13. Come un’ossessione

Il quaderno delle voci rubate lo scrissi a rate; un po’ su un bloc notes, un po’ sul computer.
Dicono di Clelia è il primo libro scritto tutto con un pc (vecchio ma funzionante), nello stesso posto (nel 2003 vivevo solo), con un certo rigore (tutte le notti dalle 23 alle 4, a volte le 5), con un metodo diverso, rispetto al Quaderno
(Ho impiegato due mesi per scrivere Dicono di Clelia; altri se, sette, per riscriverlo).
Con il Quaderno avevo cercato di replicare quello che era avvenuto la prima sera, quando mi ero detto Raccontami una storia. Mi mettevo davanti al mac o davanti al bloc notes e cercavo di proseguire. A volte la storia veniva, a volte no.

Dicono d Clelia inizia una domenica, sul lago d’Orta. Sono lì per caso, da solo. Ho un bloc notes, dietro. Mangio un panino, poi salgo al Sacro Monte. E lì cerco di raccontarmi una storia: che non viene.
Cioè: scrivo qualcosa, che però non mi convince.
Mi dico, Va bene, carriera finita. Hai scritto Il quaderno, ora stop.
Cose che si dicono,certo, ma a cui non si vuole credere.
Perché il “miracolo” di riuscire a raccontarmi una storia ri-succede davvero.
E così fu.
L’incipit quello fu e quello è rimasto.

Credo di aver premuto talmente tanto i tasti del telecomando da aver rischiato di romperlo. Di sicuro mi sono fatto male alle dita, e alla mano tutta.
Da due ore ero davanti alla televisione. Due di notte. Carla mi aveva dato il bacio della buonanotte verso le undici, le bambine un’ora prima. Dovevo correggere i temi dei miei studenti dell’istituto commerciale; poi mi ero stufato e, coi piedi sul tavolino dove avevo appoggiato i restanti compiti in classe ancora da correggere, avevo cominciato a bere una, poi due birre olandesi, forti (dieci gradi) e saporite (al luppolo) guardando la tele. Un po’ di telegiornale, un po’ di Bonanza che mi faceva tornare ragazzo quando sognavo di andare nel West e diventare come Tex Willer, qualche spogliarello. Da un canale all’alro, saltando l’emittente dei protestanti e la pubblicità della cassette pornografiche; volgari e recitate male, con uomini e donne di ogni età ce nel momento che precede l’orgasmo, vero o simulato che fosse, fissando la telecamera assumevano espressioni del volto ridicole: le bocche, esageratamente spalancate, lasciavano intravedere anche le otturazioni dei denti; ma il peggio del peggio erano i vagiti, esagerati, potevano essere scambiati per lamenti, di chi soffre di coliche, forti.
Birra e qualche occhiata, svogliata, di tanto in tanto ai temi ancora da correggere per il giorno dopo, ma la mia pigrizia preferiva la televisione. A un cero punto vedo uno strip-tease un po’ insolito.

(Insomma, il mio protagonista – ma non è l’unico, ché Clelia è un romanzo corale, riconosce in tivù una sua compagna di università, Clelia).

Essendo un romanzo corale, due pagine dopo ecco che compare un altro personaggio: il maresciallo Manfredi.

Me l’ha ordinato il colonnello di venire in chiesa. La moglie del prefetto, che è lì in seconda fila, gli ha chiesto un favore e lui, gli venissero le emorroidi, si è messo sull’attenti e ha rotto le palle a me.

Allora, torno al primo incipit.
Arriva una sera, da un pensiero. Sono davanti al pc (non avevo internet per mia fortuna) con un documento bianco come la neve. La televisione è accesa, ma muta; è vecchia, a volte l’audio impazzisce e rischio di svegliare tutto il condominio.
Smetto di pensare alla storia che vorrei scrivere e che non viene e, mentre guardo la televisione, va a sapere perché, mi viene in mente una mia compagna di università. Era figlia i operai Fiat. Aveva sempre una giacca blu e un sorriso per tutti. Prendeva sempre trenta, con facilità. Ho promesso ai miei che prendo la laurea in quattro anni, mi diceva convinta. Mentre mi domando, Chissà che fine ha fatto?vedo che in tivù c’è uno spogliarello: una ragazza mostra il seno sbottonandosi la giacca: che è blu.
Il pensiero diventa idea, l’idea diventa parola scritta. Ma poi c’è il buio.
L’inizio della storia era arrivato, certo, ma poi?
Quante altre sere avrei dovuto aspettare?, mi domandavo.
Me lo domandai anche il giorno appresso e il giorno appresso ancora. Solo che… mentre me lo domandavo ripensavo anche al romanzo: come un mantra sempre.
Sapevo quasi a memoria quell’incipit.
Per farla breve: scrivendo Clelia imparai a pensare di giorno (anche facendo altro) quel che avrei (non sempre, anzi quasi mai) scritto di notte.
Imparai che se arrivi davanti al computer con una o due o tre idee poi è più facile farsene venire una quarta, che magari è quella giusta (nel senso che ti fa andare avanti).
Da allora, io non so dire mai con certezza quando inizio a scrivere un libro.
Magari mentre sto passeggiando, una domenica di primavera, al lago d’Orta.

Buone cose

E poi. Chiude la Libreria del giallo, di Tecla Dozio. Quando la conobbi ne srissi. Ci sarò andato una decina di volte, successivamente, da Tecla. Anche a presentare La donna che parlava con i morti. Avrei volto presentare da lei Bastardo posto.

E infine. Sono tre anni di bog, ormai. Due del vecchio e uno di questo.

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Informazioni su remo

scrivo. Ultimi libri pubblicati: Lo scommettitore (Fernandel 2006); La donna che parlava con i morti (Newton Compton 2007, fuori catalogo); Bastardo posto (Perdisa Pop 2010); Vicolo del precipizio (Perdisa Pop 2011); Buio assoluto (Historica, 2015); Vegan. Le città di dio (Tlon, 2016); La notte del santo, Time crime

6 thoughts on “13. Come un’ossessione

  1. scrivere metodicamente non mi riesce.
    “ogni giorno stesso posto stessa ora” per me è pressoché impossibile. esco la mattina alle otto e rientro alle 20 e vivendo da sola soliti casini più o meno casalinghi…
    però leggo te che lo fai.
    o de carlo che scrive solo così se no non è scrivere seriamente.
    ci provo pure ma non ce la si fa.
    è grave?

  2. sonia,
    l’ultimo mio libro (e che deve ancora andare in stampa) l’ho scritto nei ritagli di tempo; la domenica pomeriggio, qualche notte sì qualche notte no, di sicuro ho fatto come ho fatto per Clelia: l’ho fatto diventare un’ossessione, mentre scrivevo e mentre non scrivevo.

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