di insofferenze varie e di pavese cesare

E’ un periodo in cui non ho niente da dire, mi piace star solo, mi piace camminare per la città,  aspetto la notte.
Poi, se leggo sono insofferente. Interrompo letture, ne riprendo altre interrotte, cerco nuovi libri.
(Mai dare giudizi su certe letture quando si è in un momento no: quel che pensiamo è spesso distorto).
Comunque, vi ricorderete di Monia, che mi ha aiutato nei raccontiaquattromani, con passione e pazienza.
Mi ha chiesto di Pavese, una cosa.
La copio incollo dal vecchio blog, e buona giornata a tutti.

Hanno almeno un’ottantina d’anni alcuni vercellesi che, non so di preciso l’anno, al Ginnasio ebbero come professore Cesare Pavese.
Uno di questi vercellesi, si chiama Ferdinando Lo-Jacono, fino a qualche anno fa scriveva su La Sesia: per lo più recensioni teatrali, ma anche amarcord.
E un amarcord, anni fa, lo dedicò, appunto, al suo professore, supplente per qualche mese, Cesare Pavese.
Vado a memoria.
Pavese, dopo una giornata di lavoro, va alla stazione, che dista dal Ginnasio cinque minuti a piedi; cinque minuti a piedi piacevoli, ché si passa davanti alla basilica romanica di Sant’Andrea, il più bel monumeto di Vercelli, e i giardini, della stazione appunto.
Pavese, raccontò Lo-Jacono, appena poteva leggeva. Intensamente, Non si sa se leggesse anche camminando, sarebbe stato pericoloso, di sicuro, quel pomeriggio invernale e grigio, si rintanò nella sala d’aspetto con un libro in mano, assorto più che mai.
Tanto assorto che non si accorse dell’arrivo di un treno che da Milano l’avrebbe portato a Torino, né di quello successivo, né dell’ultimo.
Si risvegliò dalla lettura quand’era ormai troppo tardi, raccontò il personale della ferrovia, stupito nel vedere che Pavese non si disperasse né cercasse un albergo.
Dormì tutta la notte nella sala d’aspetto (che ora non c’è più) della stazione di Vercelli.
Forse a leggere, o correggere temi, chissà.
Di sicuro nessuno sa quale fosse il libro che catturò a tal punto il giovane, squattrinato professore, Cesare Pavese.

Annunci

15 pensieri su “di insofferenze varie e di pavese cesare

  1. ..è ancora peggio quando li vorresti quei momenti di solitudine e non puoi. Noi donne e mamme lo sappiamo bene.
    Adorabile Pavese. Io avrei voluto essere l’autore del libro che lo tenne lì.
    un salutone

    Elisa

  2. Mi capitava spesso parecchi anni fa ora molto raramente (l’ultima volta per “Le Benevole” ) e non so se farmene una colpa o rifugiarmi nelle giustificazioni date dalla “vita reale”.

    Ciao, Dario.

    ps. non avrei voluto sapere il titolo del libro… magari non mi piaceva :-) Si dovrebbe conoscere il minimo possibile della vita reale degli scrittori che amiamo :-)

  3. sì, Remo,
    l’avevo letto, questo ricordo molto inteso e curioso,
    e mi sono visto l’allampanato Cesare, co’ ‘ste braje larghe, nere, che andava su e giù, tirandosi una ciocca di capelli con la mano, e poi dormiva seduto con la testa reclinata e le braccia conserte.
    Lajolo dice che faceva così.
    Io credo che stesse rileggendo Moby Dick……

    E tu mi sembri un po’ preoccupato di questi tempi…
    auguri veri
    Mario

  4. Boh, mi pare che Moby Dick l’avesse già tradotto; nell’autunno del ’33 leggo che stava traducendo Dos Passos e Joyce (l’Ulisse)…Chissà…con gli occhialetti da miope e la pipa…

    @ Remo: ci sono letture che si prestano all’insofferenza: gli aforismi di Canetti, i corsivi di Manganelli, le “letture facoltative” della Szymborska. Quelle letture che prendi e li lasci quando vuoi senza sentirti in colpa…
    Oppure lascia i libri sul comodino e vai in un paese dove non ti conoscono e passeggia, passeggia…

