lo specchio

Faccio un post che non dovrei, che non vorrei.
Di quelli che denudano.
Di quelli che, succede tante volte, poi lascio nelle viscere del blog, nascosti.
Farò così anche stavolta? Forse no, chissà?

Il problema è sempre lui: lo specchio.

Passo davanti allo specchio e, guardandomi, non mi riconosco. Il tempo è volato via troppo in fretta da quel giorno, cos’era?, un mercoledì o un venerdì?
Avevo 19 anni quasi, in casa c’era solo mia madre che in quei giorni sembrava ringiovanita, nonostante il pancione. Era rimasta incinta, alla tenera età di 48 anni; di lì a poco sarebbe nato mio fratello Moreno, era serena, calma.
Io ero steso sul divano. Mio padre e mia sorella Silvia (aveva 10 anni) erano in giro. Saranno state le sei del pomeriggio. Quando mia madre uscì per andare a fare la spesa e io mi alzai e nel vecchio registratore misi un 33 giri del Banco del Mutuo Soccorso.
…. da qui messere si domani la valle
ciò che si vede è…
… vecchio soldato, ora
si è fermato il tempo
il tuo sguardo
è rimasto appeso al cielo…

Ascoltavo, contento d’essere solo, ed ero di nuovo steso sul divano, fumando una esportazione senza filtro. Era primavera. Certo, incombeva l’esame di maturità, ma non ero preoccupato. Avevo 8 di italiano, all’esame avrei portato Ignazio Silone e il suo Uscita di sicurezza, e il membro interno era proprio il mio professore di italiano, che stravedeva per me. Lo avevo aiutato in biblioteca a fare ricerche per due libri storici, su uno scapigliato e sugli ebrei vercellesi, sapevo che potevo contare su di lui e fregarmene delle altre materie. E con la testa avevo l’università (il dubbio era: Lettere o Filosofia?), e con la testa avevo una certa ragazza, ma anche un’altra, e una certa Miriam conosciuta a Cortona, e poi avevo in mente di scrivere, io, un libro, e poi ce’era la politica, la voglia di fare, di leggere, di sentir musica, andare ai concerti, e chissenefrega di tutto.
Mi sentii – sì il termine giusto è proprio questo – mi sentii felice come non lo ero stato mai.
Cavolo, avevo il mondo in tasca, sebbene nelle mie tasche ci fossero solo delle esportazioni senza filtro e poche monete.
Ed ero orgoglioso di me: rappresentante di classe (avevo ottenuto 20 voti su 23; io non mi ero votato; l’unico fascista non mi aveva votato; chi era lo stronzo che non mi aveva votato?, degli altri 20?, mi chiedevo) e rappresentante di istituto avevo fatto del gran casino prima scontrandomi durante una assemblea con un professore e poi organizzando uno sciopero spontaneo, un sabato.
E poi la sera sarei uscito con gli amici al bar, e poi… basta adesso.
Ecco, lo specchio. Ci son passato davanti pochi minuti fa, mi sono visto. Oltre il mio volto ho rivisto un ragazzo coricato sul divano e mi è venuta rabbia: perché – qui non è facile da spiegare – perché io a quel ragazzo l’ho tradito. L’ho lasciato lì, merda.
E vorrei tornare indietro, risentire la porta di casa che si chiude perché mia madre esce, e poi sentire il Banco del mutuo soccorso, e dirgli dirmi che la vita corre in fretta, troppo in fretta, e che non si cresce mai, cristo.

Ma succede, e succede spesso, un’altra cosa.
Di segno contrario.
Passo davanti allo specchio e, mentalmente, mi sorrido.
Vedo giorni e soprattutto notti passate sui libri, vedo l’università al mattino e la fabbbrica al pomeriggio, vedo che, disoccupato, faccio di tutto: una domenica sono sotto un tiro a segno, metto i piattelli, sto lavorando in nero per 1000 lire l’ora. Potrò comprarmi dei libri.
E vedo soprattutto una scena, questa scena.
Sono a Torino, è una giornata di sole, anche se è inverno.
Ho appena ricevuto un okay per la tesi di laurea, e con gli esami sono avanti, manca poco.
Sarò, della mia grande famiglia contadini, il primo che ha studiato, direbbe Guccini
Esco, ho fretta. Il pomeriggio devo lavorare, la sera ho le prove di teatro: sono in una compagnia amatoriale, ma nel teatro più importante di Vercelli reciteremo La vita è sogno di Calderon de La barca. E il protagonista, Sigismondo, sono io.
Non vedo però l’autobus che da Palazzo nuovo, dove ha sede l’università, dovrebbe portarmi alla stazione. Faccio una cosa già fatta: corro, so che in 20 minuti posso farcela ad arrivare senza perdere il treno.
In via Po, però, ci sono dei lavori (per questo l’autobus non c’era), così io, per risparmiare tempo, me ne frego delle strisce pedonali, e di corsa taglio in diagonale Piazza Castello.
L’ho sempre fatto, soprattutto a Vercelli. Da piccolo avevo visto un film con Luigi Tenco. Lui, a una ragazza che era indecisa se attraversare dove non c’erano le strisce, aveva detta: O sei pecora o sei leone.
Però quel giorno a Torino rischiai di essere un leone investito. Perché attraversando mi sentii sfiorare i calzoni (i pare la gamba sinistra) da un un’auto, che frenò, appena in tempo. Mi voltai per un attimo: com’era prevedibile il conducente mi stava dedicando una serie di litanie poco carine. Credo che si sorprese nel vedermi calmo e tranqullo (magari pensò: questo è scemo).
Ero calmo e tranquillo e ricordo ancora adesso, e molto bene, cosa mi frullava nel capo in quel momento. In quel momento io avevo pensato: Se fossi morto sarei morto bene, correndo.
Ecco, quando passo davanti a questo specchio a volte non vedo il ragazzo che ho tradito.
Vedo il traffico, tanto traffico.
E io che corro in mezzo al traffico.
E certe volte, o quasi sempre, mi dico: Non posso lamentarmi, ché ho vissuto a modo mio.

