incipit da collezione

A Enrico Gregori è venuta un’idea.
Raccogliere, magari qui, degli incipit scritti dai blogger; incipit di cose loro, edite oppure no.
Ho detto a Enrico che a me sta bene, che mi sembra una buona idea.
Se io potessi punterei sugli inediti.
Se io potessi scriverei recensioni di libri inediti.
Poi sulla qualità, e sulle discussioni infinite – dagli all’autore contemporaneo; la gente non sa scrivere eccetera – lascio volentieri ad altri la facoltà di sentenziare.

E’ difficile riuscire a capire in rete dove stia il confine tra cose dette perché si pensa così, e cose dette perché o conviene così o perché ci si deve togliere dei sassolini.

Ogni tanto ricevo qualche mail. Di qualcuno che mi segnala che ho ricevuto attacchi, per lo più anonimi.
Solitamente è pubblicità. Ne ho almeno una decina che mi dedicano tempo e attenzioni.
E comunque. La vita è breve anche se si campa cent’anni, e, io tre anni fa al giornale ho capito una cosa: che quando arriva una lettera anonima, contro di me o contro altri, c’è una sola cosa da fare. Non arrivare al fondo (salvo eccezioni) e buttarla via.
(Sinceramente. Non capisco alcuni siti che pullulano di insulti di anonimi. E magari si lamentano, gli amministratori. Allora. Perché non attivano l’opzione dei commenti in moderazone? Forse perché gli insulti fanno salire il contatore di qualche unità? Si ma poi?).

E quindi. Se in questo blog faremo questa raccolta di incipit chi volesse restare anonimo è pregato, comunque, di manifestarsi, almeno a me, per posta elettronica. Con nome e cognome.

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Informazioni su remo

scrivo. Ultimi libri pubblicati: Lo scommettitore (Fernandel 2006); La donna che parlava con i morti (Newton Compton 2007, fuori catalogo); Bastardo posto (Perdisa Pop 2010); Vicolo del precipizio (Perdisa Pop 2011); Buio assoluto (Historica, 2015); Vegan. Le città di dio (Tlon, 2016); La notte del santo, Time crime

21 thoughts on “incipit da collezione

  1. Scusa, caro Remo,
    tanto per rompere,
    siccome di incipizi ne è stata fatta n’incetta bestiale, qua e là, a migliaia,
    e poi,
    siccome, secondo me, è molto più difficile finire con stile che iniziare,
    e le ultime parole, come ben si sa,
    spesso si incollano, s’imprimono dentro di noi,
    troverei migliore fare una raccolta di finali,
    metti, non più di 10 righe,
    son diffilici i finali,
    ben di più dei cosi di sopra di cui ho barba infinita,
    tanto son parole al vento,
    vabbè
    MarioB.

  2. Io non sono mai stata democratica ( che i Greci dicevano già fosse la peggior forma di governo) e cancello i commenti molesti. Non capisco chi se ne lamenta, quando esiste l’opzione foera di ball.

  3. Mamma mia, Remo… attaccano persino te… ma perchè? Per dire cosa?

    Il tuo blog è una scoperta recente, ma davvero mi piace molto.
    Vengo qui con gioia e con curiosità, convinta di trovare uno stile di scrittura molto piacevole e contenuti emotivi e ricchi di memorie e tracce su cui riflettere.

    Mi chiedo spesso perchè, non amando qualcosa o qualcuno, semplicemente non si scelga la diserzione o l’ astensione…

    Buona fine di domenica! : )

  4. Ciao Remo! Che idea bella! Complimenti a Greg per avertela suggerita!
    Sugli anonimi e gli insulti ecc. da me all’inizio era un delirio di folli, non ho mai messo la moderazione perchè non avevo voglia di postare ogni giorno i commenti inseriti, ma alla fine gli ho debellati con la sana e buon vecchia indifferenza. U___U Certo dopo infinite discussioni! Ora a distanza di tempo, dopo qualche altre episodio di cafoni patentati, ho inserito una postilla nei commenti. Chi non si firma, lo cancello!
    Sugli attacchi che ti fanno…mi viene da dire: l’invidia è una gran brutta bestia!
    Buona giornata!

