Pubblicato da: remo | 12 marzo 2009

intervista nella nebbia

Nella nebbia è un free press culturale che esce nella mia città, una volta al mese. Gianluca Mercadante è un giovane scrittore che ha parlato diverse volte di me (su La Stampa, su Pulp). Mi ha intervistato.
Avvertenza. Son cose, quelle che ho detto nell’intervista, poco note nella città in cui vivo, ma note per i lettori assidui di questo blog.
Comunque.

L’impegno di un uomo nelle pagine di uno scrittore
di Gianluca Mercadante

C’è vento, stasera. Ma mica un vento normale. Siberico per temperatura, africano nell’impeto, al punto da rendere vitrea la città. Tutto è tirato a lucido, nella scena di sempre: gente in macchina, che torna a casa, e altra gente ancora, in fuga momentanea dall’aperitivo per godersi la sigaretta della buonasera.
Via Quintino Sella s’incunea e prosegue serpeggiando a ridosso del centro cittadino, il sibilo dell’aria diventa un respiro stretto. La redazione della Sesia, lo storico giornale di Vercelli, sta qui. E nell’ufficio del direttore Remo Bassini l’impatto col caldo e l’odore di sigaro sembra sgorgare direttamente dalla sua terra d’origine, la Toscana.
A pensarci, potrebbe uscirne una battuta, per rompere il ghiaccio.
Non la faccio.

Remo Bassini giornalista, Remo Bassini scrittore. Anche capovolgendone l’ordine, l’una cosa sembra la conseguenza dell’altra. O non è così?
Non è così. Ho iniziato a scrivere molto presto, il mio primo tentativo compiuto di romanzo risale a quando avevo vent’anni e lavoravo in fabbrica come operaio. Il giornalismo è arrivato più tardi. Una metafora cui ricorro spesso, quando cerco di spiegare qual è secondo me la differenza fra il giornalista e lo scrittore, è questa: se tu scrivi un diario, o attraverso l’atto di scrivere realizzi qualcosa di creativo, scusami il temine ma fai un po’ il cazzo che vuoi. Non c’è nessun problema se inizi con le maiuscole dove di maiuscole non ce ne vogliono, se metti tre avverbi in una sola frase… Nel giornalismo accade ben altro. Il giornalista deve obbedire a regole precise, che riguardano soprattutto il linguaggio. Una bestemmia non la troverai mai in un articolo. Ma la metafora che volevo fare, e non ho ancora fatto, sulla differenza fra un giornalista e uno scrittore, è che il primo è un imbianchino, il secondo è un pittore.

Tu stesso hai curato nel corso della tua carriera alcune inchieste che sotto il profilo giornalistico denotavano un certo tipo di carattere, di orientamento politico, di sensibilità sociale – aspetti tuttora presenti nei tuoi romanzi. Questo, forse, rappresenta un po’ di più che fare l’imbianchino.
Sì, certo, ma capita a pochi professionisti. Spesse volte, invece, una delle critiche più frequenti e a mio avviso veritiere verso l’ambito del giornalismo nazionale sostiene che i giornalisti scrivano tutti allo stesso modo. L’unica analogia in questo senso fra la scrittura creativa e il giornalismo, è che si evita in entrambi i casi di raccontare tutto all’inizio, cercando invece di trattenere il lettore, di invogliarlo a seguire il testo fornendogli un elemento alla volta. L’attacco, però, mentre nei romanzi si diversifica a seconda dell’autore e del tipo di storia che intende raccontare, in un articolo è parte di un meccanismo che finisce col presentare i contenuti alla stessa maniera, per tutti, al di là dello stile di chi lo redige, al di là della testata che ospita il pezzo. Quando è morto Pasolini, faccio un esempio, chi si è occupato del caso ha aperto il proprio resoconto scrivendo frasi del tipo: “È stato rinvenuto”, “Hanno ritrovato”…

