Pubblicato da: remo | 6 luglio 2009

Aquattromani: 1

COME CORPO MORTO

Mi sveglio sempre alla solita ora e bevo il caffè in piedi, prima di radermi.
Il pennello si tuffa nella schiuma da barba. Né cappuccino, né brioche. Il bar è un miraggio, un ologramma.
Al mare, d’estate, ci tuffavamo tutti. La vacanza perfetta della mia perfetta vita. Quindici giorni alla “Conchiglia”, confusi tra quelli come noi: la cabina meglio di no, troppo cara, ma l’ombrellone sì, e anche due lettini. Sveva, Stella, Fabio e io: I Quattro Moschettieri della Spiaggia: a Stella piaceva tanto sentirmelo dire. Rideva di cuore, spalancando la piccola bocca puntellata di vuoto tra un dente e l’altro.
“Ma io non sono un maschio, papà”, protestava.
“Giusto. Sei la mia Sirena”, mi correggevo, accarezzandole la guancia.
La prossima estate i nostri lettini resteranno chiusi. È difficile spogliarsi dell’orgoglio da postelegrafonico che, prima, con millecinquecento euro al mese si tuffava nella quotidianità. Grigia come i miei pantaloni, sicura come la cinta che li regge.
Oggi tremo, vacillo davanti allo specchio. Mi rado con mano incerta mentre mi vedo sommerso dalle pratiche, con un occhio alle scartoffie e uno alle lancette. Un incubo quel quadrante, implacabile orologio che cronometra al secondo la mia angoscia. Ogni giorno guardo l’orologio e penso: fermati, cazzo. Smetti di girare. Che quelle lancette restino paralizzate dalla stessa ruggine che mi sta corrodendo l’anima. È così tutto il giorno, una lotta contro il tempo. E ogni notte a difendermi da lenzuola stritolanti come le serpi di Medusa. Mi si attorcigliano intorno al corpo, m’impediscono di tuffarmi nel sonno.
La notte mi regala ormai un buio liquefatto che penetra goccia a goccia nella pelle, e quando mi sveglio e mi rado so già che intorno all’una ho un appuntamento con me stesso. E penso a me, che prima mi tuffavo, e che invece adesso cado. Annodo la cravatta. Ho uno spezzato grigio e blu, perché lo stile è importante quando si nuota tra le pratiche.

Vorrei che la pausa pranzo non arrivasse mai. Vorrei non dover rispondere che no, al bar non vengo. Io non posso più permettermi di volere “due tramezzini-chinotto-caffè”. “Cinque euro, dottore. E mi saluti la famiglia”, borbottava sempre Pino. E io saluto, saluto, saluto, continuo a salutare anche se al bar non vado più. Saluto Sveva, Stella e Fabio, con tre baci che sanno di salsedine.
“Da parte di Pino, il barista”. Sveva sa. Non gliel’ho mai detto a chiare lettere, ma lei sa. L’ha capito, come sempre, solo guardandomi negli occhi. E da quando l’ha capito il suo viso è imploso.
La osservo e non vedo più il suo sguardo, ma solo un mare grigio. Ed è l’unico mare che vedrò, d’ora in avanti. “
Ti sarai mica fatto l’amante, che non vieni più a pranzo con noi?” mi dice Lamonica, scherzando ma non troppo.
“Ma no, se la tira. Non gli va di mischiarsi con noi, poveri mortali!” rincara Marietti, che mette una mano sulla spalla di Lamonica e lo trascina via.

Cinque euro al giorno sono centocinquanta euro al mese.