C’è un problema, però: lo specchio è uno, ma è come se fossero due.
Vedo il ragazzo che è ancora lì, che aspetta.
Vedo l’altro, che ha corso, mamma mia quanto ha corso.

(Si chiama schizzo-paranoia questa; pare l’abbiamo vissuta tutti, secondo la psicanalista Melania Klein, nei primi mesi di vita. A volte ritorna):

Stavolta non cancello, lascio.
Refusi compresi.
Buon sabato

Segnalo, da libro Magnificat Marsigliese (Edizioni creativa)
Grande male di Francesca Mazzucato

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Informazioni su remo

scrivo. Ultimi libri pubblicati: Lo scommettitore (Fernandel 2006); La donna che parlava con i morti (Newton Compton 2007, fuori catalogo); Bastardo posto (Perdisa Pop 2010); Vicolo del precipizio (Perdisa Pop 2011); Buio assoluto (Historica, 2015); Vegan. Le città di dio (Tlon, 2016); La notte del santo, Time crime

55 thoughts on “lo specchio

  1. Dai, ne hai fatta tanta di strada, la corsa non è ancora finita. Quel ragazzo non credo che tu l’abbia tradito, solo che nella vita si cambia.

  2. Ciao remo, buon sabato anche a te.
    Secondo me tu, quel ragazzo sul divano, non l’hai tradito e poi c’è ancora tanta strada dove poter correre, quando c’è il blocco del traffico… magari con un po’ di fiatone ma che importa.
    ciao

  3. Remo, cosa rimproveri a quel 19enne sul divano? La tua vita mi sembra tutt’altro che incoerente.
    Buon sabato, certo.

  4. una tragedia. a 19 anni ascoltavi il primo disco del Banco, quello col salvadanaio in copertina (a roma “dindarolo”), e oggi ci attorroni con Finardi. Il regresso è evidente.
    Poi, dunque, vedi 2 remo nello stesso specchio oppure 2 specchi in uno specchio solo? Vabbè, non cambia. Quando vai a svinare, ogni tanto sputa. Se mandi giù tutto ecco come ti riduci.

  5. lo specchio…
    mi guardo allo specchio e non credo di vedermi davvero come sono, mi vedo spesso come vorrei essere o come penso di essere

    il mondo in tasca sì a 19 anni volevo anche rivoltarlo come un calzino, ma il mondo è sempre lì e sono io che mi sono rivoltata come un calzino

    sono cambiata fisicamente e anche dentro, ma non credo sia un tradimento è forse una consapevolezza per aver fatto delle scelte, a volte anche dolorose, ma amo tutto il mio tempo e lo conservo come un dono prezioso, non ho rimpianti, solo leggere nostalgie e non ho perso la voglia di vivere e soprattutto il piacere del vivere

    lo specchio è sempre una brutta bestia… a volte ti fa vedere anche quello che non vorresti..

    davvero un bel pezzo!

  6. lo specchio è materia ricorrente in questi giorni. in un mio post ‘ero e ancora sono’, nonostante io non nominassi lo specchio, è stato nominato da quasi tutti i commentatori.
    forse è materia delle nostre ansie?

    io non cancello mai i post. se li scrivo è segno che ho un’urgenza di parlare e perciò va bene così.
    certo, mettersi a nudo non è facile, ma io potrei dire: ‘tanto, ormai…’
    devo dire, però, che sono più spesso le donne che scrivono cose ‘nude’. gli uomini lo fanno meno ma quando lo fanno sono molto sinceri.
    buon sabato remo :-)

  7. Non so perchè parli di tradimento, in cosa senti di aver tradito e non aver tenuto fede ai tuoi 19 anni. Quando hai 19 anni sogni in tutte le direzioni perchè le strade che puoi scegliere tendono all’infinito. Ma poi mano a mano che scegli, i bivi che ti trovi davanti diminuiscono, e non c’è tradimento in questo, è un dato di fatto. Lo specchio ti fa voltare indietro e vedere ancora i bivi che vedevi allora, solo che tu sei diverso, e quei bivi non li puoi ripecorrere. Si chiama malinconia. Quando ho visto un capello bianco nascosto sotto una ciocca della tempia ho provato una strana tenerezza per me stessa, ho sorriso tra le lacrime ho detto: però, sono arrivata fino qui…

