Aquattromani: 5

LETTERA DAL MIO MOLINO

Sono al lavoro, oggi, in questo luogo-non luogo straniante per chi vive la propria quotidiana immersione nella realtà. Spesso mi sorprendo a immaginare la scena che si apre agli occhi del novello visitatore. Stanze asettiche si affacciano su lunghi corridoi dal pavimento lucidissimo e la sala del televisore è popolata di anziani in carrozzella, chiusi in se stessi e che non sembrano avere la percezione di dove si trovino. Hanno un’espressione assente o sono appisolati.
Ma la visione straniata dura poco. Anita chiama ossessivamente: “Mamma!”. La sua voce da bimba segnala una regressione a livello infantile. Leda recita all’infinito una preghiera: “Sacro cuore di Gesù, fa che t’ami sempre più”. Alfredo chiama di continuo: “Signorina! Signora! Giovanotto!”. Emma invoca: “Aiuto! Aiuto!”. Carolina a voce altissima ripete a raffica: “Voglio bere! Voglio bere! Voglio bere…”.
Ecco che ritorna la tentazione della telecamera oggettiva. Sembra un luogo di pena dove sono rinchiusi tutti coloro che hanno perso la concezione dello spazio e del tempo, che non servono più.
Nella zona di là, verso la stanze, tutto si muove: personale in camice bianco che fa le pulizie… una caporeparto che impartisce ordini e risponde al telefono… un infermiere che prepara un carrello di farmaci… il medico che riceve …
Ma non c’è nessuno che bada ai vecchi? Che risponde loro? Che dedica un po’ di attenzione a questi esseri disorientati e dipendenti da tutto e da tutti?
Compare qualcuno. Una figura sottile e scattante, vestita di bianco, con i capelli raccolti in una cuffietta bianca da cui spunta un ricciolo bruno.
Sono io, un po’ mi emoziona vedermi così. Certo, oggi avrei preferito essere ripresa da un’altra telecamera, in un altro luogo. Radio Sherwood o giù di lì. Devo accontentarmi dei miei sdoppiamenti, delle mie visioni ad occhi aperti. Non è il favoloso mondo di Amélie, questo è lo stralunato mondo di Federica.
“Eccomi! Ecco il succo, Carolina.”
Carolina non beve e getta a terra il bicchiere colmo di succo.
“Amen. Che c’è Alfredo?”.
“Ma non è ora di mangiare?”.
“Manca ancora pochissimo, porta pazienza. Di che cosa hai bisogno Emma?”.
“Ho bisogno dell’indirizzo.”
Dialoghi senza senso e gesti schizzati. Fantastico se fossimo a teatro, se fosse Ionesco. Non lo è. Ma non è neanche l’inferno.
Possibile che sia così complicato capire che cercano solo un po’ di attenzione, uno scambio di parole?
Il mondo esterno non sembra così diverso da quello che sta dentro questi muri e se ci si guarda attorno non si vedono più solo musi lunghi e anziani malati o fuori di testa: Olga, sempre ben vestita con le sue collane di perle, ha voglia di comunicare e di parlare dei bei tempi; Antonino “gestisce” le informazioni sui fatti che accadono e “controlla” che tutto vada bene; Angela ha cento anni e con la sua carrozzella si muove autonomamente e mi si avvicina; Vincenzo non vede l’ora di dire le sue battute e di far ridere; Anita, che non sta bene, sorride se tu le sorridi; Leda recita ossessivamente le preghiere, ma, se le si dà uno spunto, canta intonatissima le canzoni di un tempo; Alfredo guarda le belle donne che salgono con l’ascensore; Mario, spesso scorbutico, arriva a fare il baciamano con eleganza per salutare la signora appena entrata; Emma si illumina se qualcuno solo le dice ciao e ricambia con cordialità il saluto; anche Carolina, che richiede continuamente e con impazienza cura e attenzione, diventa una persona sopportabile quando mi metto a scherzare con lei.
Ora immagino che la telecamera mi riprenda alle spalle. Che buffo! Appaio proprio uno scricciolo, ma scattante e forte. Mi viene da ridere, sembro la protagonista della trilogia Millennium. Tra schiena e collo si intravede qualcosa: è un tatuaggio. Al posto del drago è un ramo di fiori a spuntare dal colletto del camice bianco. Sono decisamente poco credibile come emula di Lisbeth Salander. E poi io sorrido.
Ecco che la telecamera zuma sul mio braccio e inquadra il bel livido di ieri, poi ritorna la mia immagine intera: sono io che mi massaggio il punto dolorante, quasi a voler aiutare il dolore ad andarsene.
Torno in me. È l’ora della cena e tutto sembra animarsi come in una pensione al mare: “Cosa mangi stasera, Anita? La vuoi un po’ di pizza?”- “C’è la crema di legumi, Vincenzo. Ti va bene?”- “Vuoi farti la solita insalata di arance, Antonino?” – “Dorina, ti do il budino al cioccolato, oggi, che dici?”
Oggi il sorriso fa fatica a uscire, il magone mi si para davanti e quasi mi provoca dolore quando la bocca si allarga e mi spuntano le fossette.
La telecamera nella mia testa mi mostra pensierosa. Tra una domanda e l’altra, tra un piatto servito e un bicchiere riempito di spuma al ginger ogni tanto sembro assentarmi. Mi vedo guardare nel vuoto o fuori dalla finestra.
Alla fine appaiono i sottotitoli:
Domenica 5 luglio, Vicenza. Ieri c’è stata una manifestazione del NoDalMolin contro la costruzione di una nuova base militare americana
.