Parliamo allora di vincoli formali?
Parliamo di vincoli – e basta. L’aspetto più bestiale del giornalismo sai qual è? Quando avviene una rapina, c’è una sparatoria e ci scappa il morto, è il direttore del giornale a decidere quanto spazio avrai per dare la notizia – e la bravura del giornalista sta nel comunicare il maggior numero d’informazioni nel minor spazio possibile, se di spazio ce n’è poco. Una volta, mentre collaboravo con “L’Indipendente” di Daniele Vimercati, è successo il caso opposto: dovevo parlare di un suicidio avvenuto qui, nell’immediato circondario, ma siccome era un periodo tranquillo, e quindi non c’erano molti articoli in pagina, ho dovuto farlo in tremila battute. Il che significa divagare parecchio, se il fatto in sé, per essere descritto, ne richiederebbe meno della metà.

E qui sorge spontanea una riflessione: il giornale in cui hai lavorato, e ora dirigi, è un giornale che parla spesso di gente. “Il quaderno delle voci rubate”, il tuo primo romanzo, anche. La capacità di ascoltare le persone, le loro confessioni, l’hai maturata lavorando qui?
No. Quel tipo di ascolto mi è cresciuto facendo il portiere di notte in un albergo. Era il 1983. L’ho fatto per tre anni.

E cos’è successo lì?
(Sorride) “Il quaderno delle voci rubate” comincia qualche tempo dopo, di sera, con un gran mal di denti. Comincia con me che mi siedo in poltrona, block-notes alla mano, e dico: “Dai, raccontami una storia”. E di notte, in un albergo, ne piovono di storie. Nei miei libri parlo spesso di puttane e Carabinieri. Li ho conosciuti, di notte. C’è tanta gente malata d’insonnia, col bisogno di svuotarsi davanti a qualcuno che l’ascolti. In certi casi sarebbe bastato azionare un registratore e le storie avrebbero assunto la loro consistenza propria. In realtà, ho poi preso da loro in prestito soltanto qualcosina: mi piace scrivere a imitazione del vero, ma mettere su carta il vero, privo di drammaturgia, non è il mestiere dello scrittore. Uno scrittore racconta storie e per farlo bene gli è necessario creare attorno a quelle storie una struttura che le sostenga, le renda raccontabili a qualcun altro. Ciò che ha permesso a “Il quaderno delle voci rubate” di essere il mio primo libro pubblicabile, è stato l’aver attribuito al protagonista parte delle mie esperienze di operaio, di portiere di notte, per poi scoprirlo completamente dissimile da me. Ero riuscito a raccontarmi una storia. E a stupirmi.

Eppure qualcuno, in una critica, ha affermato che Remo Bassini scrive storie nere perché, ora che gli editori investono di più nel genere, è un modo abbastanza sicuro per riuscire a pubblicare…
La Newton Compton mi fece il contratto al buio. La loro unica pretesa fu che il mio romanzo fosse vicino per contenuti a “Lo Scommettitore”, pubblicato da Fernandel, e quella non era affatto una storia di genere. “La donna che parlava con i morti” è invece uscito per sua spontanea forza un giallo, e piuttosto anomalo.

Lo si potrebbe definire un “giallo di provincia”?
La provincia è ovunque. Anche a Roma, anche a Milano. Esistono zone che per quanto possano appartenere geograficamente a una città molto estesa, vivono soltanto nei piccoli luoghi del microcosmo. Vero è che nella provincia autentica le storie sopravvivono e si perpetuano con altre forme. C’è il passaparola, c’è il “tutti conoscono tutti”, le voci girano nelle piazze, sotto i portici. “Bastardo Posto”, il mio libro prossimo all’uscita, è ambientato in una città in cui chiunque di noi potrebbe vivere. Il sottotitolo ideale sarebbe “Calpestati”, perché chi osa andare contro al potere e alle sue maglie invisibili, da nord a sud, viene calpestato.

