9 – La fortuna… di pubblicare

L’ho letto – ma non ricordo dove né dove l’ho letto, ero,come al solito, distratto – ho letto insomma che De Carlo arrivò alla pubblicazione del suo primo libro grazie alla sua intraprendenza: avrebbe consegnato il manoscritto addirittura a Calvino.
Supponiamo sia una bufala, una leggenda. Sta di fatto che potrebbe succedere che un aspirante scrittore riesca a trovare la via spianata alla pubblicazione grazie al fatto che magari il suo vicino di casa, o di ombrellone, lavori in una casa editrice.
Insomma: chi è timido fa più fatica. Chi vive in un paesino, ha meno possibilità di avere contatti. Chi è timido e vive in un paesino rischia di scrivere per il suo cassetto.
Così almeno, prima di internet.
Quando scrissi Il quaderno si che ne sapevo, io, dell’esistenza di case editrici piccole e medio piccole. Dell’editing. Dei meccanismi editoriali.
Feci dei tentativi, sei, sette, forse otto. Ottenni un rifiuto gentile (complimenti ma) e tante non risposte.
E poi: conoscevo nessuno, io, allora (e, ripeto, c’era, sì, internet, ma a me sembrava una cosa folle, mi auguravo che fosse una moda…).

Magari succede di conoscere qualche scrittore, o di vederlo.
Solo che parlare con uno scrittore mica è facile.
Uno scrittore sembra che non sia mai stato un aspirante scrittore, sembra nato scrittore. Se tu chiedi, uno scrittore affermato ti guarda e tu, senza che lui apra bocca, hai la sensazione di aver detto una cazzata.
Poi uno scrittore non ha mai tempo. Non ha tempo di leggere il manoscritto di uno sconosciuto, ché poi, il problema è lo stesso: tutti si credono scrittori in Italia.
Per fortuna non è così.
S’incontrano scrittori (ma fuori dai salotti) o persone del mondo dell’editoria generose; son rari, ma ci sono, esistono.
Occorre fortuna e io, sinceramente, sono stato fortunato. Dopo anni però.

Quella di De Carlo non so se sia vera, ma questa, invece, lo è.
Vado a memoria, ora.
Leggo su internet una domanda a uno scrittore.
Come sei arrivato alla pubblicazione?
E lui. Non ci crederai ma è andata così. Mia madre conosceva il tal editore, gli ha consegnato il mio manoscritto e lui, dopo averlo letto, mi ha pubblicato.
Pensai a mia madre, povera donna. Cosceva il panettiere, il farmacista, quando ero piccolo raccomandava la sua e la mia anima al prete perché temeva facessi troppe bischerate.

Io sono stato fortunato, dicevo, ma Il quaderno delle voci rubate, il mio primo libro, resta comunque un libro fantasma: non distribuito in libreria.
Io considero il mio primo libro Dicono di Clelia, e il mio secondo vero libro Lo scommettitore.
Alla pubblicazione sono arrivato nel modo classico, tradizionale.
Spedendo il manoscritto.
Mursia (se andate nel sito ci sono le indicazioni) chiede la sinossi e un capitolo, a scelta, Fernandel no, chiede tutto.
Mandai, mi risposero, mi pubblicarono.
(Con al Newton Compton è stata tutta un’altra storia: non fui io ad arrivare a loro ma loro ad arrivare a me. Grazie a Fahrenheit, grazie a… questo blog).
Forse, e dico forse, Il quaderno è rimasto un libro quasi-fantasma perché non c’era la rete; e la rete perlomeno aiuta.

Un paio di anni fa è venuta da me una signora. Che mi ha portato un libro, scritto da suo marito. Cinque racconti. Pubblicati da una casa editrice a pagamento. Dieci milioni per mille copie, mi pare. O cinque milioni, non ricordo (ero distratto).
Le chiesi, Ma perché?
E lei: abbiamo spedito a Mondadori, poi, sa com’è, non sapevamo come fare, poi mio marito ha letto la pubblicità di una casa editrice su un giornale, li abbiamo contattati, e siamo contenti.
Ne ho letto uno solo di quei racconti: niente male, ve lo assicuro.
Una casa editrice piccola li avrebbe pubblicati? Non lo so.
Ma il fatto che questa coppia non usasse internet è stato un danno: perché non hanno nemmeno potuto provare.

