3 – Vedere con “altri occhi”

Una sera d’inverno del 1995.
Da quando mi sono laureato (lavorando), e quindi da quattro anni, mi sono messo a giocare a bowling, ma a livello agonistico. Mi alleno almeno tre sere a settimana, faccio tornei in giro per l’Italia o all’estero.
Le sere che non mi alleno vado in redazione: o lavoro, o scrivo cose mie, sul mac.All’abitudine di uscire tutte, ma proprio tutte le sere, non avevo mai rinunciato, nemmeno quando ai tempi dell’università: mi concedevo mezz’ora, per un caffè, un giro in macchina quando la città dorme.
Una sorta di “premio”.
Quella sera del 1995 però ho un mal di denti fortissimo. E quando arriva mezzanotte, e in casa, ancora svegli, non ci siamo che io, Barone (il mio primo cane), Lilli (la gatta che mi faceva bestemmiare), anziché uscire decido di… guardare la televisione non se ne parla, leggere non ne avevo voglia, scrivere?…
Su una cassettiera tutta mia, di cianfrusaglie, foto, articoli di giornale e chincaglierie varie, scovo un bloc notes nuovo nuovo.
Tra me e me penso: ho peso l’abitudine, oramai, a scrivere, ché al giornale, da un bel po’ di tempo, usavamo i mac. Pensi: Voglio scrivere qualcosa, come facevo una volta.
Traduzione:  più o meno consciamente sapevo che avrei iniziato a scrivere qualcosa per poi distruggerlo.
Con l’auslio di una overdose di novalgina e sciacqui vari, il mal di denti intanto si era un po’ chetato, così dissi che sì, potevo scrivere, va a sapere cosa.
Cosa scrivo?, pensai, non so per quanti minuti.
La fabbrica? Le cose viste facendo il portiere di notte? Un copione?
No, sono i tentativi di sempre, pensai, e intanto la bic (ricordo: era nera) restava sospesa.
A un certo punto mi dico: Raccontami una storia.
Mi sento un po’ scemo, ma dura poco: ché, nel frattempo, la biro ha cominciato a scrivere e io ho quasi la sensazione che non sia il mio cervello a scrivere ma sia la mano.

Sa di antico il mio piccolo bar…

Vedo che scrivo e mi piace non tanto scrivere ma stupirmi di ciò che scrivo; e dopo due, tre ore, o finito di scrivere il primo capitolo de Il quaderno delle voci rubate (che non aveva nessun titolo).
Provai a rileggere. Ho una pessima grafia, io. Certe parole erano ghirigori. Feci delle correzioni, subito.
Poi pensai: domani ricopio sul mac.
E così fu; e nei giorni successivi andai avanti, ma con il mac, secondo capitolo, poi terzo, poi quarto, poi… basta.
Una voce mi stava dicendo: Cazzo stai facendo Remo? Lascia perdere.

Lasciai perdere per qualche mese. Ma il file con quei quattro capitoli non lo distrussi, anzi: ne stampai addirittura una copia e lo infilai in un cassetto.

Mesi dopo, una domenica pomeriggio.
Odio ed ho sempre odiato le domeniche pomeriggio. Hanno un po’ di senso se leggi, o se vai via, se, insomma, fai qualcosa.
Mi ritrovo in redazione, solo. E non ho niente da fare. Ne approfitto per mettere a posto la scrivania e i cassetti. Anche i cassetti, già: dove, e quasi quasi non me ne rammentavo più, trovo i primi quattro capitoli del romanzo.
Penso: Ma come, non li ho ancora buttati via? E penso anche: chissà dove li ho registrati sul computer…
Ma intanto comincio a leggere e, mentre leggo, anzi no mentre rileggo, percepisco una grande novità: mentre in passato provavo una grande noia nel rileggere le cose mie, stavolta no, provo piacere (lo dico ancora con timidezza, credetemi) e ho la sensazione, quasi, che quei quattro capitoli siano cosa scritta da altri.
Non metterti in testa bischerate, Remo.
Ne vedevo di gente che veniva al giornale e diceva: Ho scritto questo, ho scritto quest’altro, ma nessuno che mi pubblichi (qualcuno veniva al giornale dal momento che il giornale, allora, era anche una casa editrice).
Però continuai.
Prima di continuare, però, ripensai a quel sera col mal di denti, alla frase “Raccontami una storia”.
Dovevo raccontarne altre.
Poi ripensi che forse, quella frase, la dovevo a qualcosa e a qualcuno.
Sì, la dovevo a un articolo su Repubblica di Beniamino Placido.
Grazie a quell’articolo avevo capito che quel che più conta per uno scrittore sono gli occhi: il saper vedere la vita degli altri con “altri occhi”.
Ne dirò presto, spero.

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9 pensieri su “3 – Vedere con “altri occhi”

  1. Cominciare dal raccontarsi una storia mi pare una gran partenza, davvero. E mi fa pensare al mondo dell’infanzia.
    Credo che raccontare ( raccontarsi) una storia sia un atto di amore puro, che a volte può spezzare una solitudine. Quante persone si potrebbero salvare se qualcuno gli raccontasse una storia?
    Chi ti racconta una storia, non solo non chiede niente in cambio se non ascolto, ma ti offre del tutto gratuitamente un tempo dilatato, infinito che, per uno strano miracolo, rallenta il correre di tutte le lancette del mondo. Ti offre in dono la sua voce piena di sfumature che dipinge paesaggi e costruisce percorsi. Ti offre un’attenzione esclusiva e inviolabile. Ti offre la condivisione di una cosa speciale che potrà essere rievocata ogni volta che vuoi e che tornerà ad unirvi sempre. È un regalo preziosissimo.
    Forse è per questa idea che ho una stima così alta della letteratura e di chi scrive, che a volte mi pare un atto quasi sacro.

    Se poi vogliamo parlare della sensazione che danno un bloc notes nuovo e una bic, beh….non c’è niente da fare, è quasi una magia.

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