Pubblicato da: remo | 2 novembre 2008

di editoria, ancora

Ciao Remo, tu dici:”Un autore contemporaneo valido corre il rischio, oggi più di ieri, dopo la pubblicazione, di passare del tutto inosservato: perché resta poco in libreria, perché è…. in cattiva compagnia.
le cagate hanno sempre avuto successo, del resto”.
Verissimo. Mi è successo. E mi è successo pure che questo è stato uno dei motivi per cui l’editore mi ha scaricato malamente. Mai più un contatto, un tanti auguri alle feste comandate, un minimo di curiosità per qualche mio nuovo eventuale lavoro. Eppure mi sembrava di aver trovato, prima ancora che un editore, un amico. Silenzio. Uguale a quello degli editori a cui ho ricominciato a mandare i miei inediti. Credo che esista una nuova categoria tra gli scrittori, quella dei pubblicati bene (non a pagamento, con regolare contratto) che dopo il primo libro si ritrovano nella condizione di “aspiranti scrittori”. Ma l’unica cosa che mi dà gusto aspirare sono le mie Marlboro.
ha scritto Gianluca Pisapia (non fate come me che l’ho cercato su google non esiste; mi ha scritto, ha un altro nome), in coda al post Un certo “e” sui manoscritti.

Confermo.
E vado oltre. Poi, ci sono gli scrittori.
Mi ci metto anche io, faccio parte del meccanismo.
Chi vende ed ha successo non dice male dell’editoria, chi resta ai margini vomita.
Si va oltre: che c’entra Berlusconi con Mondadori?
Già: c’entra o non c’entra?
Comunque: ognuno si fa i fattacci propri.
A uno affermato che gli importa dei contratti capestro o della non lettura dei manoscritti. Lui c’è passato, ora tocca agli altri.
E vale lo stesso discorso per come vengono visti e definiti i lettori.
Se vendo (quindi mi apprezzano) non dirò che la gente compra solo schifezze figlie della tivù spazzatura; se non vendo, invece, dirò che stiamo toccando il fondo.
Perché dico questo.
Ho fatto una tesi su Achille Giovanni Cagna. Era bello e perdente, finché è rimasto ai margini dei salotti e dell’editoria. Poi, una volta ottenuti i riconoscimenti, niente più invettive (tant’è che ri-scrisse, smorzando).
Ecco, forse son sbagliati gli atteggiamenti opposti: chi santifica, chi inveisce.
Il problema di fondo è questo….
Elisa Bolchi, che è studiosa della Woolf e membro di Cabaret Bisanzio, proprio stamattina ha scritto:
Elisa traduce sognando un mondo nel quale i meriti vengano riconosciuti.

Le ho risposto: hai ragione.
Ho pensato a un mio amico scrittore che, giorni fa, mi ha telefonato e, sconsolato, mi ha detto: Smetto. Io (giudizio soggettivo) capisco il suo scoramento, perché lo ritengo bravo, più bravo di altri che son stati publicati.
Ma l’editoria ha le sue leggi, le ha sempre avute. Solo a volte ci sono editori folli che pubblicano autori che son validi ma che venderanno poco.
Anche ai tempi di Cagna e di Faldella (la casa editrice Interlinea di Novara ha pubblicato il carteggio tra i due), ai tempi, dicevo, di Cagna, Faldella, e quindi di un Salgari, un D’Annunzio, l’editoria mieteva vittime. Che ci son sempre state e sempre ci saranno.
Chi lamenta di non essere pubblicato pensi a Morselli, pubblicato post-morten, o a Primo Levi. Il primo vero editore di Se questo è un uomo (dopo il rifiuto Einaudi) fu un giornale sindacale del vercellese; e Levi aspetterà anni.
Torno ai vecchi scapigliati.
Faldella, autore più affermato di Cagna, lo rimproverava: di non frequentare i salotti letterari torinesi.
Niente di nuovo sotto il sole, mi sembra.
Magari allora si pubblicavano 2 libri al giorno e oggi 170. Magari oggi è peggio. Oggi, più di ieri, si bada molto al confezionamento del prodotto libro. Titolo. Copertina. (magari con occhi che guardano il possibile acquirente: sembra funzioni). Foto (patetiche) degli autori, magari scattate vent’anni prima (e venti chili prima).
Ma tanti meccanismi, mi pare, son rimasti quelli di sempre.
(E io, su Face, ad Elisa ho risposto: hai ragione, peccato che il merito, alla fin fine, sia solo una percezione).