In pratica. Ad accezione del Quaderno, che fu pubblicato dal giornale in cui lavoro, ho sempre ricevuto dei sì, io, dall’editoria. Ma so bene che l’editoria ha meccanismi perversi e strani.
Ho letto manoscritti che io ho considerato belli, ma sono stati rifiutati.
Se dirigessi una casa editrice avrei almeno cinque, sei o forse più nomi di autori nuovi, oppure nuovi no, ma che hanno pubblicato con editori quasi-fantasma, da proporre.
Ho avuto la grande soddisfazione (che è grande, credetemi) di suggerire manoscritti in lettura che sono poi stati pubblicati.

Mi fermo, la mia mezz’ora di pausa sta scadendo.
Perché ho scritto questo: perché, nonostante internet, tanti aspiranti scrittori non sanno come muoversi. E magari, questi appunti frettolosi, un po’, a qualcuno servono.

Insomma, ho pensato che se qualche scrittore mi avesse raccontato idei suoi primi tentativi maldestri nell’editoria io l’avrei ringraziato, allora.

(Non ringrazierò mai abbastanza Laura Bosio per l’editing de Il quaderno delle voci rubate.
Le dissi: dimmi se devo gettarlo in un cassonetto o se invece…
Mi disse, Invece
Avevo scritto Il quaderno da oltre un anno. Non conoscevo Laura; sapevo della sua esistenza, avevo letto il suo primo libro, I dimenticati. Nè sapevo, per esempio, che avesse collaborato con Pontiggia. E che, oltre a essere una scrittrice, era una editor. Fu gentile con me. Ero un vercellese che si rivolgeva a una vercellese che viveva a Milano. Mi chiese del tempo. Mi pare che mi rispose sei, sette mesi dopo l’invio.
Se Laura Bosio non avesse fatto l’editing de Il quaderno io non lo avrei proposto agli amministratori del mio giornale.
Ho una certezza: l’avrei distrutto, come avevo fatto in passato per altre cose).
Ho sforato: 35 minuti.

buona giornata

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Informazioni su remo

scrivo. Ultimi libri pubblicati: Lo scommettitore (Fernandel 2006); La donna che parlava con i morti (Newton Compton 2007, fuori catalogo); Bastardo posto (Perdisa Pop 2010); Vicolo del precipizio (Perdisa Pop 2011); Buio assoluto (Historica, 2015); Vegan. Le città di dio (Tlon, 2016); La notte del santo, Time crime

14 thoughts on “9 – La fortuna… di pubblicare

  1. non è impossibile andare al baraccone del tiro a segno e tranciare a fucilate il filo che regge la tigre di pelouche. non lo è, tanto quanto pescare un editore che abbia voglia di fare il suo mestiere. mi ripeto, ne ho conosciuti un po’, molto noti, e tutti a vantarsi di buttare manoscritti senza leggerli. “e come si fa? ne arrivano tanti. noi diciamo che li leggiamo tutti, ma non è vero”.
    Posso ammettere che sia difficilissimo, è vero. ma la mia risposta è sempre stata “perché invece che l’editore non hai fatto il sarto?”

  2. E’ da mesi che c’ho sempre ‘sta domanda nella testa… che tu, nei tuoi post, ti appoggi alla provvidenza: ma tu ci credevi?

  3. La cosa là, la santa donna Tamarro, di Va dove ti porta il cuor disse al MaurissioCostansiosciòu che dopo trenta e passa tentativi intutili & rifiuti ebbe ‘na risposta positiva, quindi lode maxima a chi non s’arrese!
    Di fatto aveva contato ‘na balla grossa come lei, anzi di più, ch’essa è minutina.
    Cioè, il babbo suo, ora buonanima, dirigente RAI, era amicissimo di Cotroneo che la gettò sul mercato sottostante, come disse Jannacci.