Ogni giorno aspetto che Lamonica e Marietti escano per infilarmi la giacca e tuffarmi tra gli odori di chi non ha cravatta, né spezzato blu e grigio.
Odori acri, disgustosi, anche se talvolta mi arriva un’ondata di dopobarba o di profumo. D’istinto cerco con lo sguardo qualcuno che mi somigli. Abiti di buon taglio si confondono nel mare delle donne e degli uomini defraudati dall’atrocità dell’as-senza: creature prive d’individualità, corpo, attenzioni.
“Ma no, se la tira”, mi risuonano nella mente le parole di Marietti. Allungo il collo per rendermi conto di quante persone mi precedono: c’è il solito derelitto con i capelli lunghi e bianchi, e i baffi ingialliti.
Una volta mi è capitato di fianco, teneva in mano la scodella da riempire, come me: puzzava di vino e sudore e di notti stritolate da serpi di cartone. Mi pare di aver capito che si chiama Luigi. Non siamo poi tanto diversi, noi due: non andiamo in vacanza, e siamo poveri. L’unica differenza è che lui lo è da più tempo di me: i mesi, i giorni, le ore hanno moltiplicato la quantità e la qualità dei suoi senza. Tuttavia, se non troverò la forza, se non imparerò a nuotare controcorrente, tra qualche anno anch’io sarò il Luigi di qualcuno.

“Papà, mi ha morso una medusa”, mi aveva detto Fabio una volta, tenendosi una caviglia. “Non ti morderà più. Scommettiamo?” avevo risposto.

Non siamo poi tanto diversi, Luigi e io: sia le mie lenzuola che i suoi cartoni hanno tentacoli.

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Responses

  1. 4426 battute, spazi compresi

  2. Provo un certo imbarazzo ad essere la prima a commentare ed a trovare questo racconto bellissimo, profondamente intriso di una quotidianità che ben conosco. L’Italia di oggi è anche quella dei nuovi poveri. Io lavoro a contatto con la gente, ogni giorno, di ogni estrazione sociale e nazionalità d’origine, da più di trent’anni. Maneggio realtà. Io stessa, che sono sola e non posso chiedere a nessuno un bicchier d’acqua se non contando sulla grande cortesia altrui, perché non avendo più parenti stretti da più di un decennio niente mi è dovuto, capisco. Capisco quelli come me che con un disagio, una malattia in famiglia penano ad arrivare alla fine del mese; capisco quei padri che quest’anno non hanno visto la riconferma del loro precariato rinnovato di tre mesi in tre mesi, che sembrano non mutati, quando m’accompagnano i figli a scuola se non per la barba, più lunga e più grigia, perché lo specchio è pesante da sostenere.
    Sì, questa è *veramente* l’Italia di oggi.

  3. Si comincia bene. La scrittura è buona, ben dosata. Non scorgo cesure e quindi la coppia in questione ha lavorato bene. Il tema è scottante, attuale, affrontato con il giusto equilibrio, senza pietismi. Bello il passaggio medusa/tentacoli/lenzuola/cartoni. Invece non mi piace il titolo, lo trovo poco attinente.

  4. Troppo realista per i miei gusti, poco slancio,
    però è equilibrato e gira correttamente il suo ritmo. Normale.

  5. Molto realista e tremendamente triste.
    “A corpo morto”, sì, esattamente.
    Un corpo che è l’involucro di qualcosa che prima esisteva ed ora non è più presente.
    Rimane l’involucro, la facciata, l’orgoglio di non far capire che dentro si è morti. Morti per non essere più in grado di offrirci e di offrire ai nostri cari, ai nostri figli, quel poco di certezza che un tempo possedevamo. Per non vedere vie d’uscita accettabili.
    Per me è bellissimo e commovente. Complimenti alla coppia.

  6. Buondì, premetto che penso di non avere le competenze per giudicare uno scritto quindi mi baso solo sul gusto personale, detto ciò:
    – il titolo non mi sembra molto legato al racconto;
    – trovo che abbia un taglio maschile e qs. è perfetto dato che a raccontare è una voce maschile;
    – mi è piaciuto lo stile, semplice e nostalgico; bello il richiamo al passato ma non mi ha emozionata. E’ scritto bene, senza dubbio ma lo trovo “freddo”, forse un po’ troppo studiato, ecco.
    Ma è sensazione ovviamente da lettrice inesperta.
    Buona giornata
    Silvia

  7. l’italia di oggi, o almeno un suo spicchio, c’è

  8. mi è piaciuto, non entro nel merito e non mi interessa una cippa dei tecnicismi (essendo ignorante come le capre, ovvio)

    mi è piaciuto perchè la dignità del farsi credere snob per dar due soldi alla famiglia è una metafora dolce triste e semplice.

    come dev’essere un racconto con un tema del genere.