Stamattina alla bancarella dei libri usati ho trovato due gialli di Renato Olivieri, di cui si legge poco e si dice poco. Si disse tanto di lui quando, saranno stati gli anni Settanta, il commissario Ambrosio, protagonista dei libri di Olivieri, divenne famoso grazie al cinema (anche se Ugo Tognazzi recitò più se stesso che il decadente Ambrosio).
Mi ha fatto piacere sentirmi dire dal venditore di libri che ero stato fortunato, perché, mi ha detto, i libri di Olivieri vanno a ruba.
C’è sempre il passaparola che, più dei critici, più della televisione, decreta il successo di un libro.
Il cacciatore di aquiloni, a prescindere dal valore del libro, divenne un caso editoriale solo grazie prima all’insistenza di una giovane editor, che fiutò il gran libro, e poi al passaparola.
Perché Il cacciatore cominciò a venedere tanto prima che la critica si accorgesse di questo libro.
E il passaparola, io dico, è una gran cosa.
Ho letto Saramago, ho letto Moccia. Chi ascolta, poi, decide: secondo il suo vissuto, la sua cultura, la sua non cultura.

(E a chi scrive dico che c’è solo una strada maestra da seguire: insistere. Senza perdere tepo nelle frequentazioni. Da quel che ho visto io posson servire, magari a comparire in un’antologia, magari a fari notare un po’, ma non son quelle che fanno).

Buona domenica.
Porto a spasso il cane e spero che la domanica calcisitica sia positiva per Fiorentina e Torino.

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Responses

  1. Ciao Remo! Hai ragione sul fatto che alcune cose dell’editoria non siano cambiate poi tanto da ieri a oggi. Mi viene in mente Svevo che se lo filarono veramente solo grazie all’intercessione di Joyce e di Montale se non ricordo male. Lui si pagò entrambe le pubblicazioni dei suoi primi due romanzi. E come lui molti altri sono stati rifiutati e rifiutati. Ma erano nati scrittori e non hanno smesso di esserlo nonostante la frustrazione. Ecco io più che farsi le frequentazioni che anche secondo me non servono a una ciuppa, conta restare fedeli a se stessi. Conta il non arrendersi. Conta il non cedere davanti alle difficoltà.
    Io poi non ho mai capito il ragionamento o meglio l’illusione di alcuni che aprono blog “così mi nota l’editore”. Ma quandoooo? Mah. Sono convinzioni assurde. Tutti pensano al proprio orticello e chi batte i piedi perchè il mondo editoriale va male, perchè vengono pubblicati pochi libri buoni ecc. è anche alla fine il primo a cambiare idea se “sfonda”. Questa è la cosa che sopporto di meno in assoluto.
    Buona domenica!

  2. Caro Remo,
    sono la traduttrice sconsolata! E trovo così vero quel che scrivi che a volte mi vien da chiedermi che senso abbia tanta fatica.
    Ma io studio i più grandi autori del secolo scorso, e sono tutti scrittori autoprodotti (la stessa Woolf, in fondo, creò una casa editrice in casa per poter pubblicare senza “editing”) e ora sono non solo immortali ma esemplari.
    L’importante è essere onesti con se stessi. Virginia aveva una pesante crisi di nervi dopo ogni romanzo finito. Si svuotava, si dava completamente e più di quanto potesse permettersi, e non ne poteva fare a meno. E poi si struggeva in attesa delle critiche e delle stroncature.
    Siamo tutti umani, cerchiamo conferme. A volte, però, servirebbe solo un po’ di prospettiva.

    P.S. Io, comunque, sarei già soddisfatta dei tuoi risultati.

  3. elys,
    sul blog, al massimo, si può vedere quant’è bravo un autore, ma solo nell’ambito del racconto. e ce ne sono di bravi blogger-autori di narrativa (faccio un solo nome: colfavaforedellenebbie).
    essere scrittori oggi a volte è cosa triste. ne ho visti alcuni che, di fronte all’editore, m’han ricordato i miei zii mezzadri davanti al padrone: sorridenti e patetici (e senza coglioni, dice sempre mio padre, sebbene dica dei suoi fratelli).
    grazie elisa,
    sì, io sono soddisfatto.
    quattro libri uno dei quali (La donna che parlava con i morti) ha venduto pure bene (dopo le prime 4mile copie le librerie han fatto altre richieste, e la Newton ha provveduto).
    sebbene io dica di insistere a me di insistere è capitato solo col primo libro (Il quaderno delle voci rubate).
    non sono ambizioso, non punto alla grande editoria.
    mi va bene la Newton e mi andava bene Fernandel.
    usciranno presto dei miei racconti.
    li pubblica Francesco Giubilei, che a sedici anni fa… l’editore.
    bene, non li ho mai proposti ad altri.
    però la depressione del dopo pubblicazione la conosco. è un mondo balordo, quello dell’editoria.
    diciamo che a me piace stare per conto mio, e confrontarmi con qualche amico scrittore e tanti aspiranti e tanti lettori.
    grazie ancora elisa