  5. conosco remo da quattro anni. non è tanto, anche perché abbiamo passato assieme ‘fisicamente’ non più di sei ore. se devo trovargli un difetto, è questo: è velato da un filo di malinconia. ma parlar male di lui non è possibile. né come uomo né come scrittore. perciò ‘non ti curar di loro ma gurda e passa’. o meglio, remo, imita: ed elli avea del cul fatto trombetta.

  6. Marco: non mi pare un buon consiglio, per Remo. Mi riferisco all’ultimo in oggetto. Spero tu ti riferisca all’anonimo e al modo in cui scrive. Suonando.

    Errata Corrige: mi soccorrano i milanesi, si scrive foeura o foera?
    Qui è fora.

    Ho almeno tre incipit.
    Una raccolta di racconti, in uscita.
    Un saggio, che non uscì mai. Avevo già corretto le bozze, per La Scuola di Brescia.
    Un romanzo per ragazzi, rubato…dai Torinesi.

    Vedi tu.

  7. io un incipit ce l’avrei.
    uno che per il momento è tale.
    la storia c’è, le idee si affastellano.
    quello che manca è la concentrazione.
    boh.

  8. a Enrico:
    non è detto che l’assassino si debba conoscere nelle ultime dieci righe, anzi,
    come ben sai,
    c’è tutta ‘na stirpe di gialli co l’ nome de l’assassino già nelle prime pagine, ecco

    MarioB.

  9. @ mario:
    era per dire, suvvia.
    pensa che bello (giallo o non giallo) se nell’ultima riga ci fosse scritto, chessò,………”e allora arturo decise tornare per sempre a Vercelli”. Magari tutto il romanzo è basato proprio sul dubbio che arturo ha di dove cacchio andare e cosa fare della sua vita. no, non mi quadra.

  10. Mi sembrano gli intergruppi degli anni 70, ognuno diceva la sua e non si combinava mai un C…o.
    Quindi che si fa? Magari alla democristiana dove uno se vuole comincia con l’incipit l’altro con il ” finincipit”. mah?

  11. si parte.
    con quello di gea.
    ecco, ci vorrebbe l’incipit con la precisazione: ho scritto oppure sto scrivendo.
    attendo istruzioni, comunque.
    dobbiamo ancora prendere un’altra decìsione: ospitiamo anche incipit di cose magari pubblicate?
    io direi di sì, dividendo in due sezioni.

  12. @ remo:
    se la posta elettronica non funziona come quella terrena, io credo di averti mandato due incipit di cose pubblicate. ho anche degli inediti che (si spera) pubblicherò. però decidi te. credo che si debba dare spazio al maggior numero di bloggers. perché questa (vivaddio) non è una gara, ma una “mostra”. certo, si può e si deve commentare, ma credo che sia importante il proporsi, l’essere letti, discussi e anche corretti.

  13. enrico, ho appena chiuso il giornale e ora vado a mangiare, o pizza o insalata mista, vediamo.
    su gmail non c’è nulla.
    ma ho avuto problemi, oggi, mi hanno spedito foto pensantissime che anora debbono arrivare.
    vado.

  14. Non so se ho capito bene la proposta, soprattutto non so dove si scrivono gli incipit proposti.

    Ecco il mio:

    E’ un tormento mettere insieme le parole. Un po’ come versare secchi d’acqua su un torrente in secca. Si formano ridicole pozzanghere che non coprono neanche le pietre del letto del fiume. Eppure ci sarebbero tante cose su cui scrivere: le madri e le nonne della Piazza di Mayo, lo squallore del governo attuale, il presente che scorre via con il suo carico di piccoli drammi amorfi, i genitori che invecchiano, la crisi finanziaria, l’esplosione di energie rivolte contro se stessi, il lento declinare del piacere della vita.
    Una storia, datemi una storia. Una storia qualunque, ma bella.