    Laddove, ancor, si vede che la major parte mente, degli scrittori.
    Io di per me accumulo rifiuti, quindi non mento.
    MarioB.

  4. Cotroneo chi? Roberto Cotroneo?

    Ma la Tamaro non è parente di Italo Svevo? Non le è bastato il richiamo potente a cotanto avo?

    Mi è piaciuto questo passo:

    “Leggo su internet una domanda a uno scrittore.
    Come sei arrivato alla pubblicazione?
    E lui. Non ci crederai ma è andata così. Mia madre conosceva il tal editore, gli ha consegnato il mio manoscritto e lui, dopo averlo letto, mi ha pubblicato.
    Pensai a mia madre, povera donna. Cosceva il panettiere, il farmacista, quando ero piccolo raccomandava la sua e la mia anima al prete perché temeva facessi troppe bischerate.”

    Eh.
    E’ la solita differenza di classe. Chi è già arrivato ancor prima di partire. Lo scrittore aveva mammina con il salotto letterario. Io invece avevo il salotto con le pattine ( e ce l’ho ancora).

    Non ti è mai capitato, in passato di aver scritto qualcosa ad una casa editrice famosa e che ti venisse sottratto, se non il libro, il soggetto?
    Supponiamo che un giovane sconosciuto abbia un’ottima idea, spedisca ad una casa editrice che abbia sotto contratto un nome di richiamo, che al momento non abbia nulla di buono…come fare a difendere il proprio lavoro? Di tanta gente che ha mandato materiale alle case editrici c’è chi ha fatto quest’esperienza?

  5. a cento persone almeno, no a cento no, diciamo a venti persone almeno io ho detto, Scrivi che ne vale la pena.
    ma se io dovessi essere il direttore di una casa editrice e tra questi venti dovessi sceglerne quattro, o cinque, o sei, diventerei, è umano, è sempre stato così, un inapace agli occhi degli esclusi.
    e in effetti: quante vole l’editoria ha pubblicato cose mediocri tenendo lontani i migliori? diverse volte.
    e questo qualcuno magari ha scritto cose belle, ma non commerciali: non capitò, forse, la stessa cosa a Italo Svevo?

    c’è poi un altro aspetto da considerare. le case editrici italiane sono bombardate da manoscritti, spesso illeggibili.
    ricordo un mattino, trascorso a Mursia.
    ne arrivarano otto di manoscritti.
    allora.
    è come far la coda al pronto soccorso. solo che… bisogna aspettare, perché tutti si credono i (più malati) più bravi.

    che tanti bei manoscritti non vengan pubblicati non ci piove.
    l’editoria ha un occhio anche commerciale. forse da sempre, forse oggi di più.
    ma dal momento che siamo tutti scrittori avete un’idea di quanti onorevoli, giornalisti blasonati, pezzi di novata bussano alle porte dell’editoria? in tanti.
    i raccomnadati vengono pubblicati?
    credetemi: non lo so.
    da qel che ho visto io (mursia-fernandel-newton), no, ma io ho visto poco.
    magari un pezzo da novanta (ipotizzo io) viene trattato meglio.
    di sicuro, io conosco dei bravi scrittori che stntano a farsi pubblicare.
    ma ripeto: alla fin fine l’editore o l’editor sono persone che scelgono in basi ai loro gusti (più indicazioni) e quandosi tratta di scegliere si diventa sempre crudeli.
    si esclude qualcuno.

    oppure prendete luisito bianchi.
    scrive La messa dell’uomo disarmato e non trova un editore.
    il libro viene stampato in proprio.
    si esaurisce.
    paola borgonovo ne trova una copia la legge, la propone a Sironi.
    6 mila copie dopo… un anno?
    ma quanto tempo ha dovuto aspettare, quanti anni, don Luisito (per me il migliore scrittore italiano vivente)?
    è un maestro, per me Luisito.
    quando qualcuno ricorda i rifiuti degli editori, pewr anni e anni, lui sorride.
    gli importa poco.
    per lui era importante scrivere.