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43 pensieri su “Aquattromani: 5

  1. Mi ricorda mia nonna Rachele al ricovero e i suoi amici di sventura. Se non correvi a chiudere la finestra della stanza rischiava di morire congelata o di un accidente. E le infermiere a dire: Ha idea signora che puzza ci sarebbe altrimenti?
    Lo sguardo di nonna, che ci seguiva fedelmente a destra e a sinistra, non cambiava di una virgola.
    E questo accadeva quasi 30 anni fa.
    Oggi so, che non è tanto diverso, dipende quanto paghi al mese per i tuoi vecchi.
    Piacevole sguardo dall’interno, ma l’Italia di oggi la leggo solo nelle ultime due righe.
    Sgnapis

  2. è rappresentato benissimo lo stridore tra questa figuretta graziosa, sottilmente intrigante e giovane, tremendamente giovane dell’infermiera e la devastazione dei vecchi soli e prigionieri.

    vecchi, insomma.

  3. non ho letto il racconto, ma ho letto di volata Lisbeth Salander: quindi devv’essere il migliore tra quelli scritti finora e quelli ancora da scrivere

  4. Sono stata per quasi un mese ricoverata in convalescenziario, dopo un intervento, in una casa di riposo che ha istituito anche un servizio di cura alberghiera temporanea per chi non ha parenti che si possano occupare di lui. Non avevo mai messo piede prima d’allora in una casa di riposo.Inutile dire che ero, appena in piedi, il punto di riferimento per anziani che non sapevano con chi parlare e di stanchissime assistenti a cui non sembrava vero di venire a sfogarsi con me.Non solo. Un’amica mi portava il cagnolino, che è stato per due settimane, correndo incontro a tutti, l’attrazione del posto. Era luglio. Esattamente tre anni domani, vi entravo e avevo solo 51 anni. Tutto quello che viene descritto, è VERO. Realistico, concreto.

    L’ultima frase stride, l’avrei eliminata. Non è attinente, e neanche importante.

  5. non mi dice granché.
    I vecchi sembrano provenire dal Pianeta Dei Vecchi Parzialmente Rincoglioniti e l’Infermiera dal Pianeta delle Infermiere Carine col Ricciolo e le Fossette.

  6. Quando scrivo un commento guardo essenzialmente al buono che c’è dentro mettendolo in evidenza. Se i difetti sono eclatanti li espongo con educazione. A me non sembra che, fino a questo momento, i racconti letti siano così scadenti come ho letto in alcuni dei vostri commenti. Questo ve lo dovevo dire, e con chiarezza pure.
    C’è del buono, del bello e del vero in questo racconto.

  7. Un commento fuori tema! Ma non si può rallentare un po’ la pubblicazione dei racconti? Lasciarli almeno per tre giorni? Non riesco a stare al passo con le pubblicazioni così rapide! T___T

  8. E’ molto scorrevole questo racconto! Un po’ lento, secondo me, ma piacevole. Malinconico e triste senza eccessi che dipinge una realtà alla quale mi sento vicina per aver avuto mio nonno malato di alzheimer.

  9. Sono al lavoro, oggi, in questo luogo-non luogo straniante per chi vive la propria quotidiana immersione nella realtà.

