intellettuali d’oggi idioti di domani

Da una parte ci sono le televisioni di Berlusconi, le Striscia la notizia e le De Filippi che impersano, o gli slogan facili facili e stupidi stupidi, Ce l’ho duro e Roma ladrona e Vogliamo città più sicure, dall’altra, a sinistra intendo, c’è la stupidità: intellettualoide.

1975, entro in fabbrica, leggo il Manifesto, sono iscritto a Lettere, a Milano.
1983, esco dalla fabbrica, leggo romanzi e poesie, voglio laurearmi, e così sarà, in Lettere, ma a Torino.
Nel 1975 gli altri operai mi dicono che sono un intellettuale, nel 1983 lo stesso.
Io però avevo imparato una lezione: che la parola intellettuale, in fabbrica e tra la gente che ha poco tempo, è una brutta parola.

Racconto vero vero.
Un’assemblea sindacale in fabbrica. Ci sono i funzionari del sindacato metalmeccanici. Io propongo uno sciopero, uno di loro interviene e mi dice “che non è più tempo degli scioperi ad oltrenza, perché i rapporti di forza in Italia sono cambiati”.
Non ricordo se replicai o cosa replicai.
Ricordo questo. Accanto a me c’era una donna, moglie di un operaio, madre di tre figli. La sua vita era correre: correre in fabbrica, correre a casa. Poi magari la pausa: di qualche trasmissione televisiva.
Io avevo vent’anni o poco più, lei quasi quaranta, c’era una certa confidenza tra noi. Quando finisce l’assemblea mi fa una domanda: «Cosa sono i rapporti di forza?».
Glielo spiegai, rispose “ah”.
Giorni dopo, nella sede del sindacato dico, a dei funzionari, che quando si parla agli operai bisogna fare in modo di farsi capire, e racconto l’episodio, della donna, cioè, che non sapeva cosa significasse “rapporti di forza”.
Qualcuno rise, e disse qualche battuta scema, qualcuno no.
Che avesse un marito che votava Pci e che la sera andava al bar mentre lei badava a figli, biancheria e cena fotteva una beata fava a pochi.
Era ignorante, punto.
Il dramma è: che qualcuno rise.
Ancora oggi, a sinistra, qualcuno ride.
Non capisce che c’è gente che non legge e ha tempo solo per distrarsi e dimenticare i propri problemi guardando la televisione.
E che peste li colga, a questi ignoranti.

Provate a leggere, se vi va.

Un’altra grandiosa scoperta fu che Giovanni mi parlava con un linguaggio che non era il mio ma che io ugualmente comprendevo. Mi rincresce dirlo, ma qui la filosofia non c’entra, in nessuna maniera. Le cose di ogni giorno erano chiamate con il loro nome, come quando Adamo disse: Questo è un cavallo, e fu un cavallo per sempre. Questa è una donna, e fu una donna per sempre. Mi parve che Giovanni mi riportasse alle origini, all’aria frizzante e pura del primo giorno. Hai moglie? Nemmeno io ce l’ho. Vuoi mezza arancia? E mi dava mezza arancia. Sono cose da ridere, lo so. Ma bisogna avere provato, a quarant’anni, per la prima volta, la familiarità dei termini semplici…
Da “Come un atomo sulla bilancia”, romanzo di Don Luisito Bianchi, casa editrice Sironi.
(La storia di un prete che va a lavorare in fabbrica, siamo negli anni settanta, e in fabbrica capisce tutta l’inutilità del suo essere prete: perché le virtù teologali, fede, speranza, carità, gli operai, senza magari sapere cosa siano le virtù teologali, già le hanno e le sanno).

Conosco don Luisito, la vita a volte ci regala incontri.
A Torino, in università, ebbi la fortuna di fare un altro grande incontro. Con Gian Renzo Morteo. Lui, che aveva tradotto Ionesco per Einaudi, quando fu nominato direttore del teatro stabile portò il teatro in periferia, fabbrica, carcere, scuole. A lezione, lui, diceva sempre che quando si recita bisogna capire chi ci sta ascoltando. Che Shakespeare o Pirandello, per chi li ascolta per la prima volta, possono essere qualcosa di duro qualcosa di arduo. E che quindi è opportuno semplificarli, a volte.


Annunci

5 pensieri su “intellettuali d’oggi idioti di domani

  1. Hai centrato il bersaglio (e lo avevi preso allora) perfettamente. Bello leggere, come al solito, quello che scrivi.
    Un abbraccio.

  2. Mi fai pensare a mio padre e come tagliava corto ‘ma voi siete delle intellettuali’. Ho finito per pensare che fare le cose ‘di testa’ fosse male.
    E solo ora mi rendo conto che a distanza di anni è proprio del termine intellettuale – coniato da Zola – che mi sono occupata nella tesi. Chissà: forse cercavo di sbrogliare un’intricatissima matassa emotiva.

    E’ vero Remo, si leggono bene queste cose, vanno via come l’acqua, come direbbe mio padre. Ma questo è un complimento.

    Notte

  3. Racconto vero vero che fa male male. È triste riflettere su ciò che scrivi e guardare questa sinistra che va alla deriva. Buona domenica.

  4. il linguaggio semplice è sempre il migliore. farsi capire da tutti sarebbe bello.
    sarebbe bello se ci provassero.
    o provassimo.
    o provaste.
    provando.
    provato :-)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...