli il palmo della mano e gli occhi lucidi per la gioia di avere un ospite dopo troppo tempo.
Se ne accorge Jacopo e sente le guance arrossire lì dove la barba stenta a crescere.
“Te la fai una partita?”, chiede per spezzare l’imbarazzo.
Finge di asciugarsi il sudore Nino mentre si passa il fazzoletto sugli occhi.
“E che ci giochiamo?”
“La Punto. Magari se perdo mio padre si decide a mettermi la firma per una Volvo C30.”
Mescola le carte Nino.
“Non ce l’hai un lavoro?”
“Faccio il magazziniere alla GS. Contratto a tre mesi. In banca non mi ci fanno neanche entrare.”
“Scommetto che tuo padre voleva che studiassi.”
Ride Jacopo. Il riso di chi per una volta la sa più lunga degli adulti.
“Forse all’epoca tua un diploma dava diritto al posto fisso. Oggi studiare è una perdita di tempo.”
“Magari avessi potuto perdere tempo io. Ero portato per la geografia e il massimo che sono riuscito a fare è il camionista.”
“E una famiglia non te la sei fatta?”
“Una moglie e un figlio, di più non ne sono venuti.”
Gli fa tagliare il mazzo Nino.
Jacopo sa che non dovrebbe ma proprio non ce la fa a sopprimere la curiosità.
“E che fine hanno fatto?”
“Adele è morta dieci anni fa e mio figlio… lui è uno di quelli che ha trovato il posto fisso. Fa il bancario e abita a Boccea.”
E’ dall’altra parte della città Boccea. E Jacopo capisce che quei trenta chilometri sono un’ottima scusa per evitare rotture di coglioni.
“Allora ‘sta partita?”
Gli passa tre carte Nino.
“Ci sai giocare a tresette a spizzichino?”
Jacopo sorride.
“M’ha imparato mio nonno.”
“Speriamo che t’ha imparato bene. Se perdi come ci torni a casa?”
“Se perdo mi lasci la Punto. E domani torno per la rivincita.”

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31 pensieri su “aquattromani: 12

  1. Ecco, in questo racconto c’è l’equilibro che è, a mio avviso, uno degli obiettivi più ambiziosi nella scrittura. Le figure umane sono descritte a sufficienza e fanno in tempo anche a raccontare una storia. Il contesto è delineato. Il momento storico anche. Ci sono tutti gli ingredienti ed è stato cucinato a puntino. I miei complimenti alla cucina perchè ha sfornato un piatto sopraffino.

  2. Valutazione personale: 70/100

    Classifica aggiornata:

    1° – Come corpo morto
    2° – Lettera dal mio molino
    3° – Davvero. Nel sogno
    4° – Tresette a spizzichino
    5° – 2 italians
    6° – Ufficio reclami

  3. I miei migliori sei ma senza classifica.
    Davvero nel sogno, Miracolo Italiano, Racconto mbriago, Lettera dal mio molino, Come corpo morto e questo racconto qua.
    Subito dopo, 2 Italians.

  4. Arrivo, pant pant. Non so neanche cosa sia tresette a spizzichino ma trovo questo racconto calzante. Se non altro ci mostra una gioventù diversa, e non meno vero, da quella così ben delineata in *Miracolo italiano*

    Quindi:

    1) Miracolo italiano (l’Italia del GF e degli incidenti sul lavoro coniugata con originalità)
    2) Davvero. Nel sogno (il titolo ci azzecca poco, ma il racconto è una telecronaca appassionante)
    3) A PARI MERITO: Come corpo morto (l’Italia dei nuovi poveri, con dignità) – Tresette a spizzichino (a volte la solitudine dei vecchi può trovare conforto dove meno se lo aspetta)
    4) Lettera dal mio molino (un racconto credibile e ben scritto)
    5) 2 Italians (scontro barbone-spocchioso, vince lo spocchioso ma non è così che va il mondo?)
    6) Quando non sei nessuno (racconto incompleto e mano troppo calcata sull’obesità che è un dramma di suo e non abbisognava di sottolineature).