  8. lasciamo le deduzioni patologiche alla Melanie, che noi esseri umani ci passiamo tutti.
    per la storia dello specchio che ti riflette “una roba” che non vorresti.
    remo, personalmente penso siano solo gli anni che diventano un po’, un po’ di più di prima, e non sappiamo la loro evoluzione sul nostro viso, nei nostri sguardi, sulle rughe d’espressione.. dovremmo spiegare a noi stessi e crederci, ciò che diciamo sempre: c’è una storia dietro quella figura così diversa, che l’ha plasmata.
    io non mi vivo come mi vedo, e cerco di guardami poco per vanità femminile.
    anche se fossi bella, come forse non sono mai stata, l’età mi avrebbe cambiata.
    l’unica è dirsi “in meglio”.. non fosse altro che indietro non si torna e abbiamo fatto le scelte “possibili”.
    :) buon specchio, io ci litigo ancora per un po’ credo

  9. Ognuno ha i propri specchi, grazie per quello che avete scritto, tutti, indistintamente.
    cercherò di spiegarmi propondevi un’altra immagine, doppia, qualcosa che vidi quando feci del volontariato in carcere.
    c’era il detenuto che, tutto il giorno, stava sul letto guardando il soffitto, a rimuginare ma non solo: era lì e così perché si era arreso alla vita.
    e c’era il detenuto che correva, leggeva, lavorava, si dava da fare. Insomma, lottava.

    Apro un’altra parentesi. Mia madre, contadina di poche scuole ma di una saggezza che non condividevo, quando ero piccolo mi diceva sempre che non dovevo lamntarmi, mai. Anche se fiezzi (espressione cortonese) non ti passa il mal di pancia. E mi faceva ancor di più arrabbiare quando mi diceva: E ricordati che c’è sempre chi sta peggio.
    Ah.

    Io penso che quella frase si debba rifiutare, si deve lottare per stare meglio; ma è anche vera, quella maledetta frase.

    Allora – e qui so bene: mi arrampico sugli specchi, ma questo è un blog e non un diario intimo – posso dire questo. Quando racconto d’aver lavorato sette anni in fabbrica, quando racconto di essere diventato padre prestissimo, avevo 22 anni e qualche mese, quando racconto…. ometto. Non dico tutto. Fu un periodo nero, non bello, per altri motivi, seri. Niente di cui vergognarmi, perché se ti cade una tegola in testa che ti stravolge la vita tu non c’entri.

    Però, torno ai due detenuti. Quello che guarda il soffitto, ed è un morto vivente, l’altro che invece cerca di fare in modo che nella sua giornata ci siano momenti comunque belli.
    Io tradii quel ragazzo perché per alcuni anni restai a guardare il soffitto.
    Poi no, mi misi a correre, nonostante la permanenza di quella tegola di cui ho detto prima.
    Che non è, poi, un segreto segreto da non svelare perché ci si vergogna.

    Dal 1975 al 1980 ho sofferto di epilessia.
    La malattia della vergogna, da non dire (però un consiglio: non dite mai Poverino, quello ha crisi epilettiche. Pensate solo a questo: in Piemonte ce nesono almeno 30mila. Ci si potrebbe fare una città. Dove sono? In mezzo a voi. Si nascondono. E’ la malattia dello sputo, degli indiavolati).
    Prima o poi, se capiterà, ne scriverò.

    E comunque. C’è sempre chi sta peggio, direbbe mia madre.
    Anche per questo ho avuto pudore e ho pudore nel dirlo: ma lo dico, a testa alta.

    E quando nel 1982 qualcuno mi diceva Ma come fai, lavori, per studiare fai il pendolare, dormi niente, hai una bambina di due anni eccetera… io pensavo: e ho sofferto anche di epilessia. Ma me ne frego.

    Sette anni dopo mi ero – insomma – ricordato del ragazzo che ero.

    (E ora rileggo il post e correggo i refusi).
    E buona giornata.
    E per il resto son d’accordo con… la ciocca di capelli bianchi di Elena e con quello che hanno scritto alcuni di voi.
    … vecchio soldato, ora
    si è fermato il tempo

  10. ho conosciuto persone che si ‘dolgono addosso’ se così si può dire, ma è l’immagine che ho.
    e altre che vanno avanti, anche senza correre, ma avanti.
    e tutti erano passati dallo stesso buco nero.
    certi vogliono uscire e certi no.

    ma concordo con la tua saggia mamma: c’è sempre chi sta peggio.

    e mi sa che sono stata più sconclusionata del solito…

  11. Beh…sul “c’è chi sta peggio” potrei anche scaldarmi (ma non lo farò…Ne parlammo una volta, Remo, ricordi? Era estate)
    No che non è saggezza, è pusillanimità, è la meschineria di consolarsi con le disgrazie altrui, è la piccolezza della paura di provare il cambiamento, è uno stillicidio che insegna il pessimismo cronico. E’ tutta la vita che combatto contro questo insegnamento e so solo io cosa mi costa.