    Questo incipit non significa nulla.

    Il resto è scorrevole ma io non porterei mai un mio parente in quell’Istituto dove il personale per tutto il giorno sogna sui comportamenti degli ospiti. Si sveglia solo quando non può farne a meno.

  10. Chi non ha mai vissuto la propria esistenza con persone che non hanno più le ottimali facoltà, non può sicuramente immaginare nulla di come sia la realtà. Sia da parte di questi poveri esseri umani (non necessariamente anziani), sia da parte di chi debba accudirli e viverci insieme.
    Questo racconto riporta la realtà. Chi l’ha scritto, a mio avviso, ha vissuto questo tipo di esperienza o ne ha sentito parlare molto dettagliatamente. Non necessariamente nelle vesti di infermiera. Basta anche solo essere un familiare.
    M’ha rattristato, perché m’ha riempita di ricordi.
    Ma è molto bello.
    L’unico appunto, che mi sento di fare, è sull’ultima frase. La vicenda della base americana è solo un flash nella giornata della protagonista. Credo che non sia molto attinente.

  11. Esatto l’ultima frasa è il flash di un assistente che non vede l’ora di andarsene, perche degli ospiti non gli importa nulla.

  12. MOGLIE, ma sei di una parzialità agghiacciante! Bene, SIGNORA… libererò il Bardo e ti aizzerò contro Figatellix! :-DDD

    Scherzi a parte: concordo sia con la Sgnapis che con Rossana. Con la Sgnapis perché ritrovo l’Italia di oggi solo nelle ultime due righe (i luoghi descritti nella storia sono sempre esistiti – purtroppo o per fortuna), con Rossana perché – per l’appunto – le ultime due righe stonano con il resto (che è narrato con delicatezza e sensibilità).

  13. O, forse, è l’unica notizia del mondo esterno che riesce a percepire dopo un’intera giornata vissuta in un “mondo parallelo”. Ovvero quello vissuto dai propri assistiti.
    Aver a che fare con persone non nel pieno delle proprie facoltà fisiche e mentali non è assolutamente facile. E guardare fuori, alla fine della giornata, non significa essersene fregati prima.
    Ma, forse, questa è una mia visione personale. Dettata più che altro dal vissuto.

  14. l’italia di oggi non la vedo, semmai vedo il mondo di sempre visto che le case di riposo sono un istituto previsto da secoli in tutti i continenti.
    fosse che per dare un’occhiata all’italia di oggi si sia costretti a dare un’occhiata ai tanto vituperati giornali? :-)

  15. Un appunto destinato a Gregori: in una casa di riposo, dici bene, la situazione è cristallizzata nel tempo. La realtà pare essere tutta nei/sui giornali, ma i quotidiani, in quel posto, non entrano e se entrano, non interessano nessuno. Perché? La maggioranza non esce mai. Non è in grado di farlo da sola e nessuno l’accompagna. Eppure molte cose sono cambiate. All’interno organizzano spettacoli, corsi, momenti di musica/prosa/lettura. Ci sono volontari che fanno parlare chi ci vive. E chi ci vive racconta storie che, perdonami, altro che giornali! :-)
    Io stessa ci ho scritto un racconto, sulla vecchina svagata da “giorno della marmotta”, con gli occhi azzurri ed un vestito azzurro di cotone, che ogni mattina si presentava e mi chiedeva chi fossi. Eppure, se parlava di guerra, del suo amore di ragazza, del marito morto da decenni, si ricordava TUTTO. L’Italia di oggi è anche quella chiusa nelle Case di Riposo. E ce n’è tanta, caro Enrico, tanta, perché questa popolazione invecchia ma non vuole sapere dove va a finire, così che, città nelle città, vivono questi luoghi invisibili a chi non li frequenta, come città di Italo Calvino. Tu stai a Leonia, cità continua. Loro, forse, vivono nelle città dei morti.E sono tanti, tanti, ogni giorno più tanti. Chi ci lavora viene pagato poco e vive spesso dentro un incubo. Sai che mi ha detto un’assistente, quando andavamo di notte a fumarci una sigaretta in terrazza? Non voglio diventare vecchia, voglio morire prima. Io avrò fama di essere petulante, sarcastica, ma , credimi, io ascolto *tutti* e l’Italia di oggi è anche quella di chi fa le notti con dei vecchi irrecuperabili. Ho visto uscire una donna e rientrare senza i piedi, amputati e non dirmi che NON è l’Italia di oggi. E’ un dolore che non finisce sui giornali, sono moncherini che non fanno notizia, perché NON vogliamo saperne.