    Per il momentoè così poi si vedrà.

  5. In questo caso le parolacce iniziali non calzano secondo me, fanno a botte con un ritmo lento, freddamente distaccato. La parolaccia esce dalla rabbia, dalla spontaneità ribelle, qui non ci stavano.
    Appunto, il ritmo. Uguale a se stesso dall’inizio alla fine. Dal mio punto di vista, l’incalzare della storia (immaginate una partita di tresette) avrebbe meritato un’accelerazione. Invece, così condotto, non dona il sapore che meriterebbe perché i temi (rapporto fra generazioni lontane, la solitudine, ecc) sono coinvolgenti.
    Qualche cliché di troppo.
    Insomma, l’idea di base è pensata bene (bella la speranza di incontrarsi ancora per giocarsi l’auto, bella l’ironia spontanea del ragazzo che propone la birra al vecchio), ma la resa mi lascia perplesso.

  6. Secondo me in questo racconto c’è TUTTO. Direi che senza ma e senza se per me è in assoluto il migliore di tutti. Dopo poche parole ho subito pensato “ma che bello” e quando è così significa che una storia mi ha conquistata.

  7. Mi sono piaciute molto le tre battute finali che riscattano certe ingenuità stilistiche del racconto. (Perché sì, in fondo l’Italia di oggi è fatta di solitudine, ma anche di possibilità di comunicazioni generazionali. E che cazzo, mica è tutta una vita di brutture e incomunicabilità!)

    Qui è là il tono mi sembra poco adeguato alla situazione (“il sudore che gli circumnaviga il grosso stomaco”) e non so se dalle parti di Roma si usano veramente espressioni come: “non c’è un cazzo di nessuno in giro” e “Maschio”.

  8. Oh marò…ma non vi stancate mai di fare le pulci ai racconti? E poi sempre a dire che sono luoghi comuni…ma cosa non lo è allora? Il tipo del racconto precedente? Questo racconto narra uno spaccato di vita quotidiana. Non so dove abitate voi ma dove sto io quando volantinavo nelle prime ore del pomeriggio ne vedevo tantissimi di anziani seduti sui loro balconcini a osservare malinconici la strada.

  9. Io sono nata a Roma quindi credo di poter essere considerata fonte attendibile. Mio papà ci si è trasferito (dai castelli romani) quando aveva 20 anni. Per la sua generazione era la norma chiamare un ragazzino “Maschio”, così come i ragazzi chiamano alle volte gli adulti “Capo”.

    In quando a *non c’è in giro un cazzo di nessuno*, quando mi tolgo il tubino da signora di un certo tono, confesso che io lo dico… Non sarà elegante, ma è efficace per noi romanacci.

  10. Classifica:

    1)Miracolo italiano
    2)Servizio ispezione lavoro
    3)Il passaggio del testimone
    4)Come corpo morto
    5)Davvero. Nel sogno
    6)Lettera dal mio molino ( senza finale)

  11. Mi fa pensare ad un buon piatto, cucinato bene, dove però manca qualcosa: sale, pepe, vino bianco?
    Forse questo emerge dallo stridore di certe espressioni della prima parte e la pacatezza dello svolgersi delle cose nella seconda parte.
    Però i dialoghi e lo scambio mi sono piaciuti molto.
    Sgnapis

  12. il racconto dice poco dell’italia di oggi,
    ma come narrazione e dialoghi è tra i migliori.

  13. Non male! Devo dire che rileggendolo è un buon racconto!
    E se si accettano certi termini nel racconto precedente, per gli stessi motivi devono essere accettati qui! Anzi…devo dire che qui sono più dosati ! Lo spaccato di vita messo in risalto è molto più profondo di quanto a prima vista appaia…e ha avuto delle “uscite”, a mio avviso, belle! :D

  14. Perché dice poco dell’Italia di oggi? Vogliamo dire che nell’Italia di oggi non c’è spazio per uno sguardo di comprensione, per un sorriso, per un gesto gentile e disinteressato? No, io non sono d’accordo.

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