    Una donna che si guarda allo specchio e ricorda un passato di sfide e solitudini; un ragazzo che s’innamora nella Lisbona del 2043 di una ragazza angolana con il corpo tatuato da farfalle dalle ali aperte; un impiegato che trova un sistema per vincere al Superanalotto, ma dimentica la ricevuta nella sua macchina che gli viene rubata; un viaggiatore che intraprende il suo ultimo viaggio verso Ovest e si perde tra Los Angeles e il Giappone insieme alla sua nave.

    Una storia, ma quale? Non voglio parlare di me, mi sembra di aver esaurito le possibilità a disposizione, l’intero repertorio della mia vita, tra un’adolescenza conflittuale e cieca, una giovinezza a cavallo tra l’Italia e l’America Latina, una maturità precocemente immobile e l’avvio di un declino animato da sussulti, da desideri di amare e di narrare che, un po’ per volta, s’inaridiscono.

    Guardo le linee della mia mano, formano un reticolo di deviazioni e segmenti che s’incrociano. Non distinguo bene la linea della vita, mi pare che si voglia arrestare a metà, poi riprende con un solco labile che si perde nell’attaccatura del polso. La linea del cuore e quella della testa sono attraversate da linee minori che pare vogliano congiungerle, creare un ponte tra ragione e sentimento. Della linea del destino non so nulla, come nessuno, visto che il destino non è nelle nostre mani, anche se c’è chi pensa il contrario.

    Una storia, una storia che non sia quella di un uomo che ha passato i cinquanta e che sente languire dentro di sé desideri, che vede la sua vita come due solchi paralleli tracciati in profondità e da cui è sempre più difficile uscire. Una storia che emozioni innanzi tutto chi la scrive e che venga letta con interesse da chi la vede scorrere davanti a sé lungo le pagine del testo.

    Ho provato a descrivere la vicenda di un uomo che intraprende il suo viaggio estremo verso San Diego, dove lo termineranno, lo uccideranno con un cocktail di farmaci indolori e legali, nel 2027. Ma l’ho fatto viaggiare in luoghi che non conoscevo e il mio personaggio si è perso in un Kazakistan di cui non so nulla, a eccezione della visione grottesca che ne fornisce ”Borat”, un luogo di malaffare abitato da puttane, antisemiti, masturbatori incalliti, ladri e ricettatori. E non ho voglia di farlo tornare su rotte conosciute, come un Antonio Nasar del futuro, verso Lisbona, l’Atlantico, il Messico, la bassa California, San Diego.

    Eppure tra Lisbona e il Messico qualcosa è rimasto, un insieme di ricordi che non stingono come calzini lavati male, suggestioni che collegano il Bairro Alto con le spiagge di Oaxaca, le dune di Carrapateira e le architetture coloniali di Guanajuato e Zacatecas, le stradine dell’Alfama e gli assi stradali che attraversano il Distretto Federale.

    Strano, quando torno in Portogallo o in Messico respiro l’aria di un tempo, rivedo persino il traffico demente che assedia la capitale con affetto, scorgo le case a due piani che lambiscono le arterie a otto corsie con piacere, il segno che quella città è rimasta in piedi, anche se aumenta di 300.000 persone ogni anno. Poi, un po’ per volta, inizio a cogliere un’estraneità che s’insinua in me: non è la città a essere cambiata, sono io e questa realtà mi colpisce come una rivelazione seccante e inopportuna, ma vera, vera come un’emicrania e fastidiosa come il senso di affanno legato all’altezza.

    Una storia, voglio una storia.

    Avanti, iniziamo.

  15. Uno, a Lisbona, gli hanno tirato un colpo
    mentre era sul ponte:
    è finito giù nel Tejo.

    E’ ‘n bel romanzo: incipit, e bell’e finito tutto.

    Roba economica.

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