  12. andare avanti, magari piano ma avanti, e con consapevolezza.
    perché correre alle volte può anche essere un corrersi addosso, con la stessa paura di pensare e vivere e alzarsi al mattino di chi addosso si piange.
    quello che lo specchio ti rimanda può piacerti o meno. l’importante è guardare, e vedere, e affrontare onestamente quello che vedi.
    e se hai uno sbaffo nero cercare di lavarlo via piuttosto che pitturarsi da indiano per confondere.
    :-)

  13. no morena, non sei stata per nulla sconclusionata.
    e io, su come si racconta il dolore, senza retorica, senza esibirlo, ho solo da imparare da te.
    grazie

    monia, sì, era il momento dei racconti aquattromani, ricordo bene.
    è vigliacchieria, hai ragione.
    ma a volte è pudore, anche.

    in questo blog viene una persona, che da ragazza ha passato anni tra la vita e la morte, passando da un ospedale all’altro.
    è qui che diventa difficile….

  14. grazie gea.

    ma il commento più bello resta sempre quello di enrico. che di musica, certo, ne capirà più di me.
    ma quando dissi Finardi, dissi Finardi che interpretava Vladimir Vysotsky.

  15. uno specchio, o forse vedersi da fuori: parti di cui andiamo fieri e debolezze, non è facile guardare a noi stessi con rigore ma anche con un po’ di indulgenza.
    Per l’epilessia (e sindromi sorelle):
    è cosa da non dire anche oggi, inutile che dicano il contrario, e poi ti tolgono la patente, se la dichiari, indiscriminatamente, anche se si è sotto cura e non hai crisi da anni.
    un saluto
    lucia

  16. epliessia deriva dal greco, soprendere.
    fu il male dei faraoni, quindi nell’antico egito fu chiamata il male sacro.
    fu il male dello sputo nel medio evo: chi vedeva un epilettico in preda a convuslioni doveva sputargli addosso, se non voleva…. essere contagiato.
    nel 1882 papa Woytila ebbe un’uscita infelice: disse che gli epilettici odoravano di zolfo.
    scoppià un gran casino: il papa, comunque, si sa, è infallibile no?
    ma forse aveva la memoria corta.
    san paolo era epilettico.
    forse lo era giavanna d’arco.
    di sicuro lo era Pio IX.
    parentesi vaticana a parte, ci sono giocatori di calcio che soffrono di epilessia, ma nessuno lo sa.
    si sapeva, invece, di un nazionale di basket americano, negli anni ottanta.
    dicevano: è bravo, anche se è epilettico.
    e la storia e la letteratura son pieni di esempi illustri. giulio cesare, alessandro magno, lincoln.
    dostoevskij, flaubert, machado, petrarca in età senile, Michelangelo, Agatha Christie, Moliére e cento altri (di Dante non si ha la certezza).

    è una malattia in aumento oggi. alcuni soggetti hanno crisi causate dalla luce del computer.

    fino a trent’anni fa (mi pare) in alcuni stati dei democraticissimi stati uniti un epilettico non poteva entrare al ristorante.
    sempre in quegli anni, in inghilterra, l fabbriche (lessi sull’unità) non assumevano solo due “tipologie” di persone: gli epilettii e i trotskisti.
    (a un epilettico trotskista l’avrebbero impalato…).

    fino agli anni cinquanta chi soffriva di epilessia era a richio manicomio.
    si vadano a leggere i trattati di psichiatria di quegli anni.
    l’epilettico viene descritto come un violento, uno pericoloso insomma.

    sulla patente. nel 1956 ci fu un congresso a roma di epilettologi. per l prima volta discutevano se dare o meno la patente a chi soffre di sindome comiziale. avevano notato che gli epilettici non hanno crisi durante i momenti di tensione.

    una statistica della comunità economica europea fu soprendent in materia: rispetto alla popolazione “normale” i soggetti epilettici sono quelli che 1) hanno meno indidenti sul lavoro e 2) hanno meno incidenti automobilstici.

    c’è quindi una normativa, precisa, sulla patente.
    in alcuni stati degli Usa viene rilasciata dopo un anno dalla data dell’uiltima crisi (fa fede una dichiarazione del medico curante).
    in tutta europa funziona così: viene rilasciata dopo 2 anni dall’ultima crisi.

    ma il problema – vero – è un altro: resta la malattia della vergogna.
    da non dire.
    neanche alla de filippi.

  17. Caro Remo.
    C’è da fare un respiro intenso e assorbire questo post e i suoi commenti
    Sull’ epilessia, quante cose.

    Io scrissi un anno fa circa questo racconto

    http://scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato/2007/04/10/grande-male/

    che poi è entrato nella raccolta Magnificat Marsigliese, edizioni Creativa 2007
    ho dei pensieri, sull’epilessia. Una parte sono nel racconto.
    Altri sono raminghi, in testa
    Li raccoglierò. Non credo ci siano malattie della vergogna come il cancro non è un male incurabile
    ( sempre curabile, non sempre guaribile ma più spesso, non un brutto male, quali sono i belli?)
    ci sono preconcetti, sulle malattie.
    Assistere a un attacco di grande male fa paura.
    Giusto quello.
    Ha una sua tragicità
    Di piccolo male( sporadiche ma incisive assenza momentanee) si dice che soffra un numero enorme di gente e spesso non lo si sa nemmeno.