  9. è ben calibrato, attinente al tema, le due scritture legano bene, una cronistoria realistica, filtrata dall’introspezione psicologica.

  10. Ben scritto, ben ritmato, anche a me sembra di riconoscere una mano (quattro in questo caso) maschile. Sul finale mi sembra un po’ forzato.
    lory

  11. Ben scritto ed equilibrato, assolutamente credibile per lo scorcio di realtà che descrive. in barba a mozioni degli affetti e inevitabili richiami, a situazione rovesciata, a sequenze de “La ricerca della felicità”. Non sfugge l’uso di termini (tuffare, tuffarsi; ondata; medusa) a fare da Leitmotiv. Complimenti alla coppia

  12. per quanto riguarda il tema il commento è : colpito e affondato! scusate la pocca eleganza e letterarietà dell’espressione. lo stile invece, nn so…è come se fosse poco fluido, un po’ “incriccato”, non riesce completamente a comunicare l’angoscia come immagino fosse nelle intenzioni. almeno per me.

  13. Un racconto molto attinente al tema.
    M’è piaciuto poco l’ologramma; m’è piaciuto molto quell’irruzione di realtà che è il passaggio dei cinque euro al giorno che sono centocinquanta euro al mese.

    (Mi pare di consocere un paio di mani, femminili).

    In bocca al lupo!

  14. melania, sono in completo disaccordo con te, sullo stile intendo.
    (io ho pensato che se io e la mia socia si fa una cosa simile si fa anche una buna figura).
    aitan invece m’ha tolto l’ologramma di bocca.

  15. Le quattro mani non si sentono proprio, il tutto è molto fluido! Si vede che è una coppia ben amalgata! Il racconto tocca un tema reale e vero, però non mi è arrivato. A livello di sensazione intendo. Forse me l’aspettavo più doloroso!

  16. Giusto, calibrato, un pò cronachistico. Asciutto al limite del distacco. La vicenda è da una parte e chi ne scrive da un’altra. Non è detto che sia un demerito. L’Italia di oggi ? Si, una delle tante.

  17. Fluisce bene, direi che la coppia si è trovata…
    Questa è la realtà di oggi, la nuova povertà di gente che stenta ma vuole mantenere un’apparenza di dignità.
    Cominciamo bene…

  18. Mi è piaciuto abbastanza.

  19. ho avuto molteplici occasioni per affermare che non so commentare i racconti, ma lo faccio perché mi par di capire che chi prtecipa lo debba fare
    è un racconto bello, duro, tragico, strettamente attinente alla realtà
    oserei dire verista, con la descrizione delle miserie umane, con abolizione della terza persona e con lo stesso limite (si fa per dire): chi racconta non si stacca da ciò che scrive, nonostante il tentativo
    direi che è un buon esordio esordio

  20. scusa, remo, spazi inclusi oppure no?

  21. spazi inclusi, ciao eva

  22. Un racconto ben fatto e ben collegato. Lo stile è fluido e le quattro mani sembrano due.
    l’ho trovato anch’io un po’ distaccato, ma presumo sia lo stile che i due autori hanno voluto dare alla storia.

  23. @remo, morena, evento e altri hanno capito quello che non avevo capito subito io. “incriccato”, ora mi viene in mente, significa bloccato, anchilosato anche. forse mi è venuta alla mente proprio perchè, nonostante le premesse – il tema – e la mia sensibilità e assoluta propensione per questo tipo di argomenti, non ho sentito angoscia o altro. questo racconto mi ha emozionato molto poco.

