Pubblicato da: remo | 13 settembre 2008

verrà la morte e

Giovedì ho parlato con due persone. Avranno avuto la mia età, lui qualche anno in più lei qualcuno in meno, ma sembravano molto più vecchi. Sembravano morti.
Quando perdi un figlio, all’improvviso come è stato per loro o poco a poco come succede, quel figlio, morendo, ti trascina nella tomba.
Non è lui, siamo noi, i nostri pensieri che diventano lui.
Quando eravamo piccoli, purtroppo, non ci hanno insegnato a sorridere alla morte. Che è l’unica certezza.
Mancano il dove e il quando.

Morena Fanti è apparsa in questo blog e ha partecipato a raccontiaquattromani.
La scorsa settimana ci siamo scritti.
Le ho detto: scusami ma non sapevo né che tu avessi un blog (quando lo so, io per cortesia, linko) né che tu avessi scritto un libro.

Di questo libro di Morena Fanti, Il dolore più grande, orfana di mia figlia, si parla nel blog del mio amico Massimo Maugeri.

Ci sarà sempre la morte nei miei libri
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne
anzi: vorrei che ci fosse maggiormente nei miei pensieri.
Pensarla serve: a non far morire il tempo.

Quando facevo l’università a Torino conobbi una ragazza. Sorrideva sempre. Io quasi mai. Una volta, era primavera, andammo a fare una passeggiata al parco del Valentino. Raccolse un firellino, di campo, me lo porse, mi disse, sempre sorridendo, senti come profuma?
Lo avvicinai, sentii poco, io.
Era malata, grave, e non lo diceva a nessuno. E dava esami, sorrideva, respirava a pieni polmoni ogni suo giorno e ci insegnava, a noi, che ci lamentavamo del cielo che era grigio e degli esami e di questo e di quest’altro.
Lei, che doveva fare flebo e che, le dicevano, non aveva futuro, sorrideva.
A volte – certe volte – bisogna tenerla lontana.

Perdere un figlio però è un’altra storia.
Non potevano sorridere i genitori di quel ragazzo morto, l’altro ieri, mentre mi raccontavano.
Non potevano e non potranno pensare ad altro.

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Responses

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  2. ieri sera alla televisione (non so quale rete, non me lo chiedo quasi più ormai, ché la guardo raramente ormai, nel senso guardare con coscienza): il solito documentario un po’ ‘accattivante’ sul nazismo; questo era dedicato esclusivamente alle SS. E una curiosità me l’ha lasciata: le SS italiane? Chi ne sa veramente qualcosa? Soprattutto: chi ne parla?
    Ebbene: scene di uccisioni efferate, carneficine, pazzia sanguinaria (quella che facilmente va al potere). E poi i campi di sterminio. E poi i bambini, seviziati, usati per esperimenti. Ho visto scene simili decine di volte eppure ieri quei bambini mi si sono conficcati nel cuore. I bambini, i figli.

    ciao Remo
    è bello seguirti nelle tue passeggiate mattutine per il tuo Piemonte brumoso

  3. Non è interesse privato in atti d’ufficio. Ma su questo post intervengo copiando e incollando la mia “recensione” su Anobii, perché non ho nulla di diveso e di meglio da dire. Nel senso che, a distanza di tempo, conservo le mie opinioni.

    “Le quattro stelle sono dovute anche al coraggio. Inutile girarci intorno: il libro nasce quando Federica muore per un incidente stradale di cui non si è mai capito nulla. Federica aveva 24 anni ed era, ovviamente, punto di riferimento dei suoi genitori, di tanti amici e del suo fidanzato. Ma era soprattutto una vita proiettata in avanti. La fine della sua vita ha coinciso con la fine di Morena e di suo marito, in un certo senso.
    Ma (a mio avviso) c’è stata una chiave di volta. Morena si è domandata spesso, come è naturale: “perché questa tragedia proprio a me?”
    Poi la svolta con una nuova domanda, “lucida”: “e perché a me no?”.
    Ecco, da questa consapevolezza parte il libro. Un libro che non è un piagnisteo né l’analisi della morte e del dolore. E’ semmai un libro sulla vita. Conservare quella di Federica e ritrovare la propria. In un certo senso il libro è anche un po’ “giallo”, senza offesa. Perché il difficile percorso parte da presupposti e sensazioni che, man mano, si modificano fino a ribaltarsi del tutto. “Non sono più io”, scrive Morena all’indomani della tragedia. “Sì, sono sempre io”, corregge un anno dopo.
    Come ciò sia avvenuto è per certi versi inspiegabile, perché non esiste una regola. Morena ha trovato la “sua regola” e per altri nelle medesime condizioni questa può essere inconcepibile.
    Il libro, quindi, non è affatto (e mai potrebbe essere) un manuale su come gestire il dolore in simili circostanze. E’, al limite, una proposta. Una strada, una possibilità che, comunque, devono adattarsi al nostro “io”. Morena ha colto la sua possibilità. E non la si può discutere. A fine libro mi sono ritrovato a dire, semplicemente, “però!, avrei voluto conoscere Federica”.
    Morena me l’ha “presentata” e io mi sento onorato.