  18. da quando sono epilettica sinceramente me ne sono sempre sbattuta di dire che lo sono ………….mi preoccupo piu che altro di migliorare la mia condizione di salute e chi ha problemi perche io sono epilettica beh che si fotta………sono sempre stata una combattente lo ero prima di essere epilettica e lo sono anche ora e spero di esserla sempre

  19. certo che non e’ una colpa la tegola in testa. ma nemmeno il tempo che ci si e’ concessi per riprenderci dal colpo. lo spero almeno.
    un abbraccio

  20. ecco, nonsisamai, hai ragione secondo me.

    tra le tante paure o timori incomprensibili c’è chi si sente in colpa di non guarire, o di non cambiare.
    e se fosse un non-potere, come io penso, se non aspettando il tempo giusto? come la frutta che matura..

    di tutte le cose capitate, le crisi epilettiche di mio figlio sono quelle che più mi hanno spaventato. e basta. anche in prospettiva, perché tutti i motivi per cui potrebbe venirgliene una.. uh! terrore puro, lo seguo come un cane da caccia perché non accada.
    a lui non passa, ha il suo bel tesserino e speriamo di esserci sempre nel caso :)

  21. @ remo:
    non baro. non sapevo che paul mccartney abbia sofferto di epliessia. Ma non è che ti confondi con Lennon? Questo era certamente dislessico e (forse) epilettico, ma può darsi che io ricordi male.
    comunque, a occhio, hai nominato solo bella gente che fu o è epilettica. aggiunti io e te mi pae che sia un segno di qualità
    :-)

    Comunque, per l’appunto, hai dimostrato di saperne più di me sull’epilessia. Ora devo dimostrare di saperne più di te di rock. Vuoi un mio intervento su (chessò) l’utilizzo degli strumenti ad arco nel rock?
    :-)

  22. Grazie Remo. E’ un post bellissimo.
    Sei uno scrittore vero, nel profondo della tua natura.
    I tuoi post sono capaci di toccare come pochi.

    Quanto alle due facce dello specchio, credo siano semplicemente aspetti irrinunciabili delle emozioni di cui è impastato l’ uomo. Aspetti che, grazie al cielo, faticherà sempre a riassumere in un unicuum, perchè nulla ha meno ragione di essere ridotto e semplificato della natura umana, perfetta proprio nella sua imperfezione e fragilità.

    Buon weekend!

  23. che debbo dire, si starà facendo una sega, beato lui che ha il tempo per farsela…ma a noi che ce ne frega,,saranno c….suoi…no?

  24. Scusatemi!!
    Ho sempre regalato alle persone che stimo uno specchio solo perchè ti rimanda la realtà vera!
    Non sono assolutamente daccordo con chi dice che rinfranga l’immagine che tu vuoi vedere.
    Solo il coraggio di guardare dentro a quel vetro argentato ti può dare lo sprone per riguardarti e sentirti “migliore” domani.
    Un abbraccio da un conservatore futurista

  25. grazie a tutti, grazie belmaux
    (voltandopagina avevo letto… pensa che volevo scriverti o telefonarti, poi non ho trovato il tempo e poi è arrivata la tua proposta di una pizza con roberta)

  26. ho appena visto il contatore di questo blog, sono le 11 e 28 minuti.
    allora, ieri, quasi 900 visitatori.
    stamattina 200.
    forse è il mal caduco, la malattia della vergogna che richiama così.
    io dico solo questo (ma ne avrei di cose da dire e da raccontare): che il proverbio abusato, Non tutti i mali vengon per nuocere, a volte, e sottolinea a volte, è vero.
    io ho imparato dal mal caduco; penso che se una mattina, avevo vent’anni, non si fosse avventato su di me sarei ancora peggio di quel che sono. Ora, almeno, cerco di essere sempre e comunque dalla parte di chi sta male.
    io ho imparato a sorridere, anni dopo, da una mia amica: aveva un cancro, le avevano dato pochi anni di vita. lei ha combattuto la sua malattia sorridendo, con forza, pensando al futuro. è viva, sta bene, sono passati più di vent’anni.
    e poi.
    oggi porterò il mio cane al fiume. un’ora. e magari in quell’ora penserò ad altro. non dovrei.
    i detenuti (e l’esperienza di volontariato in carcere mi ha dato molto) darebbero chissà che cosa per un’ora, all’aria aperta, a vedere quello che noi non vediamo: un albero, il cielo, un fiume, un gatto che scappa…
    in carcere, negli ospedali, dove si soffre si capisce di più che la vita è fatta di piccoli momenti, che solitamente ci lasciamo scappare via, perché siam troppo presi dai soldi, dai maldipancia coi vicini, dalle frustrazioni, dalle invidie e dalle ripicche.
    tutti contenitori vuoti.