  5. Io adoro Cesare Pavese dai miei 14 anni in poi.
    Mi ha accompagnato spesso nella vita, mi ha fatto compagnia col suo essere assorto e svagato, attento e solo. Averlo avuto come insegnante…non oso nemmeno pensarlo. Sarebbe stata un’emozione tropo grande.
    Anche io non dormo una ceppa e sono un po’ caustica in questo periodo. Sarà il clima. In bocca al lupo:)

  6. io – da ottantenne quale sono – me lo ricordo, mentre passeggiava sulla collina torinese (o sulle colline, non so) mangiando ciliegie (o ciliege).
    Ma era un ricordo delle Ginzburg.
    Una di quelle immagini folgoranti che ti porti dietro tutta la vita: chissà perché.

  7. comprendo Pavese. a me recentemente è successa una cosa diversa. leggere certi libri e poi desiderare di buttarmi sotto un treno. ho resistito, anche perché sarebbe stato supido. meglio buttarsi sulle rotaie prima di aver letto quei libri. minor sofferenza

  8. tempo fa sul blog letteratitudine si parlava di pavese e devo dire alcuni non benissimo…

    io nel tempo sono diventata acritica nei suoi confronti, mi piace punto e basta…

    è il suo mettersi a nudo senza ipocrisia in maniera a volte persino imbarazzante quello di lui che ho amato in maniera viscerale…

    credo sia l’autore italiano di cui possiedo quasi tutto, è diventato negli anni la mia cassaforte, a volte mi ha fatto male, avrei voluto buttare le sue pagine dalla fienstra, ma sapevo che sarei corsa a riprenderle sempre e comunque

    **Perché vergogna? Quando uno ha pagato il suo tempo,

    se lo lasciano uscire, è perché è come tutti

    e ce n’è della gente per strada, che è stata in prigione. **

    bello Remo quel ricordo..
    conosco la voglia di leggere e non smettere…

    ……

  9. Io ne parlo volentieri Monia ma in che senso intendi tu?
    Pavese è stato il mio amore dell’adolescenza in cui il mondo nel bene e nel male si spalanca in tutta la sua grandezza e mistero. Lessi Il mestiere di vivere a cavalcioni di un muretto nel giro di pochi giorni e rimasi folgorata. Ne feci una tesina da portare a scuola. Credevo di aver scoperto qualcosa di unico e di grande e che fosse tutto mio. Da quel momento andai nella biblioteca di quartiere e lessi tutto quello che era disponibile. Le poesie del disamore mi hanno seguito per anni in borsa, ogni tanto ne leggevo una. Il vino triste rimane la mia preferita. Io parlo volentieri di lui e lo faccio come parlare di un amico che non ha avuto fortuna, perchè non penso allo scrittore, penso all’uomo, poichè il suo scrivere è servito per conoscerlo. Ogni tanto lo ricordo, come Mia Martini. Anime che sento affini, non così lontano da quel luogo in cui non conta spazio e tempo. Maggiani invece me lo ricorda fisicamente, forse anche per questo mi piace.
    Quindi? Come dice sempre un mio amico…:)

  10. In questo senso Silvia.
    Proprio in QUESTO senso. Io sono nella fase “muretto”. L’uomo, certo, che non è disgiunto dallo scrittore. In particolare mi ossessiona l’idea di quelle due ore che ha passato telefonando alle sue amiche, elemosinando un po’ di compagnia, prima di uccidersi. Ci penso e ripenso, come una moviola. Nessuna è andata. Nessuna. Provo a immaginare quelle ore, al “non scriverò più”, ai “Dialoghi di Leucò” sul comodino e alla finestra dell’albergo (vorrei vederlo quell’albergo, esiste ancora?)
    Un’anima affine anche per me, senza dubbio, di pancia. Mi è capitato di pensare che quest’uomo morto due anni prima che nascesse mia madre mi è più vicino di tanti vivi che ho intorno.
    Questo, Silvia. E grazie.

  11. E’ bellissima questa storia di Pavese. Io leggo camminando. Non vuole dire che io e Pavese abbiamo qualcosa in comune. Vuol dire che mi perdo nei libri e mi capita di non volerli lasciare.
    Ciao Remo

  12. Monia mi hai ricordato uno dei momenti più struggenti e dolorosi del suo vivere. Avrei voluto tanto essere sua amica. Avrei voluto allora, come oggi con la stessa intensità. Grazie a te:)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...