  16. “commento” quasi-OT, Remo.
    Questa volta dovreste fare un e-book comprensivo dei commenti.
    Sarebbe “istruttivo” assai.

    “commento” bis praticamente inutile: la regola della scorsa “edizione” sul numero di battute forse non era da scartare.

  17. Sarò prevenuta, sarà che in questa merda (scusatemi ma è proprio cosi’!) ci navigo da 2 anni e mezzo, sarà che la realtà spesso non è così sognante e malinconica come ci può piacere raccontare, ma in questo brano leggo sì cose vere, ma anche (e troppe) cose che purtroppo non accadono. Gli inservienti non sognano. Sono troppo sottopagati, troppo sfruttati, troppo scazzati.
    I vecchi, invece, se sognano, lo fanno di nascosto.

    P.s. Tecnica: la frase finale anche a me non piace. Soprattutto, non mi piace l’espressione “il magone mi si para davanti”. In compenso, ma è solo una sensazione, mi sembra che il racconto sia stato scritto da mani femminili! :D Mah!!

  18. mela, è sempre pericoloso scrivere “ha senso”; a volte siamo noi che non cogliamo il senso.
    è un raccono (o libro) che non si capisce oppure siamo noi?

    a chi dice che l’argomento trattato qui è vecchio, dell’italia di sempre: infatti. come tutti gli argomenti trattati fino a oggi nei racconti.
    sono problemi di sempre.

    sono d’accordo, il livello dei lavori è buono. a quattromani, spesso si lavora di mail e telefono senza conoscersi, non è facile.

    t, mi sfugge qualcosa, mi sembra che ci siamo sulle battute stavolta e non quella precedente. 5mila senza sgarrare.

    hai ragione: un e-book sui commenti.
    mah.

  19. lo scrivo onestamente. a me i racconti precedenti sn sembrati poco incisivi. mi sn sembrati privi di cuore e di verità. come se il tema dell’Italia di oggi lo avessero appena sfiorato. mi aspettavo dei racconti più forti, più all’altezza del tema.

  20. l’ italia di oggi sta nel fatto, almeno secondo me, ed è per questo ho detto che il racconto ha un senso, che una assistente agli anziani è ANCHE una no global, è una che mentre offre il budino o cambia il pannolino si massaggia il livido del manganello della polizia del giorno prima. l’ italia di oggi sta nella mescolanza, nella convinvenza all’ interno di una stessa persona e, a maggior ragione di una stesso luogo di lavoro, di motivazioni e culture diverse. Non è più l’ Italia delle buone infermiere, caritatevoli per vocazione e omogenee culturalmente – cioè provenienti dallo stesso ceto – è l’ italia di “datemi un lavoro, quale sia il primo che sia”.

  21. ‘a chi dice che l’argomento trattato qui è vecchio, dell’italia di sempre: infatti. come tutti gli argomenti trattati fino a oggi nei racconti.
    sono problemi di sempre.’

    quoto Bassini

  22. in generale: non m’importa se un racconto ha senso o meno, non ho una concezione pedagogica né propedeutica alla vita della letteratura né dell’arte in generale
    non leggo una storia rapportandola al mio vissuto né le do valore solo se può essere applicata alla realtà:
    potrei leggere un racconto ambientato nel paleolitico e trovarlo olteremodo attinente all’Italia di oggi: anche se non incentrato su Puttanopoli

    il racconto in oggetto: trovo lo stile troppo convenzionale, 4mani prendono per mano

    ( tutto quanto scritto finora e scriverò in seguito, in quanto opinione personale, è da considerarsi oltremodo opinabile)