    un’ultima cosa.
    se oggi sto bene – benché di certe malattie non si guarisce mai – io, ne sono convinto, lo debbo anche alla forza dell’autosuggestione.
    dall’epilessia agli attacchi di panico ad altre patologie: son da combattere in strada, a testa alta.
    chiusi in casa, a guardare il soffitto, si peggiorano le cose e si perde solo tempo.
    e perdere tempo significa anche un po’ morire.
    buona giornata

  27. non sono d’accordo sul modo di vedere questa malattia con questo romanticismo e consolarsi con i nomi di qualche personaggio famoso che era epilettico è cmq una malattia grave ed invalidante e non ne parlerei come una cosa da eletti mi sembra alquanto ipocrita passare da un estremo all’altro da una malattia da vergognarsi ad una malattia da eletti è una malattia e come tale va combattuta parliamo piuttosto del fatto che il medicinale principale che viene usato per essa è ancora un medicinale dell’800 parliamo piu che altro del fatto che sono anni ormai che nons i fanno ricerche serie su questa malattia nonostante ne soffra un sacco di gente e solo perche economicamente non rende e neanche di fama rende pensate se uno trovasse la cura per il cancro e uno quello per l’epilessia beh non gliene fregherebbe niente a nessuno di quello che trova la cura per l’epilessia trovo che sia una cosa schifosa che ci siano malattie di serie A e malattie di serie B scusate se lo dico ma mi sembrate troppo filosofi e poco realistici

  28. hai ragione manuel,
    in parte.
    con il dosaggio dei farmaci, per esempio, è stato fatto un grande passo i avanti.
    l’epilessia infantile, spesso, viene debellata con facilità (ho un contatto su face, un ragazo che gioca a calcio; nessuno s’immagina che da piccolo soffriva di convulsioni).
    c’è un grande problema politica sulla ricerca.
    se invece di farla su nuovi armamenti o sulla cosmetica dirottassero energie su certe malattie – in primis il cancro – ne otterremmo tutti dei benefici.
    credo che anche piangersi addosso non serva.

  29. ultima cosa, poi mi assento.
    il cervello umano è ancora un mistero.
    c’entra niente col romanticismo.
    gli studiosi per esempio si interrogano ancora oggi sull’epilessia di Vincent Van Gogh.
    sapeva che bevendo gli sarebbero venute delle crisi.
    sapeva che le sue crisi lo avrebbero reso più creativo.
    si procurava crisi e poi dipengeva capolavori.
    sarà romantico, ma è anche vero.

  30. certo, di van gogh ce n’è uno :)
    un adulto può anche decidere di provocarsi una crisi (ma sarà vero? perché le crisi tonico cloniche complesse, per esempio, danno totale perdita di conoscenza e sbattimento degli arti, accelerazione cardiaca.. si può anche morire non intervenendo con valium..) ma poi come dipinge la sua crisi se era incosciente?
    e come la fermava soprattutto? per molti, anche bambini, i farmaci non alleviano nemmeno, le crisi continuano, 5,6 al giorno. del grande male, non piccolo male.
    quindi, se permettete, van gogh si procurava crisi epilettiche (eh non lo so..) e qualcuno decide di stare a guardare il suo malessere fissando il soffitto: “romantico per romantico” il secondo sta più comodo :))
    lidia

  31. il termine epilessia è improprio, sarebbe giusto e più corretto la definizione “le epilessie”.
    ci si può procurare una crisi facilmente.
    impasticcandosi con l’ecstasy.
    non dormendo.

    ci son forme di epilessia che non si vedono, e che si possono manifestare con un tic, una risata.
    si vede il grande male, soprattutto, che è quello che è rimasto impresso all’immaginario colettivo.

    van gogh si procurava crisi bevendo assenzio.
    al risveglio aveva (pare) visioni.

    e il provocare crisi epilettiche non è solo dell’uomo, magari folle e genio come van gogh; è stato anche della medicina ufficiale.
    l’elettroschock provoca delle crisi epilettiche.

    anni fa lessi sull’espresso qual era il fondamento medico dell’elettroschock.
    da una statistica, videro che gli epilettici erano quelli che soffrivano meno di schizzofrenia; anzi, non ne soffrivano per nulla. Sicché pensarono: vuoi vedere che con una bella scarica elettrica riusciamo a guarire gli schizzofrenici?
    (la fonte è L’Espresso; la data proprio non me la ricordo).

    e comunque.
    se mi chiedono dove son nato, io rispondo che sono nato in una cittadina etrusca, e che tra i miei compaesani ci sono santa margherita da cortona, il critico letterario pietro pancrazi, il pittore gino severino, massì, dico anche jovanotti, a volte.
    o di migliacci, quello che ha scritto paese mio che stai sulla collina.
    ma non dimentico di essere figlio di mezzadri.
    non so se mi ho spiegato…

  32. su van gogh c’è un’alta spiegazione… meno romantica
    copio incollo da super eva (mi dà solo la copia cache)