  4. “Paula” della Allende è un romanzo-diario come questo, me lo avete rammentato. Incontrare la morte è un po’ morire. Qualcosa in noi non ce la fa più. Eppure le reazioni sono differenti. Ho purtroppo conosciuto diverse persone a cui son mancati i figli, in vario modo. Diversissime modalità di lotta, rassegnazione, persino autopunizione.A volte, resurrezione.Dal volontario in Madagascar nei lebbrosari, alla signora che si rifugia nel bridge, dall’uomo che cambia moglie e rifà un figlio, a chi vive nel ricordo ed ogni giorno celebra una messa all’altare interiore. Ne conosco,sì, la mia vita è già stata sufficientemente lunga per incappare in vario dolore personale ed incrociare quello altrui.
    Molti di noi hanno buchi neri dentro. Sarà che la scrittura non viene da una vita lineare.
    Scriverci un libro è gridare il dolore al mondo, nobilitarlo, testimoniare un’assenza che torna ad essere presenza, anche per chi non sapeva, non conosceva, non c’era.
    Un abbraccio a Morena.

  5. intanto grazie a Remo che ha rilanciato qui il post di Letteratitudine.
    Ma soprattutto grazie a Remo. Punto.

    E’ sempre difficile parlare di morte. Gli altri abbassano gli occhi e smettono di guardarti. La morte è temuta, il dolore è un’entità astratta che nessuno desidera penetrare. Tutto sembra dover capitare agli altri. Qualcuno ci ha anche detto, tempo fa, che se ci saremmo comportati bene nulla di male ci sarebbe accaduto.
    Forse è questo il motivo per cui si grida: “perché a me? perché a noi?”, pensando di essere esenti dal dolore del mondo.
    Ma la domanda più vera è: “perchè NON a noi?”
    Detto questo, si alzano gli occhi, si vede il dolore altrui e si capisce che nessuno ne è esente e che ci si deve tirar su le maniche.
    Non c’è altro mezzo. Ci si bagna lo stesso la camicia, ma insomma si può tentare lo stesso di arrivare all’altra riva.

    Indubbiamente scrivendo ho accelerato un mio processo di elaborazione del lutto, ma allora non lo sapevo. Ho scritto perché ho sentito che dovevo farlo.
    Ho scritto per non diventare quella cosa grigia che temevo di essere. E forse per ritrovarmi.

    Grazie ad Enrico per il suo commento sempre intenso e forte ogni volta che lo rileggo. e grazie a Flavia del suo abbraccio che ricambio :-)

  6. grazie a te cara morena
    (ho scoperto del tuo libro leggendo, tempo fa, il commento di enrico su anobii).
    ciao

  7. allora a qualcosa servo
    :-)

  8. Ci sono le “morti” dei figli che non nasceranno mai perchè Dio, la natura, il destino e vattalapesca hanno scelto così. E una parte di te rimarrà spenta per sempre. E’ dolore anche questo, sordo e mellifluo, anche se generato da un’idea, da un desiderio che non ha nè odore nè nome. Posso vagamente intuire il tuo/vostro dolore che guardo con grande rispetto. Un abbraccio.

  9. Ho degli amici che hanno perso un figlio e una zia. E’ un dolore che non ha pietà e che difficilemnet si può rielaborare come icono gli psicologi. Viaggia on te e ti è dentro come un macigno.
    E’ difficile sempre superare la morte di qualcuno che ti è caro, ma chi è stato da sempre dentro di te, ti porta via… Giulia

  10. Circostanze come la morte di un figlio sono immense. Vi egnalo un gruppo che riunisce genitori ‘orfani di figli, nell’ambito delle attività della Fraternita di Romena (www.romena.it) a Pratovecchio, nel Casentino, in Toscana.
    http://www.romena.it/Attivita/Incontri_mensili/Incontri%20Nain.htm

  11. leggendo topic e commenti
    emergono solo frammenti di cuore
    e vetro

    e silenzi

  12. vero Remo, da piccoli non ci hanno insegnato a sorridere alla morte che, senza sapere dove, come e quando, arriva inesorabile.
    tre morti però mi hanno particolarmente segnato ed insegnato. tre persone di importanza fondamentale nella mia vita se ne sono andate da questa vita come se avessero imparato a sorridere alla morte sin da piccoli… mio nonno, il mio amico Roby a soli 41 anni e mio padre, giovane anche lui. pensarli è importante. sentirli ancora vicini è bello. capire che dovrei avere la loro dignità anche io è quello che ho imparato. in teoria. non so se sarò all’altezza di metterlo in pratica. è vero che siamo sempre troppo poco preparati, quasi tutti.
    paola rossa


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