  23. L’Italia di oggi è anche e soprattutto l’Italia di ieri. Il genere umano eccelle o sbaglia nelle modalità di sempre. Cambiano gli scenari, la coreografia, il contesto comunicativo. A me l’aderenza alla realtà, piace.Specie quando la lettura cerca di essere oggettiva, non si mischia ad uno spirito di parte. Ecco perché i lividi da no global, sinceramente, non li ho neanche notati, presa com’ero dal resto, più concreto ed allora non avevo colto bene il senso delle ultime righe, ringrazio Melania per avermelo fatto notare, ma non lo considero importante.A chi ha detto che le assistenti non sono missionarie tenere ed “ispirate”: è vero. E’ gente che, tranne rari casi, ha trovato quel lavoro non certo per vocazione. A volte c’è disattenzione, altre un po’ di pelo sullo stomaco, altre ancora tutte/tutti devono soltanto cercare ( come gli infermieri, del resto) una strategia di sopravvivenza per mantenere saldo l’umore. C’è tuttavia, non può mancare, ad un certo punto, una sorta d’immedesimazione, perché a quel porto s’arriva tutti. C’è anche la rabbia, lo sconforto, l’esclamazione non sempre ortodossa.Subentra poi la consapevolezza che quella sia la meta.Tutti speriamo di arrivarci nel migliore dei modi, o persino di non giungerci affatto.Non solo. Con la maturità c’è chi diventa “saggio “e chi dice: giochiamo, che ogni lasciata è persa per invecchiare nel modo più stupido ma più gratificante possibile!:-)

    Il contenuto mi ha preso la mano, scusate ed ho notato meno lo stile, che trovo tuttavia a volte, gradito in modo soggettivo.

  24. ….rimane il fatto che, culturalmente, ormai nessun/a italiano/a è disposto a fare “certi” lavori.
    Sono considerati umilianti, estranianti, stressanti, poco nobili, poco pagati, ecc. ecc.
    Sono visti meglio “addosso” agli extracomunitari (o, comunque, stranieri) che giungono, disperati, a casa nostra.
    “Vogliono lavorare in Italia? Che facciano questi lavori che a noi non va di fare”, questa è la sintesi del “comun pensiero” italiano.
    Nasciamo per laurearci con il massimo dei voti ed andare a dirigere chissà quale multinazionale o ente pubblico. Il successo (possibilmente senza sporcarci le mani) è alla base della nostra esistenza. Il resto è nulla. Il nulla non è concepibile dalla nostra mente egoistica ed edonistica.
    Un’assistente, come quella del racconto, non DEVE esistere e non deve essere una di noi.
    La scartiamo a priori, per non che infetti tutta la società. Salvo, poi, disperarci, quando non sappiamo a chi affidare i nostri cari e non abbiamo fiducia negli stranieri.
    Così va l’Italia. A pezzi, come sempre. O, come ben dice Remo, come DA sempre.
    Giunti al fondo si può solo risalire.
    Ebbene, io dico: giunti al fondo, prendiamo i badili e scaviamo.
    Ci sotterreremo da soli, su questo non c’è dubbio.

  25. a me è sembrato scritto bene, veritiero.
    conosco anch’io realtà simili e persone che svolgono il lloro lavoro in questo contesto.
    non mi pare che ci siano incongruenze nè esagerazioni. e se c’è un tantino di poesia, e secondo me c’è , non guasta.

  26. il racconto è scritto bene, con una certa cura per il mondo materiale in cui vivono gli anziani. il finale è provocatorio: soldi per garantire un’assistenza migliore ai vecchietti non ce n’è, ma per la difesa (leggi:guerra) sì, sempre.

  27. Alleluja gente! Finalmente un racconto che parla di cose vere, reali, che racconta una storia.
    Non sono d’accordo con Remo quando dice che i racconti precedenti hanno un buon livello. Da lettrice, telefonate, uffici reclami e ubriacature varie mi hanno deluso moltissimo. Spero di poterlo dire. Lo direi comunque, anche se conoscessi gli autori/trici. Concordo con Gregori sul fatto che, forse, bisognerebbe lanciare un’occhio alle storie quotidiane che abbiamo intorno, che siano sui giornali, in tv o semplicemente al supermercato. Non sono d’accordo con Gregori quando dice di non vedere in questo racconto l’Italia di oggi. C’è, altroché se c’è. Così come esistono infermiere come quella racconta e sono pure italianissime.
    Come si è evinto, a me è piaciuto molto e quindi…

    1) Lettera dal mio molino (un racconto credibile e ben scritto)
    2) Come corpo morto (l’Italia dei nuovi poveri, con dignità)
    3) Ufficio reclami (criptico ma uno sforzo c’era, anche da parte degli autori)
    4) Racconto ‘mbriaco (ruota di pavone per far vedere che si sanno un sacco di cose, Ok, ma il troppo stroppia e diventa… banale)
    5) La telefonata (furbissimo escamotage per scrivere un racconto… senza scriverlo).