    Un’ipotesi scientificamente fondata fa risalire il famoso “giallo Van Gogh” ad una percezione anomala che egli aveva per questo colore a causa dell’assunzione di digitale, farmaco usato allora per contrastare gli attacchi epilettici, che può produrre una intossicazione in grado di compromettere le normali percezioni sensoriali provocando xantopsia, “disturbo visivo, riscontrabile in alcune intossicazioni, caratterizzato dalla visione gialla degli oggetti bianchi e dalla visione violetta degli oggetti scuri”

  33. Non so perché lo racconto, forse perché da sempre penso di scriverci su qualcosa. Da sempre.

    C’era una ragazzina di quattordici anni, morta nel 1964. Quella ragazzina (bella, bellissima, occhi scuri e capelli neri a caschetto) non fosse morta sarebbe oggi mia zia. La sorella di mia madre. La sua storia una volta me la raccontava più spesso, oggi – che abbiamo altre storie da raccontare – un po’ meno. Ma ogni volta che mi racconta la sua storia, a un tratto piange. E viene di farlo anche a me. Mia zia era ammalata di epilessia. Che strana malattia nella Sicilia della fine degli anni ’50. A un certo punto, consigliata dai medici, mia nonna decide di portare sua figlia in una casa dove si dice la cureranno. Ora io non so come si curava allora l’epilessia, ma penso a suon di botte e farmaci che non facevano alcun effetto. Mia madre andava con mia nonna. Prendevano la corriera la mattina presto e lasciavano mia zia per una settimana o più. Ogni volta, giunti all’istituto, mia zia – che era poco più di una bambina, fragile – iniziava a piangere quando gli uomini in camice venivano a prenderla e continuava a piangere e a urlare mentre quelli la trascinavano su per le scale. E’ giunti a questo punto che mia madre piange. Perché era devastante vedere la propria sorellina piangere e urlare in quel modo. Quando poi ritornava a casa era sempre contenta, con il sorriso sulle labbra (quel sorriso che io conosco, perché ha quel sorriso nella foto sulla tomba), anche se sapeva che prima o poi l’avrebbero riportata all’istituto.

    Era una ragazzina, e di tanto in tanto aveva forti crisi epilettiche. Oggi probabilmente starebbe bene, ieri (nella anni ’50 – ’60) era solo un’alienata.

    Scusate questo mio racconto.
    Ciao Remo

  34. grazie antonio.
    per chi ha letto tutti i mie interventi: è vero, ho citato flaubert e lincoln e machado.
    mo ho detto subito che anni fa potevi finire in manicomio.

    nell’italia contadina del centro e del sud si portano ancora oggi gli epilettici dai preti esorcisti.
    a volte funziona. ma è il potere dell’autosuggestione.

  35. Avevo 15 anni quando mia madre, alla verde età di 48 annni, restò incinta. Mi spedirono in montagna con le suore e lei abortì, volutamente ( clandestinamente) poi me lo raccontò, che l’amica migliore che aveva ero io, perché era l’unica con cui conversare alla pari. Sempre stata molto, troppo saggia. Tanto che ora mi permetto di *non* esserlo più. A 19 anni ero uno splendore. In tutti i sensi. Facevo luce, anche perché avevo capelli biondi, naturali lunghi fino al sedere ed una visione delle cose d’una purezza cristallina. Ero abbagliante come il sole e come la neve. Poi la vita mi ha fatto ombra ed ora sono grigia come la città in cui vivo e che amo, perché ora, finalmente, ci assomigliamo.

  36. beh remo i bambini guariscono arrivati all’età adultà non per un miglioramento delle cure ma perche succede spesso che superata l’età adolescenziale si guarisce naturalmente dall’epilessia (anche se in molti casi si ripresenta dopo molti anni) il medicinale piu usato nella cura dell’epilessia è il fenobarbitale (gardenale,luminale etc) che è esattamento lo stesso medicinale che si usava nell’800 per curare l’epilessia e non è niente altro che un sonnifero ……. direi che siamo mooolto indietro
    inoltre ti assicuro che io non mi piango affatto addosso anzi lavoro e cerco di avere una vita il piu normale possibile nonostante i problemi che la malattia mi porta solo che non me la sento di non protestare per l’ingiustizia che gli epilettici subiscono ancora oggi ad esempio non facendo ricerca sulla malattia oppure mi chiedo van gogh si procurava crisi epilettiche bel pirla un tossicodipendente si procura uno stato di malessere e poi lo stato gli da l’assegno di invalidità mi chiedo perche cazzo io che sono invalida al 50% e non perche me lo sono procurato non ho diritto all’assegno di invalidità mentre un tossico si????????
    se questo è piangersi addosso non so come la vedi tu la vita ma credo che la vediamo in modi diametralmente diversi
    forse perche tu hai convissuto con la malattia per un po di anni e poi ne sei uscito forse non ricordi bene come era o forse non ti portava poi cosi tanti problemi come dici tu giustamente non cè l’epilessia ma le epilessie ……ti posso assicurare che la mia mi porta un sacco di problemi e non cè un cazzo di nessuno che mi aiuta nonostante che i miei genitori i miei nonni etc abbiano sempre pagato le tasse ……..io ora che ne avrei bisogno non ne ho diritto mahhhhh dovè la giustizia in questo non so

  37. Che bel post,
    mi ci sono specchiato,
    solo che io, del Banco, preferivo Darwin.

    “Ora,
    prova a pensare un po’ diverso,
    niente dai grandi dei…”

  38. manuel,
    ho la sensazione che la pensiamo in modo diverso: per me un tossico e un epilettico vanno aiutati, punto.