  6. E’ ovvio che una casa editrice deve fare i suoi interessi. Io non mi oppongo alle leggi di mercato. La grande casa editrice punta sui molto bravi o sui molto introdotti e che offrono un parco di conoscenze tra critici/giornalisti e politici ed infine sul “caso del momento” ( perché è un vip, perché ha ammazzato la famiglia, perché racconta qualche stramberia,ecc.).Mi chiedo a quanti sia capitato il plagio, che un’opera rifiutata sia stata invece incamerata, riscritta e firmata da un nome di richiamo. Non sono le scelte funzionali che mi disturbano, il mondo va così. Si arriva soltanto con grinta, determinazione e raccomandazioni. Ho già messo in conto di non averne. Mi offende il plagio, il raggiro.
    Non ultimo (raggiro) quello di quelle case che sono poco più che tipografie e pubblicano qualsiasi buffonata a pagamento. Vivacchiano sull’ambizione diffusa. Sono ben contenta di non aver mai ceduto ( per ora) alla suggestione del tipografo prezzolato.

    Non mi piace la definizione di *miglior scrittore italiano vivente*, mi fa venire l’orticaria.
    E mi ricorda invece Flaiano che, non so più in riferimento a chi, d’un tristo malinconico figuro, scriveva : è il più grande scrittore morente.

  7. E’ vero, dove vivi e che strumenti hai a disposizione fanno la differenza. Come il sapere e il non sapere certe cose (e questo è un universale che ben hanno capito i nostri governanti). Lo dico senza astio per chi quegli strumenti ce li ha, ma con gran rammarico e tristezza per chi non li ha: magari non avremo un nuovo Calvino perché è nato in un paese sperduto e ora fa il pastore, beato lui. O lo scienziato che avrebbe scoperto la cura per il cancro ora sta tirando avanti svogliatamente l’azienda di famiglia, o quello che sarebbe stato un bravo editore fa il sarto: quanti talenti si perdono perché non li si lascia scoprire e poi seguire le loro inclinazioni? Perché non li si aiuta a conoscersi e a realizzare le proprie potenzialità? E noi cosa perdiamo? Ecco questa mancanza di fantasia, di curiosità e di conoscenza, di sé e del mondo, a me pare un delitto.

  8. sandro: nella provvidenza non ho mai creduto.
    prefrisco gramsci: il pessimismo è della ragione l’ottimismo della volontà

  9. rossana, a me è successo che un tipo mi scrive e mi dice, Sai ho partecipato a un concorso con un racconto, non è che ho proprio copiato da te questa scena… ma quasi.
    poi scrisse (capolavoro): te lo dico per correttezza.
    no, le case editrici non rubano idee. qualche coglione, magari in giro c’è.
    sulle case editrici c’è qualche si dice.
    pochi.
    e non sulle più blasonate, credo.

  10. Bel tipo, quello :-D, però è stato “corretto”.
    Sul resto magari avremo occasione di parlarci di persona, un giorno…

    Splinder è in palla? Non riesco ad entrare neanche nel mio blog.
    Prima era in manutenzione, ora è a scartamento ridotto.

  11. E che fine ha fatto lo scrittore rintanato nella sua stanza, lontano dal mondo, sperduto in un paesino sconosciuto, ma di grande talento che tutte le case editrici vogliono pubblicare? Ovviamente sto scherzando!
    Comunque è vero: internet è una gran buona opportunità. E poi si parla tanto che alcune persone pubblicano solo perché note al grande pubblico (spesso per cose completamente diverse dalla scrittura) e allora mi chiedo: perché non lavorare anche su questo e cercare di farsi conoscere?

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