  28. E’ stato proposto di correggere Ustica con Lampedusa al racconto numero tre.
    Così è stato.
    Propongo un’altra correzione, al racconto numero uno (dal momento che da grande sogno di fare l’editor).
    allora.
    5 euro al giorno fanno 150 euro al mese.
    no, farebbero 150 euro al mese se i giorni lavorativi fossero trenta.
    un nuovo povero conta anche i centesimi.
    credo che questo lavoro (non vado mai a vedere i peli nell’uovo) debba essere fatto non solo da me e su tutti i racconti.
    così da realizzare un e-book dignitoso (spero, come quello dell’anno passato).
    salvaguardando le scelte – sitilistiche e di contenuto – degli autori.
    poi.
    (ogni tanto vado sul sito della fiorentina, in quanto tifoso: certe liti da tifosi, quello è un brocco quello è un campione, son simili a certi giudizi. il nostro è solo un giudizio).
    io son convinto che se qui scrivesse kafka gli diremmo di andare a sparger noci.
    e in effetti glielo dissero.

  29. sono d’accordo con Remo, correggere alcune disattenzioni salvaguardando le scelte stilistiche e di contenuto degli autori è utile a tutti e nn fa male a nessuno.
    l’editing è importante.

  30. Concordo sull’editing, ma nessun editor potrà mai far entrare la vita in un racconto che non la descrive veramente. L’idea può essere valida, più o meno aderente al tema, ma quello che colpisce me (l’unico lettore del quale posso parlare con onestà…) è il modo in cui un racconto è scritto. Devo confessare a Remo che avevo subito notato i 150 euro, come è normale per chiunque viva di stipendio, ma credo che non sia importante il numero in sè quanto l’entità della paga. La chiamo volutamente paga e non stipendio. Con 150 euro non si può nemmeno immaginare di vivere.
    Un racconto ben scritto te lo porti dietro per un pò di tempo, ti rimane addosso. Il lessico, lo stile determinano la persistenza.

  31. Sicuramente migliore degli ultimi tre, ma non mi esalta.
    Conosco bene il mondo descritto dagli autori, ho una nonna centenaria, e sono consapevole che, se non c’è una propensione, assistere gli anziani è un lavoro difficile. Salvo rare eccezioni il personale o tratta i pazienti con malcelata indifferenza (che in certi casi può diventare intolleranza) oppure come bambini poco svegli. La protagonista del racconto sembra appartenere al secondo gruppo. Manca il coinvolgimento.
    lory

  32. Il sistema/classifica adottato da Laura, mi piace.
    Serve “a tenere il conto”.

    1) Lettera dal mio molino
    2) Come corpo morto
    3) Ufficio reclami
    4) Racconto ‘mbriaco
    5) La telefonata

  33. Effettivamente gli anziani, così come le persone affette da qualche “problema”, spesso vengno relegati in posti come questi.
    Non tutti meno male (e chi ha molti soldi può sperare in qualcosa di meglio).

  34. Triste. Nonostante l’apparente leggerezza che si presta ad essere criticata come superficialità. Ma mi piace, perché ci mostra alcuni degli invisibili dell’Italia di oggi: gli anziani.
    Siamo troppo impegnati a vedere le varie Cristine pettorute, le Noemi coi loro papini farfalliniciondolidistribuenti…

  35. E’ vero non descrive l’aspetto più nuovo dell’Italia di oggi, ma una realtà di sempre. Tuttavia quello che oggi è l’Italia comprende anche quello che non è cambiato. Scrittura scorrevole. Soggetto aderente alla realtà.

  36. ad una prima lettura si ha l’impressione che l’utima frase sia fuori luogo, ma non è così, l’utima frase ci sta tutta perchè si ricollega all’inizio e chiude il cerchio.
    all’inizio c’è l’oggi straniante in un non luogo, c’è una telecamera che riprende il tutto, anche la protagonista Federica che ha un ematoma nero in qualche parte. alla fine della ripresa compaiono i sottotitoli e l’ieri: Ieri c’è stata una manifestazione e un luogo preciso il Molin.
    sì, l’italia c’è tutta. mi è piaciuto molto questo e anche quello della solitudineaffollata webbista che ho trovato scorrevole nella lettura, e nello stesso tempo amaro e crudo. non ricordo il numero.
    saluti antonella

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