  24. Lo stile mi piace molto, mi ricorda tremendamente Veronesi (Caos Calmo). Il titolo e quel passaggio sull’ologramma, invece, proprio no.
    Se proprio devo pungere (e anch’io, come Silvia e Cristina13, non mi reputo all’altezza di criticare gli altri!), poi, pungerei su quei termini che – con lo stile scelto – sembrano un po’ fuori tema (“defraudati”, “serpi di Medusa”)…
    Applauso a piene mani invece per il passaggio “E io saluto, saluto, saluto, continuo a salutare anche se al bar […]” : bello, bello, bello.

  25. Non so, ma io, agnostico quasi ateo e a volte mangiapreti, quando leggo mi ricordo di quando scrivo e quindi mi ricordo del Vangelo, Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

  26. Sicuramente, Remo. :) Sai quante volte rileggo negli altri gli stessi miei errori? E’ molto più utile il Vangelo che un correttore di bozze. :)

    ps. Finito “Dicono di Clelia” :) Grazie ancora. Che bel personaggio, Manfredi. Mi piace molto, finito il libro ..ti manca.

  27. off topic: eva carriego scrive :”non so commentare i racconti, ma lo faccio perché mi par di capire che chi partecipa lo debba fare”

    io avevo capito che, chi partecipa debba giocoforza votare – a differenza dell’edizione dello scorso anno, alla fine della quale, dichiarandolo, io, ad esempio, mi astenni dal pronunciare qualsiasi giudizio, avendo, per l’appunto, la libertà di poterlo fare –

    non credo sia obbligatorio *anche* commentare (o no? esiste un “commento coercitivo” :) ?

    [sarebbe una bella rogna per una che non commenta – quasi – mai]

  28. ma che bello! c’è mia mogghie feisbucchiana (MOGGHIE MIA!) e c’è anche biancamara (ciao bianca), e rocs, cri, laura, evento, silvietta, melania! quanti amici…

    in effetti mi associo a quanto scritto da bianca: anche io commento di rado sui blog.

    il racconto di oggi (ieri?) mi suscita alcune riflessioni, credo peraltro sia abbastanza in tema: l’italia di oggi, in effetti, è (anche) questa.

    abbracci a tutti!

  29. Ciao a tutti! Molti di voi non mi conosceranno! Devo dire che questo racconto mi è piaciuto molto! Fluido … direi personale e impersonale allo stesso tempo! Più che altro rappresenta uno spaccato i vita quotidiana comune a molti (troppi in questo periodo), senza retorica, senza troppe frasi ad effetto: uno stile quasi “asciutto”, ma che raggiunge lo scopo.
    È omogeneo … a volte mi sembra anche troppo. Nel senso che quando scrivono due persone con stili e personalità diverse un minimo di differenza dovrebbe notarsi… Complimenti agli autori!!!! Hanno trovato “l’anima gemella” della scrittura!! Io consiglierei di pensare ad una futura collaborazione! :D

  30. mio padre sostiene che esista una forte incompatibilità di carattere tra i sardi ed i toscani.
    in realtà lo so io, perché.
    faceva il servizio di leva, era insieme ad altri venti, in camerata. arriva il famoso caporalmaggior, sardo, che guarda il mio vecchio (allora ventenne) e gli dice, gli ordina, In cucina a sbucciare patate.
    E mio padre di rimando, E perché proprio io?
    Babbo, dico io al mio vecchio, doveva sceglierne uno.
    E lui replica, Sì, ma perché proprio io?

  31. dici che c’è incompatibilità tra toscani e sardi? sicurosicurosicuro? cavolo! speriamo di no!

  32. il militare l’ho fatto nei vigili del fuoco. ricordo la prima sera, terminato l’addestramento, che un toscano di montalcino mi disse “rifammi il letto”. “ti rifaccio il culo”, gli ho risposto. divenne affabile e compatibile :-)

  33. Enrico, il tuo racconto militare lascia aperte molte interpretazioni: il nonno divenne affabile e compatibile dopo che gli rifacesti il letto, dopo che gli rispondesti “ti rifaccio il culo” o dopo che glielo rifacesti effettivamente?

    (Sulle regole del gioco, ho capito anch’io che non esiste alcun obbligo di commento. Ci mancherebbe altro!)