Anche in questa tua opera ritroviamo quindi ideali politici e sociali. Perché ti poni sempre in quest’ottica, scrivendo?
Perché per me la letteratura deve “andare contro”. Se esiste una costante fra me come uomo, come operaio, come portiere di notte, come giornalista e come scrittore, è questa: l’impegno. Che non vuol dire necessariamente politica. Impegno vuol dire fare qualcosa di concreto. Nel mio caso: raccontare una storia per dire che sono i deboli i primi a venire sopraffatti.

Quali tue pagine riscriveresti? E quali pagine vorresti avere scritto?
“Dicono di Clelia”, l’unico mio titolo uscito presso Mursia, lo riscriverei. Non tutto, ma alcune pagine sì. E poi mi piacerebbe scrivere di Augusto Franzoj, che ho toccato con un racconto, compare in “Tamarri”, la mia sola raccolta pubblicata finora. Salgari era profondamente affascinato dalla figura di questo vercellese, dalla sua vita scriteriata. Franzoj incarnava l’uomo che Salgari avrebbe voluto essere, forse: pieno di donne, in mezzo a duelli, scazzottate, avventure incredibili. Riuscì a realizzare fino in fondo il proprio suicidio, tentato ripetute volte, sparandosi alla testa con due pistole, così: una da una parte e una dall’altra, per essere sicuro di morire davvero, stavolta. Vorrei scriverlo un romanzo storico incentrato su di lui. Ci penso da parecchio.

È la tipica domanda da cento milioni, ma a questo punto vale la pena fartela: che cosa pensi veramente della scrittura?
Una frase bellissima, in cui mi riconosco, l’ha detta a questo proposito Flaubert. Lo scrittore dovrebbe vivere come un borghese e pensare come un pazzo. E azzarderei un parallelo fra lui e la O’Connor, quando dice che per scrivere bisogna sporcarsi. La scrittura, la scrittura vera, è questa cosa qui. Parlare dell’animo umano, descrivere certe sensazioni, sporca. Ti racconto cos’ho imparato in questi anni: da quando sono uno scrittore letto e pubblicato, tanti mi contattano per ottenere da me una valutazione dei loro lavori. Di solito chiedo una sinossi del testo e un capitolo. Ma sai cosa mi spinge a interessarmene? Le mail che ricevo. Sono bellissime. Le persone raccontano i propri sogni da scrittori, frustrati da troppi problemi. Raccontano la loro vita, il proprio percorso esistenziale. Poi allegano un testo e scopri, malgrado ciò, che il testo è inaccettabile. La gente perde di vista l’obiettivo principale dello scrivere, che è soltanto raccontare una storia. Stupire a tutti i costi l’immaginazione degli altri è un difetto enorme. Si può tuttavia correggerlo, io non credo che uno scrittore nasca già scrittore. Cito anzi spesso Fenoglio per ribadire, con lui, che “la mia miglior pagina se ne esce dopo decine e decine di penose riscritture”.

il blog di Nella nebbia:
http://www.nellanebbia.it/

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Responses

  1. Bella questa intervista.
    Anche se ltu ‘hai detto diverse volte, io continuo a non credere fino in fondo che RB scrittore sia cosa disgiunta dal RB giornalista. Io il giornalista lo sento eccome nei romanzi. E non ho mai letto un tuo articolo, ma scommetterei che non cominciano con “è stato rinvenuto”.
    Abbracci eccetra…

  2. “Giornalista” è un’etichetta; “scrittore” è un’etichetta. Senza etichette, sei un essere umano che io apprezzo nel suo vissuto e nel suo vivere.

    Poi ci sono i ricordi ed i rimorsi. E quelli sono personali, nonostante ci si affanna alla condivisione degli stessi; ma, talvolta, solo per lenire i propri… credo.

    Ti dico comunque “buona notte”, anche se veglierai il cielo per me.

  3. molto bella quest’intervista

    buona giornata


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