  4. sintetizzando – se possibile, se ci riesco:
    direi che un autore deve preoccuparsi quando non ha più niente da scrivere, da dire. pubblicare è solo l’ultima di una serie di azioni, e volontà messe in atto.

    aggiungo e rilancio: un autore deve preoccuparsi anche quando ha troppo successo, quando piace a tutti – e non lo dico per snobismo, ma perché se un pensiero non crea anche ostilità e discussione è probabilmente un pensiero servo dei tempi e dei luoghi.

    e.

  5. Domenica negativa per fiorentina e torino, non è che porti sfiga Remo? :-)

  6. Sarò banale e ripetitiva, ma penso si debba parlare solo di ciò che si sa. E allora ecco che mi vien da riportarvi ciò che scrisse Leonard Woolf di sua moglie Virginia:

    “The statistics of Virginia’s earnings as a writer of books […] throw a curious light on the economics of a literary profession and on the economic effect of popular taste on a serious writer. Orlando, Flush, and The Years were immeasurably more successful than any of Virginia’s other novels. The Years, much the most successful of them all, was, in my opinion, the worst book she ever wrote – at any rate, it cannot compare, as a work of art, or a work of genius, with The Waves, To the Lightohouse, or Between the Acts. Orlando is a higly original and amusing book and has some beautiful things in it, but it is a jeu d’esprit, and so is Flush, a work of even lighter weight; these two books again cannot seriously be compared with her major novels. The corollary of all this is strange. Up to 1928, when Virginia was 46, she had pubished five novels; she had in the narrow circle of people who value great works of literature a high reputation as one of the most original contemporary novelists. Thus her books were always reviewed with the greatest seriousness in all papers which treat contemporary literature seriously. But no one would have called her a popular or even a successful novelist, and she could not possibly have lived upon the earnings from her books. […] up to 1928 Virginia, although widely recognized as an important novelist, was read by a small public. […] Nearly all artists, from Beethoven downward, who have had something highly original to say, have been through periods in which the ordinary person has found him unintelligible or “inaccessible” but eventually, in some cases suddenly, some gradually, he becomes intelligible and is everywhere accepted as a good or a great artist.
    In Virginia’s case, she had to write a bad book and two not very serious books before her best serious novels were widely understood and appreciated.

    Illuminante…

    P.S. Serve traduzione in italiano?

  7. “Se vendo (quindi mi apprezzano) non dirò che la gente compra solo schifezze figlie della tivù spazzatura; se non vendo, invece, dirò che stiamo toccando il fondo”…
    “Ecco, forse son sbagliati gli atteggiamenti opposti: chi santifica, chi inveisce… Il problema di fondo è questo…”

    il problema, caro remo, è che ci vogliono i coglioni per dire le cose come stanno, e l’uomo difficilmente lo fa, specialmente se parla di se stesso. siamo sempre pronti a addurre scuse alle nostre sconfitte, scaricando colpe agli altri; sempre pronti a dare degli imbecilli al resto del mondo e a definire capolavoro incompreso il nostro lavoro passato nell’anonimato.
    difficile trovare uno che dica: forse hanno ragione loro, ho scritto una cagata.

    sull’autoproduzione:
    autoprodursi un libro non è una sconfitta, tutt’altro, significa credere in quello che si fa, crederci fino in fondo, al di là dei rifiuti o dei silenzi degli editori a cui si è mandato il manoscritto. e mentre si aspetta di entrare nel mondo del”editoria dalla porta secondaria, in silenzio, senza fanfare e recensioni d’appoggio, non si deve sputare e inveire contro quel mondo che vogliamo possedere, perchè è una cosa senza senso.

  8. che senso ha un intervento se chi lo scrive è perfettamente d’accordo con chi ha pubblicato il post? bah! aggiungo (dal mio canto) che da tempo mi diletto a leggere libri di sconosciuti e/o emergenti. mi trovo bene. l’eventualità di imbattersi in una cazzata non è superiore a quella che puoi trovare nei nomi noto. semmai inferiore. e c’è il gusto della sorpresa


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