    (io non ti giudico, ti chiedo di non giudicarmi).
    buone cose

    il mio indirizzo di posta elettronica è
    bassini.remo@gmail.com

    penso che sulla cura delle epilessie ci sia un grande problema. in alcune città (milano o torino) si è all’avanguardia.
    altrove c’è ignoranza, anche a livello medico (toccato con mano, purtroppo).

    penso anche che sia diverso soffrire di una patologia ed essere senza soldi, insomma poveri.
    ho toccato con mano anche questo.
    pensi quindi che io abbia dimenticato?

  39. sono d’accordo vanno aiutati………..ma come mai è aiutato solo il tossico????
    io non ho un soldo riesco a fare solo un lavoro part time e poi per fortuna mi arrangio sul web a fare altri lavoretti come mai il tossico ha diritto e io no???????………..cmq ti ricordo che i tossici in genere sono persone che deliquono per procurarsi il loro danno quotidiano ………… se una persona non è in grado di svolgere un lavoro con cui possa mantenersi per una malattia che non si procura lui credo abbia proprio diritto ad un aiuto economico ………..quindi ok all’aiuto ai tossici ma anche agli epilettici invece purtroppo non è cosi

  40. p.s. io non ti giudico ma semmai tu mi hai giudicato una persona che si piange addosso senza sapere nulla di me e la cosa mi da molto fastidio perche se cè una persona che non si piange addosso sono proprio io ma sono anche realistica sarebbe bello che ci fossero i fondi per aiutare tutti ma purtroppo non è cosi dobbiamo fare i conti con la realtà e scusa tanto trovo scandaloso che tra un epilettico non in grado di svolgere un lavoro che lo mantiene decorosamente e un tossico si scelga di aiutare economicamente un tossico invece di un epilettico

  41. cara manuel paty,
    allora.
    avevo scritto, l’importante è non piangersi addosso, che non era una frase riferita a te.
    ma era riferita e me e… a tutti.
    ognuno di noi crede di essere più vittima degli altri.
    se ti ho affesa scusami.

    sui tossici.
    dove e chi li aiuta?
    guarda, sta per uscire un mio racconto. ne ho conosciuti di giovani e giovanissimi, cresciuti nella disperazione; alcuni di loro sono al camposanto.
    e nessuno ha fatto nulla per loro.
    un ragazzo che a 14 anni, e che è senza istruzione e che è cresciuto tra ignoranza e povertà, diventa tosico, che colpa ha?

    oppure, parla con i familiari di un tossico, e chiedi loro che aiuti ricevono dalla stato.
    ecco, questo è un piangersi addosso immotivato.
    come quelli che vengono al mio giornale e dicono, In Italia si danno le case e il lavoro agli extracomunitari.
    no, gli extracomunitari sono quelli trattati peggio.
    lavoro nero e caporalato…

    ciao patty

  42. e no scusa ma qui ti sbagli prima di parlare informati i tossicodipendenti oltre alle varie comunità prendono regolarmente l’assegno di invalidità dallo stato se si sono anche ammalati di aids prendono anche l’accompagnamento
    e scolta non ho bisogno di chiedere perche ci sono cresciuta con i tossicodipendenti essenso del 70 purtroppo quasi tutti i miei amici negli anni 80 lo sono diventati e in ben pochi sono sopravissuti ed è forse per questo che mi stanno sulle palle perche potevano avere una vita splendida e invece si sono andati a rovinare in quella maniera stupida e la maggioranza erano ragazzi normalissimi con famiglie normalissime che gli hanno sempre dato tutto quello di cui avevano bisogno ……….sinceramente non me la sento proprio di giustificarli non cè giustificazione nel suicidio
    aiutarli? ok………ma devi anche voler essere aiutato ………vai fuori dal sert a vedere tutti i tossici che da 20 anni vanno a prendere il metadone per poi rivenderselo oppure per fasi anche di metadone oltre che di roba chissà come mai nessuno vuole prendere le pastiglie che ti impediscono di farti?????
    aprite gli occhi e vivete sulla strada perche la realtà non è bella come credete

  43. manuel paty, il link sopra era per te.
    poi, hai scritto

    un tossicodipendente si procura uno stato di malessere e poi lo stato gli da l’assegno di invalidità

    penso che in questo caso tu abbia ricevuto un’informazione sbagliata

  44. e vabbè che vuoi che ti dica hai ragione tu(è inutile parlare con chi non vuole ascoltare) da oggi andrò a difendere i diritti di questi poveri tossicodipendenti che per loro liberissima scelta sono andati a ficcarsi un ago nelle vene per poi pesare sulla società mentre dirò che è giusto ch eun malato che non sceglie di essere malato si debba arrangiare da solo

    ciao ciao

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