  34. aitan, mi rendo conto che la spinosa questione necessiti di un chiarimento. il “nonno” diventò affabile quando (per l’esattezza) gli dissi: “ti faccio entrare nell’armadietto a forza di cazzotti” :-)

  35. tipica violenza sugli anziani

  36. no, remo. il più anziano di tutti ero io che feci il militare a 24 anni dopo tutti i rinvii possibili per motivi universitari

  37. tuo padre ha ragione e inoltre, se le patate le doveva sbucciare lui, ci sarà stato senza meno un valido motivo

  38. ps: parlate anche un sacco
    dalle mie parti si dice sì, oppore no

  39. evvaicoiricordi del militareee! alè…ci volevano proprio!

  40. moglie: mi ricordi ocatarinetabelasciscix. scuotiamoci le mani.

  41. AHAHAHAHAHAHAHAHAH!
    (beviamoci una cervogia tiepida)

  42. Io non ho fatto il militare e non ho niente da dire, ma i miei due fidanzati storici( che non ho mai sposato) son stati entrambi nel glorioso corpo degli Alpini ed uno aveva pure da curarsi di un mulo, di nome Lucifero, a cui non ha mai osato dire niente che non fosse qualcosa di molto pacato e paziente. Mio padre invece, Alpino pure lui, aveva una mula per compagna, Nina, che lo stampò nel paesaggio dolomitico in modo mitico. Non sempre si può scherzare con i commilitoni.

  43. Enrico, la dialettica è sempre stato il tuo forte

  44. A me è piaciuto. Bravi.

  45. Ommamma arrivo tardi per cui non leggerò i commenti.
    Mi è piaciuto, molto. Perchè oggi è così.

    E perchè il giorno dopo che mio marito uscì di casa, anch’io eliminai la colazione al bar come appuntamento quotidiano, oltre a tante altre cose. E tenni tutti i conti alla lira, per due anni, anche un bicchier d’acqua segnavo, un pacchetto di caramelle, per vedere quali e quanti progetti avrei potuto permettermi dal quel giorno in poi.
    Sgnapis

  46. “Cinque euro, dottore. E mi saluti la famiglia”.

    E’ il centro del racconto. Mi ha colpito questa frase. L’idea dei nuovi poveri è originale, però forse lo stile è un po’ faticoso.
    E’ terribilmente triste. Terribile.

  47. sì, le quattro mani hanno saputo diventare due.
    Forse c’è troppo controllo e limatura. Ma ho l’impressione che a un ‘secondo giro’, potrebbe entrare più ‘sangue’ in questa narrazione, che comunque è efficace. Lasciando un po’ andare, sicuramente il personaggio acquisterebbe maggiore complessità, venendo a galla non solo dolore, rassegnazione, disgusto di sé ma anche rabbia, odio.
    ‘Non andiamo in vacanza e siamo poveri’: è una delle nuove Italie o meglio il revival di una che esisteva già ma allora non ‘lo sapeva’.
    Mi piace questa frase, racconta molto della società d’oggi, una cosa che quasi quasi varrebbe la pena mettere sullo stato di famiglia.

    Un buon lavoro.

    roby

  48. concordo in pieno con Mario: alcune frasi molto azzeccate, una buona idea che andava sviluppata meglio ed uno stile un pò approssimativo e faticoso a leggersi.

  49. Originale, toccante, drammatico.

  50. la fatica che si fa a leggere, supposto che se ne faccia, è mimetica della fatica di vivere. buon racconto. ingenuo introdurre l’accenno alla medusa per introdurre il finale coi tentacoli., che ha una sua bellezza. si potrebbe modificare con poco facendo stridere meno il quadretto oleografico famigliare con l’immagine aggressiva e drammatica finale. c’è chi dirà che il graffio ci sta:ma io intendo solo la modalità di scrittura, non l’immagine.

  51. 7

  52. – Gelmini mode on- 7 – Gelmini mode off –

    ps Prima avevo usato i tag e la piattaforma aveva cancellato tutto :-)

  53. Buona la scrittura, buono il soggetto


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